LETTURE ESTIVE: JOYCE CAROL OATES- BESTIE (Beasts, 2002)- Estratti quinta parte

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10- Il bacio
Novembre 1975

Avvenne per puro caso, l’incontro. Così doveva credere lui.
Quel pomeriggio di novembre, mentre le ombre del crepuscolo cedevano
alle tenebre, in cui Andre Harrow mi baciò per la prima volta.
Ero stata sfrontata, audace. Avevo pensato: Perché non posso comportarmi
come Dominique almeno per un giorno?
Ci incontrammo, e proseguimmo insieme la passeggiata sul sentiero innevato
alle spalle della biblioteca. I rami dei sempreverdi erano pesanti di
neve, i nostri respiri sembravano nuvole di vapore nell’aria gelata. Quella
sì che era una passeggiata romantica!
«Gillian? Mi sembravi tu.»
«Buonasera, professore.»
Eccolo lì che camminava di buon passo con una cartella sottobraccio,
una stretta giacca blu scuro, un cappello di astrakan nero. Esitò, vedendomi,
poi sorrise scoprendo i denti. Io rabbrividii come se quel sorriso fosse
una smorfia minacciosa.
La campana della cappella batté la mezz’ora. Cinque e mezzo del pomeriggio.
Sulle Berkshires il crepuscolo arriva presto d’inverno, alzandosi
dalla terra come un’onda nera.
Quella mattina, durante il seminario, il professore si era dimostrato meno
paziente del solito. Aveva ridotto praticamente in lacrime la noiosa e
asmatica Catherine. Aveva moderatamente apprezzato Dominique, ma non
il resto della classe. Sotto la sua sferza avevamo sussultato, mordendoci le
labbra per non piangere.
«”Un fiotto di sangue è poesia”. Dovete essere spietate.»
Adesso che c’eravamo incontrati per caso camminavamo insieme lungo
il sentiero innevato dietro la biblioteca in direzione dei campi da gioco,
verso il bosco, il Catamount Creek gelato. Il profumo degli aghi di pino
era più intenso del solito.
Conversavamo. Anzi, parlava lui. Era un uomo di umore instabile e in
quel momento sembrava animato, rinvigorito, mentre mi sorrideva di sottecchi
come se non fosse sicuro di chi ero esattamente, o di quel che volevo
dire. Io mi sentivo agitata, nervosa, pensando: perché non posso comportarmi
come Dominique, per qualche momento?
Invidiavo la pelle scura della mia bellissima amica, gli occhi umidi e
caldi, la risata roca, le belle labbra piene.
La bocca fatta per baciare e per essere baciata.
Di nuovo il rintocco della campana, un suono meraviglioso e pieno di
malinconia.
Cassie mi aveva confidato di aver richiesto l’assistenza psicologica perché
le venivano «pensieri confusi» «agitati» «pensieri su modi in cui farsi
del male.» Io l’avevo abbracciata dicendole che sarebbe andato tutto bene.
Sarebbe andato tutto bene davvero? E che cosa voleva dire bene, esattamente
?
Erano passati dodici giorni dal falso allarme a Heath Cottage. Non ce
n’erano più stati, né falsi né veri, da quella notte.
Sybil si trovava in infcrmeria o forse era tornata a casa. Mononucleosi?
Epatite? Preoccupate per la nostra amica, avevamo fatto qualche domanda
in giro, ma ci era stato solo risposto che non avrebbe più frequentato le lezioni
fino a dopo il Ringraziamento.
Il professor Harrow si era limitato ad aggrottare la fronte vedendo che
Sybil non frequentava più gli incontri del seminario. Capitava di rado che
facesse qualche commento sulle assenze delle studentesse, e noi lo interpretavamo
come un segno di tatto.
Così, quando Marisa aveva riferito che Sybil non sarebbe stata presente
fino a dopo le feste, il professore l’aveva ringraziata per l’informazione
senza aggiungere altro. Più tardi ci aveva detto: «C’è una regola d’importanza
capitale nei miei seminari: non voglio essere annoiato a morte da
voi».
Nell’amore a distanza c’è tanto spazio per l’immaginazione.
Mi chiedevo: era Dominique a pretendere l’attenzione del professor Harrow,
questo semestre? Ne era al corrente, Dorcas? Esisteva forse un triangolo
tra Dorcas, Andre Harrow, e la ventenne Dominique Landau? Poi c’era
Michelle: Michelle dalla carnagione opaca; avevo visto lo sguardo che
si erano scambiati lei e il professore. E Marisa.
Nel nostro seminario era una presenza forte anche la sua. A volte mi
sembrava persino più bella, o almeno più affascinante di Dominique. Le
due erano in competizione per ottenere i favori del professore. (Però io non
ero più così sicura di aver visto proprio Marisa, quella notte, nello studio.
Era stata la visione fugace di una sagoma femminile con i capelli color cenere,
non l’avevo vista in faccia. Le luci erano state spente in fretta, le figure
si erano allontanate subito. Per andare dove? Di sopra, in camera da letto?)
Ma adesso il professor Harrow stava passeggiando con me al limitare
del campus. Nel cielo sopra di noi le nuvole venivano trascinate dal vento,
illuminate a tratti dalla luna. Se si guardava in alto sembrava di vedere un
agitato corso d’acqua scura in cui si riflettevano brandelli di luce. Il braccio
del professore, la sua mano guantata, sfioravano il mio braccio. In un tratto
ghiacciato del sentiero scivolai e lui mi impedì di cadere. Disse: «Gillian,
sei una ragazza così minuta. Non puoi pesare più di quarantacinque chili».
Risi imbarazzata. Pensai al corpo sodo e voluttuoso di Dorcas.
«Dalle poesie che scrivi non si capisce se hai un fidanzato. O magari più
di uno? Sei riservata in maniera assurda.»
Con una risata di gola alla Dominique dissi: «Pensavo che la poesia fosse
proprio questo, professore: parole ponderate. Se non fossero ponderate
sarebbero soltanto chiacchiere».
«Ben detto, Gillian. Le tue osservazioni sono sempre molto puntuali.»
Devo aver immaginato un vago odore di vino o di whiskey nell’alito del
professore? Quell’odore muschiato del sigaretto olandese che non si disperdeva
nemmeno all’aria aperta?
Ci eravamo spinti fino al bosco, completamente soli. Da lontano arrivavano
le voci e le risate delle ragazze. Il professor Harrow parlava dei grandi
visionali modernisti: Yeats, Joyce, Lawrence. Dell’apocalittico finale
dell’Arcobaleno quando Ursula, incinta, è minacciata da un branco di magnifici
cavalli. Ciò che è puramente umano in lei viene strappato dalle bestie;
viene liberata dai suoi legami umani e l’arcobaleno le appare come
una visione di trasformazione. Mi ero profondamente commossa leggendo
quelle pagine di prosa straordinaria, avevo immaginato me stessa al posto
della protagonista pur sapendo di non avere la sua volontà feroce. Il professore
stava dicendo: «La saggezza di Lawrence, come la saggezza degli
antichi, risiede semplicemente in questo: non si può negare l’Eros. Non si
può resistere all’Eros, l’Eros colpirà come un fulmine. Le nostre difese sono
fragili, ridicole. Come case di cartongesso sotto la sferza dell’uragano.
Il trionfo consiste nella sottomissione totale. E il dio dell’Eros scorrerà attraverso
di noi, come dice Lawrence, nel “perfetto annullamento della coscienza
dei legami”.»
Il freddo mi bruciava le guance. Ero consapevole in maniera quasi dolorosa
della presenza fisica del professore. Eravamo soli, all’improvviso provai
paura e cercai di pensare: Che cosa farebbe al mio posto Dominique?
Che cosa faceva di solito quand’era con lui? Mi rendevo conto di aver attraversato
un confine incespicando dall’altra parte. Accompagnandomi così
a quest’uomo – ma avrebbe potuto trattarsi di chiunque – fuori dalla zona illuminata
del campus per inoltrarmi nell’oscurità del bosco dove soltanto la
scarsa illuminazione intermittente dei fanali ci rischiarava il cammino, mi
stavo comportando come la selvaggia e appassionata Ursula dell’Arcobaleno.
Però io non ero lei, non ero neanche Dominique, ero Gillian.
Il professore mi aveva domandato se avevo un fidanzato. O più d’uno.
I ragazzi che conoscevo erano tipi impegnati, intellettuali, amanti della
lettura come me. Più soffrivano di acne e più erano inclini all’ironia.
Quando non erano affetti da una timidezza fisica grave mancavano perlomeno
di esperienza. Ogni tanto si cimentavano in un nervoso e impacciato
corteggiamento, ma certo non potevano essere definiti “fidanzati”. In genere
parlavamo. Sapevamo troppe cose, eppure non abbastanza.
Nella mia immaginazione poi c’era sempre l’incombente Andre Harrow a
frapporsi tra me e qualsiasi ragazzo.
Non aver paura, mi spronava il professore a proposito della mia poesia.
Sii spietata!
Sii più spietata.
All’improvviso mi stava baciando: mi aveva afferrata per le braccia e
premeva la bocca, che odorava di tabacco e di qualcos’altro, contro la mia.
Non era un bacio, era soltanto una pressione, un pizzico. Un morso. Conteneva
furia e rabbia. Barcollai stordita, lo respinsi. Dove eravamo? Non
così lontani dal campus come avevo creduto, alle spalle di un magazzino
buio oltre i campi da tennis. L’uomo che più desideravo al mondo incombeva
su di me eccitato e impaziente e mi apriva la bocca a forza cercando
di infilarci la lingua, e io, presa dal panico, non trovai niente di meglio da
fare che resistergli. Ero troppo confusa per rispondere al bacio, la mia fu
una reazione animale, istintiva. Come se avessi dimenticato che quell’uomo
che finalmente mi toccava era Andre Harrow…
Mentre stavo per perdere i sensi il professore mi sostenne bruscamente
per un braccio. «Gillian? Ehi, stavo solo scherzando.»
Era furibondo e insieme divertito. Era abbastanza esperto del mondo per
trovare la situazione comica. Mi afferrò per un gomito e mi guidò di nuovo
verso il campus. Adesso aveva un atteggiamento protettivo; sbrigativo,
persino brusco. Avrebbe fornito la narrazione, l’interpretazione di ciò che
era accaduto, così come controllava ogni informazione nelle sue lezioni,
nei seminari.
«Si è trattato di uno spiacevole malinteso, Gillian. Tutto qui.»
Come se invece di baciarmi mi avesse dato uno schiaffo.

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Suhair Sibai (13)

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11- La dipartita
Novembre 1975

Scoprimmo che Sybil non sarebbe ritornata nemmeno dopo il Ringraziamento.
La domenica sera provammo a telefonarle: eravamo in cinque,
intenzionate a salutarla a turno. Soprattutto volevamo dirle che nel dormitorio
e nel seminario di poesia sentivamo la sua mancanza.
Le avremmo detto che mancava anche al professor Harrow.
Benché in realtà lui non avesse mai pronunciato nemmeno una parola
sul suo conto. Benché avesse tolto l’undicesima sedia dal tavolo del seminario,
collocandola in un angolo dell’aula. Poi le altre sedie erano state allargate
in modo che nessuno avrebbe potuto capire che mancava una studentessa.
Fu la madre di Sybil a rispondere al telefono. Vivevano alla periferia
di Providence, Rodhe Island; tra noi soltanto Cassie era stata a casa
loro. La signora Merchant ci disse subito che la figlia non poteva venire al
telefono, chi chiamava, comunque? Il fatto che la madre parlasse in sua
vece, proteggendola, faceva sembrare Sybil molto giovane. «Ci manca.
Noi… sentiamo molto la sua mancanza. Sta bene?» La domanda era sbagliata.
Sapevamo che qualcosa non andava. La signora Merchant rispose in
fretta che sì, la figlia stava bene, si stava riprendendo, però si stancava in
fretta e in quel momento non poteva venire al telefono. Aveva una voce
acuta, nasale, sembrava che si sforzasse di essere cortese, ma come se sotto
sotto ce l’avesse con noi. Avremmo voluto lasciare un messaggio per Sybil
però ci interruppe: «Scrivetele, per favore. Non telefonate più, scusatemi,
adesso devo andare».
Che cos’era successo a Sybil, perché si comportavano tutti come se fosse
un segreto? A Heath Cottage nessuno sembrava sapere la verità anche se,
ovviamente, avevamo alcune teorie.
Una notte, quando si udirono i rintocchi delle undici, Cassie cominciò a
tremare. «La campana! Sybil diceva che la spaventava, che di notte era
bellissima e triste. Come se le ricordasse… » Fece una pausa per delicatezza,
cercando la parola giusta. Non voleva usare un termine grossolano.
Morte, morire. Suicidio?
Provai un’improvvisa paura. Chiesi: «Sybil ha cercato di uccidersi?».
L’espressione di Cassie si chiuse. «Mi dispiace, Gillian» disse rigidamente.
«Non posso tradire le sue confidenze nemmeno con te.»
(Rimasi sveglia nel letto a cercare di decifrare il significato delle sue parole,
a chiedermi perché “nemmeno con te”. Voleva dire che Cassie non
avrebbe tradito l’amica Sybil nemmeno con me che ero un’amica più intima
di Sybil stessa, oppure significava che non avrebbe tradito Sybil con
me che somigliavo tanto a Sybil? E se era vera la seconda ipotesi, in che
modo le somigliavo?)
La madre di Sybil e una sorella più grande, sposata, arrivarono in macchina
da Providence per prendere tutte le sue cose e svuotare la stanza. Rimasi
stupita: la signora Merchant aveva più o meno l’età di mia madre, circa
cinquant’anni, ma sembrava una donna sfinita. Forse era stato il dolore a
farla invecchiare. Con noi fu cortese, di poche parole. Quando le domandammo
come stava la figlia disse: «Bene. Sta bene». Mi presentai e mi offrii
di impacchettare gli effetti personali di Sybil. Vidi la signora Merchant
e la figlia maggiore esitare, guardandosi. Poi la madre disse: «È gentile da
parte tua…».
Sembrava stordita, aveva già dimenticato il mio nome.
Fui incaricata di imballare i libri e le carte. Di svuotare i cassetti della
scrivania. Avevo una certa predisposizione per l’ordine, per l’archiviazione,
perciò l’accordo era soddisfacente per entrambe le parti. Speravo di poter
scoprire qualche poesia, o magari un diario, qualcosa che non aveva mai
mostrato durante le lezioni, però doveva aver portato tutto con sé, oppure
l’aveva distrutto, perché non trovai niente. In fondo a un cassetto in cui erano
gettati alla rinfusa fogli di appunti di geologia, Introduzione all’antropologia
e Tedesco II, scovai una polaroid di Sybil davanti alla scultura lignea
di una femmina primitiva. Uno dei totem di Dorcas! Un totem che riconoscevo,
esposto nella mostra della primavera precedente. Sybil era in
posa con le mani sui fianchi proprio come la statua; come la statua teneva
la testa gettata all’indietro. Si era messa in posa per gioco: sembrava ubriaca,
o drogata. I capelli scuri e disordinati erano corti, il che voleva dire che
la polaroid era stata scattata all’inizio del semestre; l’anno prima Sybil li
portava ancora lunghi. Era una ragazza pallida e graziosa, con un’espressione
un po’ petulante sulle labbra arricciate come sempre pronte a un bacio.
La fotografia non rendeva onore alla sua bellezza perché il flash le aveva
fatto chiudere le palpebre al momento sbagliato. Indossava una delle
sue leggere gonne indiane, apparentemente senza niente sotto: in mezzo alle
gambe si intravedeva l’ombra scura del pube. Anche la blusa era fatta di
una stoffa trasparente. Aveva il seno prosperoso, con i capezzoli scuri come
occhi. Infilai furtiva la polaroid in una tasca, l’avrei studiata meglio in
privato, più e più volte.
Doveva essere stata scattata nello studio di Dorcas. Mi chiesi chi l’avesse
scattata.

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Suhair Sibai (5)

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12- “Esemplari anatomici”
Novembre 1975

Non abbiate paura: scavate nella vostra anima.
Andate più a fondo!
Non potete andare più a fondo?
Dovete essere spietate. Spietate.
Però io non ne ero capace. Unica, tra le studentesse del professor Harrow,
sembravo incapace di seguire le sue indicazioni.
Perché adesso tenevamo un diario, e all’inizio di ciascun seminario ne
leggevamo degli estratti.
Il professore aveva perso la pazienza con i nostri tentativi di poetare.
Come un padre deluso dai figli, tuttavia ancora emotivamente legato a loro,
incapace di rassegnarsi, il professore insisteva perché tenessimo un diario
“intimo, onesto”, un diario che fosse una fase preparatoria alla scrittura
poetica. Non voleva “bugie, sotterfugi, cazzate da ‘brava ragazza’.” Dovevamo
registrare sogni, fantasie, speranze e visioni; analizzare i nostri rapporti
con i genitori, i fratelli, gli amici, gli amanti; esaminare le nostre vite
dal punto di vista emotivo, fisico e sessuale come se fossimo esemplari anatomici.
Se volevamo diventare scrittrici dovevano guardare al mondo
con apertura e occhi sempre critici.
In particolar modo il professore ci metteva in guardia contro i pericoli
dell’autocensura, dell’autocastrazione.
Dominique chiese con impudenza: «Andre… tecnicamente parlando le
donne possono essere castrate?».
«Mia cara ragazza, voi siete castrate dalla nascita e per capovolgere quest’infelice
stato di cose dovete lottare.»
Noi scoppiammo a ridere a crepapelle, ma il professore non accennò
nemmeno a un sorriso.
Dalla sera dell'”equivoco” mi ritrovai isolata. La mia fragile barchetta
era scaraventata qua e là sulle onde. Durante le lezioni il professore mi riservava
una gelida freddezza, se mi sorrideva il suo sorriso era ironico.
Non mi prendeva più in giro chiamandomi “Filomela,” non mi chiamava
nemmeno “Gillian.” Non si rivolgeva mai a me per chiedere la mia opinione
su qualcosa. Io ero abbastanza ingenua da pensare che si fosse pentito
di quel che era successo, come me n’ero pentita io; non vedevo che in realtà
era furibondo con me e che il suo furore doveva essere placato. Si comportava
come un padre che, negando a una bambina il suo amore, produce
risultati devastanti.
Pensavo a Sybil ascoltando la campana battere il quarto, la mezza, durante
la notte. Mi chiedevo quante studentesse fossero in ascolto di quel
suono malinconico e rassicurante che diceva: C’è una via d’uscita, lo sai.
Mi chiedevo con quale metodo Sybil avesse cercato di suicidarsi. Se avesse
provato a tagliarsi le vene lo avremmo saputo. Un’overdose? Mi
sforzai di rievocare le circostanze della sua partenza da Heath Cottage, l’ultima
volta che l’avevo vista, ma non ci riuscii.
Andre Harrow doveva saperlo, Dorcas doveva saperlo.
Strano come durante il seminario le mie amiche avessero notato il mutato
atteggiamento del professor Harrow nei miei confronti, da un giorno all’altro,
senza per questo dire nemmeno una parola. Lui mi ignorava quasi
tutto il tempo e quando proprio non poteva fare a meno di parlarmi le sue
parole di lode suonavano vagamente beffarde: «Molto ben fatto. Una poesia
che sembra un puzzle, vero?».
Le altre, avvertendo la mia vulnerabilità, partivano all’attacco. Per mesi
avevano nutrito gelosia e risentimento nei miei confronti. Sonetti, sestine!
Complesse rime baciate! Rimasi scioccata e ferita vedendo Penelope, che
si era sempre dichiarata un’ammiratrice del mio lavoro, parlarne con disprezzo.
«Una poesia non dovrebbe essere come un puzzle, vero? Una poesia
dovrebbe cantare.» Ostentando un atteggiamento reticente, Dominique
disse che trovava “superbo” il modo in cui Gillian faceva rimare le parole
più strane – «Si impara sempre qualcosa dalle sue poesie, questo è certo,
andando a cercare le parole nel dizionario» – e aggiunse: «Devo anche
dire però: chi se ne frega?». Marisa scuoteva i morbidi ricci rabbuiandosi
come se le ci volesse troppo coraggio per risolvere quei rompicapo che erano
le mie poesie. C’era la maleodorante Catherine, e Robin… io, umiliata,
ascoltavo in silenzio provando un gran desiderio di scappare di corsa dall’aula,
ma decisa a non dar loro questa soddisfazione.
Che cosa mi importava dell’opinione delle ragazze? A me interessava
soltanto quella di Andre Harrow perché lo amavo ancora.
«”Un diario è una scure che rompe il ghiaccio per arrivare al mare che si
agita sotto”» – così il professore parafrasava Kafka. «Ma dev’essere sincero,
spietato.» Tenere il diario diventò un’ossessione. Alcune di noi cominciarono
a trascurare gli altri corsi; il seminario di poesia durava più
delle due ore previste, a volte più di tre ore, al termine delle quali eravamo
esauste; ci si incontrava il martedì e il venerdì, e le nostre vite cominciarono
a ruotare intorno a quegli appuntamenti. Nell’aula regnava un’atmosfera
tesa, inquieta. Nessuno sapeva ascoltarci con l’attenzione con cui ci ascoltava
il professor Harrow. Alcune di noi leggevano con voci roboanti,
drammatiche, altre sottovoce, timidamente. A volte lui interrompeva con
un’esclamazione: «Bellissimo» oppure «Rileggilo, per favore. Daccapo».
Spesso era deluso, come diceva in modo inelegante: “scoglionato”. Picchiava
con forza un pugno sul tavolo del seminario scuotendo le tazze di
plastica del caffè e le penne, come se fosse stato insultato personalmente.
Il fatto che un uomo adulto, un insegnante, tenesse tanto alla qualità del
lavoro delle sue studentesse… più che insolito e preoccupante a noi sembrava
fantastico.
Oppure, benché insolito e preoccupante, pur sempre fantastico.
Se non mi puoi amare, tieni almeno a me.
Almeno non mi ignorare…
Qualcuna trasse grande ispirazione dal nuovo compito, e cominciò a lavorare
meglio di prima. Perlomeno così la pensava il professore. Dominique,
Penelope e Marisa si rivelarono ben presto rivali. Le loro poesie erano
informi, dilettantesche, ma le pagine dei diari che portavano in classe erano
spesso affascinanti. Avevano obbedito alla lettera al divieto di autocensura
e candidamente raccontavano i loro più intimi segreti. Molta attenzione
era posta sull’infanzia, sui ricordi più traumatici e umilianti; le prime
esperienze sessuali, le ansie. Descrivevano i loro corpi, ciò che apprezzavano
e ciò che odiavano, descrivevano i corpi di altri: genitori, fidanzati, in
dettagli espliciti. Riportavano fantasie e atti sessuali spaventosi e violenti.
Facevano a gara nel descrivere le mestruazioni. Dominique eccelleva nei
voli pindarico-psichedelici. (Quei fine settimana a Darmouth e Williams…)
Rimanemmo di stucco nell’apprendere che era, come diceva lei, di origine
“nera”: siccome la famiglia di sua madre era originaria delle Barbados, aveva
sangue misto e si considerava “una nera con la pelle chiara” che
“sballava” all’idea di scoparsi i ragazzi bianchi. «Voglio dire, cioè, mi
manda veramente su di giri, come se pensassi: ma questo qua lo sa chi sono
io veramente?» Era stata informata da poco dell’imminente divorzio dei
genitori, e l’aveva presa come una buona notizia perché suo padre era un
alcolista violento con i familiari; quando lei aveva sei anni le aveva spaccato
un timpano, sua madre era finita al pronto soccorso più di una volta.
Era un pezzo grosso, un avvocato importante con tendenze sadiche. In alcune
poesie scritte secondo la tecnica del flusso di coscienza ininterrotto
Dominique accennava a violenze sessuali…
Il professor Harrow era colpito. Se fino ad allora aveva apprezzato Dominique,
adesso la stimava apertamente. «Questo è materiale da incubo,
quindi materiale di un’arte potenzialmente grande.»
Anche Penelope aveva avuto un’infanzia difficile. Suo padre beveva e la
madre aveva cercato più volte di uccidersi – anche se la cosa veniva sempre
messa a tacere – «”Non succedono pasticci a Cincinnati” dice mia nonna.
» Penelope era stata costretta a frequentare scuole private dove c’erano
soltanto ricche debuttanti, ma un giorno tornando a casa aveva scoperto la
madre nuda sul pavimento del bagno, priva di sensi, in un lago di sangue,
le vene tagliate… «Avevo quindici anni. Non era la prima volta. Rimasi a
guardarla pensando: devo chiamare l’ambulanza o chiudere la porta e fare
finta di non aver visto niente?» Penelope lesse il suo diario con una voce
tremula, eccitata. Eravamo tutte affascinate da lei: una ragazza buffa con
un’aria dolce e gentile, una buona media in quasi tutte le materie e una pelle
chiara e delicata che si arrossava quand’era nervosa (adesso lo era e la
fronte sembrava ustionata). Eravamo state molto amiche durante il primo
anno, avevo sempre ammirato il suo buon senso e la sua affidabilità. Adesso
stava dicendo: «Presi la mia decisione: chiamai il 911. Naturalmente!
Mia madre mi stava manipolando come un burattino. Sono un burattino
nelle mani di altri». Alzò lo sguardo e si rese conto che la stavamo fissando;
i suoi occhi azzurri e infantili erano pieni di lacrime virtuose. «Se sono
un burattino intendo scegliere personalmente il mio burattinaio. D’ora in
avanti.»
Le tremava il labbro inferiore. Capivo che moriva dalla voglia di guardare
Andre Harrow, in fondo al tavolo, che la stava fissando con avidità. Riuscì
a resistere.
Il professore disse: «Ben fatto, Penelope! Materiale potente. Come il mito
greco. Questo vuol dire essere spietate!».
Tuttavia nel giro di cinque o sei incontri fu Marisa a emergere come la
stella del seminario. Leggendo il diario fumava, con un atteggiamento
drammatico e pieno d’arie; aveva preso lezioni di danza fin dall’età di quattro
anni e a volte, mentre leggeva o recitava qualche brano, si alzava dalla
sedia muovendosi in giro per l’aula con aria sognante. Teneva inchiodata la
nostra attenzione: una ragazza fragile come una bambola con una grande
chioma di capelli biondo cenere e una bellissima faccia a forma di cuore
che dimostrava quattordici anni, non venti. Spesso portava gonne leggere e
bluse anche durante il freddo inverno; le gonne erano a portafoglio, lunghe
fino alle caviglie, le bluse molto scollate mettevano in mostra la magrezza
degli ultimi mesi, come sporgevano le clavicole e i piccoli seni chiari. Marisa
sembrava aver scioccato persino il professor Harrow con la descrizione
spietata e dettagliata delle violenze sessuali subite all’età di otto anni da
parte di un cugino più grande. Poi c’era stato un “caro amico di famiglia” e
anche un “insegnante delle medie molto amato” che aveva abusato a lungo
di lei. A dodici anni Marisa aveva avuto il primo “amante liberamente
scelto” un ragazzo del liceo. Pur non sapendo che la figlia era sessualmente
attiva, la madre l’aveva obbligata a prendere la pillola “praticamente
prima” delle sue prime mestruazioni, a tredici anni. (Marisa era la figlia di
un produttore di successo della ABC e di un’ex attrice; vivevano nella Westchester
County, a pochi chilometri da casa mia. Però noi non eravamo
diventate amiche all’università.) Adesso, ci informò, era innamorata di X.
«Bene» disse in tono provocante, ravviandosi i capelli e gettando un’occhiata
al professore in fondo al tavolo, «anche di Y e Z.» Aveva incontrato
da poco Z – «un uomo più vecchio, di trentadue anni» – che viveva a Manhattan
e lavorava in una galleria d’arte; quando i suoi genitori credevano
che trascorresse il fine settimana a Yale, per esempio, lei invece era con
ogni probabilità a New York nel loft di Z «ad andare su di giri. E voglio
dire molto su di giri». Era preoccupata all’idea che Z fosse bisessuale; aveva
visto un «bellissimo giamaicano scuro, gigantesco» infilargli praticamente
le mani dentro i pantaloni a una festa… Dopo queste feste aveva dei
flash, come se le stesse esplodendo la testa. A volte una voce le sussurrava
cose cattive e maligne, cose matte come: «Datti fuoco». Il cibo le dava la
nausea, specialmente la colazione; doveva scappare via e andare a infilarsi
un dito in gola per vomitare tutto e questo sì che le faceva un bell’effetto,
come si sentiva bene, dopo…
Il professore era molto impressionato da queste esibizioni di Marisa. Era
difficile per tutte noi non provare gelosia nel vedere l’espressione sulla sua
faccia. Malgrado il fatto che Marisa avesse un’aria devastata, emaciata,
malgrado il fatto che le sue palpebre bluastre si contraessero di continuo
come per un tic. «Molto bene. Molto drammatico. Spietata fino in fondo,
Marisa.» Il professore sembrava non notare nemmeno i sintomi di malessere
fisico della nostra compagna, però era particolarmente interessato al
suo amante Z. «Le vuote categorie di “maschile” e “femminile” devono essere
distrutte. “Il futuro è l’identità bisessuale”. È la più eccitante delle
scoperte perché confonde ciò che la società vuole farci accettare come
normale, la tirannia della normalità!»
Il professore fece un gesto di disprezzo dicendo la parola “normale”.
Dopo aver ascoltato Marisa leggere una delle sue pagine di diario recitò
per noi una poesia di D.H. Lawrence che conteneva questi versi sensuali e
seduttivi:
Mi piaci, putrida,
deliziosa marcescenza.
Mi piace succhiarti fuori dalla tua pelle,
così bruna e molle e sempre più soave,
così perversa…
Sorbe, nespole dalle morte corone.
Ascolta, meravigliose sono le esperienze degli inferi,
orfico, delicato
Dioniso del Sotterraneo Mondo.
Un bacio, uno spasimo d’addio e un momentaneo orgasmo di distacco,
poi solo, lungo l’asfalto bagnato della via, fino alla prossima svolta,
e là una nuova compagna, una separazione nuova…
una nuova ebbrezza di solitudine, tra le foglie che si decompongono, gelate.
Chiusi gli occhi lottando per non piangere. Non avevo mai sentito una
poesia più bella, recitata da una voce maschile così toccante.

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