150˚anniversario della nascita. Edvard Munch – Di Silvio Lacasella

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Non una, ma quattro volte Edvard Munch ripeté quell’ “Urlo” straziante. Era sua abitudine riprendere i soggetti, lo sappiamo. Significava cercare un punto di contatto ravvicinato tra l’istinto pittorico e ciò che la sua mente, senza sosta, andava rielaborando. La sofferenza e l’ansia divennero presto le vere muse della sua arte: “Senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi”..

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Edvard Munch-
autoritratto in blu

munch- autoritratto in blu.

Aveva cinque anni quando perse la madre, quattordici quando vide morire la sorella alla fine di un prolungato periodo di sofferenze. Come non bastasse, la sorella minore, schizofrenica, si allontanerà da casa. Mentre della morte del padre, segnato in vita da un forte stato depressivo, che svilupperà in lui progressive fobie esistenziali e religiose, avrà notizia per lettera, a funerali avvenuti. Anche i polmoni del giovane Edward presto si rivelarono deboli, come quelli della madre, costringendolo a degenze ospedaliere e a ripetuti soggiorni nel sud della Francia. Nei medesimi luoghi frequentati, per altri motivi, dagli Impressionisti.

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Alla luce Munch chiede di rafforzare la propria condizione interiore. Una luce sì naturale, nordica, ma filtrata nelle stanze del pensiero. Tenerne conto significa capire la sua pittura. La differenza con l’impressionismo è sostanziale. L’individuo torna ad essere protagonista assoluto: “La mia prima rottura con l’Impressionismo avvenne durante il lavoro a ‘La bambina malata’. Io cercavo espressione (espressionismo). Avevo difficoltà a raggiungere quell’espressione e atmosfera che volevo e l’opera rimase incompiuta persino dopo una ventina di revisioni”. Anche nella rappresentazione di un paesaggio si percepisce una diversa caratterizzazione psicologica. Già si erano mossi in questa direzione Van Gogh, Gauguin e Toulouse Lautrec.
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Edvard Munch- Døden i sykevErelset, 1893

Edvard-Munch,-Døden-i-sykevErelset,-1893.

L’arte modifica il nostro modo di vedere la realtà. Forse serve proprio a questo: a fornirci una visione e una versione poetica di ciò che ci circonda. A dar forma compiuta all’inesprimibile. Munch stesso ha scritto: “Io non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto”. Era nato nel 1863 (morirà nel 1944) l’anno in cui Manet dipinse l’ “Olympia” e “Le dejeuner sur l’herbe”. Un pittore, Manet, che il giovane Munch guarderà a lungo, apprezzandone soprattutto i ritratti.

Un canto commovente, quello di Munch. Un suono talvolta lontano, notturno. Le cui note più delicate paiono prolungarsi inesauribili, sino a trovare una forma di intimo dialogo col silenzio. Senza creare stacchi o punti di frattura. Non è frequente, ma quando questo in arte avviene, si crea una melodia, fatta anche di pause e di assenze, capace di indicare un punto di congiunzione con l’infinito. Anche i pittori romantici, con spirito diverso, miravano ad ottenere questo risultato: cieli e mari che, venendo a contatto, si compenetrano vicendevolmente.
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Alcuni artisti, però, e Munch, tra tutti, è uno degli esempi più straordinari (un altro è Beethoven, tanto per dire), paiono voler raggiungere quelle impercettibili dolcezze sapendo che poi, esse, per effetto di contrasto, faranno da amplificante cassa di risonanza a sentimenti totalmente opposti. Dolcezza e violenza, nell’allontanarsi, si toccano. Ed ecco l’urlo, appunto. Un urlo irrefrenabile e violento, che nel frastuono non otterrebbe la medesima forza lacerante. Un urlo che i suoi polmoni malati non avrebbero saputo emettere, se non attraverso la pittura. In Munch, basta un minimo movimento e si riaprono improvvisamente ferite mai rimarginate. Quello che per altri è un tramonto, ai suoi occhi diviene un cielo insanguinato: “Mi fermai, mi appoggiai alla balaustra, quasi morto di stanchezza. Sopra al fiordo blu-nero vidi delle nuvole rosse come il sangue e come il fuoco. I miei amici si allontanarono e io, solo, tremante d’angoscia, presi coscienza del grande e infinito grido della natura”. L’anno è il 1893, qualche anno dopo verrà pubblicata la prima edizione de “L’interpretazione dei sogni” di Freud. Van Gogh è morto da appena tre anni e le sue ustionanti tele, così apparentemente lontane dalle cadenze timbriche dell’artista norvegese, hanno già indicato a Munch la direzione da seguire. Prima di loro Goya, Baudelaire. Dopo di loro Bacon. E poi molti altri. Oggi, quasi sicuramente troppi.
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Oslo ne celebra i centocinquant’anni dalla nascita con una vastissima esposizione, ma una costellazione di piccole e grandi altre mostre saranno presenti in Europa e in Italia (28 opere, tra dipinti e grafiche, sono ora alle pareti della Fondazione Bevilacqua La Masa sino al 28 settembre, mentre dal 4 ottobre al 2 marzo una rassegna ben più ampia sarà allestita a Palazzo Ducale a Genova). Occasione formidabile per avvicinare il nostro sguardo, come mai prima era stato possibile fare, a questo autore. Grazie a lui, alcune zone dell’animo umano ci sembrano meno buie, altre ancora più impenetrabili e nere.
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Silvio Lacasella

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RIFERIMENTI IN RETE per il 150˚anniversario dalla nascita di Edvard Munch

http://munch-museet.no/

http://nasjonalmuseet.no/en/

http://www.munch150.no/it/La-vita-di-Munch

http://www.munch150.no/it/Su-Munch-150

http://www.bevilacqualamasa.it/munch-berg

6 Comments

  1. faccio mie, delle tue osservazioni e citazioni tre affermazioni:
    -Senza paura e malattia, la mia vita sarebbe una barca senza remi (di Munch stesso)
    – L’arte modifica il nostro modo di vedere la realtà.
    – Io non dipingo ciò che vedo, ma ciò che ho visto- e di seguito a questa l’altra precisazione di Munch, relativa all’Urlo. – Mi fermai, mi appoggiai alla balaustra, quasi morto di stanchezza. Sopra al fiordo blu-nero vidi delle nuvole rosse come il sangue e come il fuoco. I miei amici si allontanarono e io, solo, tremante d’angoscia, presi coscienza del grande e infinito grido della natura-
    Infine una riflessione a proposito del “poter insegnare l’arte,” soprattutto ai giovani, il poter spiegare a ragazzini giovanissimi quali siano i luoghi che Munch vede e attraverso i quali s’incammina. Si puo’ “spiegare” la vita dentro la vita?
    fernanda f.

  2. Che bello essere letti con così grande attenzione. Dunque… non facile trovare in tasca una risposta alla tua domanda. Diciamo questo intanto: formidabili artisti si sono rivelati pessimi insegnanti. Così come non sono stati buoni insegnanti illuminati critici e studiosi. Occorrono qualità diverse. Il carisma da solo non basta. Importantissimo, infatti, è non sottrarre ai singoli caratteri la possibilità di esprimersi in necessaria autonomia. Non ci sono verità interpretative, quando si ha a che fare con gli stati d’animo.. Come detto per Munch “quello che per alcuni è un rosso tramonto, per altri è un cielo insanguinato”. Guai se non fosse così.
    Detto questo, il mio non vuole certo essere un elogio alla mediocrità, Una mediocrità oggi assai diffusa e presente anche in molte Accademie, dove si arriva non certo per chiamata, ma per punteggio e numero di figli. A mio avviso, insegnare arte (non solo il “fare arte” ma anche la “storia dell’arte”) è trasmettere e alimentare l’istintiva passione, fornendo ad essa tracce, indizi, possibili risposte. Indicando sentieri. Poi, quel che sarà, sarà. Se non son fiori, amen: appassiranno.

  3. Splendido ed illuminante il vostro dialogo, carissimi, stimolanti i motivi di riflessione che scaturiscono dall’articolo su Munch.
    Ogni intervento di Silvio Lacasella è per me motivo di gioia e di arricchimento e, in questo caso, si tratta di un ulteriore momento di riflessione sull’insegnamento che CARTESENSIBILI porta avanti da lungo tempo.

  4. Grazie per il prezioso dialogo. Mi ero persa l’articolo e leggerlo oggi, dopo aver visitato ieri la mostra di Palazzo Ducale a Genova, genera in me una molteplicità di echi e risonanze.
    “Devo dipingere gente viva, gente che respira, che soffre e ama. Sento che lo farò e che sarà facile. Bisogna che la carne prenda forma”. Chi entra in contatto profondo con l’opera di Munch, non può non riconoscere la verità di questo percorso che l’artista compie. Le sue opere respirano di questo.
    I miei bambini ieri erano con me. Osservandoli durante la mostra e ascoltandoli poi sulla via del ritorno, si è andata rafforzando in me l’ipotesi che l’arte si può insegnare solo con un “corpo a corpo”. Con le opere e laddove è possibile con gli artisti.

  5. Sì. corpo a corpo, è un bel dire quando le opere esposte seguono anch’esse percorsi e arrangiamenti, ciò nonostante ogni opera ha in sé un passaporto per raggiungerci in un luogo franco, la nostra terra di nessuno in cui s’insedia, a volte, altre invece precipita, dipende da chi si mette in ascolto di quella chiamata e di quella parola. Orribile è il fatto, però, che non siano agevolate le visite nei luoghi preposti per tutti gli studenti, in special modo quelli del percorso artistico costruendo delle agevolazioni anche per le trasferte. I costi dei viaggi sono notevoli e le famiglie, moltissime ormai,non riescono a sopportarne il carico. Ma le mostre non sono sempre nel raggio di pochi km e spostarsi appunto e poi pagare le visite costa troppo. Gli insegnanti non hanno il giusto corrisposto perché è comunque una lezione, anzi, molto di più di una normale lezione.Il nostro paese però pensa che sia innata la comprensione dell’arte e i più ignoranti in materia sono quelli che le norme le stabiliscono, purtroppo.f

    1. Ferni, hai ragione. Condivido le tue osservazioni. Sicuramente il “corpo a corpo” con l’arte non è facilitato in Italia. Penso tuttavia che qualcosa di più terribile sia stato compiuto in questi anni: la riduzione drastica del desiderio, della propensione a, dell’interesse. Lo dico con infinita tristezza. A fronte di risorse sempre più scarse a disposizione delle famiglie, molte di queste preferiscono “investirle” in beni tossici. Bambini sempre più piccoli vengono dati in pasto a smartphone, xbox, giochi elettronici di tutti i tipi, non certo poco costosi… E allora mi domando, forse anche se le mostre fossero più prossime, più accessibili, più sostenibili economicamente, forse continuerebbero comunque ad essere poco frequentate da famiglie, bambini e scolaresche… Ciò che sento sempre di più è il bisogno di alimentare “passioni resistenti” che sole possono riaccendere il desiderio, l’interesse, la curiosità per la Bellezza… di un libro, di un quadro, di un’opera d’arte. Oltre ogni alibi, anche quello della crisi, delle scellerate scelte politiche, economiche e culturali…
      Valentina

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