LETTURE ESTIVE: JOYCE CAROL OATES- BESTIE (Beasts, 2002)- Estratti quarta parte

samantha keely smith

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7- “Filomela”

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Le compagne del dormitorio mi chiamavano Filomela per prendermi in
giro. Credo che non avessero intenzioni cattive, non penso che mi odiassero.
Certo non Dominique dalla carnagione olivastra e i bellissimi occhi neri,
né Marisa con i capelli biondo cenere e i tratti delicati, né Penelope con
gli occhi azzurri dalla ciglia folte e dallo sguardo infantile che si riempivano
così facilmente di lacrime, o Sybil che si mangiava le unghie fino a far
sanguinare le dita, né Cassie di cui ero particolarmente amica, l’unica alla
quale avevo raccontato del divorzio dei miei genitori… Forse dicendo Filomela
facevano una smorfia impercettibile con la bocca, forse strascicavano
le sillabe (“Fil-ooo-meee-la”) per far suonare ridicolo quel nome
gridato nella sala mensa o all’aperto.
Dov’è Fil-ooo-meee-la?
Di sopra?
Chi se ne importa?
Così le sentivo dire. Qualche volta, non troppo spesso. Erano le mie amiche.
Mi chiudevo le orecchie con le mani e mi nascondevo in camera
mia fino a quando non se ne erano andate.
Tornai a leggere il Libro sesto. La prima volta non mi ero resa conto della
violenza della storia raccontata da Ovidio. Filomela, una vergine, viene
brutalmente stuprata dall’uomo che dovrebbe proteggerla, il cognato Tereo;
dopo averla violentata Tereo le taglia la lingua per impedirle di accusarlo.
È una scena tipicamente ovidiana, vivida e sadica, quasi cinematografica:
Il crudele re, a queste parole, è preso dall’ira, e da una paura non minore
dell’ira. Spinto dall’una e dall’altra, sguaina la spada che porta al fianco,
agguanta Filomela per i capelli, le torce le braccia dietro la schiena, e a
forza la incatena. Filomela protende la gola, che come ha visto la spada ha
subito sperato di morire. Lui le afferra con una tenaglia la lingua che protesta
e che non fa che invocare il nome del padre e che si dibatte per parlare,
e gliela mozza con la spada spietata. Guizza sul fondo la radice della
lingua; questa cade a terra e tremolando mormora sul suolo rosso cupo, e
come la coda mozzata al serpente saltella, così palpita e moribonda cerca
le orme della sua padrona…
Però la muta Filomela non è una vittima passiva. Con l’aiuto della leale
sorella attua una sanguinosa vendetta contro il suo stupratore. E alla fine
viene trasformata in un uccello che, come aveva detto in tono di approvazione
il professore, ha uno spruzzo di sangue sulle piume.
Un lieto fine, dunque.
O no?

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Samantha Keely Smith.3

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8- Brierly Lane
Ottobre 1975

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Tu quale saresti? aveva chiesto Dorcas, intendendo: quale delle studentesse
di Andre? Non avevo avuto altra scelta che dirle come mi chiamavo.
Dal giorno dell’incontro all’ufficio postale di Catamount non l’avevo più
seguita. Sapevo che mi avrebbe individuata e riconosciuta, magari salutata
con un cenno. Forse con una risata.
Mi guardai nello specchio del comò. Senza camicia, con i piccoli seni
sodi color della cera. Guardai la mia faccia che sembrava una maschera.
Quando frequentavo il liceo mia madre mi sgridava perché diversamente
dalle altre non mi sforzavo di essere graziosa. Avrei potuto sorridere di
più, immagino, impiastricciarmi la bocca con il rossetto.
Sognante afferrai la folta massa di capelli ondulati e la sollevai per poi
lasciarla scivolare lentamente tra le dita. Risentivo nelle orecchie il tono di
approvazione di Dorcas.
Très belle!
Feci qualche indagine sul suo conto. Scoprii che di tanto in tanto si incapricciava
di una ragazza e incoraggiava il marito a invitarla a casa per
qualche serata a base di squisite cenette, vino e conversazioni intense che
duravano fino all’alba.
A volte una ragazza particolarmente fortunata diventava assistente di
studio. A volte, anche se molto di rado, una studentessa veniva invitata a
viaggiare con loro in Europa, dove trascorrevano quasi tutta l’estate.
Si diceva che se venivi prescelta in quel modo dagli Harrow, facevi meglio
a non vantartene, a non parlarne nemmeno con le amiche più care. Altrimenti
non saresti più stata invitata. Si diceva che…
«No. La gente è soltanto gelosa. Vedi, non vengono invitate, sentono i
pettegolezzi ma non hanno nessuna idea della verità. Così inventano.»
Questo mi aveva detto Dominique in tono di derisione. Da qualche tempo
ogni volta che parlava di Andre Harrow assumeva un tono combattivo.
Sembrava soprattutto risentita con me.
Le dissi che il professore aveva criticato severamente le mie poesie. Sapevo
che l’avrebbe meglio disposta nei miei confronti e infatti ne fu rabbonita.
Le chiesi se conoscesse qualcuno che fosse stato invitato dagli Harrow e
lei rispose in fretta: «No. Non conosco nessuno».
Le domandai se lei fosse mai stata invitata. Rise, e accese l’ennesima sigaretta.
«Assolutamente no. Mai.»
Sottolineai che del resto se anche fosse stata invitata non me l’avrebbe
detto, vero? Avevo parlato in tono ansioso, per niente accusatorio. Dominique
mi fece una carezza sui capelli che si prolungò su una spalla; mi
strinse un polso in un gesto che mi ricordò dolorosamente Andre Harrow.
Aveva gli occhi arrossati per mancanza di sonno e troppa caffeina; Dominique
era una studentessa dalla media altissima, di quelle che rimandano
sempre il lavoro alla fine del semestre, quando si trovava oberata di compiti,
agitata. Aveva la pelle molto calda, come se fosse febbricitante. «Perché
lo vuoi sapere, Filomela? È forse faccenda che ti riguardi?»
Però rise, mentre lo diceva, come per sottolineare che stava solo scherzando.
In effetti, secondo Sybil, Dominique era stata vista percorrere più di una
volta Brierly Lane dopo il crepuscolo. Era stata vista a Great Barrington
nell’automobile del professor Harrow. E alla stazione, mentre aspettava
Dorcas e Andre sul treno da New York. Quando il poeta John Berryman
venne a fare una lettura al Catamount, Dominique fu invitata dal professor
Harrow alla festa che si tenne la sera nella loro casa insieme a poche altre
studentesse.
Sul retro della vecchia casa colonica c’era una struttura straordinariamente
moderna, uno studio fatto quasi interamente di vetro: era lì che lavorava
la scultrice Dorcas.
Conoscevo bene la strada fino al 99 di Brierly Lane benché non vi fossi
mai stata invitata. Conoscevo il modo di arrivarci da dietro, di soppiatto.
Molte case della facoltà erano mantenute con un ordine scrupoloso, quasi
maniacale, direi, ma non quella di Dorcas e Andre Harrow. Si capiva
che gli abitanti del numero 99 erano indifferenti alle apparenze, perché la
loro casa aveva bisogno di una mano d’intonaco, di riparazioni al tetto. Nel
giardino crescevano ginepri, betulle e arbusti di specie diverse.
Conoscevo meglio la strada da dietro, quella che attraversava i boschi al
limitare del campus. Mi avvicinai da quella via come una sonnambula e
rimasi sotto la pioggia nell’oscurità dei pini, tremando… Era tardi. La luna
scintillante era parzialmente nascosta dalle nubi. Mi battevano i denti. Protetta
dal buio della foresta, credevo di essere invisibile agli abitanti della
casa.
Non avevo programmato di andare lì, qualcosa mi aveva attirata.
Qualcosa, qualcuno… Très belle.
Ero a pochi metri da loro. Nello studio di Dorcas vedevo una grande
quantità di sculture alte, massicce, e sullo sfondo una figura che si muoveva.
Dorcas lavorava fino a tardi, con entrambe le mani faceva gesti ripetitivi
e sognanti, come se strofinasse o sabbiasse una vasta superficie. Dal
punto dov’ero accovacciata non riuscivo a vedere com’era vestita, non vedevo
la sua faccia. Potevo soltanto immaginarla.
Tu quale saresti?
Gillian… mi chiamo Gillian.
Gillian! Dorcas aveva sorriso. Negli occhi le era brillata una luce strana,
quasi di scherno. Bel nome, così indépendant. Giusto? Sei una ragazza indipendente?
Sì. Penso di sì.
Aveva riso un’altra volta dandomi una stretta al braccio e si era allontanata.
Dorcas: un nome greco che significa “ragazza dagli occhi scuri”.
Ero stata attirata verso la casa. Avevo le gambe bagnate fino alle cosce e
adesso il cuore mi batteva meno forte. Come se dopo aver nuotato a lungo
controcorrente ora mi stessi facendo trascinare pigramente verso riva. Avevo
fatto qualche domanda furtiva sul conto di Dorcas con la scusa (solo
che non era una scusa) di essere un’ammiratrice delle sue sculture e di sperare
di diventare sua assistente, un giorno o l’altro. Avevo appreso che gli
Harrow si erano sposati a Parigi nel 1961; che la madre di lei era americana
e il padre un miscuglio di francese, ungherese, greco.
Avevo saputo che Dorcas era divorziata, che aveva qualche anno più di
lui. Sembrava che dal primo matrimonio avesse avuto un figlio che ora viveva
in Europa.
Dorcas e Andre Harrow insieme non avevano figli.
Il professore parlava di D.H. Lawrence come del grande profeta del ventesimo
secolo. Il dio di Lawrence era il dio della sensazione fisica immediata,
un dio che annienta tutti gli altri. Lawrence vedeva il “fatiscente edificio”
della moralità borghese/capitalista. Dov’è il passato? Dov’è il futuro?
Cosa esiste per noi eccetto il momento presente?
Noi, le studentesse del professor Harrow, non avevamo gli strumenti per
confutare questa tesi.
Credevamo o volevamo credere che fosse fondata.
All’improvviso vidi – cos’era? – un’altra persona, nello studio. Andre?
Ebbi un tuffo al cuore: mi sembrava di riconoscerne i capelli, la barba, il
passo obliquo e l’aria un po’ ambigua, come se guardasse sempre di sottecchi.
Mentre l’osservavo vidi che non stava entrando da solo, c’era un’altra
figura accanto a lui: una ragazza o una giovane donna. L’uomo era decisamente
Andre Harrow, la ragazza aveva i capelli biondo cenere.
Marisa?
La gelosia aveva il sapore della bile. Li vidi muoversi insieme nella
stanza, tutti e tre, come figure sott’acqua. Come se una luce fosse stata abbassata,
una decisione presa. Quando alzai di nuovo lo sguardo lo studio
era immerso nell’oscurità. Non si vedeva più niente.
Dov’erano andati? (Di sopra?)
C’era una sola stanza illuminata al primo piano.
All’improvviso mi sentii molto stanca; mi faceva male la testa, affollata
di impressioni intense e scintillanti che sembravano onde sollevate da un
violento corso d’acqua. Allunghi le mani, cerchi di rallentarne il movimento
con le dita… ma non puoi.

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samantha keely smith

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9- Falso allarme
Ottobre 1975

Non quella notte, ma la notte successiva, fummo svegliate da una sirena
assordante. Quelle di noi che dormivano già si svegliarono di soprassalto.
Io ero sfinita e dormivo pesantemente… Dominique mi aveva dato due delle
sue pillole di barbiturici: “la calma” come le chiamava affettuosamente.
«Perché certe volte l’unica cosa che vuoi è essere riportata alla calma, a
una grande, infinita quiete. E queste funzionano benissimo, Jill-y.»
Jill-y! Dominique non mi aveva mai chiamato in quel modo.
Poi, più o meno alle quattro di notte, nel dormitorio di Heath Cottage
partì l’allarme. Dal pianterreno, nel corridoio dietro le cassette della posta.
Era la prima volta che scattava un allarme da noi e lì per lì non ci rendemmo
conto che era falso. Come avremmo potuto? Ci alzammo barcollando
dal letto, stordite e spaventate, annaspando in cerca di un cappotto, degli
stivali… talmente spaventate che ci battevano i denti, e tremavamo in modo
convulso ancora prima di imboccare le scale per uscire nel freddo della
notte.
Cassandra! Penelope! Dominique! Gillian!
La sorvegliante stava facendo l’appello.
Cathy, Joan, Marisa… dov’è Marisa?
Ci abbracciavamo l’una con l’altra barcollando come ubriache. Dominique,
che era la più originale tra noi, quella con più personalità, non si era
spogliata per andare a letto e aveva gli occhi spalancati, uno sguardo spiritato.
La faccia di Cassie era coperta da uno strato di crema biancastra per
la pelle che puzzava come lisoformio. Penelope piangeva e rideva contemporaneamente
senza riuscire a smettere.
«Cazzo… è ridicolo. Non c’è nessun incendio.»
«Come fai a saperlo?»
«Non si sente l’odore, per la miseria. Se qualcosa brucia, puzza.»
Infatti quando il camion dei pompieri arrivò a sirene spiegate i volontari
scoprirono di malumore che non c’era nessun fuoco da spegnere.
Erano piuttosto giovani, con le barbe lunghe, e ci fissavano come se fossimo
nude. Soltanto il capo era di mezz’età, un uomo alto e calvo con una
voce che sembrava amplificata dal megafono. Era anche prepotente, rozzo.
Parlottò con un agente di sicurezza, Jonah, un nero dalla pelle piuttosto
chiara che conoscevamo e ci piaceva. A quel punto cominciò a piovere.
Benché fosse stato subito annunciato che non c’era nessun incendio, sulla
strada che portava al dormitorio si era radunata una piccola folla. Mi
chiesi se anche Dorcas e il professor Harrow fossero stati svegliati dal
trambusto, nella loro casa di Brierly Lane a quasi un chilometro di distanza.
Me lo auguravo.
E se con loro c’era qualcun’altra, mi auguravo che fosse stata svegliata
anche lei.
I pompieri se ne stavano andando. Le ragazze scambiarono pochi sorrisi.
Sapevamo, non so come, che erano tutti sposati; uomini del posto che si
erano sposati presto e avevano subito fatto dei figli. Dominique aveva
scroccato una sigaretta da uno di loro e adesso fumava sotto la pioggia.
Disse: «Strano. Mi piacerebbe ballare! Chi ha voglia di andare a letto, adesso?».
«Sì. Quasi quasi ci si sente deluse, senza incendio.»
«Ma siete ammattite? Preferireste un incendio vero?!»
«No. Però… »
Marisa era di cattivo umore, con la faccia gonfia, risvegliata così bruscamente
dal sonno. Ci aveva raggiunte rabbrividendo nella giacca di
montone che le aveva regalato il fidanzato, studente a Dartmouth.
«E ingiusto. Alle dieci ho un esame di biologia. Se succede ancora una
volta me ne vado da questa università di merda.»
«Marisa, dov’eri?»
«Come dov’ero? Dov’eravate voi, piuttosto?»
L’indomani fummo interrogate a una a una dal rettore e dal responsabile
della sicurezza del campus. Eravamo soltanto in dodici residenti a Heath
Cottage, il dormitorio più piccolo in cui fosse scattato un falso allarme, e
perciò ci si aspettava ragionevolmente di poter individuare la colpevole.
Magari si trattava di una ragazza con qualche problema psichico, che avrebbe
confessato impulsivamente.
Credo di non essere mai stata tra le sospettate. La sorvegliante mi aveva
visto scendere le scale completamente stonata, pallida per lo shock e per il
sonno pesante indotto dai barbiturici.
Cassie, che a settembre aveva richiesto l’assistenza psicologica, si lamentò
con amarezza di aver dovuto subire un interrogatorio speciale, più
lungo. Eravamo furibonde per lei, indignate dall’ingiustizia! L’università
insisteva sempre perché le studentesse più nervose “chiedessero aiuto”, se
avevano qualche problema, eppoi quando lo facevano venivano sospettate
di comportamenti devianti.
Io non commetterò mai questo errore, pensai. Io no!
L’indomani mi sentivo come uno zombie. Avevo la gola secca e continuavo
a deglutire convulsamente. Anche gli occhi erano asciutti, senza lacrime
e durante le lezioni mi appisolavo davanti ai professori. Continuavo
a pensare che lo avrei detto a Dominique: mai più calma.
Più tardi (come altre ragazze del Catamount Dominique aveva una provvista
di pillole per ogni occasione) mi offrì una bennie – benzedrina – per
risollevarmi lo spirito. Le risposi con fermezza: No grazie! Volevo affrontare
la cosiddetta realtà a occhi aperti.
Ne ho fatto un principio guida per tutta la vita e a volte mi domando se
sia stata una decisione saggia.
La colpevole non venne mai trovata tra le studentesse di Heath Cottage.
O era un’abile bugiarda, oppure non viveva nel dormitorio, dopotutto. Nessuno
confessò impulsivamente; la nostra sorvegliante, una donna che aveva
pochi anni più di noi, avanzò l’ipotesi che nel dormitorio si fosse introdotta
di soppiatto una studentessa esterna, rimanendo nascosta per ore e
che, dopo aver fatto scattare l’allarme, fosse fuggita. C’era sempre un sacco
di gente che andava e veniva: amiche in visita, ragazzi da Amherst, Williams,
U. Mass. Il portone non veniva mai chiuso prima di mezzanotte,
qualche volta restava aperto fin dopo l’una. Ci sgridavano sempre per la
poca attenzione che facevamo alla sicurezza…
Esasperata dissi: «Non credete che sarebbe un sollievo se una di noi fosse
presa o se confessasse spontaneamente? ».
Dal modo in cui mi guardarono capii d’aver detto qualcosa di molto sbagliato,
qualcosa che nessuna di loro avrebbe mai voluto dire.

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