La vergogna della povertà. Una lettura di Stig Dagerman – Nadia Agustoni

                                                                                                           tiziana pieleret

tiziana pieleret

.

“Invece di rubare a noi stessi le nostre parole, bisognerebbe seguirle fino all’opera che fondano nella nostra solitudine, fino all’opera che compiono nel rendere questa solitudine infinita – nella demenza che si accoglie senza perdersi, sposandone solo il tratto che muta il nostro spirito per una sola idea, ma che fu la nostra immagine…”

Joë Bousquet, Il silenzio impossibile


Raccontare la povertà richiede un plurale. Bisogna capirla come umiliazione, vergogna, perdita di sé e paura. L’elenco potrebbe allungarsi, ma non è di elenchi che abbiamo bisogno, è importante invece collegare tutto questo al senso di colpa. La povertà la si vive interiormente come oppressione, è semenza, cresce, e come ogni oppressione ha bisogno di colpe reali o immaginarie. Inoltre nel suo farsi condizione è una diminuzione di umanità rispecchiata dai continui riferimenti a qualcosa che manca. Dare nome alla mancanza è entrare in una zona oscura, in cui chi ha la parola e nomina, spesso non sa niente di quello di cui parla o lo sa in modo approssimativo. L’approssimazione è quando si cerca di immaginare, senza riuscirci. Attualmente il settanta per cento dei poveri nel mondo sono donne e bambine, ma quasi sempre chi parla di povertà, sembra soffrire di amnesia o evita un punto difficile, ed è arduo far notare che nominare la questione come se riguardasse solo gli uomini è una mancanza di realtà. La cosa difficile è rendere la complessità di chi vive la povertà, perché spesso, non sempre, sembra che la mancanza di opportunità di chi soffre il disagio economico, sia una mancanza interiore, un deficit di intelligenza, o un’incapacità. Così la condizione agisce a livello profondo proprio su chi la osserva, e magari vorrebbe aiutare, ma non sa percepire la complessità interiore e la singolarità degli osservati e nemmeno che il proprio sguardo non è neutrale.

CONTINUA QUI: http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article1241

3 Comments

  1. lo spunto è ottimo, la povertà cade in quel cono d’ombra culturalmente e socialmente “appestato” insieme alla malattia e all’idea che esista una morte a toglierci le fantasie.
    particolarmente gravosa, oserei dire, la condizione di chi è nuovo povero, l’organismo bio-sociale ci mette un tempo infinito a ricalibrarsi, il più delle volte non si riprende mai.

  2. la povertà è povertà dello spirito, non accetto la dizione beati i poveri di spirito se non perché si fanno ogni volta poveri per accedere a quanto la vita offre in continuo, ma non come presupposto che crea accettazione di miseria e addirittura una ideologia che falsifica quanto è responsabilità tutta e solamente umana: la miseria indotta dall’azione di una economia che economia è solo nello svuotare il suo stesso nome. Eco signfica che in molti suona lo stesso nome,le medesime necessità.Le caste, le famiglie, i clan, le dinaste,solo fasficazioni di gerarchie che non esistono ma è su questo che si erige il mondo, su un piede che è fatto di uomini e donne, di gente di ogni età su cui si ripercuote sempre sul più debole la riscossione del peso della propria fragilità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.