TELEGRAMMA- Mittente Carl Gustav Jung

samantha keely smith

Samantha Keely Smith.5

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Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri.

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Carl Gustav Jung


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11 Comments

  1. Infatti la conoscenza è la base di tutto. Il fatto è che è cosa faticosa e si preferisce usare e manipolare a proprio vantaggio le paure altrui per ignorare le proprie.

  2. penso che sia stata questa la storia su cui l’uomo si è mosso, senza davvero promuovere se stesso. eppure sia al songolare di ogni vita sia nel collettivo quante le lezioni che si sarebbero dovute e potute maturare

  3. anche, certamente, ma non è facile per chi non ha attraversato certe paure farle davvero proprie per capirle in sé.Tu Margherita, le vivi tutti i giorni e le senti dirette, dentro di te ma sono molti, troppi quelli che nemmeno immaginano.

    1. è sempre così, senza sperimentare di persona non c’è esperienza altrui che tenga. Credo sia questo il messaggio di Jung. Come comprendere il dolore altrui se non ne abbiamo provato prima il morso?

  4. La conoscenza di sé, anche nei lati d’ombra, è l’unico modo per sottrarsi a quel meccanismo automatico con il quale proiettiamo noi stessi sugli altri, o per giudicarli o per forzarli a ciò che noi riteniamo giusto: la conoscenza di sé è l’unico strumento per uscire dalle dinamiche di potere e di sopraffazione e per sperare di poter costruire un’autentica relazione con l’altro. Questo appartiene profondamente al pensiero junghiano, alla sua grandezza, ancora troppo spesso misconosciuta.

    1. Amo moltissimo Jung e la lettura delle sue opere, la sua apertura mentale, rara per un occidentale, mi hanno insegnato moltissimo. Questo aspetto della necessità fondamentale della conoscenza di sé però non è un pensiero originale di Jung, ma uno dei più antichi insegnamenti, dai Veda al druidismo al culto delfico di Apollo ripreso da Socrate. La grandezza di Jung – a parte il suo pensiero originale – è stata anche quella di aver attinto con conoscenza profonda a tutte queste grandi tradizioni di pensiero e di avercele rese come strumento prezioso per noi oggi.
      Ma, come si sa, un percorso di questo tipo non è né breve né facile né in discesa e irto di molti ostacoli. E’ per questo che Jung parla di paure. Perché la paura blocca, chiude in una gabbia senza uscite, impedisce la vita e la gioia del mondo. Come dice Lalla, è più facile giudicare, perché dà l’illusione di sentirsi forti. Invece il giudizio è sempre un atto di debolezza e fragilità. Sempre distruttivo e spesso usato proprio per questa ragione.

  5. Certo, Francesca, le intuizioni profonde di Jung nascono proprio dal suo aver approfondito senza pregiudizi i molteplici aspetti del pensiero e dell’immaginazione attingendo alle grandi tradizioni, oltre che alla sfera, spesso rimossa, del disagio mentale. Mi fa piacere incontrare persone che hanno colto il senso delle sue incursioni in ogni manifestazione culturale, senza fermarsi alla superficie e tacciarlo inopportunamente di misticismo, esoterismo ecc. ecc. come spesso accade in ambito accademico. Naturalmente, come succede sempre nel rapporto con qualsiasi maestro, sono arrivata negli anni a non condividere totalmente e acriticamente le sue formulazioni, in particolare nell’uso che ne viene fatto da alcuni epigoni in ambito analitico, ma sento la mia formazione junghiana come un patrimonio irrinunciabile, da cui posso trarre ancora motivo e spunto di riflessione.

    1. Sì, penso che Jung, nella sua capacità di vedere la psiche in ogni manifestazione umana, non abbia eguali. Quello che non si dice apertamente poi è la sua natura di sensitivo e la sua capacità di visione. Penso alla sua esperienza fuori dal corpo mentre era in come in Svizzera e di come vide il suo medico e la terra stessa. La sua esperienza della realtà in cui viviamo come bidimensionale, un’illusione che ci appare tridimensionale. Credo che il suo migliore allievo, almeno in Italia, sia stato Carotenuto.

  6. Nella mia percezione, che ovviamente risente di oltre trent’anni di rapporto quotidiano con la sofferenza degli esseri umani, ciò che di importante ho tratto da Jung è l’idea di confronto (auseinandersetzung) tra le diverse parti della psiche (che significa incontro e interazione), dove nessuna voce può pretendere di essere portatrice di verità, pena l’impossibilità del dialogo e dell’integrazione. Il suo essere visionario, come il suo aver attraversato in prima persona la malattia mentale e il delirio, sono diventate esperienze significative proprio perché Jung è riuscito a mantenere nella forza dell’io un interlocutore valido, capace di entrare in relazione e confronto con parti apparentemente incomprensibili e potenzialmente molto pericolose. In Italia Jung non ha avuto allievi diretti e Aldo Carotenuto, che ho conosciuto molto bene, è stato forse il più noto tra gli appartenenti alla scuola junghiana italiana (fondata da Ernst Bernhard). Mi risulta difficile però parlare di “migliore” o “peggiore” in un ambito in cui, come diceva lo stesso Jung, il fattore terapeutico è l’individuo stesso, a condizione che operi con la consapevolezza della propria personalità e della propria equazione personale, addirittura delle zone irriducibili della propria nevrosi di cui tuttavia abbia una relativa padronanza (perché non invadano indebitamente lo spazio psichico della persona che ci chiede aiuto). Mi rendo conto che sto entrando in questioni tecniche… e mi taccio. Grazie di questa interessante opportunità di discussione.

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