Sayd Bahaudin Majruh: El suicidio y el canto.Poesia popular de las mujeres pastunes-Traduzione e lettura di Fernanda Ferraresso

tammam azzam

Tamman Azziz Il-bacio-di-Klimt-sulle-macerie-della-guerra in Siria- 200 morti al giorno.

Nadia Agustoni, da amabile amica quale la considero, dopo aver letto dell’iniziativa dei Landays- distici delle voci, di cui Cartesensibili si è fatta sostenitrice  ( l’idea infatti ha avuto origine da una proposta di Marco Ribani), mi ha telefonato dicendomi che aveva un libro, acquistato da tempo in Spagna e scritto in quella lingua. L’argomento era lo stesso, le donne afgane. Mi ha chiesto se pensavo di poterne fare qualcosa, se potevo tradurlo e quindi diffonderne il contenuto. Non sono una traduttrice professionista, lo faccio per amore e dunque spero che il percorso che ho fatto, che ora condivido, arrivi a portare quanto mi ero proposta. Non esiste del libro una versione in italiano, per cui, quanto ora diffondo è frutto appunto della mia lettura. L’obiettivo era ampliare la conoscenza su uno stato di cose inaccettabile: la schiavitù vissuta e patita dalle donne afgane, che è violenza vissuta in silenzio ma con un orgoglio e una dignità che dice con gesti minimi ciò di cui sono capaci le donne e cosa viceversa fanno a loro gli uomini, dimostrandosi piccoli, ignobili, assassini. Ho letto con grande interesse, e non nascondo anche con sofferenza, il libro di Sayd Bahaudin Majruh, perché dentro quelle pagine c’è un amore grande per la propria terra, per le altre donne, per la cultura, per la giustizia condivisa e per la meraviglia dataci dalle cose semplici che riescono a sanare quanto in noi si rompe, in tanta miseria, che diventa anche miseria e aridità emotiva, in tanta freddezza e cinismo, nella ferocia della criminalità dei gesti compiuti dagli uomini in molti paesi della terra nei confronti soprattutto delle donne. Il testo, tratta delle donne pashtun, della loro vita pesantissima e di cosa rischiano se non rispettano i dettami di una imposizione di non retta giustizia a cui ormai sempre più, organizzandosi in reti di raccolta e poi di diffusione, rispondono con due soli mezzi: il suicidio e il canto. Quanto segue, dunque, è in parte la traduzione del testo in parte la mia lettura dello stesso.

Nelle valli afgane, e nei campi profughi del Pakistan, le donne pashtun improvvisano canti di straordinaria intensità e di una violenza selvaggia. Conosciuti come landay, che significa letteralmente “breve”, questa forma poetica composta di due versi esprime una emozione istantanea, quasi un grido di furore, è un pugnale piantato nella schiena di chi ascolta. Con una rigorosa metrica interna, questi versi parlano d’amore, di onore e di morte e sempre, attraverso questi temi,  della liberazione delle donne. Mai, testi tanto brevi hanno rivelato così tanto relativamente alla condizione disumana delle donne all’interno dell’islam, a proposito dell’oppressione che riduce la donna allo stato di oggetto domestico e di serva del codice infantile degli uomini. Private di ogni libertà, umiliate sia per i desideri quanto per il loro corpo, le donne pashtun non hanno altra scappatoia possibile che il suicido o il canto. L’autrice del libro in questione, che titola appunto “Il suicido e il canto. Poesia popolare della donne pastune” , Sayd Bahaudin Majruh, è stata assassinata l’11 febbraio 1988 a Peshawar (in Pakistan) all’età di 60 anni. Si era laureata in filosofia e lettere all’Università di Montpellier (Francia), ed è stata decana dell’Università di Kabul oltre che governatrice della provincia di Kapiça (Afganistan). Dopo l’invasione del suo paese da parte sovietica, andò in esiliò a Peshawar dove fondò il Centro afgano di informazione, che diffuse in tutto il mondo reportage e analisi sulla resistenza afgana. E’ autrice di un testo di natura epica, Ego Monstruo, che è la più importante raccolta poetica della letteratura afgana del XX sec. Erede di Omar Khayyam, di Sanay e di Rumi, come anche di Montaigne e Diderot,  Sayd Bahaudin Majruh era una irriducibile umanista, difendeva la libertà ed era nemica acerrima di qualsiasi fondamentalismo.

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Il libro che ha scritto, raccogliendo appunto innumerevoli landay, di generi diversi, lo inizia così.

Al suo arrivo, tutto era già finito. La folla aveva fretta, alla fine. La pazzia lentamente perdeva intensità.
Appartati, alcuni dignitari religiosi esibivano le loro lugubri barbe. I loro turbanti e le loro tuniche nere li avvolgevano di una luce molto più funebre del solito.
Il viaggiatore si avvicina al centro della piazza.
Mezzo sepolti sotto un cumulo di pietre, giacevano una donna e un uomo giovani, coperti di fango e sangue.

Sayd Bahaudin Majruh
Da La risa de los amantes  (Le risate degli amanti)

Nell’introduzione al testo si spiega come gli autori della letteratura orale in lingua pashtu creano le loro composizioni lontani dall’influenza dei libri, senza modelli  da imitare né autori di poesia  a cui riferirsi. Generalmente sprovvisti di qualsiasi bagaglio culturale scolastico, o  universitario, preservano le proprie parole dalle influenze esterne e danno con spontaneità alle proprie opere la forza di echi emblematici da cui si sente tutto un popolo. Attraverso di loro, le improvvisazioni  popolari hanno costruito forme molto diverse  con regole di versificazione concrete. Questo genere di poesia è inseparabile dal canto e non è destinata ad essere declamata. Le sue rime e il ritmo hanno, originariamente, un valore melodico. Quanto al contenuto, questa poesia si distingue con chiarezza  dalla poesia  persiana (la lingua dari è una lingua iranica nordoccidentale parlata da alcune comunità zoroastriane in Iran. Non va confusa con la lingua dari diffusa in Afghanistan.)
Non esalta l’amore mistico. Non c’è in essa alcuna aspirazione ad un cielo sconosciuto, insondabile, ineffabile. Non si dedica nemmeno alla lode del signore. Non esiste alcun padrone assoluto che dispone della vita e della morte dei suoi sudditi.  Bandita da tale poesia risulta anche ogni immagine di efebo, oggetto di passione omosessuale. Né trovano spazio, in questi componimenti, i giochi di parola, i sentimenti raffinati, o il preziosismo metaforico, l’esercizio retorico che la letteratura persiana richiede, a volte fino al limite dell’assurdo. Tuttavia, qualcosa di semplice ed essenziale costantemente si afferma in quella poesia: il canto di un abitante della terra, con le sue preoccupazioni, le inquietudini, l’allegria e i piaceri; un canto che celebra la natura, le montagne, le valli, i boschi, i torrenti, l’alba, il crepuscolo e lo spazio magnetico della notte; un canto che si nutre di guerra e orrore, di vergogna e amore, di bellezza e di morte.  Ciò nonostante, la grande originalità di questo genere di poesia popolare si deve alla presenza attiva della donna. Anche se, come sempre, è l’uomo che ispira soprattutto la donna-autrice, creatrice e soggetto di molti versi dei suoi canti. C’è quindi un genere che esige la sua partecipazione: il landay. Si tratta di una poesia molto corta, di due versi liberi di nove e tredici sillabe, senza obbligo di  rima, con una solida misura interna del verso. Si vocalizza in modo diverso a seconda delle regioni e spesso segna ciò che viene detto come  una citazione, un detto che sostiene un sentimento o un’ idea. Per la sua brevità e  il ritmo, il landay cattura l’attenzione come un grido del cuore, come un fulmine, o una fiamma. Inoltre questa poesia  anonima alimenta una speciale emulazione quasi permanente. Ogni pomeriggio, quando le ragazze del popolo vanno a prendere l’acqua dal fiume, o quando ballano e cantano ad una festa o ad un matrimonio, si improvvisano nuovi landays, i migliori ideati vengono raccolti nella memoria collettiva. Tutti i landays che l’autrice presenta nel libro provengono, come lei scrive, dal florilegio femminile ed è incomparabile l’autenticità delle loro sonorità, sia che la donna parli di se stessa, dell’uomo o del mondo che le sta intorno, da tutti emerge un volto affascinante, orgoglioso, spietato e ribelle. Nella comunità pashtun, la cui struttura è per la maggior parte tribale, la condizione femminile è particolarmente dura. Si tratta di gruppi di guerrieri in cui solo i maschi adulti appartenenti alla tribù,e ai clan che la tribù controlla, sono membri a pieno diritto del gruppo stesso, la cui disciplina si basa esclusivamente su valori maschili, essendo la sua legge fondamentale il codice d’onore. In un ambiente così profondamente maschilista, a suo modo devoto e fanatico,  la donna  patisce una doppia oppressione, fisica e morale. Fisicamente sopporta tutto il carico delle faccende domestiche più pesanti. Gli uomini si danno il cambio con le loro donne di quando in quando andando sporadicamente nei campi, però passando la maggior parte del tempo nella moschea o nella piazza del popolo, dove vengono dibattuti i problemi della politica tribale. La donna lavora da prima dell’alba fino a notte, tutto il tempo dell’anno. Oltre all’aiuto che porta durante il tempo del raccolto, lavora regolarmente e in modo permanente, senza sosta e senza giorni festivi. Almeno due volte al giorno, alla mattina e alla sera, va a prendere acqua alla fonte o al fiume, percorrendo a volte distanze considerevoli, trasportando recipienti molto pesanti sulla testa o sulle braccia.  Si occupa dei bambini, sempre numerosi, della cucina e del bestiame, macina il grano, si occupa della preparazione della farina, cuoce il pane, fila la lana, cuce gli abiti, essica e concia le pelli degli animali, irriga le culture. E questa donna non si lamenta mai del suo lavoro da schiava. In pochissimi landays si menzionano le sue dita vellutate che raccolgono le spighe del grano o la brocca pesante che le causa dolore alle spalle. Anzi la cosa che la fa soffrire di più è la componente morale  della sua schiavitù. Si sente repressa, disprezzata, si sente considerata un essere di seconda classe. Dalla nascita la si accoglie con tristezza e vergogna, una vergogna che talvolta diventa peccato della madre che ha dato alla luce una figlia. Il padre all’arrivo della femmina sembra essere in lutto, mentre quando nasce un maschio dà una festa e spara colpi a salve con il fucile. La figlia si può usare come moneta di cambio all’interno del clan senza essere mai consultata.  Trascorre tutta la sua esistenza in uno stato di inferiorità, di subordinazione, di umiliazione. Nemmeno suo marito si degna di mangiare con lei. Come può reagire a questo stato di cose, a questa gogna antica? Apparentemente  è la sottomissione totale. Svolge come un orologio il suo lavoro. Accetta e patisce il sistema di valori che la converte in oggetto. Ma se si osserva più da vicino si vede che, interiormente,  la donna pashtun si indigna, si solleva, alimenta la sua ribellione. Di questa protesta soffocata, induritasi giorno dopo giorno, non dà che due testimonianze: il suo suicidio e il suo canto. Sappiamo che il codice d’onore tribale considera il suicido come una forma di codardia e che l’islam lo proibisce. Nessun maschio pashtun ricorre ad esso. Altresì la donna, eliminandosi in questa maniera disonorevole, proclama tragicamente il suo odio verso la legge della comunità. Anche i mezzi utilizzati per uccidersi sottolineano il significato iconoclasta del sacrificio: si suicidano solo attraverso avvelenamento o annegamento. Non si sparano al cuore né s’impiccano, perché questi attrezzi, fucili o corde, sono usati dalle mani esecrabili degli uomini. Con il fucile l’uomo va a caccia e in guerra, con la corda lega le bestie, le travi e tira i carichi pesanti. La donna pashtun impone, con il suo suicidio, un atto socialmente irrecuperabile, ma con il suo canto sviluppa una sfida di natura identica che può anche, a suo modo, risultare fatale, le sue melodie possono esaltare instancabilmente tre temi che richiamano il sangue: l’amore, l’onore e la morte.

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Eccone alcuni.

Dios, ¿qué haces conmigo?
las otras son flores abiertas y tú me dejas en capello

 .

Dio che  fai con me? Gli altri sono fiori aperti e tu mi lasci in boccio

*

Aparta el oscuro mechón de mi frente,
besa mi lunar,
es un fruto del paraíso, un amuleto
parala vida.

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Separa i capelli dalla mia fronte,
bacia la mia luna,
è un frutto del paradiso, un amuleto
per la vita.

 *

Aprende a comer mi boca!
Primero posa tus labios, después fuerza
dolcemente la línea de mis dientes.
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Impara a mangiare la mia bocca !
Per prima cosa posa le tue labbra, poi forza
dolcemente la linea dei miei denti

*

Sólo te he cedido el privilegio de mi boca,
no busques en vano los nudos de mi
cintura.

.

Solo a te ho concesso il privilegio della mia bocca,
non cercare invano i nodi della mia vita.

*

I landays dell’esilio, sia che siano ideati da persone colte sia da illetterati, hanno cambiato la gerarchia dei temi. Si celebrano di meno l’amore e l’erotismo e prevale l’ansia spirituale, le fiamme di una guerra santa, la nostalgia di una terra ancestrale, il sentimento dell’onore, l’esaltazione dell’eroismo. I landays femminili dell’esilio hanno seguito anch’essi la stessa traiettoria, con la differenza essenziale  che c’è la mancanza del leitmotiv religioso, che invece negli uomini  è così tanto ossessivo quanto stereotipato. Allo stesso modo l’ispirazione, che  ha però la leggerezza della donna, la sua ironia, la sua sensuale audacia. Il nuovo landay femminile si centra nella separazione come una lacerazione, una ferita: la lontananza dall’amante in guerra, la lontananza  dalla terra natale.

Así se dirige la mujer exiliada al viento:

Brisa que soplas desde las montañas
donde lucha mi amante
¿qué mensaje me traes ?

Y el viento risponde:

El mensaje de tu lejano amante e seste olor
a la pólvora de
y este  polvo de ruinas que arrastro conmigo

.

Così si rivolge al vento la donna esiliata:

Brezze che soffiate sopra la montagna
dove combatte il mio amante
quale messaggio mi porta

E il vento risponde:

Il messaggio del tuo amante lontano è questo odore
la polvere del cannone
e questa polvere di rovine che trascino con me.

 *

Amor mío, mi sol, levántate en el horizonte,
borra mis noches de esilio.
Las tinieblas de la soledad me cubren
por todas partes

.

Amore mio, mio sole, alzati all’orizzonte,
cancella le mie notti di esilio.
Le tenebre della solitudine mi coprono
da ogni parte

 *

Es primavera, brotan las hojas en las ramas,
pero en mi país los arboles las han perdido
bajo el granizo de las balas enemigas

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E’ primavera, germogliano le foglie sui rami,
ma al mio paese gli alberi li hanno persi
sotto la pioggia di proiettili nemici.

 

Quando il tema invece è il combattimento i testi elaborati hanno valore di richiamo

Hermanas, anudad vuestros velos
como cinturones,
tomad los fusiles y marchad  al campo
de batalla.
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Sorelle, annodate i vostri veli come cinture;
raccogliete i fucili e marciate al campo
di battaglia

 *

Nella terra natale, las gotas de sangre
de los mártires
son los tulipanes rojos de la primavera
de la libertad

.

Nella terra natale, le gocce di sangue
dei martiri
sono i tulipani rossi della primavera
della libertà.

 

 Altro tema trattato quello che viene definito dalle donne come  Il “piccolo spavento”.

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El “pequeño espanto”, olvidando
el combate, duerme tranquillo a mi lado.
Sólo quien está dispuesto a morir por la patria
tiene derecho a mi calma.

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Il piccolo spavento, dimenticando
combatte, dorme tranquillo accanto a me.
Solo chi è disposto a morire per la patria
ha diritto al mio letto.

*

El “pequeño espanto”, no hace nada:
ni el amor ni la guerra.
Por la noche, en cuanto ha llenado la tripa,
se va a la cama y duerme hasta el alba.

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Il “piccolo spaventonon fa nulla:
né l’amore né la guerra.
Di notte, come ha riempito la pancia,,
se ne va a letto e dorme fino all’alba.

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Dura e tenera al tempo stesso, scaltra e ingenua, violenta e dolce, la donna pashtun  è l’esiliata assoluta. È lontana dalla sua anima e sopravvive lontana dal suo cuore. Indifferenti sono per lei sia i gesti degli uomini, tranne quelli del combattente patriottico, quanto i giochi dei bambini. Suo unico desiderio è quello di tornare ad attingere acqua alla fonte del villaggio, ai piedi delle montagne innevate. Il fiume è per lei la sorgente amorosa sia che si tratti di una relazione con l’amato sia che si tratti di pensare alla morte.

 

Esta mujer exiliada no termina de morir,
volved su rostro hacia la terra natal para
que pueda liberarse de su último suspiro.

.

Questa donna esule  non ha finito di morire,
rivolge la faccia verso la terra natale
perché le sia possibile liberarsi del suo ultimo respiro.

*

Tengo una flor en la mano que se marchita,
no sé a quién dársela en esta tierra
extranjera.

.
Tengo un fiore  nella mano che sfiorisce,
non so a chi darlo in questa terra
straniera.

.

Nell’ultima parte del libro,  che titola “Epilogo. L’esploratore della notte” André Velter  parla della sua esperienza in Afganistan, di quello che sarebbe stato il suo ultimo viaggio a Kabul e poi dell’esilio dell’autrice a Peshawar. Merita un discorso a parte, perché tratta della situazione di quella nazione, dei contrasti, fortissimi, ormai rilevanti  e rendono, sia per l’autrice del libro e attivista nel suo paese, come per tutte le altre sue connazionali, la vita alquanto difficile da sopportare, con gli stessi problemi da affrontare. Si racconta qui dell’inverno a Kabul, Velter parla della corruzione del potere e di come a Majrub, l’autrice del libro, piacerebbe sostituirlo con un governo virtuoso, poiché , afferma:- in tutti i regimi autoritari non è nemmeno possibile respirare liberamente–  e aggiunge:- In un paese che non è libero, è importante acquistare qualche briciola di libertà, anche al mercato nero. –  Si riferisce ai landay che legge a casa propria agli amici, di nascosto, diffondendo quella forma di resistenza che le donne stanno tessendo nel paese, per vivere oltre la bruttura, oltre la ferocia, oltre l’indifferenza praticate nei loro confronti e nei confronti di ciò che realmente è vitale, sostanziale. Questo viene scritto, mentre ciò che si vede e vive a Kabul, fuori dalla città la situazione è peggiore, è una scena particolare. Vengono descritti i membri della famiglia reale riuniti con i comunisti di tutte le fazioni, i ricchi mercanti che vanno dal povero barbiere  per una sigaretta di hashish, gli studenti delle scuole superiori che discutono amaramente con gli insegnanti dell’università, i diplomatici che narrano storie dell’ambasciata agli archeologici esausti presenti nel paese. A volte, continua André Velter, capita di incontrare un autentico sufi, o altre persone arrivate a Kabul per un viaggio. Egli dice di godere di questo ambiente, che è poi lo stesso ambiente in cui  Sayd Bahaudin Majurh si batte affinché  i tiranni al potere, così li definisce, paghino l’indennità per le vittime che hanno fatto tra le diverse famiglie. Le donne rimaste vedove non hanno infatti diritto a nulla e possono subire ogni genere di maltrattamento, o devono prostituirsi per  vivere. E’ proprio all’interno della sua attività che l’autrice incontra la parola dei landays e la riporta a coloro che fanno parte della cerchia dei suoi amici, e così via,in un passa parola incessante. Canti e lamenti che sono tanto implacabili quanto folgoranti, mostrano destini disumani, desideri pieni di trappole e condanne a morte. Per dare la misura del crimine, dice a conclusione Velter, si dovrebbe ricordare il destino subito da Federico Garcia Lorca, vittima come Sayd Bahaudin Majruh, della medesima forza ottusa. Allora a giustiziare il poeta all’alba fu un plotone di esecuzione  a Granada. Ora, qui per Majruh, degli assassini programmati a Peshawar, in Pakistan. Oltre che filosofa, storica, professoressa, ribelle, prima di essere l’instancabile fonte di diffusione delle informazioni sulle guerra imposta ad opera dei sovietici al suo paese, Sayd Bahaudin Majruh era l’autrice di un’opera immensa, una epopea che narra gli itinerari e i percorsi di un viaggiatore solitario in cerca dello stato di suprema libertà. Ego Monstruo, il titolo dell’opera, raggruppa una serie di racconti che testimoniano una lucidità disperatamente profetica, e sono stati scritti a Kabul e in esilio. Nella sua marcia verso il Sole nascente, El viajero de medianoche  (Il viaggiatore di mezzanotte) non cessa di inciampare nel baratro che un mostro tirannico ha eletto a sua tana. Vorrebbe avvisare, svegliare, allertare ma le porte della città che dorme restano chiuse. Espatriato, vaga per i campi profughi e non può placare la sua rabbia per la sorte riservata alle donne e ai loro amanti. Nelle prime strofe di Ego Monstruo Sayd Bahaudin Majruh scrive:

Toda una larga vida errando a traves de
oceanos y llanuras y altas cumbres,
he recorrido, atravesado y visto germinar
algunas verdades.
En la primera de ellas, un camino se dirige
a las orillas perdidas de la existencia:
atraviesa inevitablemente
el infierno

.

Tutta una lunga vita vagando
attraverso oceani e pianure e alte montagne,
ho viaggiato, attraversato e  visto germinare
alcune verità.

Nelle  prime di quelle , un cammino si dirige
verso le rive perdute dell’ esistenza:
attraversa inevitabilmente
l’inferno

.

Ma ciò che incanta il viaggiatore di mezzanotte è un’altra figura che incontra sul suo cammino e gli permette un riconoscimento, gli permette di riconoscersi.

Avanzábamos hacia nuestro encuentro lentamente, desde siempre.
Toda mi vida iba a cobrae sentido, lo sabía…y no sabía nada.
Era extremadamente bella. Con su vestidos de color esmeralda deslavazado
por el sol y la miseria, con esos mechones que la caían sobre la frente,
con esa mirada inmensa, clavada de repente en la mía como si se sumergiera
en ella desde la eternidad, avivaba en mí, desde muy lejos y desde muy hondo,
una fuente olvidada, un sabor perdido en la memoria, y yo la reconocí, a ella, a quien conocía

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Ci siamo mossi verso il nostro incontro lentamente, da sempre.
Tutta la mia vita stava per avere un senso, lo sapevo e non sapevo nulla.

Era molto bella. Con i suoi abiti color smeraldo scoloriti
dal sole e dalla miseria, con quei capelli che le cadevano sulla fronte,
con quello sguardo immenso, improvvisamente  fisso nel mio come se fosse immerso
in lei dall’eternità, rinasceva, da molto lontano e dal profondo,
una fonte dimenticata, un sapore perduto nella memoria, e io la riconobbi, lei, che (mi) conosceva.

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Fernanda Ferraresso- luglio 2013

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copertina libro El suicidio y el canto

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Sayd Bahaudin Majruh, El suicidio y el canto. Poesia popular de las mujeres pastunes- Arrayán- Editorial SUFI

 la traduzione  curata per CARTESENSIBILI è di Fernanda Ferraresso

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NOTA: Le immagini a corredo del post appartengono ad un giovane artista siriano e quanto afferma per il suo paese è quanto si dovrebbe dire anche per altri, oggi focolai di guerre aspre e dure, come lo è ancora l’Afganistan.
Tammam Azzam, 33enne artista siriano, sovrapponendo con l’elaborazione digitale l’immagine del celebre Bacio di Klimt su quanto resta della facciata di un edificio bombardato in Siria, a causa della guerra, ha detto:
Voglio mostrare come il mondo può essere interessato all’arte e, al tempo stesso, 200 persone vengono uccise ogni giorno in Siria. Goya lo ha fatto per immortalare l’assassinio di centinaia di innocenti spagnoli il 3 maggio 1808 nella sua opera omonima. Quanti tre maggio ci sono ora in Siria?
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27 Comments

    1. vedo con grande amarezza che della cosa non s’interessa nessuno come hanno invece dimostrato nei confronti dei landay. Ma è così, purtroppo, si guarda spesso a livello della propria iso-letta, il resto naufraga. Grazie ancora Nadia,ti abbraccio. f

  1. da poter stampare e far girare ovunque! solo ora, grazie a te, ho conosciuto questo modo di scrivere e ne sono rimasta ‘rapita’. ne vale la pena, ferni, e davvero grazie di cuore!

  2. questo video invece non ha nulla a che vedere con la poesia ma con le torture a cui sono sottoposte dalle loro stesse famiglie, dai mariti, le donne, o ancora peggio le ragazzine-mogli bambine

  3. Una cosa è certa: dove l’uomo distrugge la donna costruisce; dove l’idiozia strozza e annienta l’arte e l’amore danno vita; dove l’uomo spreca la donna raccoglie le briciole e ne fa di nuovo casa.
    Quanto al disinteresse editoriale per tutto questo, figurarsi se in questo momento di imbecillità e downbrownismo un editore italiano è interessato. La grande editoria crolla sotto il peso della sua inutilità culturale, ma non arriva a capire che basterebbe cambiare direzione. Come in alto così in basso.
    Ma almeno grazie per permettere a molti di noi di conoscere almeno l’esistenza di queste gemme.

  4. putroppo non posso che darti ragione.D’altra parte se hai visto l’editore di questa versione in spagnolo, Editorial SUFI, ti rendi conto di cosa abbia spinto questo editore a pubblicare e non collima di certo con gli obiettivi della nostra editoria. grazie Francesca

    1. E’ in casi come questo che la traduzione riacquista tutta la sua altissima nobiltà originale di trasmissione di una cultura. L’enorme traduttificio che è la nostra editoria, gestito da ignoranti ed eseguito da (almeno in molti casi) inesperti, è volto solo a far passare le ultime novità americane da quattro soldi o a raschiare il fondo del barile di paesi di moda come l’India, per cui si pubblica qualunque robetta basta che sia di autore o autrice indiana o angloindiana, non importa il valore letterario. Rifiutano però la vera letteratura indiana contemporanea, la più nobile, interessante e autentica, scritta in hindi o bengali, anche se chi ne è esperto gliela propone. Traducono da traduzioni, spacciano il nulla.
      La cultura, quella vera, purtroppo mi dispiace dirlo, non è per la massa. Non lo è mai stata. Mentre l’editoria è una faccenda di massa.
      Del resto, pur cercando di contattare editori un po’ più raffinati, non importa se uno ha un nome, manco ti rispondono.
      Almeno il web ha questo pregio, di poter saltare l’industria editoriale.
      Però perché non pubblicare il testo come e-book su Amazon o altro e ripartire i proventi fra autore e traduttore?

      1. Non so dirti, il mio obiettivo nella traduzione mirava alla diffusione di notizie da una fonte certa. Non ho tradotto dalla lingua originale, che non conosco, ma dallo spagnolo e il libro è arrivato a me da un’amica, come del resto cito da subito nel pezzo pubblicato. L’editoria SUFI, anche in Italia ha fatto circolare alcuni buoni libri, è che pochi li conoscono. Ciò che spero è che si sappia la condizione di queste donne, cosa stanno subendo e non da poco tempo.Questa non è cultura questo è assassinio.

  5. Grazie a Fernanda e Nadia per questo libro che non conoscevo e per questi temi e queste parole di donne, che vanno diffuse! Un caro abbraccio.

    1. grazie Loredana aspettiamo anche i tuoi landays per unirli agli altri.Li hai letti? Sono in Landays -distici delle voci.Se vorrai unirti nella diffusione sarà solo un grande piacere sapere che il lavoro cammina e si fa comune con tutte le altre. ferni

  6. Ho letto…e resto, comunque, incantata se mi si passa il termine per come le voci riescano ad attraversare confini e trovarne altre ad accoglierle e farle proprie.

    Grazie per questa pagina così intensa, piena di grida che mi auguro non restino silenziose.
    Grazie a te ferni, per il gran lavoro e per la pubblicazione di questo articolo che aiuta a togliere il velo oscuro che copre il cuore di queste donne…

  7. Ho lavorato molto, sì, perché non volevo trascorresse troppo tempo, già ne è tarscorso e la loro vita è ancora durissima e pericolosa.Serve diffondere e questo è stato il centro di tutto il mio percorso.La parola nitida di Sayd Bahaudin Majruh sembrava volermi aiutare nel lavoro che credevo non sarei riuscita a svolgere in tempo. Spero che sia letto e diffuso, perché è il suo lavoro, quello delle donne afgane, il peso che sopportano che deve essere consciuto, non si può fingere di non sapere.Le voci delle donne, se sono vere,riescono a superare le barriere, scivolano con le nuvole e si fanno pioggia, radicano in terra come un lampo in una tempesta.Sono voci che sanno annodarsi le une con le altre.Sono vita, non posa.

  8. Ho letto con calma ed attenzione, come meritano alcuni testi e ho raccolto emozioni e avvertito dolore.
    Colpita dal tuo lavoro Fernanda dal quale emerge, come sempre, quella passione che trasmetti attraverso le parole, scelte con estrema cura, e rapita dai versi semplici e incisivi di una poesia che si legge solo attraverso una musicalità primordiale ma tuttavia matura, pronta ad essere riconosciuta e assorbita.
    Non è solo un percorso bensì un vero e proprio viaggio, dove dimenticare le valige significa ri-trovare il senso profondo del viaggio, dove spogliarsi significa tornare a vedere dentro nella profondità dell’anima.

    un sorriso t.t.

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