Scrivere con segni. Scavare pozzi e mettere IL MONDO NELLE COSE – Fernanda Ferraresso

 simon padres

simon padres-Chaos und Ordnung.

quando c’è chi va nel buio in alto

Nadia Agustoni

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Scrivere con segni, secchi di parole, scavare pozzi e deporvi aiuole e poi con carta e filati di cartone, al grezzo e sul rovescio, ricucire le parole. Perdere parole  per strada, strappare al  vento un colore e un odore in mezzo al fragore dell’affollamento. Fare viaggiare le sillabe in metrò, e pestare i piedi, infilare sotto le ascelle le pagine scritte, capottare dal ridere per tutte le teorie, le false ideologie, che poi son tutte falsi d’autore, e sotto i piedi dei ragazzi farci ballare i vuoti di tutte le parole storpie molli, farle uscire dalle cuffie mentre tutti fanno jogging, per diventare giovani e snelli, per calare la pancia, per non sentire sofferenza, correre lungo la strada dove la polvere da scarico rinforza la scorza. E sono deboli sempre più deboli le parole, tragiche parole metallurgiche, parole agricole ogm, parole derivati delle banche, parole immerse nei pozzi degli scarichi chimici e delle scorie radioattive, negli scoli della nostra lunghissima memoria, fattasi scura, silenziosa, una pelle sconcia. E sulla carta de Il mondo nelle cose, Nadia Agustoni mette in riga le sue squadre, matite con la punta grossa da cantiere e le gomme con cui si cancellano le troppe declinazioni delle false congiunzioni. Si disarticola, si divincola, si arbitra e si riparcellizza , in cavini effettua un drenaggio delle troppe acque stagne e impagina colture da agrimensore, dove le parole sono sementi secche e hanno per peso specifico quella memoria che le ha trovate di stagione in stagione alla prova della terra, l’unica grande seminatrice, mano che lancia nel solco del campo a spaglio e chiama in aiuto gli insetti e il vento, il caso, il caos. Qui, in questa nostra epoca affannata, tutto è ormai diventato un sistema di reddito e sudditanza. L’intento dell’uomo nell’agroecosistema è quello di coltivare  per produrre un reddito in banca e per disporre di alimenti da somministrare agli animali da reddito. Il resto è una faccenda che non tocca, che non interessa gli indici dell’alta finanza. Così crepano intere popolazioni perché manca acqua, perché manca il lavoro della foresta, abbattuta come si falciano le parole eguaglianza e fratellanza. Tutto si fà per apparire in quella lista dei potenti i cui strumenti sono forza, abuso e sopruso, e il sistema è solo un sistema idraulico, grossi getti utilizzati per sfollare la gente che protesta per avere la dignità che le spetta e pronuncia non parole in corsa ma si ferma e dice BASTA. E lo dicono sotto le bandiere flosce di così tante nazioni dove la gente soffre, dove non c’è giustizia e la legge salva il potente che si è costruito la sua torre di scagnozzi e polizia  che picchia e ammazza chi gli è simile e lo affronta senza arma. Mi domando, leggendo il libro di Nadia, quanta ormai sia l’indolenza, l’abitudine all’ottundimento, di massa, davanti a vetrine che hanno messo sotto vuoto la nostra attenzione a ciò che conta davvero: non il censo, non il divismo, non la superficie di un corpo o i diversi rigonfiamenti in esso prodotti con bisturi e tasselli di gomma siliconica. Il corpo è un cantiere aperto all’universo. Ci siamo dimenticati la domanda chiave, non ci chiediamo più chi siamo per davvero e ci nascondiamo in così tanto vuoto di parole che sono ormai pornografia di un mondo a forma di enorme fallo che si pompa del suo seme sterile. Ecco l’asfissia  da rapporto orale continuato prolungato con un mondo che sta dentro una scatola di preservativi. Eppure non è questa la strada, se manca la relazione anche con una sola delle parti non c’è qualcuno che si salvi .C’è un bellissimo teorema della fisica quantica che parla di non separabilità, dopo che i sistemi sono venuti a contatto l’uno con l’altro e la teoria del tutto ribadisce questa necessità di riconfigurare tutte le teorie tra loro, partendo dalle più vecchie fino a queste odierne. Tale è la complessità dell’universo in cui siamo immersi che non una sola teoria può bastare per  capire dove viviamo. L’isola di Crusoe e Venerdì è tutto il pianeta  Terra mentre sta in un cosmo di stelle, non tra stele di guerra. Tutti i percorsi, tutte le indagini delle diverse forme, delle cose e delle persone, sono sin-tesi e si ritraggono dal nostro sguardo, per farsi profondamente luoghi dentro noi stessi. Noi vediamo ciò che siamo. Il fatto è che non lo riconosciamo. Serve tempo. Molto tempo, e poi si scopre che anche il tempo non è. Non è misura del nostro passo. Tutto, alla fine, sembra sospeso nello stesso dialogo. C’è appunto un Crusoe e c’è un Venerdì. S’incontrano (tra loro e noi con loro, in una continua reversibilità dei ruoli e degli effetti) sull’isola-terra e tutto, tutto il nostro mondo, ogni cosa lo è: isola, isolario, isolato. Come quello in cui facciamo quartiere nelle convinzioni con cui crediamo di avere vinto le paure dei nostri vuoti. E’ lì, invece, nei vuoti, quegli sprofondi impossibili, che stipiamo cose su cose, architetture, teorie, pensieri, idee. Le nostre divinità sono le stesse del primo uomo. E ci facciamo convinti, assieme agli altri, che queste sono postazioni sufficienti per arginare ciò che non ha misura, ciò che tracima, ciò che sta in cima e non vediamo dove sta quella vetta, profondissima e raso terra, anzi sotto, si fa continuamente terra. Pur restando campata in aria, in  uno spazio a più dimensioni n cui ogni giorno ci muoviamo, moriamo e rinasciamo convinti di essere nuovi  ed essere semplicemente terrestri. Nadia non vola. Il verbo che trovo più consono è fà vela . La lavora, ma non con il filo, la sua non è fibra di cotone o juta, ma un auto, mobile in riconoscimenti che toccano cose di metallo, cose che fanno rumore, così assordante, così forte, da rimanerne sordi. E’ così che il mondo scompare, si mette dietro un muro trasparente e spesso, così che sempre non sentiamo più le nostre stesse voci. Anche noi rumore, il noise, dell’apparecchio telefonico, di quello radio, di quello di un pace maker che ci pulsa il sangue in corpo. Automatici ma non auto(no)mi. Ci serve un imput e quello è la cosa, casa in cui rannicchiamo il nostro non, essere non è nemmeno un optional , non è parte  del sistema, nemmeno del monitoraggio. I consumatori devono consumarsi. Si mangiano  da generazioni e non lo sanno e qualcuno crede d’essere fuori da questo ingranaggio, dalle chele del granchio che mangia l’universo e lo rivomita in spazio.
Leggendo il libro. No, sbaglio. Il libro non lega con “leggendo”, perché implica continuità: l’anda è un movimento, una danza e qui invece le cose ti vengono addosso, ci inciampi, ci sbatti il muso,cadi e devi rialzarti, devi riprenderle, ricostruirle e ne senti la gabbia. Nadia Agustoni ha costruito casse e le ha svuotate, ce ne mostra le assi ma non le messi, non ci porta il lavoro dei campi. Ci porta il pane fatto dietro la nuvola di una assenza, pregna, di tutto ciò che manca, perché niente è più visibile e tangibile di qualcosa che non c’è più.

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Fernanda Ferraresso

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Nadia Agustoni, IL MONDO NELLE COSE- Lietocolle Editore 2013

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.poetidelparco.it/9_848_Nadia-Agustoni,-Il-mondo-nelle-cose.html

http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/660-Nadia-Agustoni-Il-mondo-nelle-cose,-nota-di-Rita-Pacilio.html

http://www.lietocolle.info/it/il_mondo_nelle_cose_di_nadia_agustoni_sipario_su_una_trilogia_lettura_di_amedeo_anelli.html

http://www.lietocolle.info/it/una_nota_di_livia_candiani_a_il_mondo_nelle_cose_di_nadia_agustoni.html

http://www.lietocolle.info/it/nadia_agustoni_il_mondo_nelle_cose.html

http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article771

http://poesia.blog.rainews24.it/2013/05/19/il-mondo-nelle-cose-di-nadia-agustoni/

19 Comments

  1. Scorgo e colgo qui l’occasione, assorta e piena, di immergersi ancora una volta, traendone ulteriore nutrimento, nel “Mondo nelle cose” di Nadia Agustoni.
    Grazie a Fernanda Ferraresso e a Nadia Agustoni, un saluto caro a entrambe.

  2. Una lettura particolare e dai segni sulle pagine del libro, quasi una mappa tua personale, capisco Fernanda che mentre leggevi eri in movimento, e il libro si presta al movimento, a letture sulla pelle. Io lo considero un libro solare, dentro l’andare di Venerdì e di Crusoe, il loro essere nel mondo, ma non del mondo, l’uno esiliato (il suo stesso sguardo ne dice l’alterità rispetto a tutti), l’altro frantumato in ciò che credeva la sua realtà, ecco quei frammenti finali dove “la vita di uno solo è ogni vita”, e questo aprire agli altri è anche ricomporre passato presente e futuro. Riconquistare il tempo, il tempo intero, è darsi di nuovo un pensare che contempli qualcosa. Non proprio il nulla quindi. Il nulla lo lasciamo a chi ce lo impone giorno per giorno (e non è la vacuità dello zen che è un pieno invece, questo nulla che impongono è proprio un dire “non siete niente”); Venerdì e Crusoe dicono che la vita è molto altro, più complessa, più nuda, soprattutto più viva di tutto quello che la nega. Grazie per questa lettura, intensa. Un saluto a te a chi legge a chi interverrà.

  3. Affrontare il percorso di un libro è sempre una questione personale, non è, a mio modo di vedere, possibile leggere con gli occhi dell’autore. Relativamente alla sofferenza, di cui si parla e ai sofferenti è dedicata la raccolta,Cioran diceva che non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta. Aggiungeva inoltre che più si è sofferto, meno si rivendica, poiché protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.Relativamente ai libri e allo scrivere libri, o a compiere gesti, affermava che esiste una conoscenza che toglie peso se portata a quello che si fa, e per la quale tutto è privo di fondamento tranne essa medesima. Una conoscenza postuma «È già passato»- dice costui di tutto ciò che compie, nell’istante stesso dell’atto, che viene così destituito per sempre di presente. E questo, solo questo, apre un baratro da cui nessuno uscirebbe e da cui invece ci solleviamo, generazione dopo generazione,in funzione di quel ludere, con cui ci giochiamo sempre, persino questa vita.
    Grazie Nadia per il lavoro che hai portato e per le vie che in me hai aperto. fernanda f.

  4. Lo sto leggendo adesso, mentre sono in vacanza, sul lago. Vedo tutto quello che mi sta intorno e riesco ad accettralo senza comprimerlo dentro, in me. Eppure il libro non è una vacanza,anzi ci si spezza un po’ la bocca a leggerlo, per via della composizione, della lingua.

  5. Quello che leggo qui mi è piaciuto, il libro così scavato e scritto…un po’ mi fà paura, un po’ mi ricorda che mi dicevano che serve rispetto. Ma a me sembra che ci sia più rispetto a scriverci attraverso, perché vuol dire che con il libro ci si parla come se ti stesse a fianco, non è solo righe sulla pagina bianca da leggere in silenzio e poi addio, basta. Grazie

  6. Forse Crusoe non aveva in mente che anche per lui ci sarebbe potuto essere in ballo il viaggio di Ulisse, il pericoloso rientro a Itaca, durante il quale molti sono i suoi incontri, che lo rendono più ricco del periodo in cui ha dovuto battersi, fare la guerra, uccidere, ingannare, tradire.E Venerdì, che in qualche modo mi ricorda il figlio di Ulisse, Telemaco, è già nell’isola, nella purezza di una giovinezza che non conosce la materia di cui sono impastate le cose. Kavafis, a proposito di Itaca scrive:

    Itaca tieni sempre nella mente.
    La tua sorte ti segna a quell’approdo.
    Ma non precipitare il tuo viaggio.
    Meglio che duri molti anni, che vecchio
    tu finalmente attracchi all’isoletta,
    ricco di quanto guadagnasti in via,
    senza aspettare che ti dia ricchezze.

    Ecco, senza aspettare che ti dia ricchezze, il luogo e il tuo corpo stesso come primo luogo.La vita e tutto cià che porta e comporta è una ricchezza impareggiabile e un vasto mare…ingannevole.

  7. ho letto e sono rimasta in silenzio per gli affondi della parola di Nadia Agustoni. Un libro che non mi farò scappare.

  8. qui c’è il mondo intero e un sole, bello bello, leggero leggero che si diffonde di striscio, questo io sento,leggendolo.

  9. non so la lettura è certo personale e mette dentro un mondo che forse ancora non vedo, anche se il lavoro non ce l’ho e ho 25 anni suonati, e i miei purtroppo mi mantengono ma , che faccio mi impicco?i giovani non vedono tutto questo sfacelo altrimenti si ammazzerebbero in massa, in fondo ci sono un sacco di pifferai per i topi in giro.

  10. penso, da quello che ho letto qui e nei siti riportati in link, che sia un libro particolare, una lingua che si riscrive e ritrova

  11. Ogni lettura è certo personale e il mio intervento voleva solo offrire una chiave in più. Sul sintagma – almeno su quello degli ultimi miei libri – e su alcuni punti che attraversano, mi permetto di segnalare questa lettura di R. Morresi su Punto critico, riferita a “Il peso di pianura” ma con dentro cose essenziali sulla mia poetica:

    http://puntocritico.eu/?p=5104

    A tutti grazie e buona serata.

  12. Grazie Nadia per la puntualizzazione. Credo che il tuo libro si possa leggere a livelli diversi e ad ogni livello il sintagma fiorisce e magnetizza in polarità differenti. Quella che io ho proposto è una lettura su “ciò che manca” perché qualsiasi parola oggi non accoglie il mondo, né le cose,come gusci, non lo risuonano in sé se non per taluni.Nella spiaggia di Crusoe oggi si accende il video del pc e la sua spiaggia è tutta lì, guardando un venerdì un tizio che fà surf.
    Ciao, a presto, f

  13. Cara Fernanda la tua è una visione un po’ troppo pessimistica, nessuno vive davanti a un computer, lo si usa, almeno io spero; c’è tanta vita invece, e magari è dura, ma è vita che sa accogliere e a volte c’è tanta cattiveria, ed è cattiveria dei fatti, delle offese, di quello che manca a qualcuno interiormente . Mi piace che il confronto faccia uscire comunque cose diverse; per fortuna. Significa che i libri servono, le scritture aiutano.

    Qui alcuni testi postati su Nazione Indiana oggi per chi voglia dare un’occhiata:

    http://www.nazioneindiana.com/2013/07/02/il-mondo-nelle-cose/

    un saluto.

  14. quest’anno, il ministero, d’ufficio dopo 30 anni di lavoro alle superiori (dove insegnavo discpline geometriche,archittoniche arredamento e scenotecnica, in ruolo) mi ha spostato alle medie inferiori con nove classi da gestire e UN NUMERO TOTALE DI ALLIEVI PARI A 216 , FORSE ANCHE QUALCUNO IN PIU’ e spesso in classe ne arrivavano parte di altre, perchè così capita quando l’insegnante è assente. Con ragazzi irrequieti che non stanno proprio fermi, si alzano, si spostano in continuo e in laboratorio combinano di tutto. Due ore la settimana per fare arte e storia dell’arte, a dei ragazzi che, ogni volta che portavo i miei libri d’arte,monografie sugli artisti che trattavamo,non avendo la scuola assolutamente nessuna dotazione in tal senso, mi dicevano che erano soldi sprecati! L’arte, l’idea che nell’arte viene portata a tutti, è qualcosa che non conta;conta l’automobile, il cellurare, l’i-pod, l’i-phone, l’essere sempre alla moda, andare in vacanza in luoghi di lusso,l’estetica,il computer usarlo per giocare… e ti assicuro che tenere la loro attenzione sveglia è stata cosa difficilissima, costa la vita e infatti ho finito la scuola DISTRUTTA, ANCHE SE LIETA…ma che fatica, e quante discussioni persino con i genitori che solo alla fine hanno ringraziato dicendo che è vero, non conta solo la matematica e le scienze, che anche l’italiano, le lingue, l’arte, servono per una formazione più ampia, una disponibilità all’attenzione a tutte le componenti umane. Ma ti assicuro che comunque sono stati pochi quelli che l’hanno compreso ed è comunque per quei pochi che sono lieta della fatica fatta. Ultima osservazione:ascoltarli all’esame ripetere ciò che avevano imparato ma non compreso, era come vedere dei soladtini, addestrati a raggiungere un obiettivo che non vedevano, con un pennino spuntato come strumento dentro la vita che è un colosso. ferni

  15. quello che scrivi in questo commento è sensato. é difficile elaborare dei pensieri lunghi, dei pensieri che hanno una prospettiva ampia. L’arte permette di aumentare il campo visivo, permette di aprire le finestre sul mondo, come tutta la cultura umanistica, come tutta la cultura. L’arte permette di diventare padroni di noi stessi, bisogna insegnare ai ragazzi a diventare padroni di loro stessi. Bisogna ragionare non solo sull’oggi e sul domani, ma anche sul futuro più a lunga scadenza, anche su quello che è fuori di noi. Spero di essere stato chiaro.

    1. chiarissimo perché la base che ho posto all’inizio del percorso e poi richiamata più volte è stata la stessa. L’arte cerca, in tutti i suoi percorsi e insieme con tutte le altre discipline di rispondere ad una domanda fondamentale:chi siamo, da dove veniamo e da cui forse deriva la risposta all’altra domanda:dove stiamo andando.
      Sempre si cade in una specie di baratro che è l’uomo stesso con tutti i paradossi che egli ospita, contutta la sua mancanza di conoscenza profonda,con le sue intuizioni mirabili. f.f.

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