TEMPIQUIETI E I LANDAYS- Vittoria Ravagli presenta il percorso

riccardo lenzi

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I landays sono una forma di poesia breve, popolare e antica che le donne pasthun utilizzano in segreto per denunciare le violenze e i soprusi a cui sono sottoposte.

Landays – o landai – è un distico in cui il primo verso è di nove sillabe, il secondo di tredici. Ma non vi è rigidità nel comporre. La poesia semplice, comprensibile a tutti e che tutti possono scrivere, è certo uno dei mezzi più potenti e liberi per dare messaggi immediati, forti, che si fissino nelle menti in modo indelebile. Con la poesia si sono fatte conoscere nel mondo le lotte dei popoli oppressi, si sono tramandate per secoli le storie delle genti dimenticate.

Un amico poeta, Marco Ribani, ha pensato alla possibilità che i landai vengano usati “come arma internazionale di denuncia delle donne contro la società maschilista e le violenze famigliari”: io credo che la sua intuizione sia preziosa.

La violenza sulle donne è un fatto di inciviltà insopportabile. E’ il frutto della volontà cieca dell’uomo che vuole sopprimere la voce delle donne e la loro partecipazione alla vita attiva e alle decisioni comuni. Il patriarcato sta mostrando il peggio di sé sia a livello privato che pubblico.

Ora se questo mezzo così semplice può essere la trama che unisce le voci delle donne sulla terra e dà loro potenza formando un’unica tela, partiamo da là, dalle donne afgane – così terribilmente provate – e facciamo girare questo messaggio senza stancarci, coinvolgendo amici, associazioni, istituzioni, giornali, blog, rete. E gli uomini, perché sono loro prima di tutto che debbono cambiare. Partiamo da quelli che io chiamo “i giusti” perché dicano, si espongano pubblicamente, si muovano attivamente, si colleghino tra di loro, con noi, le donne.

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Di seguito un bellissimo articolo dell’amica Maria G.Di Rienzo, dal suo blog “Lunanuvola”

Nelle sue parole, nel racconto che ci fa, c’è tutto quello che dobbiamo sapere.

http://lunanuvola.wordpress.com/2012/05/05/morire-di-poesia/

.Morire di poesia  

Nadia Anjuman, artista afgana, morì nel 2005 del brutale pestaggio di suo marito. Aveva 25 anni. Le sue “colpe” erano l’aver pubblicato le sue poesie ed essere diventata famosa in ragione di ciò. In Afghanistan si può morire di errori umanitari, di armi intelligentissime maneggiate purtroppo da perfetti idioti, di matrimonio, di parto, di religione, di etnia, di papaveri da oppio, persino di scuola. La scelta è così vasta, soprattutto per le donne, che sono qui a domandarmi se era proprio necessario aggiungerci dell’altro. Ma tant’è: le mie simili, in Afghanistan, possono morire anche di poesia.

La maggiore associazione di scrittrici e letterate, nel paese, si chiama “Mirman Baheer” ed è la versione contemporanea dell’associazione “Ago d’Oro” dell’epoca talebana in cui le donne di Herat, fingendo di cucire, si riunivano per discutere di letteratura. A Kabul, l’associazione odierna non ha bisogno di nascondersi: ne fanno parte insegnanti universitarie, parlamentari, giornaliste, intellettuali che hanno una vita pubblica e le facce scoperte. Ma per le restanti 300 socie delle province “Mirman Baheer” funziona come una setta segreta. Al telefono dell’associazione c’è sempre una donna, Ogai Amail, che aspetta in orari concordati le loro chiamate: le socie le recitano le poesie che non è loro permesso creare e la volontaria, anch’ella poeta, le trascrive verso dopo verso.

Zarmina (che firmava le sue poesie con lo pseudonimo “Rahila”) viveva a Gereshk, a circa 600 chilometri da Kabul. Si mise in contatto con il gruppo dopo aver ascoltato alcune sue socie recitare poesie alla radio. A Zarmina, adolescente, non era permesso uscire di casa. La radio era il suo solo tramite per il mondo esterno e le telefonate doveva farle di nascosto. “Era giovanissima, ma il suo lavoro era già impressionante per ricercatezza, originalità e coraggio.”, ricorda Ogai Amail, “E la sua urgenza di creare era assoluta. Ad esempio, non sopportava i ritardi o le dilazioni nei nostri colloqui telefonici e a volte mi rimproverava con un landai di questo tipo: Io sto gridando ma tu non rispondi. / Un giorno mi cercherai ed io me ne sarò andata da questo mondo.

Landai significa “piccolo serpente velenoso” in lingua Pashto: si tratta di poesie popolari, composte da due versi, che perdono la loro origine non appena vengono recitate. Un landai non appartiene neppure a chi lo crea, le persone dicono di “ripeterlo” o di “condividerlo” anche quando è nato nella loro mente. Gli uomini possono inventare e recitare queste poesie che però, quasi esclusivamente, hanno per voce narrante una donna. “I landai appartengono alle donne.”, dice Safia Siqqidi, poeta ed ex parlamentare afgana, “Nel nostro paese, la poesia è il movimento delle donne dall’interno.” La poesia pashtun ha una lunga storia come forma di ribellione delle donne afgane. E i landai sono di solito micidiali proprio come il morso di un serpente velenoso: diretti, sboccati, concreti, arrabbiati, sensuali, buffi, tragici, vanno diritti al cuore della questione che affrontano. I matrimoni imposti, odiati e derisi tramite dettagli grafici, sono un bersaglio frequente di questo tipo di poesia.

Zarmina usava diversi metri poetici per descrivere “la buia gabbia”, cioè le costrizioni che soffocavano la sua vita, e chiedeva ragione a dio e all’umanità di tanta sofferenza: Perché non mi trovo in un mondo in cui la gente possa sentire quel che io sento ed udire la mia voce? Nell’Islam, Dio amò il Profeta Maometto. Io sto in una società dove l’amore è un crimine. Se siamo musulmani, perché siamo nemici dell’amore?

Due anni orsono, Zarmina stava leggendo al telefono le sue poesie d’amore quando la cognata la sorprese. “Quanti amanti hai?”, le chiese sprezzante. L’intera famiglia sposò questa tesi. Dall’altra parte del filo doveva esserci sicuramente un giovanotto. I fratelli si produssero in un regolare pestaggio della ragazza e fecero a pezzi tutti i suoi quaderni di poesie. Due settimane più tardi, Zarmina si diede fuoco e morì all’ospedale di Kandahar dopo sette lunghi giorni d’agonia. Non aveva che 17 anni.

Zarmina era stata fidanzata dal padre ad un cugino coetaneo quando era una bambina, ma il fato era stato generoso e i due si erano innamorati sul serio. Quando però saltò fuori che la famiglia del ragazzo non poteva pagare la dote richiesta dal padre di Zarmina, quest’ultimo sciolse il fidanzamento. Il ragazzo, saputo della morte dell’ex fidanzata, ha tentato di uccidersi lui stesso pugnalandosi al petto più volte. L’anno scorso i familiari gli hanno arrangiato un matrimonio e lo hanno spedito ben distante.

Durante le due settimane trascorse fra il pestaggio e il suicidio, Zarmina non disse ad Amail quanto era disperata. Le recitò però un altro landai: O giorno del giudizio, dirò a voce alta / Vengo dal mondo con il cuore pieno di speranza. “Stupida, le risposi, non dire così. Sei troppo giovane per morire.”, ricorda ancora Ogai Amail, “Zarmina è solo la più recente delle poete-martiri afgane. Ce ne sono centinaia come lei. Tutte le giovani artiste che ci chiamano al telefono sono in una posizione molto pericolosa. Sono tenute dietro alte mura, sotto lo stretto controllo degli uomini. Io sono la nuova Rahila, mi ha detto di recente una di loro,Registra la mia voce, così quando verrò uccisa ti resterà qualcosa di me.” Amail l’ha ovviamente rimproverata, ma pensa che sarebbe bello avere un registratore, averlo avuto quando Zarmina-Rahila recitava le sue poesie ed ora poterla riascoltare. La nuova Rahila ha scelto come pseudonimo Meena Muska (Sorriso d’Amore, in Pashto). Non sa quanti anni ha, perché è una femmina e nessuno si è preso la briga di registrare la sua data di nascita. Se le chiedete la sua età (dovrebbe avere circa 17 anni) lei vi risponderà poeticamente: Sono un tulipano nel deserto. Muoio prima di sbocciare, e le onde della brezza del deserto soffiano via i miei petali. A differenza della musa che si è scelta, Meena può contare su qualche sostegno in famiglia: sua madre e la sua meira, l’altra moglie di suo padre, amano le sue poesie e la proteggono. Se gli uomini della famiglia sapessero che scrive poesie la loro reazione sarebbe identica a quella dei parenti di Zarmina. “Una brava ragazza non ha voglia di studiare, non scrive, non legge.”, spiega Meena. Dice anche che deve ancora lavorare molto per raggiungere nei suoi versi uno standard qualitativo che la soddisfi. Io la trovo già interessante. Se la lasciano vivere, l’arguzia che mostra potrebbe regalarci diverse delizie. Uno dei suoi landai recita: O separazione! Spero che tu muoia giovane. / Perché sei tu quella che dà fuoco alle case degli amanti.

Il membro più giovane dell’associazione “Mirman Baheer” è una ragazza di 15 anni, Lima. Ha iniziato a creare poesie quando ne aveva 11 ed era analfabeta. Indirizzava versi a Dio e li ripeteva a suo padre. Costui, un ingegnere, ne restò meravigliato e compiaciuto (“Perché non sa granché di poesia”, scherza Lima) e decise di portare tutte le figlie all’associazione delle letterate affinché imparassero a leggere e scrivere. L’ultimo lavoro di Lima è un rubaiyat, un tipo di quartina araba, e dice: Non mi permetti di andare a scuola. / Allora non diventerò una medica. / Ricorda questo: / un giorno anche tu ti ammalerai. 

Maria G. Di Rienzo

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Stiamo pensando concretamente di organizzare in autunno un primo incontro con la lettura di tantissimi landays, certi della collaborazione e della condivisione di questa idea che sta cominciando a girare a grande velocità e chi legge dice che è una bellissima cosa..

Forse un’utopia?…

Ma, come diceva Joyce Lussu: ” L’utopia non è un’illusione/un sogno/una fantasia/lanciata nell’impossibile…./ l’utopia è un progetto/…..non ancora realizzato/ma che forse si realizzerà…”

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Vittoria Ravagli

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Nota – è stato eliminato dall’articolo, su richiesta di Marco Ribani, un richiamo alla pagina di FB da lui aperta, per una divergenza di vedute sulla diffusione dei landays in rete.

(Per le stesse ragioni sono state tolte le note del 28.6.2013 che contenevano un articolo di M.Ribani.)

 

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Altri riferimenti in rete:

http://www.dialogare.ch/Dialo_Vocabo_testi/D_Viol10.htm

http://www.unita.it/mondo/afghanistan-l-146-inferno-delle-donne-ogni-anno-2300-suicidi-1.160765

http://www.rawa.org/rawa/2010/03/08/l-emancipazione-delle-donne-afghane-non-potr-essere-mai-raggiunta-finch-l-occupazione-non-avr-termine-e-i-talebani-e-i-criminali-del-fronte-nazionale-non-saranno-eliminati.html

http://domani.arcoiris.tv/il-calvario-delle-donne-afghane-per-il-governo-sostenuto-dalle-armi-italiane-sono-%E2%80%9Cnessuno%E2%80%9D-ombre-o-%E2%80%9Cprostitute%E2%80%9D-da-snidare-nei-rifugi-dove-cercano-scampo/

http://www.storiaxxisecolo.it/attaccoagliusa/terroristi4e.htm

58 Comments

  1. Sono “neofita”, purtroppo, nel campo della poesia (e in molti altri). Ringrazio Ferni che con i suoi siti mi dà il piacere di leggere e conoscere i mondi che mi circondano. L’argomento trattato “ i landays” non ne ero proprio a conoscenza. Ampio e bello, con l’inserimento di link, il percorso affrontato. Buon lavoro, vi seguirò. Lori

  2. grazie.Vedrai sarà un percorso che correrà di mano in mano e di parola in parola come un filo che tra noi ci si passa e si allunga ampliando la voce di una con quella di tutte.Si spera che finalmente si senta su tutta la terra quanto è “colmo” e vivo sempre il mondo di ogni donna. f.

  3. Bella e interessante pagina Ferni. Non conoscevo “i landays” che mi vien quasi da definire degli haiku per la brevità del verso anche se cambia. e di molto, di sostanza.

    Complimenti sempre
    .marta

  4. Troppo bello questo articolo, denso di significati e di spunti….lo ribloggo con piacere per farlo girare e farlo correre nella rete.
    Grazie

  5. Tutto chiarissimo, grazie Vittoria. I landays come cassa di risonanza della voce di tutte le donne contro la violenza. Gocce ostinate che scavano la roccia.

  6. Conoscevo la storia di Zarmina e i landai, che vivono soprattutto come tradizione orale. E di come siano certe piccole radio private a tenere in vita la speranza delle giovani donne afgane. La parola è vita e resistenza, proprio dove si cerca di spegnere la libertà. C’è da riflettere. E d’aiutare laddove è possibile, anche solo leggendo e condividendo la lettura. Comincio io.

  7. Vittoria Ravagli sarà la nostra tutrice e guida, tutto il gruppo di Cartesensibili con grande gioia ha aderito a questa sua proposta di lavoro, di ricerca, di condivisione da parte di tutte le donne, non solo a livello nazionale ma anche internazionale. Fileremo insieme una grande voce e sarà impossibile non sentirla. GRAZIE A TUTTE VOI CHE VORRETE E VOLETE COLLABORARE. GRAZIE A TUTTE COLORO CHE GIA’ STANNO DIFFONDENDO QUESTA NOSTRA COMUNE VOCE
    f.f.

  8. sì, Ferni, anche se a volte l’antagonismo esasperato occidentale porta alla disinformazione e all’indifferenza.
    è per questo che bisogna farsi sentire ed essere anche la voce di chi non può parlare.

  9. Non posso che aderire e condividere l’iniziativa perché se una speranza abbiamo di essere umani è proprio nella condivisione e nel dare voce all’ingiustizia. Purtroppo sono molti i modi di uccidere la vita e i tipi di violenza, non sempre e solo fisica e purtroppo le violenze non sono operate solo dagli uomini.

    Ecco il mio primo landai:
    Ordini stupidamente di tacere,
    non capisci che la voce della verità è più forte del tuo raglio.
    Francesca Diano

  10. GRAZIE Francesca lo preparo per renderlo maggiormente visibile e non vada perso nel mare grosso dei commenti. Quanto poi affermi è certamente la scottante realtà e serve che non si impossessi dell’ultima briciola di umanità che possiamo usare per non sparire. ferni

  11. Vittoria Ravagli è la nostra maestra tessitrice e Marco Ribani, quello che ci ha portato il filo di questo lavoro comune e IMPORTANTISSIMO, può diventare la veste con cui ogni donna non si sente sola e che serve la sua presenza la sua vita è il seme per fare quel filo. f

  12. Naturalmente grazie e restiamo in attesa della tua voce. Serve la voce del mare per andare come onde in tutte le terre del mondo e piovere persino sulle montagne più alte

  13. bellissima iniziativa ho già scritto sulla pagina Fb Landays pagina gestita da Patricia Darrè e Marco Ribani un estratto di una mia poesia:
    Sono inarcata
    cinte murarie
    ho innalzato intorno a me
    a difesa dei dardi, dei tuoi dardi

  14. Ci sono scritture e linguaggi segreti delle donne che hanno sempre operato una forma di resistenza e di sopravvivenza nei confronti di un maschile che le voleva vinte, umiliate, segregate. In tutte le epoche, in tutte le civiltà, questa volontà di raccontare la vita, la gioia di essere portatrici di vita, la complicità con altre sorelle che soffrivano le medesime offese ha portato molte donne a costituire delle vere e proprie società iniziatiche. Attraverso il canto, il ricamo, la tessitura, la composizione poetica, le donne sono state in grado di offrire una visione alternativa ad un mondo maschile competitivo, aggressivo e conflittuale che le aveva cancellate. Ma questo messaggio, come un fiume carsico, ha continuato a scorrere per arrivare fino a noi, che ne siamo le eredi. Grazie sorelle, vicine e lontane e grazie a Vittoria e Ferni!!!

  15. Tra le molte mail che ricevo a commento, ne copio qui una con il landai, di Antonella:

    “stupendo articolo, stupende poesie, stupenda proposta.
    Ho depositato nel sito dei landai questo:

    Ci avete tolto l’aria
    ma noi siamo le foglie che respirano

    Antonella Barina”

    grazie anche a lei

  16. TAPPETI

    Cosa dicono le donne
    dentro i loro silenzi
    fatti di polvere

    Percorrono con agili dita
    labirinti segreti,
    piste sconnesse,
    tunnel di penombre

    Serrano nel pugno
    fili di lana
    per uscire dal dedalo,
    ma spesso e volentieri
    quel filo contro loro si ritorce

    Sorelle in Sharazade
    raccontano città
    di cipria rosa
    al tramonto

    Edificano castelli di sabbia
    narrano di verdi giardini
    di fontane segrete

    E la dura fatica del secchio
    della balla di fieno
    dello schiaffo imperdonabile

    Scrivono parole d’amore
    col mestolo nella zuppa
    scrivono maledizioni
    con lo straccio sul pavimento

    Accarezzano gatti spelacchiati
    che pisciano su vecchi cuscini
    e qualche volta piangono
    sotto le loro ciglia pesanti

    Narrano dell’imene deflorato
    del ventre pregno che si apre
    della ferita che non si rimargina
    neppure dopo tredici lune

    E scrivono con lo zafferano,
    con la cocciniglia,
    con l’imbroglio dell’anilina
    la solitudine del sogno

    Tessere, tessere,
    tessere incessantemente
    è la vendetta
    del loro linguaggio segreto

    E nel disegno ritorna
    quanto è stato taciuto,
    quanto è stato negato,
    quanto è stato sottratto

    Nei segni si legge
    la denuncia
    del loro antico patire
    il silenzio che parla
    attraverso tracce patenti

    Cosa dicono dietro
    quei muri spessi
    dietro il reticolo delle grate
    chine tutto il giorno sul telaio
    tramano insidie
    ordiscono vendette

    Nel seno nascondono
    papaveri in fiamme
    anche se le loro dita
    sono gelide

    Non saranno sconfitte
    neppure dopo mille notti insieme
    nel buio non si arrenderanno
    mentre versano il te
    in uno zampillo d’oro pallido
    dentro verdi bicchieri

    Mangiano mandorle di luce
    sgranocchiano semi di zucca
    lasciando tracce segrete

    Quanti universi dentro un filo di lana
    quanti nodi, quante battaglie
    né vinte né perdute
    ma in continua fase di stallo

    Il telaio è la trincea
    dove stanno arroccate
    filando simboli
    creando universi
    distruggendo certezze

    Mentre l’ignaro despota
    percorre affaccendato
    le strade della caasbah
    dedito ai suoi commerci
    sicuro d’avere in tasca
    le chiavi del suo regno

    Lucia Guidorizzi

  17. Oggi mia figlia ha fatto l’esame di terza media. E’ brava, piena di amiche, il prossimo anno farà il liceo classico. La aspettano anni pieni di cose interessanti, in cui sarà libera di fare venire fuori il meglio di sé. Adesso stampo il racconto di Maria G. Di Rienzo che Vittoria ci ha presentato e stasera glelo farò trovare sul cuscino con i miei complimenti, baci e abbracci.
    Per farle vedere, in un giorno importante, che ci sono ragazze della sua età per cui la poesia è la cosa più preziosa, come la vita.

  18. Grazie, Vittoria, per ciò che fai per le donne del mondo, le Afghane hanno grande bisogno di sostegno, il tuo articolo è molto incisivo e anche le foto rimangono impresse nella mente e nel cuore.
    Graziella.

  19. grazie ancora a tutte. Sandra, mi ha commosso il tuo pensiero per Sabi. Graziella, solo lavorando insieme, come stiamo facendo, da Ribani, a Maria di Rienzo, a Fernanda, a tutte noi, solo così riusciamo a tessere la tela.

    Scrive M.Grazia Di Rienzo in una mail: “Grazie… auguro all’impresa di toccare le stelle…”
    Un abbraccio vit

  20. Davvero stupefacente questo immenso documento fatto di pezzi e pezze…patchwork privi di colore e senso che giustificano il vuoto che attorno a noi si crea al passaggio silenzioso di tutte quelle donne assenti che non hanno voce nè orecchie per parlare nè sentirsi…integrate in quello stesso mondo che continua a schiacciarle e a farle nascere…senza che nessuna abbia il coraggio di spezzare il filo dell’ignoranza annodato ai tanti soprusi e alle troppe ingiustizie che solo con l’unione e la conoscenza la divulgazione e la forza possono sciogliersi emergere e far si che si interrompa quel circolo vizioso dis-umano raccappricciante dilagante… Grazie Ferni e a tutti coloro che hanno contribuito ad arricchire questo tuo lavoro prezioso e interessante e utile…
    Bea

  21. Due pensieri in forma di Landai per esprimere tutta la mia solidarietà e sofferta partecipazione:

    Vita: sanno gli altri cos’è.
    La mia pelle d’ebano ne è deturpata.

    Il mondo: luogo per vivere.
    Per me è solamente luogo per morire.

  22. GRAZIE ANCORA A TUTTE E MI AUGURO; CI AUGURIAMO TUTTE E TUTTI CHE OGNUNA PASSI PAROLA PER SUPERARE I CONFINI DI OGNI NAZIONE PER FARE DI CIASCUNO DI NOI CHE PARTECIPAIMO LA TERRA CHE OSPITA E UNISCE,SOLO COSI’ SI POTRANNO SUPERARE LE TROPPE BUIE TERRE DI MEZZO, LA’ DOVE CONTINUA A VIVERE IGNORANZA E VIOLENZA.
    ferni

  23. Ho diffuso l’iniziativa in Irlanda, spero che arrivino landays anche in inglese o gaelico… grazie a Vittoria, Marco geniale ideatore, Fernanda infaticabile.
    Ecco i miei due landays:

    chi mi sta sollevando in volo? chi mi fa cantare?
    un cerchio di sorelle innumerevoli con me sta volando

    ora siamo stormo infinito e il canto ti lava la fronte
    sei accerchiato e liberato anche tu ci seguirai stupefatto

    annamaria ferramosca

  24. Partecipo anch’io a questa bella iniziativa e ringrazio Fernanda e gli altri promotori.
    Donne, amiche, sorelle, R/ESISTIAMO!
    Questo il mio pensiero in forma di Landay…

    Scrivo per non morire dentro.
    Ascolta la mia voce, non lasciarmi sola.

    Deborah Mega

  25. Un tappeto volante nel quale adagiare speranze vittorie e sconfitte…odi e canzoni…progetti ed emozioni…il mio landay e’ cosi’…leggero e colorato…dipinto di oro e rosa antico intessuto di rosso e di viola argentato…oggi l’ho liberato nei cieli che attraversano i sogni e le fantasie di tutte quelle donne che hanno reso
    vita e continuita’ al creato e di tutte quelle sorelle che non hanno occhi per ammirarlo ho lasciato frange lunghe come aquiloni ai quali potersi appigliare e dolcemente lasciarsi andare e imparare a volare…Grazie a tutte con affetto e ammirazione… Bea

  26. Riesco soltanto ora a leggere con calma e a riflettere. Scrivo qui di seguito il mio primo landai e cercherò di prepararne altri. Un enorme grazie per l’iniziativa.

    Questi sussurri di sillabe:
    bocche che danzano il canto della terra.

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