Un tuffo breve nella memoria per ritrovare un presente- Fernando Pessoa

tofa-lisbona 2004

tommaso favaron-lisbona.

Le cose non hanno significato, hanno esistenza.
Le cose sono l’unico senso occulto delle cose.

*

La vita è ciò che facciamo di essa.
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.

fernando pessoa

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Nell’anniversario della nascita  ricordo un grande, lo specchio in cui spesso mi sono immersa, non solo guardata. Si tratta di Fernando Pessoa.  Nasce a Lisbona il 13 giugno del 1888  e all’età di 5 asi trasferisce con la madre a Città del Capo in Sudafrica. Impara  l’inglese con cui scriverà poesie ed altre opere poiché dice che nessuna lingua, meglio di questa, e oltre il portoghese che è lingua della memoria, gli permette di vedere con nitidezza in sé e nella parola. Nel 1905 torna a Lisbona dove lavorò tutta la vita come “corrispondente commerciale”. Svolse un’intensa attività nei circoli culturali portoghesi quando  era ancora giovane e fondò e diresse diverse riviste letterarie. Poche delle sue opere, parte in inglese e parte in portoghese, furono pubblicate in vita ( Sonnets – 1913 , in inglese, Epithalamium – 1913,  in inglese, e Mensagem – 1933 in portoghese )  e tutte hanno riscosso un grande successo solo dopo la sua morte  che avvenne il 30 novembre 1935. Per i lettori italiani Tabucchi è il traduttore e conoscitore della grande eredità lasciata dall’autore portoghese ma  diversi altri scrittori e critici letterari, in particolare il premio nobel Octavio Paz, affermano che la sua vita, per nulla eccezionale, fà da incredibile contrasto all’eccezionalità delle sue opere. A qualche giorno dal giorno del suo anniversario di compleanno, lo voglio festeggiare ricordando due dei suoi  testi in cui meglio riesco a confrontarmi con le mie personali riflessioni su cosa sia guardare, in cosa consista la percezione visiva da cui appunto deduciamo il vedere. I testi riportati appartengono ad Alberto Caerio, suo eteronimo.
A proposito di Caerio, il Maestro, che Pessoa mette al mondo in quello che definisce “il giorno trionfale” della sua vita.  L’idea era infatti partita da uno scambio con il carissimo amico Mário de Sá-Carneiro, della cui perdita, si suicidò infatti, soffrì moltissimo Pessoa. Erano trascorsi inutilmente molti giorni  senza riuscire a dare forma alla figura e alla biografia del personaggio in questione  e Pessoa aveva deciso di rinunciare. Ma, si sa, i momenti giusti arrivano quando è l’ora, cioè quando vogliono e così accade che Pessoa, fermo in piedi davanti al mobile di casa, sente che il flusso costante di una ispirazione tracimante lo prende e lo scrive in una lettera.  E’ l’8 marzo del 1914. Sul comò comincia a scrivere restando  fermo, in piedi, catturato da una specie di estasi la cui natura lui stesso non sa definire e da cui, una dopo l’altra nascono e si svolgono con compiutezza tutte le poesie fino a crearne più di trenta. E’ nato Alberto Caeiro, biondo,pallido, definito da Tabucchi  “l’Occhio, l’olimpica e insieme tenebrosa ricognizione del mondo”, voce di un poeta che vissuto in campagna, morirà prematuramente di tubercolosi, come accadde proprio al padre di Pessoa.  Scrive, Alberto Caerio Pessoa, le sue bolle di sapone, effimere e al tempo stesso affascinanti, forse proprio per questo bellissime, inconsistenti e reali, riflessioni che rimandano alla natura della realtà delle cose stesse, appena percettibile eppure visibile, tangibile.

fernanda ferraresso

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fabio mingarelli

fabio mingarelli

LE BOLLE DI SAPONE

Le bolle di sapone che questo bimbo
si diverte a staccare da una cannuccia
sono translucidamente tutta una filosofia.
Chiare, inutili e passeggere come la Natura,
amiche degli occhi come le cose,
sono quello che sono
con una precisione rotondetta e aerea,
e nessuno, neppure il bimbo che le libera,
pretende che siano più che non sembrino.

Alcune a stento si vedono nell’aria tersa.
Sono come la brezza che passa e tocca appena i fiori
e solo sappiamo che passa
perchè qualche cosa si alleggerisce in noi
e accetta tutto più nitidamente.

*

Sono un guardiano del gregge
Il gregge sono i miei pensieri
E i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con le orecchie
E con le mani e coi piedi
E con il naso e con la bocca.
Pensare un fiore,
è vederlo e respirarlo.
E mangiare un frutto
è saperne il senso.
Ecco perch
é quando un giorno di caldo
Mi sento triste di goderne tanto,
E mi stendo completamente nell’erba,
E chiudo gli occhi che bruciano,
Sento che tutto il corpo
è steso nella realtà,
So la verit
à e sono felice.
Tu dici, vivi nel presente;
Vivi solo nel presente.
Ma io non voglio il presente, voglio la realt
à:
Voglio le cose che esistono, non il tempo
Che le misura.
Cos’
è il presente?
È qualcosa di relativo al passato e al futuro.
È una cosa che esiste in funzione dell’esistenza
Di altre cose.
Ma io voglio la sola realt
à, le cose senza presente.
Non voglio includere il tempo nel mio schema.
Non voglio pensare le cose in quanto presenti:
Le voglio pensare in quanto a cose.
Non le voglio separare da esse stesse,
Trattandole come presenti.
Non dovrei nemmeno trattarle come reali.
Non dovrei trattarle affatto.
Dovrei solo vederle, semplicemente vederle;
Vederle fino al punto di non poterle pensare,
Vederle fuori dal tempo, fuori dallo spazio,
Vederle con la facolt
à di toglier tutto tranne il visibile.
Ecco la scienza del vedere, che non
è scienza

Da Il Guardiano del gregge- Poesie complete di Alberto Caerio

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