E ancora non so se davvero l’ho letto. Era farsi di Margherita Rimi continua a rigirarmi dentro – Fernanda Ferraresso

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Era. Imperfetto dell’essere che scrive, il suo perfetto farsi di fatto in fatto, progredendo in un continuo cedersi, dall’uno all’altro in un viaggio che è un  fitto percorso tra impronte e ombre di rovine, un dove che è il lascito di un ritratto. Questo, secondo me e in sintesi estrema mi ha offerto con grande nitore Margherita Rimi in Era farsi, raccogliendo in se stessa tutti quegli scritti, che non sono semplicemente parole ma persone, bambini e bambine, costellazioni in via di formazione sfregiate da un turbine, e hanno fulminato con il loro silenzio, il cosmo di  Margherita, lasciando in lei una traccia indelebile, la parola scabra che  raschia la bocca dalle troppe futili inutili parole che si dicono ovunque, che dicono dovunque i grandi, impegnati in giochi a cui non giocano davvero e barano, barano maldestramente e ripetutamente. La parola è per questo, in chi legge, scabra, perché non scivola, pur lieve, nell’aria ma s’ingrossa e si inossa, si annida nella propria memoria e apre in sé la geografia di trincee e tane che raccolgono semi di male, semi di sogni interrotti in cui si sono avviticchiati incubi, in cui il silenzio ha tagliato le parole, curvandole nei gomiti acuti del buio. Ed è da questi luoghi, in cui la parola ci porta, che sgusciano domande essenziali su ciò che noi siamo, domande universali che non abbisognano di traduzioni e che la poesia porta nella sua bocca dopo lunghe ruminazioni, masticazioni che hanno portato alla luce ciò che è vitale. Dal 1974 al 2011 è più di un’era che viene guardata, toccata, sedimento per sedimento e insieme con la sedizione che questi ritrovamenti, a volte, potrebbe innescare,  si carica invece di umanità così forte, così tangibile da farne il corpo stesso dell’autrice, il tocco autentico di una mano leggera che è albero del suo ramificato passaggio nel presente, tutti i suoi ricordi e dunque le figure che le sono famigliari ma che l’autrice non distacca, ad ogni ora, dalle altre, figure dei bambini che si delinenano con pochi tratti di penna, sulla parete bianca e ripida della pagina,  stanza della parola omessa, che si fa chiave del messaggio per aprire una porta os– cura.  La geografia dei luoghi sta nelle parole e queste sono storia e carne viva di persone,  e non c’è limite se non una fragile vela, che deve tenere il vento del viaggio dentro il precipizio di ciascuno e dentro se stessa, in un continuo rendersi, da fuori a dentro sentendosi l’altro, riconoscendo nel proprio vigile sguardo l’orrido non pronunciato, l’inghippo, l’incastro. Più e più volte ho letto i testi perché sempre toccavo punti fragilissimi e dolenti in me, nostri punti sacri, vertici che ci creano come uomini e in cui ho visto persone che hanno traghettato altrove il proprio occhio, lo hanno spento in  educazioni al silenzio, mentre è alla morte che ci si è dati, abituati,  rendendoci ciascuno un arido deserto.
Margherita Rimi non ha raccolto solo poesie ma tempo e dentro questo ha raccolto i cerini di tutte le vite,  coltivandole da un seme di oscurità avvolta in un corpo magnifcio, quello dei bambini, fino a una piccola luce, in un cammino lungo di trent’anni, un/a ERA segnato/a dall’esperienza che lei tutt’ora vive. Sono appunto i bambini,  che lei incontra ogni giorno come neuropsichiatra infantile, quelli che la legge e tutti gli schedari definiscono minori, che in lei appuntano e depositano le violenze subite, il soggetto costante che la Rimi tessera e riconfigura in sé assieme a quelle loro storie  richiamando, in un mosaico complesso e lucido, dove sta anche lei, bambina, una distanza lucente per farsi minore ella stessa, farsi viva attenta,  sentire netta ogni altra (sua/loro) voce. Era da farsi quella strada, tutta, per intero e non da estranea ma alla loro misura, vicina, il più possibile aperta, larga come solo i bambini riescono ad essere, salvo poi chiudersi fino all’estremità del globo, diventare più piccoli fino ad essere invisibili, ogni nascosto e il suo nascondiglio.
E si toccano le pareti chiuse intorno, in questo libro le pagine sono porte e stanze,  in cui hanno fatto tana animali della nostra stessa specie, impauriti, dispersi, abbandonati per strada, si sente chiaro il  nodo che stringe la gola, ti afferra il respiro perché la violenza da loro subita è una nostra inadempienza, di gesti e d’ascolto, è una nostra complicità nell’allontanamento del problema, di loro stessi, ed è invece  un chiodo piantato in corpo nella loro/nostra condivisa carne.
Ma.  La parola di Margherita sa anche  farsi luce sul comodino, non solo una lama di coltello, altre volte riesce ad essere ala e anche pipistrello, che svola dentro la notte e cerca di portarla via o di abitarla, mettendo altri lumi al fianco di ogni passo. Ci sono parole che bruciano e parole che brillano e tutte creano questo terribile e bellissimo mondo, un labirinto in cui il bambino sta al centro, vigile, attento, sapiente.
Margherita sa che può salvare  la parola di filo che annoda. Il suo è lo stesso filo di Arianna, che ha portato Teseo fin da suo fratello , ma era Te-se-o, o ancora qualcosa d’altro, che ha  ucciso quanto stava dentro? Quell’oscuro del mostro che si tiene celato nel cuore del bambino. Due,  contro il nascosto, sul filo dell’andata e del ritorno, ritrovando i propri passi perduti, fino ad una luce che non è più la stessa comunque.  Il tempo è un binario mai morto e le rotaie sono le nostre vite affiancate che portano ovunque ma non hanno mai un solo senso se non per chi le sta percorrendo, di volta in volta, cosmi che al solo contatto si fanno cose, dandosi un corpo dandosi un tempo. E s’impara dai bambini, abili nel trasmigrare da un corpo ad un altro, oltrepassando le barriere di ricordi opprimenti, imbrinandoli con sogni e prodigi che ancora maturano il celeste nascosto, da qualche parte, dentro il proprio universo.

Il cielo della neve, pag.18, è dedicato a Tita, ma l’ho sentito e ancora lo tocco in me fiocco per fiocco.

I

Il cielo della neve lo conosco.

Ero stato bambino

E sui binari
quelli della ferrovia
gli gridano l’allarme.

La neve così faceva il suo silenzio

II

Come finisce
se sui binari è un piede dietro l’altro
se l’ultima parola non lo dice

Come finisce
se non continui tu

[…]

.

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E a queste impronte che sembrano disfarsi come neve si aggiungono le tracce di Tolstoj, Woolf,  Eliot, Kristof , Pirandello unendosi alle tante chiavi di tenuta di una costruzione complessa perché implica lo smantellamento e la ricomposizione, in un assemblaggio ogni volta più vasto perchè i vissuti si intrecciano, s’innestano e non si può disannodare quanto invece comporrà l’architettura di ciascuno di noi e del proprio mondo ma è labirinto in cui vive sempre anche l’altro, quel minus , quel minore ma allo stesso tempo monstrum, che riaffiora mostrando le viscere nostre dal profondo. Per questo tutto ci riguarda e niente è mai distante.Tutto si articola in una sequenza di infanzie in cui è il bambino il vero e primo maestro, perché non manipolato, perché luogo, perchè visione e visionarietà che arriva fino a quel lontano a cui noi non abbiamo accesso che per logiche astratte, spesso dis-tratte da altri convogli.

Scrive in Paginatura (pag.17)

.

I tempi dei bambini
mi fanno zoppicare
mi segnano col dito

E quando toccano le cose
l’aria comincia a respirare a disegnare
la sua punteggiatura

.

Si capisce con chiarezza, qui, che i traumi, che ci fanno da corredo nell’età adulta,  spesso hanno radici avviluppate ancora, fortemente  in noi, sono lampi che evitiamo di guardare attentamente, che preferiamo oscurare con forza, lasciandoli bruciare sotto una scorza spessa, dimenticando che bruciamo noi stessi. C’è una purezza che disarma, in alcuni passaggi del labirinto, e senti il corpo che si graffia, ed è una fortuna proprio perché senti. E’ difficile, oggi, restare svegli, o meglio è difficile essere veglianti.Tutto è un continuo abdicare, abbandonare la riva poco prima abitata, per farsi anche noi più scuri, più densi ma allo stesso tempo, invisibili, irraggiungibili.
Era, tutta un’era che continua a farsi e non è per questo solo ciò che è avvenuto, ma segno di uno stato, di un essere che si mangia e si riforma, autonutrendosi e auto-de-generandosi, non solo autoantologizzandosi, un segno doloroso e potente sempre in sospensione in questo latte cosmico che pure ci nutre, si apre e si chiude in noi, ad ogni nostra nascita, ad ogni nostra morte. Questo, secondo me, ha letto giorno dopo giorno l’autrice, camminando la radioattività dell’essere, quella forza che s’irradia fin da piccoli e a volte brucia e devasta, altre fiorisce le costellazioni di cui già ho detto.

distratta la nostra infanzia
nel farsi grandi

e ancora

Tutto è: a capo di
qualcosa che manca

e altrove

Come finisce
se non continui tu

Ecco, questo è il passo e anche la risorsa per farsi cammino, piede che si posa e tocca, finalmente se stesso, terra e cielo in una sola impronta, leggera, lettura anche dentro la paura che a volte ci scompag(i)na, impedendoci di vivere , di ardere il nostro falsamente esiguo spazio, stelle anche noi, del cosmo. In epigrafe a questo blog c’è un pensiero riportato senza nome dello scrivente, egli è noi, comunque, sempre, come lo sono queste storie, queste vite in  questo ora, nella continuità di un  ERA farsi.

 fernanda ferraresso

.

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** Nota
L’ordine dei testi proposti qui di seguito non ha la cronologia della raccolta,  è il suono che ancora ascolto in me, un mare che non accenna a quietarsi.

.

Da Era farsi .  Autoantologia 1974-2011 di Margherita Rimi.

Da QUANDO IL TEMPO SI FA TEMPO

Chi rischia la parola
a questa cura storta a questo tempo in piena.

Domandami l’amore.

Il corpo scatenato dalle onde
E poi sulla domanda quanto tempo corre
Quanto cerchio si chiude in una vita.

Guardiamoci più in là
di questa inutile sostanza
di questo intento a non finire.

Di come siamo fatti. Noi.
Di solitudine indovini.

*

Parlami così. Come si fa grande.
Come da qualche parte il tempo ricomincia
quando carta su carta è conta disuguale
quando io sono farfalla e tu sulle mie ali.

Parlami così.
Come risulta il mondo alle domande
quando alla fine non diventano parole.

*

Riparami madre
dalle tue braccia

Dai malcurati amori
Dai tuoi terrori

Non parlarmi più

Devi trovarmi

Devi indovinarmi

È pure mio
tutto lo spavento tuo
di esistere.

.

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Da ERA FARSI

Ai piedi del letto il tempo non passava
Era farsi grande raccontare una storia
E la storia non era più una storia
era farsi padre

Il suo disegno non era farsi grande
non era orizzonte la sua mano

Il dolore era farsi carta
farsi carta i troppi desideri
il suo mondo era grande ed impreciso
la forma del suo cranio una farfalla.

*

La bambina non sapeva di essere
bambina

La storia dentro a un pugno
Scambiata tutta per errore. Così
Come poteva essere da capo. Come
Per aggirare il mondo.

Dice – Da dove finisce –
Da dove. Sempre con l’ultima parola
sempre senza nome

– Prima del mondo    che c’era.    Prima –
– E prima della terra    che c’era.    Prima –
– E prima di prima    che c’era.    Prima –

*

Da LA PAZIENZA DEL CORPO

Per quanto ho saputo capovolgere
l’attesa
mi ripaga, un posto che non trovo

e la pazienza del corpo
che non si intromette.

*

Da LA CURA DEGLI ASSENTI

Ci sono cose che tardano
A venire
Come figli attesi
nella notte

Che trovo ormai
di me

Meglio mettere qualcosa
in salvo
riprendere la cura
degli assenti

Coprirsi
del proprio corpo
alle gelate.

*

Da PER NON INVENTARMI

Non si muove
più niente

Tutto è: a capo di
qualcosa che manca

Le parole migliori di me
a prendersi cura

per non inventarmi.

.

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Da I TEMPI DEI BAMBINI

In salvo

I

Mi guardi con gli occhi confusi
sono troppe le domande

Il foglio è pulito
Io sono il bambino trasparente

II

E – sono un libro chiuso
E – rimango chiuso
i grandi hanno grandissimo da fare
.
Io. Sono. Il bambino.

Sento tutti i rumori che nascondo
Sento tutti i gradini del mio petto

E nelle correzioni delle madri
in salvo i bambini dal mio corpo.

*

Due giorni fa

Due giorni fa è luna piena.
Due giorni fa è che non piove.

Chissà se è un compito la testa dei papaveri
il perno della rosa

Chissà che per eternità è pioggia
battente al battito del cuore.

*

Quando l’albero era l’albero

………………ad Ana Blandiana
………………a Prizzi, il mio paese


Anche quando non c’è più

l’albero era sempre l’albero
anche quando non parlava
anche con la casa vuota.

E l’albero era sempre l’albero
anche quando era un cappello
anche quando si prendevano le pulci.

Non so perché l’hanno fatto. Non si doveva.
Distratta la nostra infanzia
nel farsi grandi.

E l’albero lì era sempre l’albero
anche «quando aveva solo gli occhi».

Anche quando non c’è più.

*

Un silenzio abbandonato
si sprigiona
È solo di pari passo
che ascolto

Cosa sono
i morti bambini
Le croci
in ginocchio

Cosa contano
i chiodi dai muri

Quale pane quotidiano
Quale donna è benedetta
È senza miracolo
questa morte.

*

Su due rotelle

………………ai bambini che devono guarire


Siamo rimasti in pochi
a ricalcare gli occhi sulla foto
a non giudicare per quella
discordanza

E quell’incoerenza sulla bocca ha
la sua stratigrafia:

Ancora penso a quanti anni hai
se mai faremo in tempo

a quel mancare il primo posto
a quel mancare il primo banco
Se mai faremo in tempo

a farti camminare sui tuoi piedi.

– Se puoi guarire –

Dicono che puoi guarire.

.

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Da QUANDO IL TEMPO SI FA TEMPO

Su ventagli aperti

Lasceremo solo parole
niente di noi che ci trattiene
A che serve sostenerci
sulle cose da rifare
sullo sguardo della posa
Su ventagli aperti
nell’aria che rimane poco dopo

E culla un altro vuoto
il vento
questo mare

Ad impressionarmi
c’è solo questo figlio che non viene
che porto in braccio
fino a mettermi a morire.

*

Da LA PAZIENZA DEL CORPO

Mappe

I

Prima analisi del corpo 

Da che parte stanno
le mie braccia

Da che parte
i miei organi vitali

L’ordine delle pròve
si assottiglia:

la pazienza del corpo
che non si rimette.

II

Irreperibile       

Parto dal mio corpo:

Faccio tutto con calma
e non riposo

Gioco a non darmi
troppa pace

Falsifico le carte
le mappe chirurgiche
le tracce.

III

Niente di me che si compone
passo parti del corpo alle parole

Prova
di
Prove

E c’è
chi mi corregge.

IV

La taglia

Ora mi metto in doppio
con le parole a posto

Da chi mi guarda
da lontano

La vera taglia è
quella che non metto.

*

Addossato

Da un passo all’altro
vedo la mia forma

Ritengo adesso
di passare all’atto.

Sono più di questa fine
di questo ritardato corpo

incurvato o in piedi
in tanti modi mi rimane addosso.

**

4 Comments

  1. ‘Margherita sa che può salvare la parola di filo che annoda.’
    … e da questa lettura un nodo mi si pianta tra la gola e il pianto.
    L’ennesimo, sincero Grazie per questa straordinaria e – per me – inedita carezza poetica.

  2. ti ringrazio Ferni per questa bella e articolata recensione che esprime tutta la sensibilità di chi sa mettersi nel cuore e nella mente dei bambini, di chi ha il coraggio di fermarsi ad ascoltare e cogliere la purezza che abita in questo labirinto della vita.
    Grazie ancora
    Margherita Rimi

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