Nella cas(s)etta della posta- Scambi di posta tra Iole Toini e Fernirosso N.28

Sabine Danzé

Sabine Danzé..

Sul fuoco
perché l’ho acceso c’è lo sento  quell’io
brucia   la parola ustiona e viva
in gola traccia  luce incerta
una figura d’ombra che vola
e svelta un’ esperienza falsa innesca
dentro il corpo  disegna  mistero
qualcosa che sta giù in basso profondo in me come negli altri
luce di una eternità che si coniuga continua
in forme all’apparenza differenti.
Nelle cose    nella contiguità di tutte le cose
interra i suoni ne fa semi con vocali e  sillaba
vuote parole che diciamo siano questo o quello
cose annunciate
pronunciate dalla falsa coscienza dei vivi
mentre è alla morte che si rivolta la veste
e stupiti dal fitto crepitare delle ossa
si resta fiamme  noi stessi  un fuoco
vivo di insetti  voraci batteri coi loro pungiglioni di veleno.
Scoppiano in bocca gli antichi prematuri
i vaticini di una pizia che è sempre lo stesso occhio e nell’orecchio
misura assenza una continua impermanenza
dove ogni cosa dètta la resa.
Bruciare  quei nomi dovremmo
sfitti disabitati vuoti
e in vece loro una brace attizzare nel cavo della gola
nel polso che il male trae dal profondo e  pungola
nell’innesto della vertebra che canta
in mezzo al petto tutto ciò che manca
dal primo all’ultimo giorno in cui restiamo
cruna noi dell’invisibile che tutti ci assottiglia.
Eppure con previdenza la natura ha sparso braci nel nostro occhio
e semi di follia ha rilasciato al vento nei nostri respiri
inseminandoci di passione
mentre  la ragione chiusa nella sua trincea
l’ha ancorata ai suoi ciocchi per non lasicarla
evadere  oltre i suoi  labili confini
posti alle  spalle e di guardia confusa
mette i suoi piccoli ratti a sentinella.
Triste si costruisce la fossa il pensiero
quando non si lascia toccare
e mortalmente corrotta  la ragione
vorrebbe imprimere in conati di falsa saggezza i suoi ultimatum
vacuità di  fuochi fatui  bruciano sugli argini il cuore
muscolo senza fiamma imbratta di rosso la cenere
sul fondo di ogni paese e nella memoria di noi stessi
spersi nelle tante notti senza pace guida i nostri passi
tra  miraggi oltre questa falsità della luce
mentre con paura dell’alba  ci dobbiamo vegliare.
Sul fuoco abbiamo gettato la vecchia veste
non c’è corpo che  sia casa e soglia
che sia strada sotto il piede che si disfa.

.

Per tutti coloro che a Taksim/Gezi Park stanno cercando di svegliare le coscienze

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