Marcello Ghilardi – Filosofare è “pensare altrimenti”: l’opera in corso di François Jullien

sun lian gang- drago rosso

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Negli ultimi venticinque anni una parte del dibattito filosofico europeo è stata stimolata e provocata dai saggi di un pensatore atipico. François Jullien ha saputo intrecciare in modo inedito la pratica filosofica allo studio della cultura cinese, costruendo un intenso dialogo fra le due tradizioni di pensiero dell’Europa e della Cina «non tanto per ambizione di acquisire una conoscenza supplementare […], quanto come occasione più tipica e radicale di darsi alla ricerca concertata e di un decentramento della nostra visione delle cose»[1]. L’impostazione del suo lavoro è stata più volte affermata e chiarita nei suoi scritti o nelle interviste che ha rilasciato. Non è in questione, da parte sua, la volontà di giustapporre pensieri di diversa provenienza per un mero gusto enciclopedico o erudito; né si tratta di operare secondo i modi di una certa filosofia comparata alla ricerca di affinità e differenze. Il dialogo tra opere e autori appartenenti a tradizioni distinte vuole piuttosto produrre l’effetto di una riscoperta di ciò che è considerato a torto ovvio, scontato, in quella stessa cultura filosofica da cui prende le mosse per interrogare ciò che le è esteriore. Penetrare nelle fitte maglie del pensiero cinese mira cioè a mostrare l’impensato della tradizione filosofica occidentale: in rapporto a ciò che la Cina ha o non ha detto, in rapporto ai problemi che in seno a quella cultura sono emersi o meno, si dischiude la possibilità di «rimettere in prospettiva il pensiero europeo e scoprirlo dal di fuori, da un altrove, al fine di interrogarlo nuovamente»[2]. In altri termini, Jullien sfrutta il valore euristico offerto da una lettura indiretta, obliqua della tradizione filosofica occidentale, passando attraverso la deviazione, il détour offerto dall’incontro con l’esteriorità della Cina. Nello “specchio” del pensiero cinese il pensiero europeo guadagnare un diverso accesso a se stesso, può riscoprire il carattere inedito e non scontato delle proprie opzioni riattivando così l’originalità delle proprie categorie e mettendo in luce la particolare piega che le ha prodotte. La posta in gioco di questa impresa non è piccola: a venire rimesse in discussione sono categorie decisive per l’orizzonte teoretico, pratico e politico contemporaneo, come quella di cultura, di identità e differenza, di universalità. La stessa nozione di filosofia ne risulta trasformata.

Nato a Embrun nel 1951, François Jullien studia a Parigi e si laurea presso l’École Normale Supérieure, la celebre istituzione accademica situata in rue d’Ulm. La sua formazione è in principio quella di uno studioso di filosofia greca. È attraverso un serio confronto con il mondo classico che nel giovane Jullien si fa strada l’idea di approfondire il senso e i vincoli tra pensiero e linguaggio, tra le opzioni teoriche che hanno prevalso in una tradizione e le domande che in quella stessa tradizione vengono sollevate e considerate assolutamente originarie. Questa intuizione diverrà ben presto un’esigenza teoretica e non solo un’opzione dettata da esotismo o eccentricità. Si impone la necessità di de-familiarizzarsi con la propria eredità culturale,per di riuscire a comprenderne davvero la portata e l’originalità, invece di assumerla acriticamente come un “dato” acquisito in modo irriflesso. Dopo la laurea, nel 1974 si reca in Cina, per un primo breve viaggio: è l’inizio della grande esperienza che segna i suoi passi successivi. Sono gli ultimi anni della Rivoluzione Culturale, e Jullien riparte per la Cina nel settembre del 1975, studia un anno a Pechino e poi si trasferisce a Shanghai. Studia la lingua cinese, tocca con mano la realtà sociale e politica della Cina maoista. In quel biennio muoiono i protagonisti degli ultimi trent’anni di storia cinese: Kang Sheng, Zhou Enlai, Zhu De, e infine Mao Zedong. Dopo un provvisorio ritorno in Francia trascorre un altro periodo di lavoro in terra cinese: nel 1978, sull’onda del rinnovamento e dell’apertura voluta da Deng Xiaoping, insegna letteratura francese a Pechino. Tra il 1978 e il 1980 è a Hong Kong, dove ha l’occasione di studiare con importanti pensatori cinesi come Mou Zongsan e Xiong Shilu; lì coordina anche un’emissione radiofonica, l’«Antenne française de Sinologie». Nei primi anni Ottanta Jullien è di nuovo in Francia: completa una tesi di dottorato sul tema dell’allusivo nei testi poetici cinesi (sarà pubblicato nel 1985)[3], diventa presidente della «Association française des études chnoise». La sua formazione si completa nel biennio 1985-86 con una permanenza in Giappone, «tappa fondamentale nella formazione degli orientalisti»[4] sia per la sua grande tradizione di studi sinologici, sia per la sua posizione al contempo interna ed esterna alle dinamiche culturali del continente asiatico, posizione che offre un peculiare angolo prospettico nei confronti della cultura cinese. Fin da questi primi anni di ricerche e di studio è evidente che l’interesse per il pensiero cinese non è dovuto alla volontà di abbandonare il solco filosofico europeo o di rigettarne la tradizione. Jullien non  è abbagliato dal fascino seduttivo provocato da un’altra cultura, da un altro tipo di pensiero. Ciò che lo anima fin dai primi anni di scoperta della Cina è la sensazione di dover trovare un punto di scarto, di esteriorità, di “dislocazione” rispetto alla tradizione filosofica, allo scopo di elaborare una presa obliqua sul pensiero occidentale e in tal modo “scuotere”, rimettere in discussione i partiti presi teorici, le opzioni logiche che determinano l’orizzonte al cui interno le domande possono venir poste. Il pensiero cinese offre l’opportunità per  far smottare e dissodare il terreno filosofico, riscoprendone le specificità e il legame con la lingua a partire da cui vengono poste le domande di fondo della filosofia stessa.

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Ristabilitosi in Francia, Jullien assume la presidenza della Association française des études chinoises (negli anni 1988-1990); diviene poi direttore della sezione Asia Orientale presso l’Università di Paris VII (1990-2000). Con la stima e l’incoraggiamento di personalità di spicco quali Jacques Derrida e Jean-François Lyotard assume anche la presidenza del Collège International de Philosophie, tra il 1995 e il 1998. Attualmente dirige l’Institut de la Pensée Contemporaine presso l’università dove continua ad insegnare, Parigi VII, e regge la “Chaire sur l’alterité”, fondata da pochi mesi, presso la Maison des Sciences de l’Homme. Il suo lavoro ha cercato di contribuire al dialogo tra i mondi cinese ed europeo anche in sedi istituzionali che in precedenza non avevano ospitato un tale intreccio di tematiche e questioni.

Non si può dire che la mole di studi e di scavo testuale sulle opere capitali del pensiero europeo e di quello cinese abbia prodotto una chiusura autoreferenziale all’interno di un sapere specialistico od esclusivamente rivolto alla comunità accademica. Jullien definisce metodico e «riflessivo in senso proprio» il suo uso filosofico della Cina, in quanto «riflessione di una cultura sull’altra, di un pensiero sull’altro»[5]. Il riferimento è qui al concetto foucaultiano di eterotopia[6]: un luogo «assolutamente altro» (distinto dall’utopia, il non-luogo ideale e irrealizzato) che con la sua presenza costituisce una sorta di specchio differenziale in cui l’identico si riflette e cerca di comprendersi. Lo studio della Cina è quindi inteso come uno strumento «per vedere fino a che punto può arrivare lo spaesamento del pensiero – o in che modo possa organizzarsi un pensiero sviluppatosi indipendentemente dal nostro»[7]. In altri termini, l’eterotopia assume la funzione di «punto di esteriorità per considerare dal rovescio il pensiero europeo: scoprire al contempo alti modi possibili di intellegibilità […] e, per un effetto di ritorno, sondare i pregiudizi impliciti della nostra ragione»[8]. Ma la dimensione rappresentata dal mondo cinese non viene posta da Jullien come “altra” per principio, rispetto al mondo occidentale. Se si considerasse il pensiero cinese come qualcosa di altro e differente a priori, non avrebbe senso il lavoro di lettura, studio e interpretazione dei testi e dei concetti. L’alterità non esiste a priori, non è “di principio”. L’evidenza iniziale è quella di una esteriorità – di una lingua, di una storia, di un contesto culturale, di una coerenza logica. Per questi aspetti la Cina è senza dubbio esteriore alla Grecia, all’Europa, all’Occidente; se un’alterità si può riscontrare, questa è da costruire per mezzo di un lungo lavoro di chiarimento delle sue strutture di intelligibilità, che si rivelano organizzate in una forma diversa da quella europea attraverso un esercizio di lettura e studio.

L’impresa di Jullien può essere accostata anche alla strategia decostruttiva proposta da Derrida, strategia che a sua volta si ricollega ad alcune intuizioni di Lévinas e Heidegger. Ciò che interessa Jullien, di questa peculiare mossa filosofica, è «l’arretramento che ha voluto introdurre, la distanza che ha voluto assumere nei confronti della costruzione metafisica europea. […] Ma questa decostruzione si opera in loro [scil.: Heidegger, Lévinas, Derrida] dall’interno»[9], perché pur appellandosi a quella “altra radice” del pensiero occidentale costituita dall’ebraismo questi filosofi non escono dall’Occidente, dagli estremi di Atene e Gerusalemme. Jullien intende invece proporre un movimento decostruttivo che sia in grado di operare a partire da un luogo di autentica eccentricità, cioè dall’esteriorità di una tradizione priva di elementi di continuità o di intreccio con quella europea – sia per quanto riguarda la lingua sia per ciò che concerne la storia culturale. Il cinese non appartiene infatti al ceppo indo-europeo del sanscrito, dell’ebraico, dell’arabo, del greco e del latino; e non esistono testimonianze di contatti o scambi di testi fino alla fine del XVI secolo, quando i primi viaggi dei missionari cristiani hanno aperto i ponti del confronto filosofico e religioso. Sono questi i fattori che hanno reso necessario un lavoro di confronto con la cultura cinese: «uscire dalla sfera indo-europea e, in particolare, dalla lingua indoeuropea […]; scoprire un contesto di civiltà senza relazioni storiche con noi, quindi senza alcuna influenza fino a un’epoca recente; infine, il fatto che questo pensiero si fosse ben presto esplicitato in testi»[10]. In questo modo si può mirare a una rottura radicale con i rapporti di connivenza e filiazione sui quali riposa il pensiero occidentale, e riconsiderarlo con uno sguardo rinnovato, riproponendo senza posa l’idea che Jullien condivide con Deleuze e Foucault: «filosofare è “pensare altrimenti”»[11].

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[1]     F. Jullien, Processo o creazione, tr. it. Pratiche, Parma 1991, p. 268.
[2]     F. Jullien, Pensare un altrove: la Cina, in «Iride», 24, Bologna 1998, p. 240.
[3]     F. Jullien, La Valeur allusive. Des catégories originales de l’interpretation poétique dans la tradition chinoise, École française d’Etrême-Orient, Paris 1985.
[4]     F. Jullien, Penser d’un dehors (la Chine), Seuil, Paris 2000, p. 150.
[5]     F. Jullien, Penser d’un dehors, cit., p. 150.
[6]     Cfr. M. Foucault, Hétérotopies. Des espaces autres, pubblicato per la prima volta nella rivista «Architecture, Mouvement, Continuité», n. 5, ottobre 1984, pp. 46-49 (tr. it. Eterotopia. Luoghi e non-luoghi metropolitani, Milano 1994).
[7]     F. Jullien, Pensare un altrove, cit., p. 240.
[8]     F. Jullien, Pensare con la Cina, Mimesis, Milano-Udine 2007, p. 48.
[9]     N. Martin, A. Spire, Chine, la dissidence de François Jullien, Seuil, Paris 2011, p. 135 (corsivi degli autori).
[10]    F. Jullien, Pensare con la Cina, cit., p. 47.
[11]    Ibidem.
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François Jullien

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