IL MALE CHE SI NASCONDE- Conferenza 2013

marco mazzoni

marco mazzoni

Il male che si nasconde dentro di noi

Venerdì 17 maggio 2013, ore 9.30-16.30, Casa di Reclusione di Padova

Associazione Granello di Senape
Centro Documentazione Due Palazzi
Ministero della Giustizia
Casa di Reclusione di Padova
Conferenza Nazionale
Volontariato Giustizia
Giornata Nazionale di Studi

.

Capire i lati più oscuri della persona, affrontare il tema della violenza senza la paura di essere accusati di “giustificarla”, significa fare qualcosa perché si riesca a intravvedere la possibilità di un cambiamento che coinvolga le vite violente, le parole della violenza, la cultura della violenza.

La violenza che cancella le donne

Quando si parla di reati in famiglia, e di violenza contro le donne, sappiamo che ci sono dietro spesso storie di uomini violenti, ma ci sono anche relazioni che si sfasciano, vite che deragliano per un conflitto, per una separazione, per l’immagine della famiglia felice che va in frantumi, non facciamone allora un’unica fotografia del mostro, andiamo a ragionarci dentro, a scavare… Noi non crediamo che sia meno interessante per la stampa raccontare una storia anche da questo punto di vista, per capire, per indagare perché è successo, per smontare i meccanismi di una cultura che fa male alle donne.
Gli studenti che ascoltano le testimonianze di uomini che hanno compiuto gesti violenti imparano proprio a vedere quanto è complessa la realtà, imparano a capire che bisogna saper chiedere aiuto, che bisogna avere la forza di parlarne, di condividere la sofferenza con altre persone.
Ma se l’idea è di rispondere alla violenza contro le donne con una pena di altrettanta violenza come l’ergastolo, allora non ci stiamo, e però ne vogliamo parlare.

· Alessandra Kustermann, Direttore di UOC Pronto Soccorso Ostetrico/Ginecologico e Responsabile Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Fondazione IRCCS CA’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, due servizi all’avanguardia in Italia realizzati negli ultimi
vent’anni.

· Francesca Archibugi, regista e sceneggiatrice, ha esordito nella regia con Mignon è partita, ha poi realizzato altri film far i quali Il grande cocomero, Lezioni di volo e Questioni di cuore. È autrice del cortometraggio “Giulia ha picchiato Filippo”, che unisce testimonianze raccolte nei centri antiviolenza a una breve fiction .

Violenza, vendetta, “codice del disonore”

La violenza nasce spesso con la giustificazione dell’“onore della famiglia”, dell’orgoglio ferito. Anche i detenuti che ritengono di essere cambiati, alla classica domanda dello studente “e se facessero del male a tua figlia?” sono spesso incapaci di capire che bisogna avere la forza di rimettere in discussione SEMPRE la violenza. Perché per esempio per rispondere a quella domanda non si può provare, invece che a ragionare con l’orgoglio dei padri, ad assumere un punto di vista da madre, da donna, perché non si può avere il coraggio di disarmarsi e capire che la forza è tutta lì, nell’accettare la propria fragilità? Essere sprezzantemente considerate il sesso debole ha per lo meno aiutato le donne a convivere con la debolezza, piangere senza doverlo nascondere, odiare con tutto il cuore l’orgoglio e le idiozie che ti fa fare!
Ma niente è scontato purtroppo quando si parla di violenza, neppure l’idea, così rassicurante, che le donne siano sempre portatici di una cultura antiviolenta. Il mito della vendetta, per esempio, che distrugge famiglie intere, in alcune regioni del nostro Paese così come in altri Paesi, è spesso custodito e alimentato dalle donne, come scrive Renate Siebert, autrice del saggio Donne e violenza “Le donne del contesto rurale e tradizionale rivestivano un ruolo lontano dalle attività criminali come tali – per poi emergere in maniera eclatante nelle faide, nelle vendette, nell’incitamento alla vendetta e nella pedagogia della vendetta nei confronti dei figli”.

· Renate Siebert, sociologa di origine tedesca, è stata professoressa ordinaria di Sociologia del mutamento. È autrice, tra l’altro, di “Le donne, la mafia” (il Saggiatore, 1994) e “Cenerentola non abita più qui. Uno sguardo di donna sulla realtà meridionale” (Rosenberg & Sellier,
1999) Vittime e carnefici della violenza delle parole In un blog sulla violenza abbiamo letto: “Bene o male, siamo tutti stati un po’ vittime e un po’ carnefici della violenza delle parole. Tuttavia il passo che fa la differenza è utilizzare la nostra sofferenza, ciò che ci ha insegnato, per non causarne agli altri. Qui sta la consapevolezza di una persona rispetto ad un’altra”. Se chi è stato offeso dalla violenza, e anche dalle parole di qualcuno riesce a trametterci la sua sofferenza, forse ci aiuterà a risparmiare ad altri il dolore di parole superficiali, rozze, che feriscono. Parole come un piccolo verbo, “combinare”, che usato da chi ha commesso un reato grave, “l’ho combinata grossa, ho combinato un disastro”, suona come una fastidiosa minimizzazione della responsabilità.

Vittime e carnefici della violenza delle parole

In un blog sulla violenza abbiamo letto: “Bene o male, siamo tutti stati un po’ vittime e un po’ carnefici della violenza delle parole. Tuttavia il passo che fa la differenza è utilizzare la nostra sofferenza, ciò che ci ha insegnato, per non causarne agli altri. Qui sta la consapevolezza di una
persona rispetto ad un’altra”. Se chi è stato offeso dalla violenza, e anche dalle parole di qualcuno riesce a trametterci la sua sofferenza, forse ci aiuterà a risparmiare ad altri il dolore di parole superficiali, rozze, che feriscono. Parole come un piccolo verbo, “combinare”, che usato da chi ha commesso un reato grave, “l’ho combinata grossa, ho combinato un disastro”, suona come una fastidiosa minimizzazione della responsabilità.

· Giovanni Ricci, criminologo e sociologo, figlio del maresciallo dei carabinieri Domenico Ricci, che come uomo della scorta dell’onorevole Aldo Moro fu assassinato nel rapimento di via Fani del 16 marzo 1978, dialoga con Silvia Giralucci e con la Redazione di Ristretti Orizzonti.

Quali narrative per le scienze che si occupano del male?

È, questo, il tema che affronta Alfredo Verde, criminologo, quando spiega che le narrative prodotte attorno al delitto “particolarmente nel processo – ma non solo – rischiano di strutturarsi come sistemi rigidi al fine di tessere trame volte essenzialmente a escludere anziché a comprendere, ad espellere l’alterità anziché ad accoglierne gli aspetti vitali, a stigmatizzare la diversità del deviante anziché riconoscerne la contiguità e l’umanità”. Misurarci con le narrative degli specialisti, di quelli che scrivono le perizie, di quelli che al processo ti inchiodano a nient’altro che al reato, e ti trasformano in un “reato che cammina” è allora particolarmente importante per noi che dal carcere affidiamo i racconti spietati di pezzi di vite violente a tanti giovani studenti, con la speranza che si allenino così “a pensarci prima”.

· Alfredo Verde, Professore straordinario di Criminologia presso l’Università di Genova, autore, tra l’altro, di “Narrative del male” e “Il delitto non sa scrivere”

Alzi la mano chi ha voglia di fare l’innocente

Due sono i significati principali della parola “innocenza”: “Condizione morale e giuridica di chi non ha fatto del male a nessuno ed è quindi senza colpa” e “Condizione spirituale di chi è ignaro del male, senza peccato”. Chi la violenza l’ha usata, il male lo ha conosciuto, e se quel male decide a sua volta di farlo conoscere narrandolo anche a noi, perderemo l’innocenza perché non saremo più “ignari del male”, ma almeno saremo più attrezzati a conoscere anche il male che c’è dentro di noi. Le narrazioni degli autori di reato possono diventare allora un modo per pagare davvero quel debito contratto con la società per aver rotto il patto sociale: e forse è di narrazioni vere che abbiamo bisogno, ne hanno bisogno prima di tutto le vittime, per trovare finalmente un po’ di verità, ne hanno bisogno i cittadini “perbene” per capire che la linea che li divide da chi ha commesso un reato è a volte incredibilmente sottile, e lo è in modo particolare per i reati dei quali abbiamo più paura, quelli che la cattiva informazione attribuisce ai “mostri”, impedendoci irresponsabilmente di imparare qualcosa dal “male degli altri”. E quindi abbiamo un disperato bisogno anche di “buone narrazioni” da parte di chi si occupa di informazione.

· Riccardo Iacona, giornalista, dal 1988 è entrato a far parte della squadra della terza rete Rai diretta da Angelo Guglielmi, oggi lavora all’ideazione e alla realizzazione del programma Presadiretta. È autore dei libri L’Italia in Presadiretta e Se questi sono gli uomini.

È possibile uscire dalla violenza senza infliggere ai violenti la “cura Ludovico”?

“È preferibile un mondo di Violenza scelta come atto volontario a un mondo condizionato, programmato “dall’alto” per essere buono o inoffensivo”, scrive Anthony Burgess, autore del romanzo “Arancia meccanica” da cui è stato tratto l’omonimo film. Un film sulla Violenza, quella orrenda e spietata di Alex, il giovane criminale protagonista, ma anche quella di uno Stato che per curare applica la terapia del “disgusto per la Violenza”, legando il ragazzo, con gli occhi forzatamente sbarrati davanti ad immagini cruente, e iniettandogli una sostanza dolorifica che gli torce lo stomaco. È la “cura Ludovico”, così chiamata perché rende ad Alex insopportabile, oltre alla Violenza, anche la Nona sinfonia di Beethoven, da lui tanto amata, in quanto la utilizza per
accompagnare le orribili immagini a cui il ragazzo è costretto ad assistere. Ma non possiamo almeno sperare che la violenza si possa “scardinare” senza che lo Stato usi altrettanta crudeltà nella sua risposta?

· Marina Valcarenghi, psicoanalista, è presidente dell’associazione VIOLA per lo studio e la psicoterapia della violenza. Tra le sue pubblicazioni, “Ho paura di me”, frutto di un’esperienza di nove anni in cui ha guidato un gruppo sperimentale di psicoterapia presso il reparto di isolamento del carcere di Opera. Interviene attualmente nel carcere di Bollate.

· Mauro Grimoldi, Presidente dell”Ordine degli Psicologi della Lombardia, coordinatore responsabile dei servizi psicologici destinati al Tribunale Penale per i Minorenni di Brescia, autore di “Adolescenze estreme. I perché dei ragazzi che uccidono” e ”Prima del digiuno. Infanzia e cultura delle nuove adolescenti”

Il cambiamento drammatico del sé

“Nel corso dell’esistenza di ognuno di noi, il nostro Sé può essere messo in discussione, riorientato e fatto slittare “drammaticamente” verso una nuova conformazione/organizzazione valoriale e simbolica. Detto altrimenti, con l’espressione “cambiamento drammatico di sé” indichiamo quei mutamenti del Sé assai simili ai processi che accadono nel corso di una “conversione” ma che, a differenza dei primi, sono drastici e improvvisi e non implicano una “istituzionalizzazione” del processo di trasformazione. In questi frangenti di crisi, la consapevolezza della nostra comunicazione interna tende a farsi particolarmente acuta come quando, in una situazione problematica, parliamo con noi stessi per valutare le diverse vie d’uscita. Ma ora si tratta degli snodi decisivi, i più dolorosi e “privati”, delle esperienze biografiche. Rei e vittime, talvolta, incontrano
queste trasformazioni profonde” (Adolfo Ceretti)

· Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano. Tra le sue pubblicazioni, Cosmologie violente

· Lorenzo Natali, ricercatore in Diritto penale e criminologia all’Università di Milano-Bicocca e co-autore del libro Cosmologie Violente

. Coordinerà i lavori Adolfo Ceretti

Nel corso della Giornata di Studi interverrà Pietro Buffa, Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria per il Triveneto e l’Emilia-Romagna, su: Tortura e detenzione: alcune considerazioni in tema di abusi, maltrattamenti e violenze in ambito detentivo.

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