TRASMISSIONI DAL FARO N. 46 – A.M.Farabbi: David Maria Turoldo racconta

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La luce è inquinata: lo sappiamo. Tuttavia, la forza sta non solo nel denunciare qualunque tipo di inquinamento, compreso quello spirituale, ma nel piantare semi ostinatamente con mitezza ferma e fiduciosa. Per questo esistono le costellazioni di orientamento dentro cui  stelle maestre s’interrano.

David Maria Turoldo è una di queste creature che con energia irruente e luminosa spalanca gli scuri della depressione, scrosta retoriche, impegna i capillari del sangue addormentato. Ha un segno laico lucente, dentro cui Cristo spala concime a fianco dell’ateo.

Una carissima persona mi ha proposto questo suo racconto. Io lo offro come ulteriore invito.

Anna Maria Farabbi

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D.M.Turoldo- foto di scena da Gli ultimi

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Io non ero un fanciullo

 David Maria Turoldo

     Era una triste e insieme inevitabile convinzione : che fosse vivo. Vivo come me. Non che sapessi cosa volesse dire « vivo ». Forse, a parole, non lo saprei imbastire neppure oggi. Neppure sapevo il significato di « come me ». Ecco, più tardi, io gli parlavo, gesticolavo come lui, gli rivolgevo domande; per i primi anni da lontano, s’intende. Ora gli gridavo a piena voce e ora invece timidamente, con paura che mi facesse il verso. Poi sillabavo da me le risposte, convintissimo fosse lui a rispondere… Invece ero io, io stesso. A pensarci mi si vela ancora oggi la vista e mi si arrugginisce la voce. Un bel rischio ho passato!

La colpa non era tutta mia; era dei compagni, anche. Quei compagni!… Era dei miei fratelli, almeno di Lino, maggiore di me di due anni : spesso bisticciavamo, e pure loro mi chiamavano a volte con quel nome. Forse causa involontaria ne era anche mia madre, che mi vestiva con gli ultimi stracci della casa; con un cappello di paglia l’estate, il quale sembrava un fondo di pattumiera, rosicchiato dai topi ; e un vecchio cappello d’alpino d’inverno, o una bustina da esercito non so se italiano o austriaco : avanzi e detriti delle invasioni che venivano, certo, a portare civiltà a quella povera terra del Friuli, pestata da tutti a ogni guerra. Un berretto che i compagni (sempre i compagni !) spesso mi strappavano dalla testa a cuneo – il cuneo da spaccalegna per sventrare i ciocchi duri – e attaccavano a un albero, e poi giù a gara, in un guerresco tiro a segno. Io dovevo starmene lì, in disparte, a guardare, magari piangendo, ma con nessuno diritto di protestare. Dopo, quando tutti se ne andavano, maledettamente soddisfatti, io dovevo raccattarmelo, battere giù la polvere zitto zitto, e andarmene…

Poi questo : che io non avessi fin d’allora nessun diritto, nessuno, m’è rimasto addosso anche oggi come una divisa da galeotto; e non solo allo stato incosciente. È un’altra amara eredità della mia infanzia, per cui mi sento a disagio fra la gente. Pure violento ora, pure prepotente a mia volta, tuttavia anche oggi, spesso, mi sorprendo a pensare di non avere diritti, di nessun genere, per nessuna cosa. Così, dopo aver tirato il sasso, vado con avviliti passi per le strade. E dopo aver accettato un invito, dopo un pranzo, dopo qualunque dono, chiedo a non finire d’esser scusato, d’essere perdonato, sopportato… Così arrivo alla vergogna della vergogna. Perché ora ho tutt’e due le parti in sorte: quella di tirare i sassi a bersaglio giusto – ed è quanto ho imparato da quella ciurma che si allontanava gracchiando dopo avermi lasciato lì, in margine al fosso, a piangere desolato sul mio berretto a colabrodo; e, insieme, questa oscura e invincibile coscienza di non avere ragioni. E penso : ecco, io sono ancora quel fanciullo deriso da tutti e con nessun diritto d’essere rispettato. A volte son tentato di dire al Padreterno: perché io devo stare così male al mondo? – Ma questa è una domanda grossa, che forse non ha risposte.

Io dunque dovevo lasciar fare, altrimenti eran baruffe e morsicate a sangue. Chi ci rimetteva ero sempre io e quel mio berretto che non dimenticherò mai più. A volte era anche la giubba a lasciare qualche squarcio di manica o di spalla. Pareva una bandiera a mezz’asta. Cara la mia giubba, la rivedo ancora, la risento pesarmi addosso ancora come una corazza di cartone. E poi la cartella… Questi particolari di sassaiole, di tiri a bersaglio, sono il vino amaro della mia memoria. Essi hanno creato e alimentato e ingigantito, fino al più grave incubo, una convinzione in me disperata; una convinzione che non ho in quegli anni potuto rivelare ad alcuno, e che ora costituisce la trama di queste mie pagine. Pure ora, che narro e mi sveleno, io non so giudicarmi guarito, liberato precisamente da quell’incubo.

Quando abbiano incominciato ad allignare in me queste fantasie lugubri io non so stabilire con esattezza. Certamente durarono fino all’età di dodici o tredici anni, almeno. Assai presto io pensavo di non essere come gli altri, avanti ancora delle elementari. Poi, via via, ero sempre più persuaso di essere un’altra cosa, un’altra e poverissima cosa. Tutto congiurava nel costringermi a pensare così…

Dunque, mi chiamavano anche « polentone ». Ero venuto su alto, come un bastone, forse più alto o alla pari degli altri. Al paese tutti sono alti e robusti. Coscritto, ricordo, benché segnassi uno e ottantasei, ero una statura media a confronto dei « camerati ». Loro mangiavano bene, io invece polenta, e polenta e polenta. Ciò mi creava un altro complesso d’inferiorità. Una rabbia !… Ero poi rosso di capelli, l’ultimo figlio dell’ultima casa del paese, non toccavo ancora i sei o sette anni, che i fratelli miei avevano già emigrato e non c’era nessuno a difendermi. La sorella Maria a dodici anni lavorava a Novara. (A scuola, più tardi, mi era più facile ricordare Curtatone e Novara, per via di mia sorella e non certo di Garibaldi.) Anselmo a sedici anni era andato clandestino a Parigi. E io pensavo : Anselmo almeno mangerà pane ! A sedici anni avrei dunque mangiato pane anch’io, e non mi avrebbero più chiamato « polentone ». Ma c’eran dieci anni da aspettare !

Però non è questo il punto più triste del racconto. La polenta mi piaceva: era profumata e calda, anch’essa creatura amata. Nel latte poi, – quando c’era! – o col formaggio, – sempre quando c’era! – aveva un sapore di miele. Provate voi a mangiare polenta e latte, bolliti insieme; oppure formaggio ricoperto di polenta calda, arrotondata nelle mani; e il formaggio che trasudi dentro, di calore ! Vorrei scommettere: nessun ricco ha mangiato mai i suoi pasticcini con tanta fame e gusto, come io addentavo quelle fette d’oro. Ma, dicevo, non è questo il punto più triste.

Quell’essere caricato di nomignoli mi isolava sempre di più; pareva che ognuno d’essi fosse un palo nella siepe della mia solitudine; oppure, sentivo che mi pesavano su tutto il corpo come le pezze scolorate e fruste che mia madre, di notte, mi cuciva sui buchi dei calzoni o della giubba. Pareva una divisa di vagabondo mongolo. Indimenticabili quelle prime mie vestimenta !

Avevo cominciato ad andare a scuola ormai. Pur così cresciuto, rosso di pelo, e con le mani che diramavano a mezzo metro fuori dalle maniche, e con una testa a cono, anzi a mezzo cono, (pare veramente manchi d’una parte di testa), piantata su un collo a manico di scopa; ricordo: a quasi sei anni e già scolaro ero ancor vestito con abito da ragazza. Quell’anima di mia madre non ha colpa: nove ne aveva ed io ero l’ultimo rimasto. Per l’ultimo tutto andava bene di usato e smesso dagli adulti. Mio padre poi non ci teneva alle forme. Era positivo e indipendente. E voleva i figli come lui, che non badassero alla gente. Mi faceva rapare il capo con le forbici. La mia testa doveva sembrare una scala di Giacobbe; i compagni invece mi gridavano dietro: « scala da campanile, scala da campanile ». Me lo gridavano ritmato ed insistente per giornate intiere, fin quando i capelli ricrescevano. Mio padre e mia madre, ripeto, non avevano colpa. In casa non c’eran neppure i centesimi per il sale. (A proposito : quegli anni dal ’25 al ’26, quando il sale ha cominciato a salire, che disastro in casa mia ! Ma anche questo non c’entra).

Così, vestito da ragazza, astato, lungocefalo fuori misura, tosato a quel modo, con mani che non descrivo; i piedi poi ! Una visione i miei piedi in quegli anni ! Mai un paio di scarpe; appena degli zoccoloni d’inverno. I miei piedi in quegli anni correvano liberi sulla pianura come zattere in mare. Se vi riesce, pensate a cosa potevo somigliare. Pazienza somigliare! Invece io ero convinto d’essere quanto forse voi pensate e come i compagni mi chiamavano. Un nome che ancora ho l’orrore di ripetere. Appunto, è l’incubo che ha infestato tutta la mia prima infanzia. Mia infanzia, così provata e avara! Quello era il nome ripetuto da tutto il paese, e io me lo portavo addosso, vero battesimo di amaritudine.

II

Un giorno fu più amaro di ogni altro. Io non lo dimenticherò più. Ero al pascolo, come al solito. Allora, ancor piccolo, non avevo che le nostre due pecore ed un agnello, figlio della più giovane, la « Mora », figlia a sua volta della « Stella », la più cara pecora che abbia avuto. Ma la Mora e il figlio non erano buoni come la madre. Bastava che la mettessi, la Stella, a brucare su una riva del fosso, non c’era pericolo che andasse a mangiare sull’altra, proibita. Proprietario ne era un baffuto e grosso contadino. Ma essa non mangiava che l’erba del demanio. Invece la figlia e l’agnello nipote tendevano ormai a emanciparsi. Ora, a distanza d’anni, mi sorprendo a dire: quanta differenza in quelle tre generazioni di pecore!

Noi non avevamo terra. Nella campagna del paese non c’era un metro per i pascoli. Tutti sfruttavano l’arativo fino al centimetro. Ci volevano chilometri di biada o d’avena o di segala per arrivare ad un raccolto sufficiente, anche per una famiglia normale. Bisognava dunque tenerle sempre alla cavezza le pecore. Ora, per essere sicuro, mio padre mi portava con sé. Egli se ne andava con la carriola e la falce fienaia dietro le strade del Comune a pulire gli argini polverosi, da paese a paese. E ce ne voleva di fieno per arrivare, misurandolo braccio a braccio nel lungo inverno, a sfamare la « Rosa » che tenevamo in stalla: la sola mucca che doveva bastare per tutte le undici bocche. Curvo sulla falce, non sempre gli riusciva di tenermi d’occhio. Allora io lasciavo le pecore sole o le legavo a qualche acacia e me ne andavo ; solo, a giocare in riva al Ledra, un canale d’acqua quasi sempre gelida, da neve sfatta sulle montagne della Carnia ; un’acqua bianchiccia, e a volte giallognola per via dei temporali che si abbassavano col ventre sulla pianura e poi si frantumavano contro i monti. Allora mi divertivo a scegliere tra la ghiaia, nei giorni belli, le piastrelle più levigate, e a lanciarle contro corrente perché balzassero, quasi rondini, in cresta all’acqua. Era una gioia che mi faceva dimenticare e le pecore e il padre e la mia condizione. Fu proprio un giorno di questi. Io me ne stavo lungo il canale con un cumulo di scelte pietre. Le lanciavo l’una dopo l’altra, gridando al balzo di ognuna e dicevo: questa è più brava, quella non vale, quest’altra è una freccia… Fu allora: dai campi, dietro la siepe, freschi di erba spagna e ondeggianti di frumento ancor verde, sentii all’improvviso urlare e bestemmiare e correre. Il padrone si era lanciato dietro la Mora e suo figlio e questi aveva cominciato a belare di spavento. Era un omaccione feroce, spauracchio di tutti i ragazzi. E gridava e agitava forte il tridente, e bestemmiava. Allora incespicò e cadde. Io mi sentii di sasso in quell’improvviso silenzio. Mio padre falciava ignaro, a distanza di circa mezzo chilometro. Le pecore naturalmente corsero nella sua direzione, sicure d’essere meglio difese. L’avaraccio, risollevatosi sui campi, era ormai davanti a mio padre. Io, rimasto molto indietro, non so che offesa uscì da quella bocca. Almeno avesse preso me, quel tedescone ! Aveva la faccia di vino bollito. Che c’entrava mio padre? Da lontano io lo vidi sbiancare. Egli non disse una parola. La falce gli si era fermata come un pendolo d’orologio. Ora so che di primo istinto avrebbe voluto buttarsi su quel San Cristoforo. Dio mio, con la falce in mano ! Ma mio padre era di natura giusta.

Calmate e assicurate ad un albero le pecore, e lasciato che l’energumeno se ne andasse, mi venne a cercare. Io ero già volato a nascondermi in un campo di grano. Non ricordo mio padre arrabbiato mai, e forse quella era la prima volta, o almeno la prima volta che io ricordo : quasi fosse oggi. Rivedo il colore dell’aria, l’ora della tragedia; ho qui ancora sul cuore il tono della sua voce, un po’ mozzata dall’offesa. Quel bruto alto e forte, morì molti anni fa, io ero ancor bambino. E fu, mi si perdoni, un vero sollievo per me; forse anche per mio padre, benché mio padre, sinceramente cristiano, non serbasse rancore per alcuno. Però so anche di altre faccende di quel dannato. So ad esempio che un giorno aveva anche tentato di mettere le mani addosso a mio padre per via di alcune pannocchie. Da noi la « roba » è sempre stata più importante di Dio, del sangue e dell’amicizia. Quantunque un tempo almeno si andasse tutti ai sacramenti e anche a cantare ai vesperi la Domenica.

Così io mi sentivo un implume in mezzo al frumento, in mezzo a due paure: che mi trovasse prima l’omaccione, e poi che mi scoprisse mio padre. Tutte e due paure orrende, di diverso colore, ma ugualmente acute che mi fischiavano dentro le orecchie. Me ne stavo aggomitolato e immobile in un solco quasi fossi un legno abbandonato, muto come una lucertola. Il sangue solamente batteva a precipizio sotto le tempie : mi pareva di picchiare la terra col sangue. Quando non udii più la voce di mio padre e sentivo invece i suoi passi avvicinarsi al mio involucro (io non ero un bambino ! ), prossimo ormai a scoprirmi. Allora stavo con la faccia in terra, per non vedere lo sguardo suo. Ancora forse dieci passi, forse otto, forse cinque e poi… Ricordo un silenzio mortale, infinito, su tutta la campagna. Avevo cessato anche di respirare. Se non mi avesse finalmente raggiunto, forse sarei rimasto soffocato. Per fortuna mi raggiunse. Ormai la sua presenza mi era addosso come se mi fosse salito coi piedi sul dorso. Un masso di montagna pareva. E la schiena tenerella come un giunco sembrava spezzarsi. Invece egli si era appena curvato e con una mano mi aveva preso per la vita, mentre diceva : « Ti ho trovato, eh ». Forse quell’eroe, amico di tutti i fanciulli, non sentì mai tanta paura nelle gravi sue peripezie, nemmeno tra i denti dello squalo. Mio padre, pallido, aveva la fronte imperlata di freddo sudore e da qualche fuscello secco di fieno. Le labbra erano asciutte e tirate come lame. Mi disse solo: vieni ! Una parola inutile, era lui stesso che mi portava come un cencio a penzoloni. Per fortuna che avevo ripreso a respirare. Già qualche minuto era passato, le botte non cominciavano. Buon segno forse…

In verità, non avevo visto mio padre che raramente percuoterci. Io stesso non ebbi più di qualche ceffone dalle sue mani immense e dure. Si sa, ero l’ultimo della grande nidiata. Per l’ultimo si hanno sempre molte debolezze. Però quel giorno poteva anche dimenticarsi che ero l’ultimo ; e poi cominciavo ad avere i miei anni: ero grande, troppo grande. Ma l’offesa di quel disgraziato era veramente grave. L’ho saputo dopo, molti anni dopo, da mio padre stesso, quando ormai non gli ero più soltanto figlio ma amico, e lui il primo di tutti fra i miei amici. Un’offesa che non ripeterò. Ecco, era un affronto alla miseria di tutti i poveri, al modo che hanno i poveri di mettere al mondo i figli. Così aveva ferito anche mia madre, santa creatura. Per mio padre era come ferire la Madonna.

Dunque. Le cose si avviavano bene, pareva. Mi trascinava ormai da parecchi metri, in silenzio. Sentivo solo qualche schiocco al palato e un romorio fra i denti. Seguivo tutte le sue mosse come un agnello gli appostamenti del lupo. Quando mi portò in mezzo al campo, dove lui era issato e ondeggiava a un leggero vento: e si moveva con stridore di sbattacchi di cenci e paglia al nostro appressarci. Da vicino, aveva una faccia orribile, che rideva e piangeva insieme. Era senza pupille, forse gliele aveva mangiate di notte il gufo. Gli cresceva in fronte qualche piuma di gallo, come a un pellerossa scoronato. Un braccio, stanco, pendeva dal legno come stroncato. E si voltava lentamente, forse sotto il peso della disperazione. Non mi ero mai trovato così sotto; mai mi sono sentito morire come quel giorno che pendevo quale cesta di rifiuti dall’artiglio di mio padre.

Il fatto per tutti voi potrà sembrare ridicolo o impossibile. Invece era così. Il suo nome mi era stato affibbiato da tutti i compagni del paese e dintorni. Bel paese di cristiani il mio : rovinare un bambino con quel sopranome. Per questo io non mi ero mai avvicinato a lui, per rivolta e insieme per non dare credito che ci fosse qualcosa di comune fra me e lui. E gli giravo al largo come gli uccelli impauriti. Provate a perseguitare una creatura fin da tre anni o da quattro, dicendo: tu sei un quadrupede, sei un quadrupede, quadrupede! – e poi negate, se vi riesce, che quello alla fine non si senta un vero quadrupede, per molto e forse per tutta la vita. Lo gridino i padri a un loro figliuolo un giorno, in una occasione uguale alla mia in quel giorno, e poi vedano cosa può succedere di quell’infelice. Può succedere perfino che si metta a camminare precisamente a quattro zampe. Il fatto veramente va seguito con diligenza. In bocca a mio padre mai avrei pensato quel nomignolo per il suo ultimo nato.

Dunque anch’egli pensava così, come tutto il paese? Allora era vero che io non ero un fanciullo, una creatura come tutte? A mio padre io ci credevo. Mi sibilò con tanta forza e convinzione quel triste nome, che io mi misi a piangere, disperatamente. Mio padre, per tutta risposta, sollevandomi in alto come un impiccato, « vedi – mi disse – questo palo : così un’altra volta, ti appenderò, capisci? ». Intanto mi schiacciava contro di lui, in alto sul grano. Allora sentii l’urto della mia contro la guancia di lui e mandai un urlo da morire. Mi raggomitolai, nell’aria, per terrore e convulso. Piangevo senza lacrime. Dagli occhi non usciva più nemmeno una stilla. Sentii dentro, ricordo bene, la mia anima volare da me, come il fuoco dalla bocca del prestigiatore. Perduto ormai, nessun dubbio. Tutti avevano ragione a chiamarmi così. Ero come lui ! Questo avvenimento mi aveva ammazzato. Mi aveva assassinato mio padre, con quel nome…

Sopra non c’era che il cielo vuoto e pallido della prima estate. A lungo continuai a sentire il contatto di quel corpo ripugnante. Col suo gesto e con quel nome inflittomi sulla faccia uguale a una spada, mio padre mi aveva definitivamente sospeso a un precipizio. Mi pareva di perdere sangue, la mia piccola ragione era un lumicino spento. Anche la vista mi traballava nel guardare fisso le cose. La terra da quella posizione sembrava lontana e irraggiungibile. Ormai sono certo : esiste un dolore del fanciullo, che da adulti non sapremo mai esprimere e valutare. Quella è stata per me una delle amaritudini più segrete. « Marum » si dice in friulano. Ero ancora sperduto tra cielo e terra; piangendo urli disumani guardai finalmente in faccia mio padre come guarda un cervo ferito. Allora mi sentii già infilzato e abbandonato al vento del giorno e della notte; mi sentii quella macchia nera, quel mucchio di cenci a bersaglio di tutte le sassate; e fuggito dagli uccelli ; e lasciato là a penzolare, anche d’inverno, sui campi desolati. Dondolavo coi miei stracci, col mio cappellaccio d’alpino, con la mia testa che girava, girava…

Così il fantasma m’invase in un attimo, mi penetrò tutte le fibre, mi strinse d’assedio, mi ghermì da dentro, uccidendomi alla radice, quando stava per spuntare il debolissimo senso di me. Una vera invasione nemica che mi occupò per anni. Così prese carne in me quel tristissimo incubo. Lo sognavo di notte, lo bestemmiavo e insieme lo invocavo, a riparo della crudeltà della gente. Lo fuggivo e lo cercavo; alla fine, dentro quei cenci, mi ero assuefatto al mio abito di perseguitato. « Tanto – mi dicevo ad ogni chiassata di monelli – io non sono un bambino… ».

III

Era finita per me. Mi ammalai. Venivo su debole, sempre più lungo e col sangue che non arrivava nemmeno alle estremità. Le dita mie eran di legno, specie d’inverno. Proprio come le sue mani fredde. Quant’olio di merluzzo mi diede mia madre ! Ancora andavo al pascolo, nei primi anni, sempre con mio padre. Ma ormai la transmutazione era completa. Il paese continuava a chiamarmi con quel nome che da allora io avevo accettato come naturale. Io non ero un fanciullo. Forse non lo ero mai stato. È una cosa difficile a descriversi. Più lo spauracchio non mi incuteva paura. Ero divenuto con lui una cosa sola: egli stava dentro di me. Ero lui stesso, o almeno uno fra i tanti che dondolavano in mezzo ai seminati. Ora capivo perché gli altri ragazzi mi fuggivano, mi tiravano i sassi, e nessuno mi voleva bene, per anni; o almeno mi sembrava.

Uno c’era, grande, nei primi campi dietro il capitello del paese, tra la scuola e il nostro poderetto, un campicello uguale a un orto. Mio padre ci andava spesso e lo teneva come un giardino. Io ci stavo con lui tutto il giorno. E « Quello », adagio, diventò il mio più intimo amico. Dapprima sembrava che non in tutto mi somigliasse. Le orecchie, mi dicevo, non sono mie, io non ho orecchie così grandi : due parafanghi simili piuttosto a quelle di Anastasio, un mio cugino ora sperduto nelle steppe russe. Il naso e gli occhi sono quelli di Gelindo. Ma la testa era mia, inutile che cercassi somiglianze d’altri, mia tutta la sagoma, sempre un po’ a penzoloni su queste gambe uguali a due trampoli. E sempre senza sveltezza, senza articolazioni. Un corpo fatto dal falegname, con delle giunture che si movevano a fatica, e in stridore e ruggine. Non sapevo correre, non sapevo camminare. Quando i compagni giocavano « a bandiera », nessuna squadra mi voleva in corsa, perché facevo perdere; e così mi scartavano, chiamandomi ogni volta con lo stesso soprannome. A scuola era peggio che mai. Ho dovuto ripetere varie classi. La maestra faceva ogni sforzo per cavare un po’ di costrutto. I ragazzi allora si passavano di bocca in bocca, sottovoce, quel dannato nomignolo, e ridevano. La maestra quando se ne avvedeva, li sgridava, ma con un’aria di « poco convinta », sembrava. « Ecco, anche lei ci crede », io mi dicevo, invece di rispondere alle domande di storia. E così ci restavo. Lei invece era così buona e li sgridava a quel modo perché era più madre che maestra.

Rassegnato alla mia parte, me ne andavo ai campi quasi con gioia. Avevo abbandonato anche i giochi solitari; e io non gli tiravo più un sasso, non gli facevo più un verso. Pregavo dentro di me che qualche uccello, almeno un tordo, un’allodola o una gazza ladra, andasse a posarsi sulle sue braccia sempre allargate. Gli cascavano le mani con infinita stanchezza. Io gli andavo vicino e gliele prendevo sempre con eguale curiosità e sorpresa; a volte gliele lasciavo cadere come morte. Sentivo dentro un fruscio di paglia, quasi gemito in mezzo all’alto silenzio della campagna. Allora, specialmente a sera, sentivo che la mia pelle si raggrinziva. E mi toccavo, alla stesso maniera, per veder se uscisse anche da sotto i miei cenci quel represso fruscio. Non c’era alcun dubbio: un comune gemito colava sui campi la sera. Aveva il vestito di verderame. La bocca e le palpebre erano ferite color mattone; e ruggine gli colava dal cerchio del cappellaccio e dalla vita, giù fino ai piedi, perché un fil di ferro teneva insieme quegli avanzi da straccivendolo. Precisamente come gli abiti miei, stretti ora con spago ora con fili strappati a qualche impianto della impresa elettrica del paese (non certo dalla casa mia, dove per molti anni non c’era che un vecchio fanalino a petrolio). E mi faceva una pena che non saprei descrivere. Nessuno che lo degnasse d’uno sguardo; non una cicala che andasse a cantargli sul cappello : almeno un pomeriggio, d’estate, quando era così solo. O almeno su una spalla. Non una fanciulla che gli recasse un mazzetto di fiori campestri. Egli continuava a pendere da quel legno, immenso e pesante. Sembrava il peso della stessa disperazione. Forse non dormiva mai. Ora che ci penso, pareva il corpo della noia. Un vento, a volte leggero, ma spesso violento (la nostra pianura è aperta come una steppa alla bora del mare, e alle bufere che scendono dai monti), gli alitava intorno o s’infuriava contro, facendolo stridere con voce di animale braccato, specialmente la notte. Allora era fatale che sentissi paura. E si fondeva al rumore del mio materasso, fatto di pagliacce di granoturco; si univa allo sbattacchiare delle vecchie imposte, al cartone che ci faceva da vetro alle finestre della casa. Pareva l’anima in pena, che mi scendeva sul cuore dalle sconnesse travi del soffitto, rosicchiate dai tarli. Notti, specialmente invernali, colme di frastuoni misteriosi e di fantasmi; e d’improvvisi silenzi che ti strappavano il respiro. Io mi rannicchiavo in fondo al letto sotto le consunte coperte di sacco; me ne stavo senza neppure il battito del cuore, fino a soffocare. Lo sognavo anche ad occhi aperti. Lo vedevo camminare per le strade, salire le scale adagio; ora lo vedevo nella stanza. Risentivo sulla guancia, come quel giorno di mio padre, il contatto ruvido della sua faccia. Mi si rovesciava addosso, lasciava cadere la sua mano morta, con tonfo, come se una zampa di legno percuotesse il pavimento. Invece era il mio sangue che batteva contro il letto, batteva sotto le tempie. Allora mi svegliavo e chiamavo mia madre. Ella veniva ogni volta col suo lumicignolo lacerato e impari alla tenebra che c’era: una fiammella sbigottita e minacciata dalla selva di ombre che si addensavano alle pareti, agli angoli e dietro la porta. Al pallido e malfermo chiarore la stanza risultava un favoloso campo di battaglia. La mia faccia doveva apparire come un albero devastato sotto la bufera; forse le doveva sembrare un naufrago che per prodigio lei riusciva ancora a salvare. Freddo sudore e pianto rotto e interminabile, mi impedivano di dire una parola. E solo dopo tanto, la bufera si placava e ritornava la relativa pace, e guariva il ferito silenzio, quando finalmente ella mi portava nel suo letto; e mi metteva in quel divino spazio per i fanciulli, in quella valle di calore e di misterioso gaudio e di paradisiaca sicurezza e abbandono (dopo tanto !) al più dolce e infantile dei sogni ; in quello spazio, dico, che passa per la immaginazione dei fanciulli come un fiume di delizia tra le due sponde di quei due corpi santi, nel grande letto. Allora mi pareva di essere in una trincea imprendibile. Più nessun fantasma mi incuteva paura. E riprendevo l’iniziativa, e chiamavo a sfida ogni ombra per nome. La mattina dovevano strapparmi da quella solare piazza d’armi, da quella valle di favolosa felicità, cui era unico confino l’invidia degli altri fratelli maggiori. Così mia madre mi risanava adagio adagio dal lungo e orribile male che io solo conoscevo e che mai ero riuscito a rivelare ad alcuno.

Ma certo non sempre era così. Quelle erano notti rare, notti singolari; e poi mattini, al risveglio, in cui nessun essere al mondo poteva misurarmi con la mia fortuna. Il più delle volte, invece, in quei lunghi inverni, non chiamavo mia madre. Avevo timore che scoprisse il mio orrendo segreto. Non volevo. Forse per vergogna, forse per pudore. Da quando soprattutto anche mio padre mi aveva, certo inconsciamente, gridato in faccia quel nome. E me ne stavo arrotolato sotto le coperte in attesa che il vento cessasse di portarmi la voce di lui e di far gemere tutta la casa e la pianura. Allora pareva che mi svegliassi : in realtà non era né veglia né sonno. Si trattava forse di un particolare stato di coscienza, di cui allora non potevo rendermi conto. Erano le due fasi della mia malata persona: quella rassegnata alla condizione diurna di essergli amico e uguale, e quella non rassegnata e notturna, per cui cercavo di evadere dal cerchio magico della sua presenza. E me lo vedevo proiettato davanti, penzoloni, nel buio fitto della mia squallida camera: un solaio vuoto e senza riparo più che una camera. Doveva ritornare la primavera per sentirmi di nuovo relativamente tranquillo. Allora mi riprendeva l’antica pena e una, potrei dire, aumentata fiducia.

Ritornavo ai campi. Raccoglievo molte pietre e le depositavo ai piedi del suo patibolo ; e con esse costruivo castelli e trincee e ponti su immaginari fiumi. All’ombra sua, mentre cresceva il grano, sedevo a lungo e gli parlavo. Gli dicevo tutte le cose mie; discorrevo forte, tanto non mi sentiva anima viva. Nessuno mai che gli badasse. Ritornavano le rondini, fiorivano le vigne, maturavano le messi, figliavano le pecore : per lui non c’era che il vento e il sole e la pioggia; e le stelle impassibili sopra il suo capo. Qualche volta lo vidi di contro la luna, bassa sulla pianura: pareva un essere vestito da una parte a nero e dall’altra ad argento. Allora anche i suoi cenci diventavano ricami e merletti rari. E riuscivo a sognarlo, a volte, con faccia perfino sorridente. Era una specie di tregua tra il mio giorno e la mia notte che dentro mi lottavano. Sentivo in sogno il suo odore di vento e di sole, e di fieno maturo. Mi pareva di librarmi nello spazio immenso e cominciavo ormai a non dolermi se nessuno del paese manifestava un’attenzione per me. Anche il mio corpo odorava e di vento e di sole, forte e assuefatto a tutte le intemperie. Pure dentro le frange della mia miseria giocavano il vento e il sole. Del resto, per quanto adagio, anche il paese si andava stancando di chiamarmi con quel nome. I compagni, invidiosi e malnati (invidiosi di che? e perché malnati? un’altra delle cose che non capisco), si facevan sempre più radi. Ormai andavo insieme ad altri in liberi pascoli e con molto gregge…

IV

Ormai, o bene o male, ero cresciuto. E avvenivano cose che neppure oggi saprei narrare. Chi può dire come nasca un fiore, come maturi una spiga, come esca dall’uovo un essere vivente, pulcino o allodola che sia? Nessuno può dire come sorga un’idea, e donde venga e dove ci porti : la scelta di una professione singolare ; cosa succeda di una vita di un fanciullo, quale la direzione, il sorgere e l’inarcarsi sul mondo di questa nostra avventura. Io non so dire nulla di preciso su quanto mi accadde poi.

Anche le scuole, o bene o male, eran finite; e io dovevo decidermi. La nostra condizione, per fortuna, non ci dava scampo. Bisognava scegliere. Mio padre era inesorabile. La fame, nel ventotto, ventinove, trenta tiranneggiava nella nostra casa. Di ritorno dalla scuola o dai pascoli, io non so dire la muta invidia che provavo per i compagni, i quali subito tiravano fuori dalle loro cartelle o dai sacchi di pastore quelle fette di pane bianco, e di formaggio, e di salame. Il profumo mi pungeva le narici come ai cavalli l’odore dell’avena, come per le api il polline a primavera. Io li guardavo con occhi ubriachi : e la saliva aumentava fino all’orlo delle labbra, allora sempre semiaperte per lo stupore. Dovevo sembrare un perfetto idiota, incantato e smarrito insieme. Allora ai compagni osavo chiedere, ora all’uno ora all’altro dei meno feroci, un boccone, tanto per gustarne il sapore. Qualcuno un pezzettino me lo dava. Io me le tenevo, quelle briciole, in bocca; lasciavo che si sciogliessero da sole come dolci, e le inghiottivo il più tardi possibile. Veramente io vi so dire quanto sia dolce il pane, un chicco d’uva, un fico, avuto per pietà da qualche anima buona. Io conosco il sapore dell’acqua, la bontà di una castagna, il sapore terrestre di certe radici che mia madre raccoglieva nei campi. E il pizzicore delle rape, e il tono dolciastro dell’orzo…

Me ne andavo in quegli anni per i campi a spigolare dietro i mietitori. E tornavo a sera col mio piccolo fascio di grano, disposto a corona come in certi simboli sulle porte dei tabernacoli. Ed era tutto il nostro frumento. Sì e no una ventina di pani per ogni estate. Poi nulla, fino alla nuova mietitura. Più tardi, in autunno, andavo a raccattare qualche smarrita pannocchia, sempre dopo il raccolto. Queste mio padre le barattava coi castagnari che scendevano dalla Carnia, anch’essi spinti dalla fame verso la pianura: una misura di granturco per una eguale misura di castagne, da serbare per la notte dei santi e dei morti. Le doveva cuocere mio padre in persona, nel vecchio e nero tegame crivellato. E la fiamma passava tra castagna e castagna, sempre mosse con ritmo costante da mio padre. Un rito solenne. E noi tutti intorno al focolare, mentre il profumo invadeva la casa; impazienti che la pazienza del padre avesse fine;, e dicesse, come di solito a tempo giusto diceva : ecco, ora sono da vendere. Tanto erano perfette di cottura. Noi le dicevamo « la nostra carne ».

Naturalmente prima bisognava andare a legna. Le canne di granturco e di finocchio selvatico non davano un fuoco caldo a sufficienza. Pure quello era un altro compito del più giovane. I maggiori andavan tutti a imparar mestiere. E così mi toccava andare a legna, se volevamo riscaldarci in casa. Che anni quelli del ventotto e ventinove e trenta!…

Uno di quei giorni io commisi il più grave errore della mia infanzia. Era sul primo pomeriggio. Un giorno, in apparenza, come ogni altro; con un cielo semigrigio. Una solitudine di mezza stagione. Non più inverno non ancora primavera. Un giorno di quelle indefinibili tristezze, come di animali in letargo. Io sentivo più che mai il travaglio di quelle virulente e inquiete e misteriose stagioni. Di fuori sembrava tutto calmo, mentre dentro tu covi il terremoto dell’adolescenza. Vicino a diventare un mostro : non ancora uomo senza essere forse, per quelle mie circostanze speciali, mai stato un ragazzo. Quel giorno avevo più fame del solito. Avevamo mangiato polenta e orzo, ma non bastava. Forse i più grandi s’arrangiavano in qualche modo, ma io ! In paese non c’era che qualche anima viva, una sulla porta dell’osteria, un’altra, una donna, che attingeva un secchio d’acqua nel piccolo canale, certo per gli animali. Io guardai bene dalla mia porta: non mi avrebbe visto nessuno. La tavola nostra era liscia, pulita, immensa. Nella madia qualche pugno di farina gialla. Non avevamo neppure dispensa. Me ne andai senza dire parola. Sette, otto case più avanti c’era una grossa famiglia, che i miei ritenevano amica. Io pensai : « Forse loro… ». C’eran fra tanti, due dei loro ragazzi miei coetanei e non li pensavo i più cattivi con me. « Forse loro… ». Dapprima finsi di essere andato per giocare il pomeriggio coi compagni. Parte della famiglia stava ancora a tavola: un tavolone carico di frantumi dopo il grande pasto, da veri contadini. Ricordo che feci il giro della vasta cucina, annusando, senza scoprirmi, s’intende, e dicendo qualche parola inevitabilmente sconnessa, tanto per nascondere le mie vere intenzioni che mi urlavano dentro. I due compagni mangiavano ancora e mi guardavano dall’alto, sazi. Ora che ci penso, deve essere successo così anche al povero Lazzaro in casa dell’Epulone. Nessuno me ne dava, neppure una briciola. Allora osai, spinto dalla disperazione e dal segreto pianto. Mangiavo tutta quella roba con gli occhi, ora quasi umidi e velati. Non avessi mai teso quella mano ! Quando un vocione di donna rauca : « Vai via, sp… » gridò alzandosi in piedi e tirando a sé il paniere. Il mio disgraziato volto avvampò all’improvviso come una fornace. Mi sentii perduto, un’altra volta, come quel giorno, sbattacchiato alto sul grano da mio padre. Le gambe erano nuovamente di legno, ma riuscii ugualmente a precipitarmi fuori dalla porta. Fuori ci stava altra gente, sotto il porticato, che iniziava la siesta. Ricordo i carri, gli aratri, le forche. Mi parve per un istante che tutto si fosse messo in moto, con un suon di ferraglie contro di me. Anche costoro, per giuoco, si misero a battere le mani e a gracchiare per farmi correre ancora più veloce. Mi sentivo lo spavento in persona, buttato fuori sulla strada deserta, ove continuai a precipizio, per forza di inerzia. Mi fermai che ero quasi alla chiesa. Sul portone di quella casaccia uscirono solo due compagni, anch’essi di corsa, per deridermi e gridarmi il mio nomignolo, ritornatomi orrendo quel giorno come una rivelazione nera. Mi fermai e diedi di piglio ai sassi per scagliarli in direzione di quei due. Ora sono di nuovo miei amici, ma quel giorno li avrei divorati. Invece presi la via del cimitero, senza sapere dove andavo. A casa, con quella faccia? Povera mia madre! Con altri compagni? Dal prete? Io andavo spesso dal prete, da anni ormai; egli fu tra i primi a volermi bene, a proteggermi, a darmi qualcosa in cambio di qualche aiuto che gli davo in canonica e in cambio del servizio delle messe: un servizio quotidiano, fedele come di un cane, cacciato da tutte le altre porte. Dio, come amavo, in compenso, quel prete!… Invece quel giorno andai in giro per la campagna: dietro il cimitero, lungo il canale Letra. Da presso il mulino deviai per non farmi vedere da nessuno. Finalmente mi misi a piangere; mi adagiai ai piedi di un’acacia, e quanto piansi quel giorno.

Mio padre già mi cercava per il pascolo. Mio padre non scherzava, anche se non menava che raramente le mani. Mi pareva di udire dagli occhi anche il belato delle mie pecore, che avevano fame. Come le capivo, e che pena! Ma, invece di tornarmene a casa, quasi per improvvisa ispirazione, mi alzai e mi avviai frettoloso verso la fine del paese ; in direzione dell’« amico » che pendeva da tutta l’eternità dalla sua rozza croce, e dondolava sul nuovo grano ancora verde e tenero. Ciò che accadde quella sera io non so ridire minutamente. Mi si scaricò tutta la disperazione che mi premeva da anni : fu come una benda spessa e nera cadutami dagli occhi. Il vuoto della disperazione fu subito colmato da furore ed esaltazione, e forza misteriosa e galoppante per tutto il mio corpo. La vista divenne chiara, lucida, fissa, non saprei dire allora su quale miraggio. Mi sembrava che dentro mi rombasse una voce nuova. Difficile stabilire il legame e la convergenza, e forse l’unità di tutte queste cose. Sugli argini dei campi già spuntava, tenerella, qualche gialla margherita, qualche occhio di cane. Sulla pianura desolata della mia anima, su quel deserto devastato dalla miseria quel giorno forse cominciava a spuntare il più bel fiore della mia vita.

Gli ero ormai davanti. Già lo vedevo da lontano. Lungo la strada raccoglievo pietre puntute e cattive. Ne avevo colme le mani e le tasche della mia giubba gloriosa. Giunto ormai a tiro, comniciai a lanciargliele contro, con misura aggiustata, gridando a piena voce : « Io non sono uno sp… io non sono uno sp… ». E una pietra, due pietre, cinque pietre. Gli avevo già soffiato via il cappellaccio da alpino. Un bernoccolo in fronte l’aveva ormai. E gridavo: « Io sono come gli altri!… ».

Gli avevo spezzato un braccio con una sassata precisa : penzolava come quello del cattivo ladrone dopo le legnate mortali dei manigoldi. « Io me ne andrò da tutto questo paese, io me ne infischio di tutti. E diventerò più grande di loro! ». Così dicevo. Il paese me lo perdoni. Non ha colpa neppure il paese. Ragazzate sono.

Però quella fame e quel nome!… Dissi così: « Io andrò a sfamare tutti i ragazzi poveri ! » Dissi proprio così, in preda alla lucida esaltazione. Come si può spiegare il mistero di un ragazzo? Io, naturalmente, non avevo coscienza di nulla. Era una rivolta, il bisogno di vincere sull’oppressione. Invece la vita insegna tutt’altre cose. Vincere l’oppressione? Ma quando e chi compirà il miracolo?

Intanto la sua faccia era tutta lacerata dalle mie sassate. Ma non ero sazio. Lo volevo in pezzi, a terra, non vederlo più girare, come una meridiana, al vento e al sole; non sentirlo più nelle lugubri notti invernali. Una pietra gli stroncò la vita e cadde. Qualche brandello solamente sanguinava dai legni incrociati. Allora gli fui sopra con i miei zoccoloni, gli camminai su tutto il corpo, e gli dicevo : « È finita, eh! Adesso anch’io sono un uomo ». Però, alla fine, cominciavo a provare di nuovo pena verso me stesso. No, la sera, non ero contento, ricordo bene, ma non so come passai quella singolare sera…

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NOTE:

Gli ultimi (1963) di Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo, ispirato al racconto autobiografico di Turoldo “Io non ero un fanciullo”, è un film sulla vita dei contadini friulani negli anni Trenta, girato interamente in Friuli con attori non professionisti. Nel progetto originale di Turoldo doveva essere il primo episodio di una trilogia ma è rimasto il suo unico film. Il protagonista è un bambino, Checo (interpretato da Adelfo Galli), figlio di contadini affittuari, che viene deriso dai coetanei per la sua indigenza e chiamato spregiativamente “Spaventapasseri”. Come in un romanzo di formazione, Checo, che simbolicamente rappresenta il Friuli, affronta un percorso a tappe che lo porterà alla consapevolezza, all’emancipazione e al riscatto finale. In anticipo sui tempi e fuori sintonia con la voglia di modernità e benessere che gli anni Sessanta del boom economico portarono anche in Friuli, Gli ultimi non ebbe successo all’epoca ed è rimasto una rarità cinematografica. Per sottrarre a un ingiusto oblio questo capolavoro dimenticato, negli ultimi vent’anni è stata avviata una lunga e complessa operazione di recupero di cui si sono visti i primi importanti risultati nel 2002, in occasione dei 40 anni dalla realizzazione, con il restauro della pellicola e la successiva uscita in vhs. Dopo ulteriori ricerche e ritrovamenti e grazie al nuovo restauro digitale, per i 50 anni è stata realizzata un’edizione speciale in doppio dvd curata dalla Cineteca del Friuli, dal Centro Espressioni Cinematografiche di Udine e da Cinemazero di Pordenone. Il cofanetto contiene due versioni del film (quella uscita nelle sale il 31 gennaio 1963 e quella – più lunga di alcuni minuti – presentata a Venezia nel 1962, dove il film non fu selezionato ma fu comunque proiettato a margine della Mostra in una saletta del Lido), e più di cento minuti di contenuti extra, alcuni del tutto inediti.

Riferimenti in rete:

http://www.camera.minori.it/consulenza/pdf/gli_ultimi.pdf

http://lnx.whipart.it/cinema/9093/gli-ultimi.html

http://www.golivefvg.com/blog/cool/gli-ultimi-come-non-labbiamo-mai-visto/

http://pasolinipuntonet.blogspot.it/2013/01/cinemazero-di-pordenone-30-gennaio-2013.html

http://ilcinemadelcarbone.it/film/gli-ultimi

http://www.cinemazero.org/news-scheda.asp?id_news=778

http://www.periodicodaily.com/2013/02/04/vito-pandolfi-nel-restauro-del-suo-film-gli-ultimi/

http://www.temporealefvg.it/gli-ultimi-di-vito-pandolfi-e-padre-david-maria-turoldo-a-cinemazero/

http://www.famigliacristiana.it/costume-e-societa/cultura/visto/articolo/l-albero-degli-zoccoli-di-padre-turoldo.aspx

http://ilfriuli.it/index.php/spettacoli/36438-gli-ultimi-torna-al-cinema.html

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2 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N. 46 – A.M.Farabbi: David Maria Turoldo racconta

  1. In ogni persona, credo, c’è un’umiliazione subita durante l’infanzia che continua a far male. Spesso non si ha neppure il coraggio di raccontarla a qualcuno. Nel suo racconto Padre David dimostra un coraggio estremo: nel leggerlo sembra quasi di origliare, dietro la porta dello psicanalista, il racconto della seduta nella quale tutto si fa, finalmente ma dolorosamente, chiaro. Quel nome terribile che viene continuamente taciuto e lasciato solo intuire…
    Non si legge un racconto del genere senza farsene, in qualche modo, carico. La vicenda di vita ci interroga e pone molte domande anche all’oggi. C’è in ballo la responsabilità degli adulti, che siamo o dovremmo essere, nei confronti dei bambini; c’è in ballo la messa in discussione di una civiltà contadina, che a volte abbiamo rimpianto. Non c’è nessuna risposta facile a queste domande: mi piacerebbe riceverne molte in proposito e che si innescasse un dialogo. Sarebbe, credo, un modo di onorare il coraggio di David.
    Provo a dire qualcosa, lasciando sospesa qualsiasi tesi definitiva. E provo a raccontare anche la mia umiliazione: in un periodo nel quale le classi scolastiche venivano formate in base al censo e i maestri migliori venivano riservati ai figli dei “ricchi”, io, poiché avevo un padre insegnante (certo non ricco), ho avuto il “privilegio” di avere la maestra migliore. Ma fra me e le mie compagne di classe la differenza dello stile di vita era sentito da me come abissale. Loro parlavano di vacanze al mare, di domeniche passate sui campi da sci e io non potevo far altro che tacere. Tacevo ma non ho mai evitato di pensare!
    Vigeva ai tempi una sorta di pedagogia un po’ “carogna” (non trovo termine più adatto) che si dilettava nel proporre ai pargoli storie di povertà terribile e godeva nel vederli commossi fino alle lacrime. Mentre si realizzava il boom economico, si esaltavano gli eroi della povertà…
    Poi il boom è arrivato un po’ per tutti e si è pensato che dovesse continuare indefinitamente. Si sono lasciate nei cassetti le storie dei fanciulli poveri e si è cercato di preservare da qualsiasi esperienza dolorosa i nostri figli. E’ bastato?
    Che cosa ci chiede l’oggi nel quale una povertà imposta da un sistema crudele torna a riaffacciarsi?
    Prendere a sassate il fantoccio del nostro incubo ci farà contenti?
    Mi fermo qui, ma sono pronta a ritornare sull’argomento qualora altri intervenissero.
    Un grazie ad Anna Maria e un saluto a tutti

    Fiammetta

  2. avevo scritto una lunga risposta e, come capita a volte, si è cancellata senza poter fare nulla. Avevo messo nero su bianco la mia pietra scura, quella che mi porto ancora in tasca. Avevo sei anni quando i miei mi lasciarono a casa di una zia,una sorella di mio padre che non avevo mai visto. Mio padre ceramista e scultore non faceva fortuna in un paese che non aveva idea di cosa fare per uscire dalla miseria e dalla grettezza in cui ancora oggi riversa. Miseria spirituale miseria creativa, per quanto si dica e creda manca uno splendore dentro ogni gesto, avaro, cupo, senza altra storia che un valore misurato a denaro.Infimità. Eppure allora, quando i miei partirono, non mi portai niente altro che una piccola valigia nel trasloco da casa mia a quella della zia. Qualche vestito e i quaderni di scuola.Il resto non ci entrava dentro la valigia, di cartone, sì, perché erano così a quei tempi, e le dovevi portare a peso, non correvano sulle rotelle.Il peso lo sentivi tutto e lo dovevi portare fino a dove serviva. I miei giocattoli rimasero dov’erano:i campi, gli animali,la casa della nonna,le argille di mio padre, il cielo, il fiume e i pochi compagni di giochi. Una brutta copia, ma viva, la portai comunque in me, che stavo disgregandomi, perdendo anche la lingua.Furono stelle e vento a frami da maestro.Niente dialetto a scuola, solo italiano, e ripulito dagli errori con ore e ore sui libri, vietando i giochi e gli incontri, vietandomi l’odore dell’aria, stretta tra vie cittadine e rumori del tram.
    Eppure se ancora oggi qualcosa mi salva, è quella selva fitta di suoni, di echi che in me risuonano la brevissima infanzia a cui ho sostituito una lugubre me stessa, fatta di carta che pure mi ha aiutato quando credevo di non avere né padre né madre, di essere stata orfana per lunghissimi anni e poi ancora, più tardi, quando non ritrovavo nemmeno una qualsiasi altra me stessa. Sì, perché mancando di qualcosa, a differenza di tutte le mie compagne, io me lo costruivo, lo creavo, lo inventavo e ogni cosa diventava dentro la parola così vera che nessuno poteva immaginare che così non fosse. Mi ero costruita una famiglia, le vacanze che non facevo, le mie abilità erano quei giochi di prestigio, una parola dentro l’altra e tutte in una chiusa di un fiume che regolava il mio farmi luogo e non si è più arrestato quell’impegno ed è la casa della mia famiglia, così come la sento ancora:intera, tra terra e cielo e non munita di muri o confini. ferni

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