A Passariano con Tiepolo- di Silvio Lacasella

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TIEPOLO – Villa Manin – Passariano (Udine)

Dopo oltre quarant’anni , quasi fosse uno sciame in volo, un gruppo consistente di opere di Giambattista Tiepolo (60 dipinti e circa 80 disegni) torna a Passariano di Codroipo, in provincia di Udine. Ma, a guardare bene, è l’intero corpus tiepolesco, disseminato in chiese, palazzi e lontani musei, a compattarsi idealmente, per poi avanzare senza meta nel pensiero, inafferrabile e fluttuante. Certo, la mostra del 1971, fu un evento particolare, sia per il numero delle opere esposte, che per essere stata organizzata in occasione dei duecento anni della morte del pittore. Essa, però, segnò anche un decisivo punto di riqualificazione, atteso e dovuto, capace di avviare subito una più ampia e corretta lettura critica su un’esperienza artistica irripetibile, andando finalmente a rimuovere quella che pareva essere una condanna definitiva, ingiusta e imbarazzante, inferta al pittore da Roberto Longhi tra le pagine del celebre “Viatico per cinque secoli di pittura veneta” (1946). Oggi Tiepolo rientra in quelle medesime sale, invadendole di luce.

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villa Manin- mostra del Tiepolo 1971- video

http://www.fvg.tv/WebTV/dettaglio?video.id=347&video.lingua.id=IT

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Luogo perfetto, dunque, Villa Manin (curata da Giuseppe Bergamini, Alberto Craievich e Filippo Pedrocco, la mostra è visitabile sino al 7 aprile 2013), una delle grandi dimore che l’artista avrebbe benissimo potuto affrescare, se non si fossero scelti in precedenza Amigoni (che peraltro morirà a Madrid come Tiepolo) e il francese Dorigny, artista altrettanto rapido e pirotecnico, ma non sempre in grado di trasformare l’ansia esecutiva in qualità pittorica.

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villa manin- codroipo

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Fastosa residenza dell’ultimo doge di Venezia, Ludovico Manin, la villa, iniziata, a metà del Seicento, vide ripetutamente modificate e ampliate le proprie geometrie, giusto negli anni in cui Tiepolo era chiamato in continuazione a dar prova del proprio tracimante talento. Architettura e natura tra loro si intersecano, dialogando armoniosamente: la lezione di Palladio, ma anche Veronese, l’artista che Tiepolo fissò dentro se stesso, dentro alla sua tavolozza, dentro ai suoi pensieri, sin dal periodo della formazione, trascorso nella bottega di Gregorio Lazzarini (1710 circa).

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Tiepolo

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E’ facile che l’opera d’arte venga inserita in un contesto inadatto (quante volte lo si è visto), qui, invece, accade il contrario: essa pare completarsi. D’altronde, nessun altro artista, al pari di Tiepolo (1696-1770), fu in grado di rappresentare un’epoca, il Settecento, che andava segnando con festosa ed esibita briosità, l’arrivo inarrestabile della propria decadenza. Non a caso, pur rimanendo nel solco della grande tradizione pittorica veneta, egli trattiene ciò che più gli consente di accelerare il ritmo della pennellata, quasi fosse in fuga, sino a sfaldare la forma, quando serve, così da allontanare nello “sfocato” ciò che è in secondo piano. Per contro, grazie ad una serie di effetti illusionistici, molto simili a quelli ottenuti nei primi filmati dei fratelli Lumière, in altre zone della composizione, le figure, nell’avvicinarsi, non solo si delineano, ma paiono quasi uscire dall’intelaiato “schermo” o precipitare dal soffitto.La sua potrebbe anche sembrare una sfida contro il tempo, e forse lo è. Un tentativo di arrestare ciò che transita e non si ferma, come contro il tempo corse Tintoretto. Ma l’arte di Tiepolo (Tiepoletto, come allora veniva chiamato) non ama essere visitata da ombre notturne. Se non temesse di liquefarsi, perdendo ogni contorno, egli si liberebbe da tutto ciò che non è luminosamente intenso. Ovviamente, non amando l’ombra imperforabile e nera, non sa essere tragico, persino quando lo vorrebbe. Basti pensare all’imponente pala di Este, con Santa Tecla, presente anch’essa a in mostra, dove persino la straziante scena con la figlia che si dispera sul corpo della madre strappata alla vita dalla peste, mantiene una forma recitativa, da libretto d’opera.

Egli riflette la luce ancora “viva” in direzione dell’osservatore attraverso i suoi dipinti, come fossero specchi. Per ottenere questi risultati crea vortici e mulinelli d’aria, alimentando in se stesso un “fuoco inesauribile” (“fa un quadro in meno tempo che ad altri serve per stemperare i colori”). Vortici dentro ai quali lo sguardo non può che entrare rapito e abbagliato da tanta bravura. E’ per questo che, anziché trattenerlo, egli esibisce il proprio talento, quasi a voler creare stupore. Ma quelli che talvolta, specie ai suoi detrattori, paiono non altro che esercizi di virtuosismo, in realtà rappresentano lo stato d’animo sovraeccitato di chi sente, alle proprie spalle, premere da vicino il silenzio.

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Tiepolo, grande nel “grande”: «Li pittori devono procurare di riuscire nelle opere grandi, cioè quelle che possono piacere alli Signori Nobili», ma, probabilmente, ancor più grande, nel piccolo, allorché riesce a svincolarsi da una sin troppo esigente committenza: nelle incisioni, nel disegno, nei dipinti di medio e piccolo formato e, soprattutto, nei bozzetti. Veri capolavori di punteggiatura emotiva.

Quando a tutto questo l’ “accomodante” Tiepolo, aggiunge l’ironia, è davvero insuperabile, come nella “Danae” (1735), giunta da Stoccolma o nel dipinto emblematicamente scelto per aprire questa mostra: “Alessandro e Campaspe nello studio di Apelle” (ora datato 1730 e solitamente custodito Museum of Fine Arts di Montreal). Si vede Apelle, il grande pittore dell’antichità, seduto al cavalletto, impegnato a ritrarre l’amante favorita dell’imperatore Alessandro Magno, il quale, non visto, tiene d’occhio la scena. Secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio, egli fu così felice del ritratto da concedere Campaspe ad Apelle, che nel frattempo se ne era invaghito. In quel pittore, dallo sguardo svagato, ma con occhi tondi da rapace, egli ha raffigurato se stesso, mentre nella figura di Campaspe si riconosce la moglie, Cecilia Guardi (sorella di Francesco e di Antonio Guardi), sposata con rito segreto e da cui avrà dieci figli.

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Agar_Ismaele

Abramo_angeli

Danae 1735 - Stockolm.

Alessandro e Campaspe nello studio di Apelle - 1730

Tiepolo

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Nel passare dai temi sacri a quelli profani, Tiepolo non cambia interpreti, né andatura, anche quando in gioventù la sua tavolozza era più tonale e“trattenuta”. Semmai, titubante ed “esordiente”, egli lo sarà proprio alla fine, quando, in Spagna, temendo di rimanere in posizione arretrata, volle avvicinarsi al classicismo di Mengs. Fu, questo, l’unico e, peraltro, perdonabilissimo, errore della sua vita.

 Silvio Lacasella

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.villamanin-eventi.it/mostra_tiepolo.php

http://www.villamanin-eventi.it/tiepolo/presentazione.php

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