Due interviste e un libro: Edith Bruck incontra Maria Cristina Mauceri e Elisabetta Morelli

marc chagall

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Dove abito è il mio villaggio. A colloquio con Edith Bruck-  Maria Cristina Mauceri – University of Sydney

Negli ultimi vent’anni in seguito ai grandi flussi migratori che hanno avuto per meta l’Italia, il fenomeno di autori che provengono da un altro paese e scelgono l’Italia come patria d’adozione e l’italiano come lingua in cui esprimersi è diventato sempre più comune. Seppur non paragonabile per dimensioni e estensione geografica alla Grande Migrazione a cui stiamo assistendo adesso, ricordiamo che il secondo dopoguerra è stato anche un periodo di flussi migratori, allorché per sfuggire a un passato carico di dolorosi ricordi a causa delle persecuzioni razziali, alla povertà e ai regimi totalitari sorti nell’est europeo, molte persone si sono spostate nell’Europa occidentale e più spesso oltreoceano.

Alla fine della guerra l’Italia, povera e distrutta dai bombardamenti, non era certo la meta preferita per chi cercava una nuova patria. Invece la scrittrice Edith Bruck, come racconta in questa intervista, seppe scoprire un’affinità tra quell’Italia povera e il villaggio ungherese in cui aveva trascorso un’infanzia misera e discriminata per le sue origini ebraiche, ma ancora insieme alla sua famiglia. Nella Roma degli anni cinquanta Bruck riuscì a creare una continuità con il suo passato prima che la tragedia dell’Olocausto si abbattesse su di lei e sulla sua famiglia.

In italiano riuscì a descrivere l’orrore attraverso cui era passata, quando quasi ancora una bambina di dodici anni, appena arrivata nel campo di concentramento, fu strappata alla madre che venne eliminata subito. Dal desiderio di affrontare questo trauma enorme nacque la sua vocazione di scrittrice, esordì infatti con un testo autobiografico Chi ti ama così (1958) ed anche le opere successive, Le sacre nozze (1969), Due stanze vuote (1974), Transit (1978), Mio splendido disastro (1979) e L’attrice (1994) trattano la condizione dei sopravvissuti, la loro difficoltà a liberarsi da un passato che li ha resi vulnerabili per tutta la vita.

In questa intervista con Edith Bruck mi interessava discutere alcuni punti cruciali nella scrittura di un’autrice transnazionale: il rapporto con la patria d’origine e con quella d’elezione, con la lingua madre e la lingua acquisita e quali problemi dovesse affrontare un’autrice migrante quasi mezzo secolo fa. Ho scoperto le opere di Bruck mentre mi interessavo a due autrici migranti recenti, Schneider e Janeczek, che hanno scritto rispettivamente, Lasciami andare madre (2001) e Lezioni di tenebra (1997), due opere incentrate sul rapporto con la madre e con il passato nazista della Germania. Bruck ha scritto un libro molto intenso sul rapporto con sua madre, Lettera alla madre (1988), che contiene alcune interessanti affermazioni sul collegamento tra l’impulso a scrivere, sua madre e la loro separazione ad Auschwitz.

Nella letteratura di scrittori migranti in italiano esiste un filone che possiamo definire testimoniale in cui autrici provenienti dalla Germania e dall’Austria si confrontano con il passato nazista dei loro paesi. Oltre alle due summenzionate autrici, ricordo anche Elisa Springer che ha pubblicato nel 1998 Il Silenzio dei vivi. Credo che Edith Bruck possa essere considerata la capostipite di questo gruppo di autrici translingui in Italia la cui vita, seppur in modo diverso, è stata segnata dal nazismo.

Ma non sarebbe giusto chiudere Bruck in un altro ghetto, quello della letteratura testimoniale, da cui lei stessa è la prima a voler uscire, perché sente il peso di questo ruolo, seppur doveroso, come ha raccontato nel libro Signora Auschwitz (1999). Credo che sia importante tener presente come alcuni temi delle sue opere: vivere altrove rispetto al paese d’origine, costruirsi una nuova identità, l’effetto del passato sul presente e il senso di estraniamento che può cogliere l’espatriato siano universali e molto attuali.

Edith Bruck è una persona profondamente integra che si batte contro l’ingiustizia e che ha una sensibilità particolare nei confronti della discriminazione e dell’intolleranza verso chi è considerato diverso, come emerge anche nel romanzo Il silenzio degli amanti (1997) che ha per protagonista un gay. Nel futuro, come dichiara in questa intervista, vuole affrontare tematiche nuove che non siano collegate con la sua condizione di sopravvissuta, e speriamo che il romanzo inedito su una giovane prostituta albanese, di cui ci parla, trovi presto un editore.

Come è arrivata in Italia e che cosa l’ha convinta a fermarsi a Roma?

Sono arrivata emigrando da un paese all’altro, sono capitata in Italia per puro caso. Dall’Italia dovevo partire per l’Argentina, dove viveva una mia sorella, ma non mi mandò i soldi per la nave e non potendo garantire che qualcuno mi mantenesse in Argentina non mi avrebbero lasciato rimanere. In Italia mi sembrava che già allora ci fosse un’accoglienza nell’aria, c’era questa luce, questo sole, quasi una specie d’allegria disperata perché si sentiva ancora molto l’odore della guerra. Negli anni cinquanta l’Italia era ancora in bilico tra il passato e il presente e mi sono detta che qui avrei potuto vivere in qualche maniera, formare un nido. Però non avevo la più pallida idea del come, sono arrivata senza niente, avevo una valigetta come un emigrante e sono rimasta. All’inizio abitavo proprio qui in via del Babuino in una stanza ammobiliata, ho trovato un lavoro come direttrice da un grande coiffeur, lavoravo e guadagnavo abbastanza bene perché parlavo le lingue e questo era molto importante per accogliere tutta la ricca clientela anche straniera. Per me che vengo da una civiltà contadina Roma pareva stranamente abbastanza familiare. Poi gli italiani erano “brava gente” perché allora veramente la sera condividevano la minestrina. Tutto era molto diverso da adesso, perché quasi mi trovavo bene nella loro povertà. Quell’Italia mi somigliava, mentre oggi non mi somiglia più assolutamente.

Qual è oggi il suo atteggiamento verso il suo paese di origine? Vorrei anche sapere se è cambiato nel corso del tempo, visto che lei ora ha passato la maggior parte della vita altrove.

È una storia molto dolorosa: non riesco, tutto sommato a fare pace con il mio paese d’origine, non riesco a fare pace con due paesi con cui sono in conflitto per motivi diversi: Israele e l’Ungheria. Appena entro in Ungheria, regredisco spaventosamente, mi ritrovo come se fossi di nuovo una bambina perseguitata e deportata. Sono andata in Ungheria moltissime volte, soprattutto durante il regime comunista, ero molto amata da quel regime, non saprei dire perché hanno fatto anche un film sulla mia vita, ma ogni volta mi trovavo in qualche modo a disagio, la lingua in sé mi faceva male, le bestemmie in strada e al mercato. Quelle bestemmie le avevo sentite da bambina contro di me, quindi mi ricordavano i genitori, la discriminazione, la miseria, la cattiveria gratuita, il periodo fascista ed era molto difficile per me sentirmi a casa. Poi, tra l’altro, dopo la guerra, quando io e mia sorella siamo tornate dai campi di concentramento nel nostro paese, siamo state letteralmente cacciate e la convivenza sarebbe stata impossibile.

Un’autrice migrante, de Caldas Brito, ha detto che la nostra vera patria è l’infanzia e Adorno, in esilio negli Stati Uniti, disse che l’unica vera patria è la scrittura. Baal-Makkshoves, un medico e scrittore ebreo dell’Ottocento, dichiarò che la vera casa degli ebrei è la letteratura. Con quale di queste affermazioni si sente maggiormente in sintonia?

Con nessuna, già la parola patria non mi piace, mi evoca immagini disastrose, perché in nome della patria, come in nome di Dio, hanno commesso delitti infiniti. Per me il mio paese è tra Piazza di Spagna e Piazza del Popolo, dove abito questo è il mio villaggio. Quando mi allontano dall’Italia, quando non sono nella mia cosiddetta “patria”, ho nostalgia di Roma, della mia casa, non vedo l’ora di tornare perché dovunque mi sento spersa, sradicata. Questa casa, che non è mia, è il mio paese. Qui mi trovo bene dentro e fuori, è il bunker della Bruck come dicono. Una casa non mia che amo da mangiarne anche i muri!

Effettivamente leggendo le sue opere mi è parso di capire che per lei non tanto l’Ungheria come paese, ma il villaggio e la casa in cui ha vissuto da bambina con la famiglia rappresentino un punto di riferimento. Mi sembrava che la casa e il quartiere fossero il suo villaggio.

Quel villaggio io l’ho amato molto, forse l’ho amato molto perché ero insieme alla mia famiglia, perché amavo il fango, amavo il fiume, amavo la diga, gli alberi, il cimitero e tutto quello che mi contornava, a parte la miseria. Ho avuto un’infanzia molto dura e difficile, però non mi sembra di aver sofferto molto d’infelicità, più di quello che hanno sofferto gli altri per la povertà, anche perché la maggior parte degli abitanti erano poveri. Però mi pareva che la vita fosse bella, forse perché ero una bambina ed ero spensierata, giocavo ed ero piena di fantasia e avevo davanti tutto il futuro. Credo che l’infanzia sia molto importante, non soltanto freudianamente, ma perché abbiamo tutta la vita davanti e siamo pieni di tempo per realizzare i nostri sogni.

I suoi romanzi e racconti del passato, Le sacre nozze, Andremo in città, Transit, Due stanze vuote, ed anche il più recente, L’attrice, sono ambientati altrove, fuori dall’Italia, lei di madre lingua ungherese scrive in italiano. Si considera una scrittrice transnazionale o semplicemente un’autrice italiana o un’autrice della letteratura della diaspora ebraica?

Transnazionale diciamo così. Purtroppo non sono considerata un’autrice italiana. Io credo che uno straniero resti uno straniero per tutta la vita in un paese non suo, questa è la mia esperienza in un luogo tutto sommato molto accogliente nei confronti degli altri, come l’Italia che in fondo non mi considera italiana, perché ogni volta che scrivono su di me o mi chiamano l’ebrea ungherese o l’autrice ungherese. La gente spesso non sa ancora che io scrivo in italiano, molti pensano che i miei libri siano tradotti, nelle mie opere io tratto di argomenti universali, ma questo non viene capito. Anche le critiche al mio ultimo libro (Lettera da Francoforte) sono tutte sbagliate; da una parte c’è un’autocensura dei critici stessi, tutti hanno frainteso questo libro che fa denunce molto forti. Nel libro il burocrate è un ebreo, perché sono gli ebrei che hanno in mano la gestione del risarcimento per gli ex deportati che è una cifra misera.

Se partecipo a un premio letterario, non trovo molti difensori, ma non sono mai stata stroncata dalla critica. Non trovo difensori, forse per gli argomenti che affronto che sono scomodi per la coscienza, sia italiana sia europea, perché l’Olocausto non riguarda solo gli ebrei, ma coloro che lo hanno pianificato e permesso, è l’evento più nero del ventesimo secolo. Io testimonio e ricordo delle cose che nessuno vuole più sentire, ma non posso farne a meno anche se fanno male anche a me. Calvino mi aveva detto una volta che dovevo scrivere in inglese, vivere in America, che l’Italia non è il paese giusto per i miei libri e forse ha avuto una intuizione giusta, non so…. Il pubblico italiano di oggi fa parte della globalizzazione dei lettori, oggi la gente non vuole approfondire le cose e confrontarsi con la propria storia remota specialmente chi non l’ha vissuta. Io sono un elemento di disturbo in qualche misura.

Lei aveva iniziato a scrivere le sue memorie in ungherese e poi ha continuato a scriverle e le ha pubblicate in italiano. Che cosa ha significato per lei scrivere le sue memorie in un’altra lingua?

Sì, le ho iniziate in ungherese e poi ho dovuto buttare via quelle prime cinquanta pagine mentre scappavo dall’Ungheria in Cecoslovacchia. Arrivata in Italia non sapevo neanche dire “ciao”. Imparare l’italiano ha significato per me la possibilità di esprimermi, di rinascere e di dire “io sono” in qualche maniera, e si è aperto un mondo nuovo per me. Dopo sei mesi parlavo già italiano perché imparo le lingue facilmente. E quando ho cominciato a scrivere, ho scoperto che sapevo scrivere in italiano, e non ho mai ritoccato quel libro anche quando l’hanno ristampato più volte. Un mio libro nasce già con il suo linguaggio, è come un bambino di nove mesi, è formato e deve essere partorito. È quello che è con tutti i suoi difetti. Scrivere in italiano rappresentava per me una nuova identità interiore e morale, un alleggerimento del peso che portavo dentro, perché non riuscivo, almeno in piccola parte, a vomitare quella terribile esperienza nei lager che mi avvelenava la vita, era e c’è ancora come un mostro dentro di me. Di quell’esperienza non si scriverà mai abbastanza, né a livello individuale, né a livello mondiale, perché è una cosa inesprimibile. Prima di diventare una scrittrice e una poetessa ero soltanto una profuga senza una lingua, non sapevo come parlare, non sapevo chi ero e sono rinata attraverso una lingua acquisita. Per me era abbastanza facile dire quello che sentivo perché non avevo controllo sulla lingua, non riuscivo ad afferrare profondamente il significato delle parole, se avessi scritto i miei libri in ungherese, certe cose non le avrei dette. Invece in una lingua non mia, non materna, ero molto più libera perché con la lingua ungherese mi sento ancora oggi molto denudata, per me l’italiano è un vestito, una difesa, una maschera che mi copre, una corazza, un rifugio.

Ha avuto difficoltà a pubblicare il primo libro, al giorno d’oggi in Italia non è facile per gli scrittori translingui essere pubblicati, com’era la situazione negli anni cinquanta?

L’unica difficoltà l’ho avuta con un editore di sinistra che voleva pubblicare il libro ma anche censurarlo, togliere la violenza dei militari sovietici verso le donne ungheresi, e io ho detto di no a nessun tipo di censura. Poi ho provato con l’editore Lerici e l’ho pubblicato con loro.

Quando ha iniziato a scrivere lei traduceva in italiano, o pensava direttamente in questa lingua? Se pensava in italiano non è sempre un tradurre perché doveva esprimere in italiano immagini e emozioni vissute in un’altra lingua?

Io non ho mai sentito la traduzione da una lingua all’altra. Quello che mi premeva era scrivere, mi venivano nella mente immagini che dovevo esprimere in parole, l’immagine del villaggio, del fiume, del fango, di mia madre, delle sue scarpe, del suo vestito, io avevo davanti agli occhi immagini. Io scrivo per immagini, non scrivevo un episodio in ungherese e poi lo traducevo in italiano. In Chi ti ama così si sente molto che è ambientato in un paese che non è italiano, mia madre parlava moltissime volte per parabole, per frasi della Bibbia, espressioni popolari che in italiano non esistevano. Infatti erano molto sorpresi che ci fosse un po’ di esotismo in questo linguaggio. Diciamo che il linguaggio di mia madre è tradotto pari pari in italiano dall’ungherese, perché io ricordavo una frase di mia madre e la riportavo in italiano, ma per il resto ho lavorato sempre per immagini, e l’ungherese non l’ho mai scritto, lo leggo e ho tradotto il grande poeta ungherese Jozsef Attila.

Nell’introduzione alla sua raccolta di poesie, Itinerario, dice di aver avuto difficoltà ad autotradursi, una difficoltà che hanno anche altri autori che scrivono in una lingua diversa dalla loro madre lingua. Lei allude al ritmo e alla musicalità dei versi che le sono apparsi nudi e indifesi dall’italiano. Che cosa intende?
Mi è successa una cosa molto strana. Io ho scritto anche tutte le poesie in italiano, tutti e tre i libri di poesia. Una volta non convinta di una poesia, mi sono detta: “Ma non mi torna, c’è qualcosa che non funziona” e ho fatto una prova traducendo la poesia dall’italiano in ungherese e funzionava. Ogni tanto ho delle insicurezze enormi con la lingua, casco nel vuoto totale, mi smarrisco in una riga, in una parola. Improvvisamente scrivo qualcosa che non suona bene, sia in prosa che in versi. Improvvisamente mi blocco, non riesco a capire se è giusto o non è giusto, come se la lingua inciampasse, non funzionasse. In ungherese invece ho una certa riluttanza a leggere le mie poesie, perché quando tu dici “miseria” o una brutta parola ne sento la profondità, la volgarità. Mentre in italiano non ho queste sensazioni, così nette e vaste nel senso che assumono una misura molto più ridotta, sembrano una cosa leggera, “merda” è “merda” e basta, invece se lo dico in ungherese, è un’altra cosa. Perché ricorda certamente l’infanzia, diventa molto più pesante, in italiano non sento mai così vero ciò che scrivo. Per questo dico una lingua non tua in fondo è una difesa, un nascondiglio e dici molto più facilmente quello che vuoi dire. In ungherese ho un controllo maggiore sulla lingua, in italiano no, non so se è un vantaggio o uno svantaggio.

Il testo fondamentale per capire lei e la sua motivazione a scrivere è Lettera alla madre, mi fa piacere che venga ristampato. L’ha scritto nel 1988, ho notato che lei per dieci anni non aveva pubblicato nessuna opera di narrativa. Che cosa l’ha spinta a questo dialogo diretto con la figura materna?

Mi ha spinto la mancanza di dialogo e di conoscenza di mia madre. Mi ha spinto un avvicinamento a mia madre e i rimproveri che non ho mai potuto farle, per tutte quelle belle bugie che ci ha detto quando eravamo bambini. Poi volevo informarla della nostra vita, chi siamo, dove siamo, cosa facciamo. In fondo è un dialogo postumo, un dialogo mancato nell’infanzia, perché la figura materna per me è molto importante, perché da bambina mi sentivo incompresa, ferita, non amata. Io allora non capivo perché non ci dava retta, oggi lo capisco. Da bambina non le perdonavo di non sentirmi amata e lei non se ne accorgeva nemmeno perché sicuramente amava tutti i suoi figli allo stesso modo. Era molto facile che lei si arrabbiasse, che ci dicesse di no, che alzasse la mano, perché era una donna disperata con tutti quei figli affamati che chiedevano e lei non poteva dare nulla e quindi è stata un’infanzia conflittuale con una mamma, da cui una bambina si aspetta tutto, è il suo amato mondo. Il padre era una figura di spauracchio, assente, non si immischiava in niente, si sentiva colpevole perché era povero. Dai miei genitori non ho mai sentito una favola, non ho mai giocato con loro e nel libro divento io sua madre e finalmente parliamo e lei deve ascoltarmi per forza.

E infatti ha ricreato sua madre e se stessa nel libro. Una studiosa americana, Lynn Bloom, ha osservato che scrivere testi autobiografici incentrati sul rapporto madre e figlia, permette alle autrici di ricreare se stesse nella scrittura e assumere il ruolo che era stato della madre come colei che dà la vita. La figlia diventa la madre di se stessa e ricrea la madre. La bellissima immagine finale di Lettera alla madre in cui madre e figlia dondolano insieme su un’altalena ricorda una culla, in cui siete rinate insieme. Però in questa relazione letteraria che crea con sua madre, lei controlla la situazione, lei ha voluto, da adulta, farle accettare le sue scelte di vita?

Lei non le avrebbe mai accettate. Lei avrebbe disapprovato tutto quello che io sono diventata e che penso. Il fatto che non ho sposato un ebreo, che non ho figli, che non vado a pregare, in fondo io sento un senso di colpa verso mia madre perché io non sono credente come lei. Forse questa non credenza è ancora una rivolta infantile verso di lei. Forse perché era così religiosa e per tutta la vita parlava con Dio, più che con noi bambini. Lei pregava, pregava e io mi ribellavo e dicevo: “Perché preghi, tanto non ti ascolta nessuno”. Mia madre non capiva la mia sensibilità e la mia libertà di pensiero, detestava la mia mentalità, per lei le mie opinioni erano da condannare. Io ero una figura amorale perché parlavo di divorzio che ritenevo meglio delle liti. Volevo chiarire quello che ero, farmi conoscere da lei, ma si rifiutava. Sicuramente avevo bisogno di ricostruire il nostro rapporto, rappacificarmi con lei e con me stessa bambina ferita. Mentre scrivevo mi sono accorta che i ruoli si erano rovesciati e mi sono scoperta molto più tollerante e compassionevole per quella che era la sua educazione, la sua vita e le sue possibilità, lei non poteva essere che così. All’inizio mi doleva che non abbiamo fatto in tempo a parlare di niente e a conoscerci, in qualche maniera ci siamo avvicinate. Mia madre appare anche in molte delle mie poesie. La sua fine in un crematorio è un dolore eterno e imperdonabile.

Lei ha scritto “Se tu mi avessi ascoltato una sola volta fino in fondo, forse non ti scriverei adesso, forse non avrei scritto mai nessun libro. Devo a te anche questa mia malattia di scrivere e ad Auschwitz dove mi hai lasciato andare, anzi mi hai spinto via, urlando di ubbidire” (Lettera alla madre, 78). In questo passo c’è un collegamento tra scrittura, figura materna e Auschwitz, dove lei è stata separata da sua madre. La scrittura è quindi per lei come un cordone ombelicale che la collega a sua madre la cui figura ritorna in molte delle sue opere?

Io non posso dimenticare o far pace con l’idea che mia madre è stata bruciata. Una madre buona con tutti i problemi e le preoccupazioni — i poveri non hanno tempo per i figli — non posso sopportare che una persona così innocua e integra, credente fino alla fine, venga ridotta in cenere, non è concepibile. Quasi riesco a far pace più con l’idea di mio padre che ha lottato per sopravvivere, che ha lavorato, che ha vissuto fino all’ultimo ed è morto di fame due giorni prima della liberazione. Primo Levi dice che lui è diventato scrittore perché è stato ad Auschwitz, io non so se sono diventata scrittrice perché sono stata a Auschwitz, sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale Auschwitz, però anche il fatto che io vengo da una famiglia molto povera e la mia sensibilità, la mia voglia di scrivere poesia fin da bambina perché volevo denunciare l’ingiustizia. C’erano differenze che io non capivo, uno era brutto o gobbo o pazzo, l’altro ricco tra tanti poveri, era un’umanità talmente varia. Questa grande differenza non ci doveva essere secondo me bambina e adulta. Tutto quello che mi feriva e mi ferisce profondamente nella vita di ogni giorno, col tempo in qualche maniera forma e diventa il tema di un libro.

La scrittura nasce da una necessità interiore anche se la ferita principale è Auschwitz. Io vivo i miei libri e i miei personaggi fino al punto che i lettori pensano che quello che io scrivo sia vero, anche le storie inventate quasi del tutto.Mi è parso che lei equipari la scrittura a un a fede, dice infatti “la mia religione è lo scrivere”, quindi Lettera alla madre va letta come un kaddisch per sua madre, una preghiera di riconciliazione, la ricerca di una figlia adulta di stabilire un rapporto di parità con una figura materna interiorizzata e sentita come un’autorità assoluta, quasi come un dio, è d’accordo?

Sì, sono d’accordissimo. Il kaddish è detto da dieci uomini, le donne sono escluse dal rituale, possono farlo solo dieci maschi adulti. Io non ho mai pregato e quindi ho realizzato nella scrittura quello che nella vita non sono riuscita a fare: né far dire un kaddish per i miei genitori e mio fratello, né io pregare, però in Lettera alla madre sono riuscita finalmente simbolicamente a recitare un kaddisch.

C’è una forte matrice autobiografica nelle sue opere?

Sì, ma come un aereo che parte da una base vera, io parto da un fatto vero e da lì spazio, invento e creo dei personaggi, è molto bello creare un personaggio inesistente, come uno scultore da un pezzo di marmo tira fuori qualcosa dal nulla. I personaggi sono come i miei figli.

E il romanzo L’attrice come è nato?

È nato forse da un inconscio desiderio di fuga dall’identità di una sopravvissuta, di questa ebrea ungherese, da questa continua etichetta, io ho detto una volta che vorrei che qualcuno mi chiedesse se mi piace di più la patata o il riso perché a me non chiedono mai niente sulla mia vita di donna e di moglie. Io sono soltanto un avanzo dei lager e basta. Una persona è tutto.

Alcuni temi delle sue opere, vivere altrove rispetto al paese d’origine, costruirsi una nuova identità, l’effetto del vissuto passato sul presente, il senso di estraniamento che può cogliere l’espatriato, si ritrovano anche in autori transnazionali che scrivono in italiano. Non ha mai pensato di scrivere un romanzo sui nuovi immigrati? Ho letto in un saggio che aveva intenzione di scrivere un romanzo su una prostituta albanese. Che fine ha fatto?

L’ho scritto, ma è stato rifiutato. È un romanzo che si basa su di una storia vera tra un pilota e una giovane albanese, sequestrata e portata in Italia e costretta a prostituirsi. Mi ha interessato la storia di questa ragazza che è stata portata via, una specie di deportazione, per questo mi sono identificata con lei. Il pilota albanese l’ha ritrovata e riportata in Albania. Ho costruito un romanzo che è un opera valida, ma non l’hanno pubblicato perché da me ci si aspetta sempre che io scriva di sopravvissuti o di Auschwitz, è già un miracolo che abbiano accettato Il silenzio degli amanti. Io aspiro a essere considerata una persona normale, voglio uscire dal ghetto e scrivere la storia di una donna che ama un uomo di vent’anni più giovane e la sua lotta per restare bella e giovane, ma alla fine si stanca e molla tutto. Voglio costruire un personaggio femminile che non ce la fa più a essere bella, a fare tutto quello che richiede la società di oggi: essere giovani e fare il lifting. Un tema completamente diverso dove non c’è pericolo che mi identifichino con questo personaggio.

Lei è femminista?

Ho partecipato al movimento femminista negli anni settanta per due tre anni e poi mi sono allontanata perché avevo avuto delle discussioni con le altre donne che parlavano di Auschwitz come fosse una cosa qualsiasi e hanno dato dell’ebrea a una mia amica. Non credo che le donne siano migliori degli uomini. A quel tempo abbiamo fondato un teatro con Dacia Maraini, il teatro della Maddalena. Abbiamo debuttato con “Mara, Maria, Marianna”, poi ho fatto una cosa mia, che è stata rappresentata, ma non pubblicata. Poi ho scritto e fatto la regia di Per il tuo bene, che riguarda un incesto e al teatro Quirino Dietro la porta su di un profugo spagnolo che è stata pubblicata sulla rivista Dramma. Ho fatto regie cinematografiche, inchieste televisive e giornalismo.

Credo di aver intuito che il suo atteggiamento critico verso Israele nasca dalla delusione perché sua madre aveva un mito di Israele, la terra promessa. Ho trovato molto interessante nel romanzo Le sacre nozze la sua critica su come venivano accolti i sopravvissuti ai campi di concentramento che emigravano in Israele.

Adesso lo dicono tutti, allora io sono stata la prima a scrivere di queste cose e quindi oggi sia Grossmann sia Yehoshua, sia Oz, sia Cohen parlano in modo critico di questa non accoglienza, di non aver ascoltato i sopravvissuti, di non volere sapere, dire che erano delle pecore, hanno fatto bene ad ammazzarvi nel senso che non avete saputo difendervi, ve lo siete meritato. Come dire che noi siamo stati dei vigliacchi, loro sono una generazione nata con la guerra e in guerra era nato un nuovo tipo di ebreo che concepisce l’etica, la morale, la vita diversamente da noi. Noi siamo cresciuti abituati a camminare con la testa bassa, perché noi eravamo una minoranza. Certo non c’era modo di difendersi ad Auschwitz. Anche se loro hanno vinto cinque guerre contro il mondo arabo, l’ebreo non era educato a usare le armi, l’ebreo vagava in Europa. Le donne lavoravano e badavano ai figli e gli uomini studiavano. Quelli che erano più inseriti nella società, editori, giornalisti, medici vivevano nelle città non nella provincia. Per noi che venivamo da questa immensa ferita non avere un soffio di umanità era una cosa terribile. Arrivare nella terra promessa era la favola meravigliosa della mamma, il grande mito che si realizzava. Siamo scesi dalla nave e gli uomini sono stati portati al fronte a combattere. Era un incubo, tutto era uno choc perché per noi la lingua ebraica era sacra, invece lì era anche la lingua in cui ti mandavano a quel paese e detestavano l’yiddish dei ghetti. Poi c’era la difficoltà di stare in un campo di transito dove si stava in fila per un pezzo di pane con un sorvegliante con il bastone che era un po’ come un kapò per noi. Insomma, eravamo arrivati in un inferno. Oggi posso capire anche questo: la storia di Israele, quello che hanno vissuto loro, la guerra continua, la difficoltà di sistemare gli immigrati, quel paese nevrotico, un ospedale psichiatrico, io posso capirlo oggi, non allora.

In alcuni suoi romanzi c’è anche una critica alla comunità ebraica americana.

La comunità ebraica americana non la conosco per niente, parlo degli emigranti ebrei in generale che vivono nel passato, parlano tra di loro ungherese, ceco o russo, mangiano all’ungherese, non fanno parte del paese in cui vivono. Non gli interessa molto la sorte del paese in cui abitano pur amandolo e con il cuore sono in Israele e ne hanno continuamente nostalgia. Alcuni hanno vissuto anche in Israele. Parlano male la lingua e sono quasi estranei al paese in cui vivono, di cui però sono fieri cittadini. Non lottano per niente, mi sembrano sradicati e in un eterno esilio.

Io avevo avuto l’impressione che lei ne criticasse l’americanizzazione.

Perché spesso sono più americani degli americani. Sono anche razzisti verso i neri, hanno preso i difetti più superficiali degli americani e guai se tocchi l’America, però dell’America sanno ben poco.

Primo Levi si dichiarava un italiano ebreo, lei quale cittadinanza aggiunge alla sua identità ebraica?

Sono un esserino nel mondo. Non potrei armarmi per difendere un paese, sono una pacifista nata che detesta ogni sopruso e violenza verso chiunque.

Maria Cristina Mauceri
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EDITH BRUCK, IL TATUAGGIO DELL’ANIMA-  Elisabetta Morelli

Ho conosciuto Edith Bruck nel 1998, quando lavoravo alla mia tesi di laurea sulla letteratura della Shoah e, al Centro di documentazione ebraica di Milano, ho scoperto questa autrice e le sue toccanti testimonianze sui campi di sterminio nazisti e l’orrore del genocidio ebraico. Ho letto avidamente i suoi bellissimi libri e l’ho contattata. Mi ha risposto una donna dolce e disponibile ad aiutarmi a reperire prezioso materiale per la mia tesi. Ora, a distanza di anni, ho riannodato quel filo diretto che si era creato tempo fa e, come allora, Edith Bruck mi ha offerto la sua generosa disponibilità. L’ho raggiunta nella sua casa nel cuore di Roma, dove vive da anni. “Ne ho passate tante in questi anni, Elisabetta!” – mi ha detto. “Malanni, problemi, ma.. siamo ancora qui! A lottare, sempre.”

Edith Bruck è nata in Ungheria nel 1932 da una famiglia di ebrei. Ha vissuto, appena dodicenne, il trauma della deportazione ad Auschwitz, Dachau e Bergen Belsen…; ritrovandosi orfana, con la famiglia decimata dai nazisti e senza nessuno che si prendesse cura di lei. E’ dovuta crescere in fretta, bruciando le tappe e sperimentando in breve tempo il matrimonio, l’arrivo nella tanto sognata Israele, la fuga, i mille mestieri per vivere, infine l’approdo definitivo in Italia (sua seconda patria) nel 1954. Da oltre mezzo secolo è sposata con il poeta e regista Nelo Risi.

Scrivere nasce dal duplice intento di raccontare l’irraccontabile, con l’inconscia speranza di alleggerire il peso interiore, un vissuto insopportabile, e di testimoniare l’evento più nero del ventesimo secolo. Anche Edith Bruck, allora, come Primo Levi, di cui si definiva “sorella di lager” e a cui era legata da profondo affetto, ha fatto della testimonianza la sua ragione di vita, perché non si perda, soprattutto tra i giovani, la memoria della Shoah. Edith Bruck scrive, dunque, i suoi libri sempre a metà tra l’intento divulgativo e lo stimolo delle coscienze – per tenere in vita il ricordo della Shoah, evento scomodo per la civile Europa moderna, con i suoi mistificatori negazionisti e revisionisti che annientano ancora una volta le vittime e la verità raccontata dai sopravvissuti.

Nel corso della sua lunga carriera letteraria, cominciata nel 1959 con il racconto autobiografico “Chi ti ama così”, Edith Bruck ha scritto numerosi romanzi, tre raccolte poetiche, alcuni racconti; da uno di questi, “Andremo in città”, è stato tratto nel 1966 il film omonimo, diretto da Nelo Risi ed interpretato da Geraldine Chaplin. 

A Primo Levi Lei, Edith, era legata da grande amicizia e con lui condivideva i ricordi dolorosi e l’urgenza narrativa, la necessità di trasmettere ai giovani il ricordo di cosa è stato Auschwitz, “iceberg del male assoluto”. Ha conosciuto certamente altri ex-deportati. E’ ancora in contatto con alcuni di loro? Quali erano i vostri rapporti? Trovavate sollievo nella condivisione dei ricordi e nel sostegno reciproco?

BRUCK: Con l’amico Primo Levi non abbiamo mai parlato dei lager. I sopravvissuti non evocano tra loro le proprie sofferenze. Sanno, senza scambiare il ricordo, ciò che erano i Lager. Le loro sofferenze sono simili, anche se mai uguali. La disciplina, la fame, il freddo, le punizioni, il terrore, la selezione, le malattie, la morte, non erano molto diverse nei 1634 Lager della Germania nazista e dei territori occupati. Tra noi, persino in famiglia, era ed è un argomento tabù, per il dolore di un passato che per noi non passa mai. Non c’è consolazione alcuna e non può esserci. Scriverne può essere terapeutico, ma di Auschwitz non si guarisce e non deve guarire neppure chi non l’ha vissuta, perché non riguarda le vittime bensì i carnefici e i loro complici. E’ una tragedia umana europea che, purtroppo, non ha insegnato molto e può ripetersi, come diceva Primo Levi, e si ripete, dico io, in altre forme, altri luoghi, per altri motivi e a me, sopravvissuta per caso, duole doppiamente ogni discriminazione, oppressione, persecuzione, violenza, fame, guerra, ovunque accada e con chiunque. 

Lei ha sperimentato sulla sua pelle, come un tatuaggio che ricalca i contorni del reale continuamente, la “condanna” di essere sempre, agli occhi del mondo, l’ebrea sopravvissuta, non la scrittrice, non la donna. E’ stata realmente un’ulteriore condanna quella di “dover” raccontare a tutti costi? E quante rinunce ha comportato?

BRUCK: La testimonianza è un dovere morale che pesa. Ricordare, raccontare vuol dire soffrire di nuovo. Il mio vissuto ha condizionato anche i miei rapporti intimi e sociali. Non sono stata mai vista come una donna qualsiasi e non ho mai vissuto come tale e forse è stato inevitabile, e, in fondo, va bene così. Io sono il frutto del mio vissuto e non poteva essere diversamente. E’ proprio perché non ho rinunciato ad essere quella che sono, che ho salvato la mia unica identità possibile. 

“Signora Auschwitz” è ispirato da una lettera da lei ricevuta da parte di una studentessa, dopo una delle sue numerose presenze in una scuola in veste di scrittrice-testimone sopravvissuta ad Auschwitz. La sua risposta sembra essere un’auto-confessione su ciò che implica il dovere morale della testimonianza. Come vengono accolti nelle scuole dai ragazzi i suoi racconti, le sue parole?

BRUCK: Il più delle volte i ragazzi nelle scuole sanno ben poco dei Lager, della Storia in generale. A volte sono refrattari, increduli, distratti. Ma il peggio è quando dicono che sanno tutto perché hanno visto “La vita è bella” o “Schindler’s List”. Il primo è lontano da qualsiasi realtà, il secondo è ambientato esclusivamente nel ghetto di Cracovia. Il cinema ha fatto molti danni ed è stato limitatamente utile. L’unica opera valida sui Lager è “Senza destino”, tratto dal libro del premio Nobel ungherese Imre Kertesz. 

“Andremo in città”, uno dei suoi racconti, è diventato un film, diretto da suo marito Nelo Risi ed interpretato da Geraldine Chaplin. In un altro racconto, “Transit”, la protagonista, un’ebrea sopravvissuta ai lager, è chiamata come consulente per la produzione di un film ad “insegnare alle attrici a riprodurre la sofferenza dei deportati”. Nel suo romanzo “L’attrice”, il personaggio principale torna a Dachau per girare un film sulla vita di una sopravvissuta ai campi di sterminio. Pensa che i film sulla Shoah siano solo tentativi maldestri di spettacolarizzazione del dolore per fini politici e commerciali, prodotti ormai confezionati per il consumo, o invece c’è stato  qualche film che l’ha colpita per la sua rappresentazione fedele, non banale, e rispettosa della Shoah?

BRUCK: Sulla Shoah, in particolare sui Lager, preferirei non vedere fiction perché non è rappresentabile per immagini e non ci sono nemmeno parole, né è possibile coniarne di nuove, che possano esprimere quell’orrore: le sperimentazioni sui corpi vivi, bambini congelati etc.; l’elenco è lungo, macabro, e potrebbe sembrare fantascienza. 

Sin dall’inizio lei ha avuto il coraggio di un’inusuale rinuncia, quella della lingua materna, l’ungherese, e ha scritto nella sua lingua d’adozione, l’italiano, ancorché arricchito dalle lingue parlate nell’infanzia, l’ungherese, appunto, l’yiddish e l’ebraico. Che valore ha l’uso di queste lingue per lei?

BRUCK: Ero costretta a scrivere in una lingua non mia e sono stata, alla fine, fortunata perché una lingua non materna la senti meno, è, in qualche misura, una difesa, una maschera e ti denuda meno. La senti quasi meno vera, l’usi a cuore più leggero e soffri meno nell’usarla. Esiste un certo distacco tra te  e ciò che scrivi, non ti invade di ricordi dolorosi, sapori, paesaggi. La lingua non tua è una bella difesa.  

Quale è oggi il suo rapporto con il suo paese d’origine, l’Ungheria, e con Israele? Vi è più tornata?

BRUCK: Con l’Ungheria, come con Israele, ho un rapporto conflittuale non risolto. Il primo paese mi aveva cacciata, umiliata, offesa e, nonostante sia cambiato, non è immune da antisemitismo o nazionalismo. Quando sono in Ungheria, o con ungheresi, mi ritorna l’antica paura, sono a disagio, e, se sento una sola frase negativa che riguarda i miei correligionari, mi cade addosso tutto quello che avevo sentito da bambina e sto male, molto peggio che in Italia. Anche qui esiste il vecchio e il nuovo pregiudizio, eppure la lingua diversa mi fa meno male, non apre le stesse ferite. Israele era per me semplicemente il sogno, il paradiso, l’Eden biblico di mia madre e, dopo Auschwitz, non ho sopportato la realtà e non riesco ad accettarla dal punto di vista sentimentale. Dover diventare come gli altri, uguali nel bene e nel male – cosa che dovrebbe essere normale – mi turba profondamente. Vorrei che fossimo migliori, d’esempio, ma so che non è possibile. Vorrei che nessun israeliano uccidesse o morisse. Invoco la pace da quando esiste Israele. Abolirei per sempre tutte le guerre, se potessi.

In “Lettera alla madre” lei ripercorre le tappe del suo rapporto intenso e fortissimo con sua madre, un legame spezzato – solo fisicamente – su una banchina di Auschwitz. Le rimprovera la fede incrollabile in Dio, anche di fronte alle persecuzioni e alla deportazione. Si è riconciliata, dentro di sé, con la figura materna?

BRUCK: Mia madre e Dio sono le stesse cose per me. E pensare alla sua buona fede e alla sua fine nel crematorio ancora oggi mi sconvolge, non mi dà pace. E’ un’ingiustizia imperdonabile, come la fine di mio padre e mio fratello. Non c’è odio nel mio cuore verso nessuno e credo che questa sia una grazia, un dono del cielo o di mia madre, che era buona come il suo pane.  

Qual è oggi il suo rapporto con Dio, dopo Auschwitz?

BRUCK: Il mio rapporto con Dio avviene al buio, a letto, nel silenzio. Io lo penso e so che anche lui o lei, o chi per loro, pensa a me. Più che parlare, pregare, il mio è un sentire segreto che forse mi invento io. Comunque, Dio non c’entra con Auschwitz, il male è nell’uomo, il male è l’uomo. 

Nella seconda parte di “Lettera alla madre”, la protagonista torna a Dachau, a distanza di anni dalla deportazione, e si meraviglia di come sia oggi un irriconoscibile asettico monumento ai sopravvissuti, nel quale stenta a ritrovare i propri ricordi. E’ mai tornata in Germania? Ha mai rivisto “quei” luoghi?

BRUCK: Sono tornata una volta in Germania dopo quarant’anni. Tre giorni di malessere. Una visita a Dachau, dove rimane ben poco di autentico. Vecchi che negano ancora l’accaduto. Ordine e fiori dappertutto, che mi facevano male. Tutto mi faceva soffrire, anche la troppa gentilezza delle amiche, dell’albergatrice. Gli odori, i wurstel, i bevitori di birra, a Monaco. So che la Germania è bella, so che oggi non è quello che era, so tutto, ma non basta. Io mi sono rappacificata con tutti perché sono in pace con me stessa, ma il passato è dentro di me, è in agguato e basta poco per risvegliarlo.

Nei suoi libri il personaggio principale è sempre una donna. Sono tutte proiezioni autobiografiche? A quale delle sue protagoniste è più “legata”?

BRUCK: I miei libri sono i miei figli. Più o meno riusciti, immaginati, inventati, basati su qualcosa di vero, vissuto, che mi aveva colpito: un episodio, una lettera, uno spunto che permette di costruire un romanzo, un racconto, consente di filtrare la realtà, di creare dei personaggi dal nulla e dar loro la parola, la vita, il corpo, i sentimenti. Alla fine io stessa li sento veri, esistenti, li conosco e mi immedesimo in loro.

Lei ha avuto una vita difficile, segnata da esperienze dolorosissime che fanno dimenticare di essere “persona”. Ma quanto della sua identità di donna è riuscita a “recuperare” e a vivere Edith Bruck? E’ riuscita a ritagliarsi una dimensione privata oltre a  quella pubblica di scrittrice-testimone?

BRUCK: Io sono una scrittrice che cucina ogni giorno, fa la spesa, lava i piatti se deve, si occupa del marito, della casa, degli ospiti, dei parenti. Sono una perfetta casalinga, non frustrata. Amo tutto quello che faccio. E faccio bene. Amo gli alberi, gli animali, i bambini, la precisione, la pulizia, il non far niente, la scrittura, la lettura, e, più di tutto, la pace e il pane.

In molti suoi testi lei prende spunto da esperienze autobiografiche per rivolgersi ai nuovi nazisti e al mondo di oggi che avalla, indifferente, le loro “bestemmie”. Ritiene che  il Revisionismo sia una minaccia concreta di tentativi di riscrivere la storia e manipolare i nostri ricordi?

BRUCK: Non penso che il mondo sia indifferente al Revisionismo, casomai dà troppo spazio alle criminali menzogne dei revisionisti e i mezzi di comunicazione sfruttano il male più che il bene, che non fa notizia, e insinuano dubbi in chi sa poco della Storia, che si insegna poco e male nelle scuole. Il Revisionismo, la confusione tra nazismo e stalinismo sono un gioco pericoloso, grave, irresponsabile. Se i mali vengono eguagliati, viene appiattito tutto e tutto si equivale, indifferentemente. Allora Auschwitz perde l’unicità di male assoluto, cosa che fa comodo all’Europa stessa.

 

BIBLIOGRAFIA

1958: Chi ti ama così – Marsilio
1962: Andremo in città – L’Ancora del Mediterraneo
1969: Le sacre nozze –  Longanesi
1974: Due stanze vuote – Marsilio
1975: Il tatuaggio – Guanda
1978: Transit – Marsilio
1979: Mio splendido disastro – Bompiani
1980: In difesa del padre – Guanda
1988: Lettera alla madre – Garzanti
1990: Monologo – Garzanti
1993: Nuda proprietà – Marsilio
1994: L’attrice – Marsilio
1997: Il silenzio degli amanti  Marsilio

1998: Itinerario, Utirany – Quasar

1998: Signora Auschwitz. Il dono della parola – Marsilio

2002: L’amore offeso – Marsilio

2004: Lettera da Francoforte – Mondadori

2005: Specchi – Storia e letteratura

2008: Quanta stella c’è nel cielo – Garzanti

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marc chagall

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 La donna dal cappotto verde”,   Edith Bruck, indaga nei meccanismi psicologici che hanno indotto il male ad avere, in quegli anni, il sopravvento, indaga nella storia di quell’evento insano tramite due donne che si cercano, oltre il dolore e la colpa.

È una mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi. Lea Linder sta comprando il pane. Nel negozio la osserva una donna anziana. È avvolta in un cappotto verde. Le si avvicina…Lea sente pronunciare il proprio nome e si volta verso la direzione del richiamo ma non vede nessun conoscente sul luogo… “Sei Lea, la piccola Lea di Auschwitz!” “Sì, sì…” Ha di fronte una donna che uscendo frena i passi, quasi si scontra con la sua figura paralizzata… fugge, scompare! Come ha fatto quella donna a riconoscerla dopo tanti anni? Chi è? Chi era? Lea non riesce più a darsi pace. La cerca. Vuole scovare quel fantasma. Si sforza di ricordare. Se conosceva il suo nome, potrebbe essere stata un’aguzzina… Riesce a individuarla. Incontrarla. E ancora a temerla come la bambina di allora, dibattendosi tra il perdono e la rivalsa, mentre il tempo inesorabilmente avanza marchiando i corpi di chi si ama.

Edith Bruck, di origine ungherese, è nata in un villaggio ai confini dell’Ucraina da una famiglia numerosa di ebrei poverissimi. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio si stabilisce in Italia, adottandone la lingua.

Nel 1959 esce il suo primo libro “Chi ti ama così”, un’autobiografia che racconta la sua infanzia in riva al Tibisco e nella Germania dei Lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti “Andremo in città”, da cui il marito, il poeta e regista Nelo Risi, ne offrirà la versione cinematografica con Geraldine Chaplin e Nino Castelnuovo.

È autrice di poesie e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Nuda proprietà (1993), Lettera da Francoforte (2004), Quanta stella c’è nel cielo (2009), da cui è in fase di realizzazione un film di Roberto Faenza, e ancora Privato (2010). Le sue opere rendono testimonianza, da non dimenticare, della Shoah. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue. Tra gli altri, è traduttrice lei stessa di Attila József e Miklós Radnóti.

Edith Bruck ha collaborato con alcuni giornali, come Il Tempo, il Corriere della Sera e Il Messaggero, intervenendo in diverse occasioni intorno ai temi dell’identità ebraica e della politica di Israele.

Gli scritti, le poesie ed i filmati di Edith Bruck rievocano sensazioni ed esperienze vissute sulla propria pelle e quella di un popolo intero; la Bruck offre al suo estimatore, la possibilità di interloquire con la realtà di fatti realmente accaduti.

La poesia di Edith Bruck è molto originale in quanto fa percepire quella strana struggente malinconica nostalgia che si avvicina di più al fado portoghese, donandoci la speranza di quel rinnovamento dell’animo umano tanto agognato fatto di teneri ricordi vissuti in un freddo ed orrido momento della storia dell’umanità.

C’è chi colleziona farfalle / e chi colleziona medaglie / chi denaro chi francobolli / c’è chi costruisce armi / chi le usa / chi lavora se c’è lavoro / c’è chi si perde dietro un amore / vincendo una vita.

C’è il mare / c’è la montagna / l’aria sa di ginestra / le stanze di pulito / c’è di tutto / e tutto è tuo / non sei mai stata / tanto ricca / e così sola.

Nascere per caso / nascere donna / nascere povera / nascere ebrea / è troppo / in una sola vita.

Che mi vengano pure malattie e sciagure / che i giorni non siano meno faticosi / che esistano pure le brutture / che guadagnare il tozzo di pane / non sia più facile / tutto va bene / purché iddio che non c’è / (ho sempre meno paura a dirlo) / mi conservi fino alla fine / la nostalgia di te.

Vivere qui o altrove / è lo stesso / quello che conta / quello che tiene in vita / non è legato a un luogo / un paese vale l’altro. / Gli amici non mancano / perché non ci sono / i pochi rimasti / sono presi nel vortice / dell’infelicità propria.

Il potere non s’addice / alla donna / la imbruttisce / la deforma / la maschilizza / la ingoffa / la rende feroce / da far paura.

Crescono come selvaggi dicevi / senza Dio / senza un padre come si deve / senza un tozzo di pane / senza istruzione / senza futuro / povere figlie mie, / se sarete oneste ubbidienti / buone e pure / troverete qualcuno / che non bada alla dote / siete belle / siete più belle / delle figlie / del commerciante in legname / anche di quelle grasse / di Roth il riccone, / se non sarete schizzinose / e non pretenderete di scegliere / perché non ve lo potete permettere / la speranza di sistemarvi c’è.

A occhi asciutti / a stomaco pieno / in una casa di proprietà / con un lavoro autonomo / tra donne che gridano forte / tra uomini spaventati / è la mia ora / e non so più viverla.

“…Anche Lea fa un gesto per cancellare quella immagine e, come se la stradina fosse sua, del tutto libera e più vasta, saltella da una parte all’altra, sempre più leggera, più infantile e vola, va a prendere il pane.”

 

Edith Bruck, La donna dal cappotto verde -Nuova biblioteca Garzanti – 2012

 

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