leièmaria… Anna Maria Farabbi dentro il labirinto- Lettura di Fernanda Ferraresso

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<< …Ricevo un’eredità da una signora sconosciuta: lettere, oggetti, una casa,

la responsabilità verso una bambina lontanissima, un uomo capovolto …

Dentro il manicomio di Scarlitz, la vasaia. Dentro la soffitta dell’orfanotrofio di Karljin,

una danza di piume e la corda calda dell’impiccato ….

Dentro l’osteria di Xamo, un orcio di vino rosso. Nell’angolo opposto, accanto al caldaio nel fuoco,

faccio l’amore, mi ringiovanisco e canto …

Quando una creatura si ferma alla sua porta, si ricrea saldo come una chioma alla radice.

Ho paura mentre il notaio mi legge il testamento…>>

anna maria farabbi- leièmaria

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La base del testo ?
La  perdita. Una continua perdita di io. E una sconfitta, una irriducibile sconfitta da cui partire ogni volta: piedi, cervello, cuore, nutrendosi di quanto offre la terra e di passione. Ma. In forza di tutte queste componenti, trovare, dentro il labirinto che noi siamo, una pulizia interiore che permetta la lettura, l’apertura dello sguardo su quanto è scena e tragedia, l’ inferno che ci siamo costruiti e imposti. E’ uno stato di impermanenza che porta l’autrice ad un viaggio tra terre e persone diverse,tra memorie che si ricuciono su quell’io carnale e vorace, dentro il viaggio che compie in sé. Il viaggio stesso è gesto, è agire, dentro un contesto geografico, storico, sociale e ideologico. I movimenti  si compongono in un inviluppo dentro qualcosa che si svolge, per perdere il proprio io, un filo di luoghi e  memorie, per perdere la propria memoria fondamentale: il nome individuale e scriverne uno collettivo, facendo perdere le tracce a qualcosa che ci abita e ci vive ed è una molteplicità che “lei”, autrice di sé, non del libro soltanto, sente nascersi ogni volta e ogni volta sparire. Per questa ragione decide di muoversi, di staccare le sue piante dalla casa, dalla consuetudine di una parola ormai divorata, verso cui sente comunque appartenenza e dissonanza, distanza da una realtà che sente premere da dentro i suoi confini instabili da cui, appunto, partire.  I movimenti sono due, contrari di senso, ma non di significato, che producono contrasto e da questo un frutto. La guerra, che anche qui è presente ad ogni pagina, è un assetto continuo dell’essere e non c’è tregua che di attimi, regalati da un varco dentro cui la natura essenziale, di cui siamo composti, ci rigenera. La vera casa, tra le tante che ci vengono offerte, è il viaggio, è l’andare verso quel se stesso muovendosi nei paesi del fuori, l’oltre sé, mai visto ma vissuto, come in una matrice unica, onirica e sacra, che partecipiamo nella carne della madre, una matrioska dentro l’altra, fino ai confini della terra, interiore e geografica. Quell’andare sotto il pavimento, alla fine del viaggio, ma sempre ad ogni tappa del movimento, è andare sotto la base su cui crediamo di avere i piedi, che invece ha altro  più sotto ed è un vuoto ospitante, l’icona originale, l’oro…loro, in cui siamo noi, tutti, senza esclusione e scampo, vivi e (non ) morti.
Tutto svolto in prima persona. Singolare che incontra gli altri e si fa pluralità, e nel silenzio non cerca l’individualità fine a se stessa ma la sostanza dell’essere. Così accade che, dopo essere usciti dal labirinto di arianna, dopo esserci allontanati dalla storia raccontata, quell’io siamo tutti noi. Serve cammino, serve allontanamento. Serve il silenzio necessario perché l’acqua scenda in profondità e riporti in superficie quanto avevamo perso.
Inizia col mettere le sue impronte sulla neve, Anna Maria, in un viaggio dentro la bufera, nei luoghi d’origine, le montagne di Montelovesco, dove qualcosa che viene dall’alto, si fa immediato e basso, basso, direttamente dalla radice da cui la terra stessa nasce e si accresce di tutti i corpi: delle erbe, degli alberi, degli animali, tutti gli esseri che su essa si muovono, muoiono e si rigenerano in un incessante avviluppo al corpo che ci sta intorno,dentro,  ed è un tessuto intriso di stelle, e moti celesti. Si fa grande, immensa la  terra, di cui ascolta il battito nel centro di un piccolo cimitero, metronomo di una relazione tra morte e vita, all’interno di un sottile, finissimo orecchio, che è il corpo del mondo che si dilata e ospita ogni elementale sostanza, la madia vivente della madre.
Nel cammino, che è quell’ andare dentro il labirinto, in cui si svolge e riavvolge in spire  la colonna vertebrale di un drago che cova il nostro uovo, la primordiale sostanza che ci accomuna e ci distingue, le viscere della storia di cui si nutre il futuro, in un continuo adesso in cui niente è noi e tutto è possibile, un’acqua amniotica dell’immenso risveglio, dove ogni cosa si perde, affogando l’inutile foga con cui viviamo le cose, inventiamo la nostra favola, la ninna nanna, la parodia del benessere, nascondendoci a ciò che è essenziale, si nutre di noi, delle nostre scorie e apre il frutto, la melagrana rossa del sangue e si mescola alla vita, vite fruttuosa del magma.

Come Ildegarda, che cita in apertura, colpisce, nel libro della Farabbi, la capacità di mettersi in gioco, senza paura, dentro eventi molto più grandi di lei, utilizzando da un lato l’arma della scrittura  in ambito sociale, politico e spirituale, arma che tra l’altro lei stessa critica senza riguardi nei confronti di se stessa e che vuole potare dell’inutile, per conferirle proprio potabilità d’altro tipo, renderla acqua per una sete spesso richiamata in tutto il libro, durante quel viaggio che è mezzo per esportare la sua voce e la sua persona a favore degli altri e, soprattutto, usando le proprie mani per comporre una terra di  medicamenti dati dai luoghi stessi, dalle erbe e dalle persone che le nascono, le accudiscono dentro il corpo vivo della madre. Niente visioni, la  mistica è la ferrea e meravigliosa creta della vita che  ha dimensioni altissime, è addirittura tutto il cielo che in essa entra. Ciò che alla fine conta, e ancora una volta richiamo Ildegarda di Bingen, è guarire il corpo tutto, dai problemi dell’esistere, problemi che siamo noi a costruire, quasi sicuramente per non usare un  genere di coraggio che serve per vivere mettendo a tacere con fermezza l’io a favore di un noi in cui vivere è farsi ponte e passaggio in un continuo spaziotempo.

A conclusione riparto dal primo passo nel labirinto, parto dalle due sorelle, che hanno murato il ricordo di un suicida, il cimitero che in sé raccoglie le spoglie dei senza nome, gli uccelli in cielo che lasciano voli come scritture e promesse , riparto dal bianco, di una neve che salva le impronte dentro un silenzio che apre l’orecchio alla nascita di un essere dell’arca…e la storia riprende, fitta, densa, vivente.

fernanda ferraresso

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 Da leièmaria- Anna Maria farabbi

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Anna Maria Farabbi, leièmaria- Lietocolle Editore 2013

copertina leièmaria

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Nota a parte relativa al labirinto.

Prima di ogni parola: il segno.
Il labirinto è il modo in cui veniamo al mondo e allo stesso tempo il mondo viene in noi, ci entra  in corpo, s’invena e s’inventa  un globo dentro l’altro, quello che percorriamo all’esterno di noi, il più delle volte ignari, inconsapevoli che questo avvenga. Così la terra, che è una, non nozioni di nazioni, è il labirinto in cui Anna Maria Farabbi s’incammina. Nel breve tragitto delle prime pagine quell’immagine iniziale mi ha riportato alla memoria un dipinto che mi ha rapita e ancora oggi mi affascina, dopo che, alcuni anni fa,  lo avevo cercato nel dedalo delle stanze espositive del Prado. Avevo lasciato da parte i fiamminghi, non certo Goya, ma molti, molti altri per arrivare a lui: Hieronymus Bosch. E. La genesi stava lì, proprio davanti ai miei occhi e la sentivo entrarmi in corpo da quella finestra, da quella sfera, in cui un disco galleggiava con sonorità luminose legate agli elementi simbolici che vi sono immersi. Ecco, adesso quel disco ritornava a muoversi e si sovrapponeva all’immagine della spirale del labirinto. In questa sovrapposizione  riuscivo  a vedere come i diversi punti, che compongono la linea evolvente, si spostavano sull’acqua, galleggiandovi, in un mare mosso,  con moti ondosi  burrascosi per cui ogni punto che prima stava in superficie in una posizione, a causa del moto ondoso si spostava, s’inabissava e quanto stava a oriente si faceva poi occidente, mantendo comunque l’asse, a perpendicolo secondo la normale al movimento. Per chiarire vorrei ricordare  quei lumi ad olio, che si usavano nelle imbarcazioni che, anche con il mare grosso, restavano praticamente in asse con il movimento, anche se tutto intorno, la barca stessa, si spostavano in direzioni diverse da quella in stato di quiete. Questo per dire che niente è rettilineo, tutto s’incurva, persino il movimento del bambino che nasce. Grazie a questo movimento postazioni che sembrano lontane diventano vicinissime. La distanza  diventa una questione di profondità della percezione. C’è da aggiungere che il trittico di  Bosch è formato da tre pannelli di cui gli esterni possono chiudersi e presentano un’altra faccia all’interno. Come  una finestra, a battenti chiusi mostra l’insieme intatto e mobile dentro la sfera, a battenti aperti, uno svolgersi complesso ma comprensibile secondo un moto che sembra lineare, ma ancora s’inviluppa in spire come se fosse un viaggio da un punto ad un altro secondo una linea retta, parimenti mostrando circolarità.

Bosch

All’esterno, nell’immagine che rappresenta il mondo, come un disco che galleggia sull’acqua, racchiuso nella sfera di cristallo, simbolo di fragilità, di trasparenza e misterioso, per quell’effetto alchemico che in sé porta, il Dio creatore è raffigurato nell’angolo in alto a sinistra, quindi si presenta piccolo e ormai fortemente inutile, visto che il centro di tutto è il mondo stesso. Su di esso non ci sono ancora uomini, animali ma risulta popolato da strane piante e minerali, forse simboli sessuali. Sopra  si legge la citazione del Salmo XXXII: “perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste“. Ecco anche questo, secondo me,  riporta alla  continua genesi interiore che nell’autrice si svolge, movimento dopo movimento, parola per parola perché  poi, credo, è quello che ognuno ha a disposizione: nientemeno che la creazione continua del mondo, ed è questo che crea il labirinto della conoscenza, che si tramuta spesso, addirittura sempre, in perdita, perché la mutazione è, senza fine, senza tregua, senza sosta questo perdersi. Il labirinto ha la faccia superiore fuori dall’acqua, il resto, come se  lo si tendesse similmente a una molla, dandogli l’estensione di un cono, è immerso nell’acqua amniotica. In questo modo la spirale labirintica acquista una dimensione spaziale e, secondo la posizione e il movimento che subisce, in virtù del moto ondoso, cambia senso al  suo asse, cambiando posizione rispetto ai riferimenti cardinali a cui siamo abituati. Resta comunque immersa, terra, di quella sfera che noi siamo, e genesi di se stessa. Non so se sono ruscita a farmi comprendere, la geometria di questo testo è semplice e complessa al tempo stesso, poiché le angolazioni creano le visuali e sembra di percorrere un viaggio in una direzione mentre la terra si sposta, fluttua su quel mare mosso e niente è fermo, come ci capita di vedere spesso nei sogni.

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RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.lietocolle.info/it/leiemaria_il_nuovo_romanzo_di_anna_maria_farabbi.html

http://www.lietocolle.info/it/leiemaria_viaggio_iniziatico_la_lettura_di_aky_vetere.html

9 Comments

  1. bellissime immagini, non solo del video. apprezzo sempre pi Anna Maria Farabbi (se ce ne fosse bisogno) e Carte sensibili per il regalo che ci porge. anche in silenzio. api

    Il giorno 09 marzo 2013 11:01, CARTESENSIBILI

  2. Da quanto si ha modo di leggere, il linguaggio è decisamente poetico, anche se scarno ha una profondità che manca al linguaggio del romanzo e a quello quotidiano.La quotidianità, in queste pagine , ha la misura dei labirinti interiori , come appunto dice bene chi presenta il libro.

  3. Scrivere e vivere come se fossero una cosa sola. Ma la scrittura è andare oltre la materia, è certo generarla ma anche sconfinare in altro, e sogno e realtà posso farsi identici. La strana materia di cui siamo composti è terribile e immensa, è di lei che si muore, è della stessa che ci crea. Il labirinto, sì, certo il labirinto è quella struttura che ci è impressa dentro, quel dedalo di vie che percorriamo scalzi,in ginocchio e senza altro ascolto che il rumore del sangue e un flusso a cui non sempre riusciamo a sfuggire, nemmeno con il sogno, e ci si trova il toro con le corna puntate proprio al centro della fronte, qualcosa che è noi, che ci piaccia o no.

  4. in una società “spettacolare” in cui ogni cosa è consumata su una scena diversa mantenendo il frammento isolato, pare che qui il grande lavoro sia la cucitura dei frammenti, a favore di una società in cui empatia e consapevolezza, la morte come fatto comune dell’esistenza, la capacità di crearsi siano gli elemti fondamentali di una nuova posizione, di un nuovo modo di stare sul pianeta.Irina

  5. Fernanda apre alla parola di Anna Maria offrendo una lettura centrata e curata
    il mio grazie a lei attenta lettrice per questa presentazione-incontro

  6. Ringrazio Elina, Api, Elisabetta,Chiara, Dodi, Irina e tutte le altre che hanno lasciato il segno della loro condivisione. Mi auguro che il libro venga letto da più parti, perché certo è un modo diverso di scrivere un “romanzo”, disarticolando e ricomponendo il tempo secondo un labirinto interiore in cui l’asse cambia di volta in volta la nostra creazione del mondo e in cui la sintesi che fornisce il linguaggio poetico muove a comprensioni non univoche di quanto viene proposto all’ascolto, non solo alla lettura. f

  7. Lo sto leggendo ora, e ciò che posso per il momento dire è che da subito mi ha disorientato anche se, dopo le prime pagine luogo di ritrovo e di ritrovamento, non vedo l’ora di riprenderlo per sapere come evolve il viaggio…Ci risentiamo appena lo finisco!Promesso

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