…ma cosa sta nella parola?e nella scrittura? -Massimo Adinolfi e la rivoluzione della lingua

gordon young- comedy carpet


gordon young- the comedy carpet.

Le parole hanno un significato. Già, ma come ce l’hanno? Non è affatto una domanda peregrina, anche se normalmente non abbiamo difficoltà a distinguere le parole che hanno un significato da quelle che invece non ce l’hanno (e che perciò sospettiamo non esser nemmeno parole). Il punto è infatti in forza di cosa facciamo una simile distinzione, che cosa mai si trovi nei suoni che pronunciamo, per cui essi meritino un’attribuzione di significato.

Orbene, che cosa, se non un pensiero? Un pensiero è quel che ci vuole! Già, come stanno i pensieri nei suoni? Neanche questa è una domanda bislacca, visto che non sappiamo bene neanche che cosa diavolo sia un pensiero, un concetto, una rappresentazione mentale. La faccenda sembra che stia però a questo modo: da una parte ci sono i suoni che facciamo con la voce, dall’altra ci sono invece le cose che ci accadono «dentro», nell’anima o forse nel cervello (dicono oggi i più aggiornati), e per le quali appunto investiamo quei suoni di significati. Da un’altra parte ancora, a volerla dire tutta, ci sono pure i segni scritti, che significano i segni verbali, che a loro volta significano «le cose di dentro». Questo però non è Ferdinand de Saussure a dirlo, il linguista ginevrino di cui cade in questi giorni il centenario della nascita, bensì (con qualche minimo ammodernamento linguistico e più di una concessione alla vulgata), il grande Aristotele. Più precisamente, si tratta dell’incipit del trattato Perì ermeneiasDell’espressione, o  Dell’interpretazione – nel cui cerchio magico ancora si muove buona parte della nostra ordinaria, prescientifica comprensione del linguaggio. Quale sia il misterioso collante che consente ai pensieri di attaccarsi ai suoni Aristotele, però, non lo diceva. O per meglio dire: non pensava ci fosse bisogno di incollare per davvero gli uni agli altri: era per lui sufficiente una convenzione, un accordo, un’intesa in forza della quale gli uomini decidessero di fare che quel determinato suono significasse quel determinato pensiero. Naturalmente, capire come si stabilisca un simile accordo è un bel problema, visto che molto raramente osserviamo nascere nuove parole in forza di una stipulazione arbitraria di qualche genere, e visto sopratutto il fatto che mai s’è vista accadere una roba simile per un intero sistema linguistico. Ma questa, si dirà, è un’altra storia.

Sta di fatto che, un paio di millenni dopo, il coltissimo professor Ferdinand de Saussure, che teneva all’Università di Ginevra i suoi corsi di linguistica generale, non era più sicuro dell’impianto aristotelico. Passi la faccenda della convenzione (katà synthéken, dice il greco di Aristotele): non è infatti vero che nelle diverse lingue parlate dagli uomini si dicono le stesse cose con suoni diversi? E cosa vuol dire questo, se non che i segni sono arbitrari? Ma che bisogno c’è di mantenere una nozione psicologica di significato, si chiese Saussure? La lingua (la langue) va considerata separatamente dall’atto o dalla facoltà di parola (la parole): la prima ha carattere sovraindividuale, e non è affatto nella disponibilità di un individuo o nella testa di un solo uomo; il secondo, invece, l’atto di parola,  quello sì dipende dalla volontà del singolo. Occupiamoci pertanto della lingua come un sistema, come un fatto sociale, ragionava il linguista, e lasciamo perdere tanto la psicologia, che è confusa e con la quale in fondo rischiamo solo di metterci nei guai, quanto la storia. La storia era infatti l’altro ambito in cui si studiavano i problemi del linguaggio. Lo stesso Saussure, prima di ritornare negli anni ’90 dell’800 nella sua Ginevra, si era occupato di sanscrito e indoeuropeo. Ma ormai lo studio del linguaggio non aveva più ragioni di principio per sentirsi in debito nei confronti della storia: la prospettiva diacronica, che guarda l’evolversi di un sistema linguistico nel tempo, poteva andare separata dalla prospettiva sincronica, che considera invece la lingua tutta dispiegata in un momento dato, e si occupa quindi di stabilire quali rapporti intercorrano fra i suoi segni.

Fu una vera rivoluzione: la lingua da allora in poi è una struttura, non fa capo a un soggetto (minuscolo o maiuscolo che sia) e può essere studiata iuxta propria principia. E fu una rivoluzione tanto vasta da investire nel giro di qualche decennio l’intero ambito delle scienze umane, che dalla linguistica strutturale di Saussure presero per dir così il metodo. L’antiumanesimo della morte dell’uomo (di una certa figura antropocentrica dell’uomo) era già pronto a spiccare il volo nel cielo fosco del Novecento europeo. Pensate però che bello: studiare l’uomo, le sue manifestazioni culturali e simboliche, senza dover passare per la via troppo stretta e così tortuosa della psicologia, e senza nemmeno dover annaspare nel mare magno della storia. Come ha spiegato Tullio De Mauro (a cui si deve l’introduzione del Cours di Saussure in Italia, nel ‘68), non importa quanti linguisti conoscano lo studioso ginevrino: quel che è certo, è che noi siamo in debito con la sua fondazione della linguistica generale, come lo siamo nei confronti di Girolamo Cardano. Di cui nemmeno conosciamo il nome, ma che tiriamo in ballo ogni volta che ci mettiamo in macchina e sterziamo, visto che il giunto cardanico che ci consente di girare le ruote l’ha inventato lui. E così «tutte le volte che qualche linguista lavora sulle parole come segni di un sistema, ogni volta che un linguista capisce che questo sistema non è un caciocavallo ‘mpiso sulla testa dei parlanti […], ogni volta che riesce a distinguere il peso della tradizione dalla portata funzionale sincronica di una forma – devo continuare? Ogni volta che un linguista studia seriamente una lingua […], lo sappia o no, gli piaccia o no, adopera attrezzi concettuali e anche termini messi a punto da Saussure».

Le parole come «segni di un sistema», la lingua come sistema di differenze: questo il pensiero più profondo di Saussure. Che significa: morte del concetto, fine della parola piena, rotonda, dotata di un senso spirituale. Volete infatti sapere dove si trova il significato delle parole, visto che non c’è più a sostegno un’anima, uno spirito, una coscienza che le pensi? Ma nelle parole stesse, e precisamente nelle differenze che intercorrono tra di loro. Volete capire come? Fatevi una partita a scacchi (il paragone fra il gioco della lingua e quello degli scacchi è dello stesso Saussure). Anche a scacchi è questione di posizione dei pezzi sulla scacchiera,e per meglio dire della posizione di ciascun pezzo in relazione a ciascun altro: a nessuno che osservi la scacchiera in un dato momento, occorre perciò conoscere la sequenza delle mosse giocate (la storia), né cosa mai pensino i giocatori impegnati nel gioco (la psicologia), per capire la posizione (la lingua).

Ora però che l’onda strutturalista è calata e che una macchina, Deep Blue, ha battuto persino il campione del mondo Garry Kasparov in una partita a scacchi, viene naturale domandare che gioco è, quello che possono giocare anche le macchine, e che lingua è, quella che anche le macchine possono parlare. Oppure giocare, così come parlare, sono attività propriamente umane, e quello che fanno le macchine è un’altra cosa: comunicazione, forse, ma linguaggio no? Se così fosse, il linguaggio avrà pure una sua infrastruttura linguistica nel senso della langue di Saussure, ma non sarà mai soltanto un sistema, un codice astratto, qualcosa che può essere implementato su un elaboratore, ma avrà bisogno di essere nuovamente immesso nella vita e nella storia degli uomini. In effetti, l’ultima parola che dimostra (e insieme decide) se quella che parliamo è una lingua oppure solamente un codice comunicativo può essere solo quella di un altro uomo che la intenda e la consideri per tale. Ma quell’ultima parola, per definizione, non è ancora stata detta, e non sarà detta finché gli uomini avranno ancora una lingua, e una storia.

Massimo Adinolfi

Riferimento in rete:

http://pensieri-a-meta.com.unita.it/politica/2013/02/24/la-rivoluzione-della-lingua/

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