Background è un groppo di strade su un grumo di terra e di acqua- fernanda ferraresso

francesco sassetto

francesco sassetto

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Background è un groppo di strade su un grumo di terra.A nord della memoria ci sta la storia a est la ferrovia e, pagina dopo pagina, si sale e si scende non un pezzetto di Veneto ma un pezzo di umanità, che corre o meglio sarebbe dire scorre, un corpo sull’altro e tutti su quello della terra, strizzata quanto i  corpi delle persone, nate qui o arrivate dal sud, e grigia, per cementificazioni selvagge, in cui la piantumazione è fatta di fiori di serra, cloni di alberelli da terrazzo. Un paese in cui la stalla, scomparsa e fattasi industria di macellazione, è diventato stallo, perché il prodigioso Nordest si è fermato di colpo e l’impresa è quella di riuscire a mantenersi vivi senza desiderare e praticare il suicido per bancarotta. Non ci sono più cieli e terra che comunicano con gli uomini tra i rami dei grandi alberi, la pianura è intrisa di veleni che scorrono nelle falde  delle acque, intridono i cibi che mangiamo e avvelenano tutti noi. Ci sarà lavoro per la sanità ma. Se non ci sarà nessuno capace di stare in piedi chi la praticherà? Se non ci sarà la scuola e l’università a mantenere le menti pronte e all’erta chi ricercherà? Non ci sono sguardi puntati su ciò che è importante, tranne  pochi maestri, alcuni poeti e pochissimi artisti non svendutisi alle bancarelle del telemercato, nessuno si attarda a spiare le stelle, i voli degli uccelli, le formazioni delle nuvole. Tutte cose inutili, vacuità. Tutti preferiscono restare piantati davanti alle tavolette telematiche, tutti incuffiati, sballati e imballati da musiche di rifascicolazione della specie. Sì, perchè i cervelli di questi nostri giovani sono ormai incapaci di connettere più di due frammenti di pensiero tra loro e spesso, se capita, è solo un caso, fortuità della mente installata altrove, mai realmente ricevente e soprattutto mai elaborante. Eppure tutto corre alla medesima soglia, tutto nasce, si accresce e si spoglia, in sottrazioni da cui ci siamo lasciati sfuggire l’indispensabile, non solo il necessario. Siamo sopravvissuti a stipendi da fame, al freddo, ad un lavoro fattosi ogni giorno senza dignità e inutile spreco, della nostra vita come di quella di tutto il pianeta e siamo qui, gli uni davanti agli altri a spulciarci i pidocchi dall’occhio quando la trave ci abbatte tutti. Servirebbe capire, servirebbe piantare il fucile per terra e farlo arrugginire. Servirebbe che questa umanità snodabile, dall’avambraccio senza pulsazione di coraggio, battesse un dono a suon di apertura delle menti, partendo dal nord della memoria, dove dell’umanità sta intera tutta la storia, fatta di treni e campionature d’amore, di tosse  e di tasse, di nessuna facilitazione del cuore, duro, metallo di una ferrovia che si dirige a tutti i punti di un paese scombussolato dall’inquinamento di qualcosa che è fondamentale e marca da dentro l’uomo, ogni uomo, senza trattarlo da schiavo come invece fa da tempo questa società. Sassetto dedica il libro alla memoria della madre  “che fin da bambino mi ha insegnato/ le parole/ a distinguere il vero dal falso, /il bene dal male” e da qui, subito, indica che non servono i grandi trattati per regolare i rapporti tra noi tutti ma una legge elementare e umana fondamentale, che si apprende da bambini, dalla bocca della madre. Eppure lui sa, quanto me, come sia difficile oggi, dai ragazzini, far riconoscere a ciascuno la loro personale responsabilità. Tutti, come del resto fanno gli adulti, scaricano tutto sugli altri, mai nessuno che prenda se stesso a riferimento, nel bene e nel male. Finisce che si pensa che le colpe siano sempre al sud, a ovest,…altrove da noi che siamo invece in quello stallo che indica e implica una colpa di condivisione omertosa, per interesse solo personale, strafregandosene degli altri, del domani, non soltanto di qualcosa che si potrà comunque scaricare sugli altri. Altri, persino quelli che entrano in casa nostra con lo tzunami, a cui inviare l’aiuto col cellulare, aiuto che come per noi tutti, sarà meno che dimezzato, il grosso se lo mangia sempre uno squalo invisibile e sempre affamato.

Sassetto, in questa sua fertile e densa raccolta, ritrae in sè tutto, perchè tutto intimamente ci appartiene e ci forma, tutto è paesaggio dell’essere, un corpo che ingloba in sé terra e cielo e non c’è anima che sfugga, riga d’acqua o finestra sulla laguna, coltivo di periferia o donna o poesia che non ci sia fortemente sorella e fratello, carne nostra e viatico per tutte le altre esistenze. Il treno, il capillare suo diramarsi nel territorio attraverso binari che toccano storia e geografia e disegnano mappe di storie,vite di persone, famiglie o singoli individui ugualmente figure singolari che della propria esistenza hanno sentito, una sottrazione dietro l’altra, mancare la terra sotto i piedi e dentro le tasche aumentare il peso della sconfitta e proprio perché l’ignoranza è dura a morire in un paese di (ex) contadini che hanno scordato di ascoltare  la terra, l’umanità si è fatta ferocia e preferisce far credere che siano i bulgari, i romeni, i marocchini  i cinesi, insomma tutti i forestieri quelli che ci porteranno via il pane dalla bocca e la casa costruita intorno la letto. E mancano anche i nuovi nati. La crescita demografica la dobbiamo agli extracomunitari che si sono impiantati qui, facendo comunità, fosse per noi, avvelenate sono anche le giovani donne che non riescono ad avere più figli prima dei 40 anni, sia per mancanza di un posto sicuro, sia proprio per problemi fisici. E per fortuna dicono che la vita s’è allungata, eppure questo mostra che non frequentano gli ospedali, soprattutto le pediatrie, anche la nostra, a Padova, tristemente famosa per i tantissimi casi di leucemia infantile trattati…e purtroppo, purtroppo, non solo quello.
Ringrazio anche questa volta, dopo l’incontro legato alla sua prima esperienza di stampa, Francesco Sassetto, per non lasciarsi prendere dalle mode, dalle vetrine degli incantatori, di guardare in faccia le cose e dirle, come  ha dimostrato di saper fare anche questa volta,con immutata viva partecipazione e nitore di pensiero.

fernanda ferraresso
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francesco sassetto

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Da Background di Francesco Sassetto

 

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.
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francesco sassetto

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E c’è una tristezza che giace sul fondo, risale
le vene come fa la corrente, si allarga sul volto
come fa la marea indifferente al suo moto uguale.

E si procede stancamente nella grande finzione,
si va tutti all’ammasso nell’affollato baraccone
tra le grida e gli incitamenti dei nuovi comandanti,
senza volontà né direzione, pecore belanti ai grugniti
dei mastini, al ringhio suadente del padrone.

Si sta contenti a quel po’ di sorriso che viene a volte
dagli occhi di un altro sperduto passeggero,
al grumo di riposo che ci regala la sera
una sosta senz’ansia
nel torbido fluire dei canali
che oggi è tutto il nostro canto.

Si fa la conta dei volti amici che ancora abbiamo
e sono sempre meno
la notte passa senza tremori
senza sogni
scivola quasi leggera.

Qualcuno s’imbatte talora in una sua nuova o
vecchia chimera, un suo stralunato
miraggio o un altro dio da lodare

ma per chi va senza incantamenti o unguenti
di salvezza c’è soltanto questo gorgo quotidiano
di stanchezza
un viaggio saputo a pupille
abbassate che gira e rigira nel cerchio
di un orizzonte svuotato.
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francesco sassetto

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Sterilità

Noi siamo quelli che non hanno fatto i figli,
gli assenti all’imperativo della riproduzione, al rito
collettivo dell’aggregazione familiare, gatti svicolanti
nei loro anfratti scuri, randagi
d’amore e comunione.

Voi che andate a testa alta a mezzogiorno, padri e madri
artefici di prole, voi ci guardate
come animali strani, veloci passeggeri delle strade,
senza carrozzine, biberon e borse da portare,
noi ciechi della luce che sfarfalla
gli occhi dei bambini enormi
di stupore e di domande.

Noi no, noi appena appena questo treno incerto di orari
e percorrenze, attese lunghe a stazioni opache,
un arrivo
inaspettato qualche volta
un ritorno sfiatato a stanze disabitate.

Fu destino o scelta, fu determinazione certa o fu
casualità
fuga o indifferenza
rifiuto di tacita
obbedienza al culto secolare della fertilità.

Fu a ognuno di noi quello che fu.

Voi stupiti insistete, chiedete ragione, volete
spiegazione e ci additate signori desolati
dell’aridità, noi solo per noi stessi, non seme
di germoglio
noi sale di scoglio.

Noi così poco normali ai vostri sguardi alteri
e giudicanti, al vostro incedere sicuro,
capitani coraggiosi fieri dell’iscrizione cieca
alle regole del branco dei riproduttori sani.

Creperete – ci dite – soli come cani.
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francesco sassetto

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Preganziol

E sbarco anch’io all’alba a questo non luogo,
a questa landa di nebbia e ritagli anneriti di prati,
nebulosa edilizia di villette a schiera e capannoni,
rotatorie e passanti, satellite di una galassia edilizia
cresciuta ad astuzia e ignoranza, a strette feroci
di mani, occhiate d’intesa, tracotanza ed impresa

qui a nordest.

Sbarco a questo non paese, vuoto urbano travestito da città,
senza centro, senza piazza, senza peso di gravità.
Qui ci si incontra negli ipermercati, ci si saluta
nei parcheggi scambiatori, si va la domenica in chiesa
a mostrare la famiglia unita e gli abiti firmati,
a celebrare il culto del denaro
il nume tutelare.

Questa è la plaga dove si amarra dall’Africa,
dall’Est, da più prossime sponde, per un lavoro,
una stanza ammobiliata, un bilocale.
Qui vetrine scintillanti d’alta moda, processioni
di Suv e di Toyota, doppie e triple
case, evasione fiscale
esponenziale, parabole d’antenne ai davanzali.

Di sera le puttane vanno in lunga fila ai bordi
delle strade, banchi d’ombre senza nome
tra le frenate degli acquirenti e i cartelli comunali
che esortano al decoro.

E sbarco anch’io a questa proda dal treno
del mattino, esule e clandestino
con altri cento, pallido di gelo e di stanchezza
come loro, traverso le strade che sanno di gas
e di catrame.
E vado a lavorare.
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francesco sassetto

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Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
el to specio.

Background (dialetto veneziano)
Dipende da dove vieni, dall’aria / respirata da bambino, le voci gli occhi / che ti sono entrati e si sono inchiodati, / le mani indurite di mio padre, le unghie con il nero / degli attrezzi da lavoro che non va più via, i suoi racconti / di cavi e ascensori da installare in quella ditta / diventata multinazionale / e l’amico caduto/dall’impalcatura, bruciato nella calce viva, / una notte in bianco e poi lo sciopero e la paura / di perdere il lavoro. / Dipende da mia madre maestra a vent’anni / nelle campagne di Pianiga, miseria / e littorina alle sei e bicicletta su chilometri / di ghiaccio e sassi, il cappotto, sempre quello, / rovesciato e adattato / e i figli dei contadini ,/ trentaquattro bambini stretti nel magazzino / con la stufa a carbone, da insegnargli / a scrivere e far di conto, a parlare, / e uno stipendio che non arrivava al ventisette. / Dipende dalle case abitate insieme a lei, occhi / che ridevano, affitto e precariato, mangiare / e bollette da pagare, non ci sono soldi questo mese / per la parrucchiera, non importa, amore, / sei bella lo stesso / non importa, / ma quegli occhi di sole si velavano / e la strada andava in salita. / E la pioggia che filtra dalle tegole rotte e arriva al soffitto, / cadono le gocce in camera da letto, metti / sotto una bacinella e stai attento a quando / è colma / e restiamo in quella casa / in nero e malsana perché l’affitto è buono, / ce la facciamo, restiamo e sogniamo / una casa migliore, un lavoro sicuro, quel viaggio / a Parigi rimandato ogni volta all’anno dopo. / E viene il giorno che smetti di sognare, ti alzi / la notte a svuotare la bacinella / cominci a bestemmiare / e i sorrisi lentamente si spengono, sei stanco / di andare sempre in salita, ti ricordi / di tuo padre e tua madre / le tue radici impastate di amore e fatica, quel seme duro piantato / tra stomaco e cuore, la tua vita / il tuo specchio.
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francesco sassetto

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Pietre e lenzuola

E compro anch’io una cintura da un ragazzo africano, uno
dei cento della fila distesa sulla Riva di bianche
lenzuola, infinita di fughe e fatica, di rapide occhiate,
marocchino del Ghana, del mali o della Costa d’Avorio,
che tu sia libico o senegalese,
tu qui non conti, non importa qui il tuo paese,
qui tu sei un marocchino, ‘vu cumprà’ e sai che è vietato
il tuo mercato di borse marchiate col segno
di Gucci, Armani, di Dolce e Gabbana,
è vietato fermare la gente, fermarsi a parlare,
tu da qua, lo sai bene
te ne devi andare.

Sei iscritto da sempre all’anagrafe degli abusivi,
dei clandestini, battezzato nel gregge degli ultimi
da pietà cristiana
i primi da braccare nella caccia
quotidiana dell’odio ancestrale che qui si scatena
rabbiosa all’ultimo anello della catena criminale,
quello che non tiene  che ci vuole niente a spezzare.

E’ vietato e ti do i soldi che chiedi, non voglio,
ragazzo, tirare sul prezzo, mi bastano
i tuoi occhi inquieti che gettano lampi all’intorno
a spiare gli appostamenti,
i segnali dei tuoi nemici
i mastini feroci di voci e di mani
i miei veneziani.

Tu prendi i soldi veloce e mi tieni forte la mano
che mi fai quasi male, mi fai così bene,
marocchino troppo nero e straniero,
da rimandare alla tua fame da schiavo,
vittima sacrificale del nostro nuovo
antico e globale
impero coloniale.

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Francesco Sassetto, Background– , 2012
Introduzione di Fabio Franzin

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5 pensieri su “Background è un groppo di strade su un grumo di terra e di acqua- fernanda ferraresso

  1. cara ferni, ti voglio dire davvero grazie di cuore, grazie per i
    testi che hai scelto e la bella alternanza con le mie foto (cui sono molto
    legato, parecchie le ho fatte vent’anni fa!). Grazie soprattutto per il
    tuo apprezzamento e la tua presentazione, così forte, sdegnata,
    amara che riesce a dare l'”atmosfera” del libro, l’orizzonte in cui si muove
    e i sentimenti che lo animano, con una passione ed una partecipazione rare.
    Sono perfettamente d’accordo con quello che dici, viviamo in un tempo
    e un mondo veramente impazzito, vuoto, disastrato.
    E ci sentiamo impotenti e inutili (anche tra i banchi di scuola
    cosa possiamo fare?). Ti sento molto vicina, un forte abbraccio

  2. Non posso che ritornare a ringraziarti io, perché le parole tornano ad avere un senso, un suono che arriva profondamente dentro:la mente, il petto,la pancia e viene la voglia di fare, di rovesciare tutto quello che si vede, lo si vede bene, che è una finzione commerciale, per fare soldi, a palate, a svagonate a missilate a ….e dopo? quando tutto il pianeta è defunto e la gente ridotta al coma…chi lavora? i soldi? quelli che i soldi li hanno a ufo? davvero fuori di testa tutta questa storia nostra che l’umanità se l’è persa per strada e nemmeno se ne è accorta. Un grande abbraccio e un grande grazie per l’amore che mostri e l’amicizia che condividi.ferni

  3. Francesco Sassetto testimonia con un ritmo scandito da passi che risuonano in calli sempre più spettrali una condizione esistenziale allucinata, una geografia interiore da no man’s land, Al tempo stesso dai suoi versi sgorga una sorgente d’acqua purissima, un autentico amore per la vita, una consapevolezza lucida ed accorata di stare passando, attraversando luoghi inferi pieni di presenze-assenze, il suo nonostante tutto è uno sguardo pieno d’amore .Un poeta dalla voce ferma e chiara che sa commuovere risvegliando in chi lo legge la consapevolezza che siamo qui ed ora e che dobbiamo resistere per esistere. Grazie.

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