L’estinzione delle mani – Fabio Franzin

ceramica d’arte- nove

ceramiche nove

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“Si è fatto con le proprie mani” si diceva, sino a poco tempo fa, di uno bravo, capace, di uno che si era fatta una carriera, una posizione. Ora, nell’epoca della crisi, le posizioni sono solo precarie, per chiunque, carriera la fanno quasi sempre solo i manager privi di scrupolo, e l’opera delle mani, la manodopera, è svilita, quando non più richiesta, o relegata allo sfruttamento dove il suo costo è, di nuovo, solo un pugno di riso. Eppure i libri di storia ci insegnano che l’uomo, l’essere umano (u-mano) si è evoluto e ha conquistata la supremazia sulle altre specie proprio in virtù di una maggiore capacità manipolatrice, il pollice opponibile, un dono della natura che gli ha permesso di impugnare degli strumenti e, attraverso quegli strumenti cacciare, costruire, affinare la sua conoscenza, creare delle opere. Anche “avere le mani d’oro” è un detto popolare che si rinnova ogni volta che ci troviamo di fronte a un abile artigiano, a ciò che le sue mani sanno creare quasi dal nulla, ma anche di fronte all’idraulico chino sotto il lavello, quello che riesce a turare la falla, fermare la perdita, o al contadino che opera l’innesto ad una pianta, al riparatore del nostro congegno andato in tilt… mestieri che si vanno perdendo, arti che non lasciano più eredi non perché quei mestieri siano duri o ardui, ma perché, economicamente, non sono più redditizi. Le cose si comprano già fatte in serie, e quando si rompono si buttano, a impestare la terra.

“E qui, mentre intere città si muovono / sulle piste ramate degli hardware / e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato[1] dice Pierluigi Cappello in un suo efficace passaggio poetico, e il presente è questa moria di posti di lavoro, questo troncamento di mani abituate a fare, a guadagnarsi il pane con i gesti di chi, nel farli, ha confidato fossero bastevoli per essere utili a sé e alla società. E proprio come dice Pennacchi[2] a proposito della cosiddetta classe operaia, siamo animali in via di estinzione, mammuth che vagano esausti in un deserto di cravatte, fra i ticchettii delle tastiere, nessun guanto in sky che penda dai rami spogli, scheletriti, che si lasci indossare.

Proprio oggi, penultimo giorno di un così infausto 2012 bisestile, mentre scrivo queste brevi considerazioni generate da un’amarezza e uno sconforto che si fa sempre più acuminata tortura, mia moglie, esperta di anticaglie, ha portato a casa, reperito in un qualche mercatino delle pulci o dell’usato, un bellissimo vasetto di ceramica a lustro degli anni ’30. Manufatto opera di un abile artigiano di Faenza o Nove, non so, non me ne intendo. Guardo mia moglie pulirlo con cura, ammirarlo tutta contenta di averlo trovato, pagandolo una sciocchezza. Così, mentre lo osservo insieme a lei, ne constato il decoro, le iridescenze, penso che non potrei concludere meglio questo mio breve scritto: omaggiando il lavoro di questo abile ceramista anonimo, il sorriso che le sue mani, dopo tre quarti di secolo, fanno sbocciare fra le labbra di mia moglie, alla bellezza che, come sempre, ha attraversato il tempo come una freccia scoccata dall’amore del poiein.

Fabio Franzin

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[1] Da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti, Milano, 2010.

[2] Mammut, Mondadori, Milano, 2011.

2 Comments

  1. delizioso questo breve brano di Franzin, per semplicità, piacevolezza e sintesi nella riflessione amara e malinconica di un’umanità che va disgregandosi se non spaccandosi come un vasetto di porcellana.
    grazie,Ferni.

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