Lungo il corso della parola e tra i rami di Ofelia che ancora là fiorisce- Fernanda Ferraresso

takuro noguchi

NOGUCHI Takuro.

Prima delle note sul libro, che oggi presento, una piccola riflessione necessaria, secondo me, per trovare chiavi che sfuggono. Quando infatti si ha l’età di Cristina Bove, e non mi riferisco all’età anagrafica comune ma a quella dell’anima o del demone  interiore, che dunque è inconteggiabile, non si può non contenere l’universo negli occhi, nelle mani e nelle parole. Non posso, dalla distanza da cui a lei mi sento prossima, non vedere quanto con mano ferma tratteggia nitida, apre, spacca e riconduce in luce ed è ciò che è e significa la nostra presenza su questa galassia di abusi, di sconcezze, di infime lordure con cui si cancella l’umanità, in lei ricchissima e irrinunciabile, ma anche di non trangugiabile bellezza. La sua capacità di prendere tutte le erbe del prato e farne un grande mazzo di più voci e suoni profondi, la sua innata e matura abilità di ridere dell’ottusità, delle nostre pochezze oltre ad uno sguardo che irradia la sapienza della semplicità, derivata da una cultura profonda, fa della sua scrittura un polimorfo mondo in cui infero e magnifico riflettono le loro sostanze in ogni forma e sfaccettatura. E’ proprio con questa chiave che ho aperto e percorso tutte le stanze del suo ultimo libro MI HANNO DETTO DI OFELIA, per le Edizioni Smasher. Un occhio particolare meritano anche i trucchi, i salti, persino le interpunzioni che, spesso, sembrano le giuste punizioni per il lettore rapido, che vorrebbe correndo passare oltre,  mentre serve fermarsi, serve chinarsi, a volte scivolarsi dentro, per sentire tutto quanto ha da dire la parola, che altrimenti morirebbe, nel corso di una liquidità senza sostanza, sperdendosi nell’acqua torbida, nell’indifferenza.  Genesi e apocalisse stanno in queste pagine come ramificazioni del pensare dire fare quotidiano, e sono letture che Cristina Bove riprende dagli eventi di cui partecipa con reale profonda compassione e dalla storia. Pathos è per lei sinonimo di qualcosa che non lascia tregua e non confonde il sentire, anzi lo accuisce, ne appuntisce ogni pennino ricadendo in scrittura poetica, non in parola da vetrina o parola in vendita.

fernanda ferraresso
.

takuro noguchi

NOGUCHI Takuro3.

Da MI HANNO DETTO DI OFELIA- Cristina Bove

Riflesso marginale

avevo appreso a vivere di lato
tendevo a spostarmi oltre il confine
tralasciando bagagli e non guardavo specchi
mi tenevo a distanza dagli appigli
nuotavo
costeggiando silenzi

non avara di me
solo del tempo.

Giunsi all’incaglio stanca
fui costretta a guardare l’altro volto
la me stessa sbiancata nei pensieri

e quella voce diventata abbraccio
fu la gomena tesa
ch’io non vidi

Fiat

C’è una voce di poesia che squassa
interi mondi
tracima passi
sgretola invasi a perdere
perimetrie di gesti sensuali
in miele dell’anima

si scampa alle necessità maldestre
-metti la mano nel costato-
senza fare domande

la voce ha ruvidezza
che zigrina i polmoni – se fosse da laringe –
ma è di corde
laccate d’ansia e di bitume

Dio s’è dimenticato come fare
per trarre dalle ceneri
la progenie degli uomini

e fuggo allora
fuggo
fuggo

non ne permetto l’eco
voglio annientare la finzione estrema
quella voce
si taccia.

*

HUACA

Ondate sul display, sono disposta
a pixel. Dall’era quaternaria
distante come i piedi dai capelli
approdo  a  sassi di memoria inscritta
selce mai polvere
né arresa
sorpresa forse in segmenti
incisa
a mano libera in sanguigna e calce
campitura perfetta dell’affresco
dove riporto storie. Mi trovate
se non vi  basta un coro, quando
scandisco palpiti in assolo
al dio dei rebus
io l’Arlecchino di losanghe
fossili.
.

takuro noguchi

NOGUCHI Takuro2

Minime (?) COSE

Una tazza da tè nel lavandino
sul pensile barattoli
allineati
la sinfonia dal nuovo mondo, Dvořák
risuona gocciolando nell’immenso
madreperlacea lunula il mio dito
scrosta minuti da una vecchia pendola
la fila di coperchi
le casseruole vuote
i panni stesi
sul davanzale il vaso di basilico
il sole nell’ampolla dell’aceto.
ondeggiano del glicine
tralci leggeri al vento, tra le foglie
sospesa una figura mi sorride…
Un paio di rose
scolorano di petali il giardino.

*

D’IN_SOLITO ANDARE

Mi sono ricordata a sera tarda
nel togliermi le scarpe
la misura del raggio
dai miei piedi
al centro della Terra
collegamento all’esserci
che mai potrà la mente
coi suoi voli pindarici
conoscere tal quale
le vie del brulicare che
mi scorrono sotto.
M’improvviso entomologa
nel definire il mio cammino immoto
su superficie instabile
nella maniera esatta si direbbe
un tapis roulant
e noi si avanza
– visibilmente scollegati dagli
ipogei del mondo –
la testa immersa in nugoli di cielo

*

Amorevol_mente

Lo so che verrà il tempo dei ciliegi
ammantati di bianco
sarai quel giorno ad aspettarmi
non come adesso
che nei miei versi mai leggi l’amore
e la distanza diventa rima

mi rapirai
da quest’inverno sbocciato nel metallo
sarai fiero di me
delle mie rose morte e poi rinate
pronuncerai il mio nome
con accenti d’Eterno

Avremo giorni a vivere di sole.

*

La strada per il molo

Hai sogni dipinti in verticale
come gli occhi dei gatti
tristi di vissuto a gabbie
per infinitesimi chiacchierii riposti
scaffali imbarcati al centro
a sostenere il peso
dei miracoli

una cicca d’avanzo tra le labbra
il respiro invetriato nella tosse

mi prendo tempo e giro oltre la strada
a filo di gessetti – il marciapiede
dilaga di madonne
dipinte con l’assenzio ed il vetriolo –
non è tempo da tetti né comignoli
vieni sul mare
a guardare velieri controluce
doppiare l’orizzonte e il calendario.

**

Cristina Bove, MI HANNO DETTO DI OFELIA- Edizioni Smasher

8 Comments

  1. Troppo emozionata nel leggere, Ferni, questa tua recensione che entra così profondamente nel mio scritto-vissuto.
    Solo un’anima sorella può tanto. E laddove ho dovuto cedere a una sconoscenza di me stessa, ecco che tu partecipi e la rendi manifesta.
    Ti sono infinitamente grata dell’attenzione che da sempre hai offerto ai miei testi con la generosità che ti contraddistingue.
    Lo ripeto, perché lo penso e mi commuove, sei stata e sei tuttora un’oasi di accoglienza in cui mi sembra di stare come in un rifugio.
    GRAZIE!!!
    ti abbraccio forte

    cri

  2. tu sai quanto nei tuoi paesi io viaggi come una migrante in cerca di un’oasi dove l’acqua è profonda,grazie a te,per il lavoro che ogni giorno svolgi e l’umiltà con cui ogni giorno guardi in te per dare a tutti del viaggio uno sguardo attento. f

  3. Che bella presentazione illuminante sulle stratificazioni poetiche di Cristina Bove. Perché lei scrive come se usasse i livelli di Photoshop e saltasse agilmente dall’uno all’altro al di sopra della razionalità, cogliendo barlumi dal profondo e trovando le parole in quel momento più incisive. Anche il lamento in lei diventa vitalità.Certo non si può leggere in fretta, superficialmente, chi poco fa attenzione poco capisce. E nemmeno si può leggere senza cultura poetica, Cristina ha troppo amato lo studio e nella sua espressività si percepisce tale amore incalzante, oggi così raro.

  4. quanta “voce” è ed accade nella scrittura di Cristina
    ogni volta un viaggio, un traghettarci pieno, colmo anche se le mani sono vuote…
    quando leggo, come ora, appartengo profondamente al cielo e alla terra e imparo a ri-conoscerli

  5. Grazie, Mimma, per la sensibilità che ti contraddistingue nel rlevare le motivazioni di un amore che accompagna e accomuna scrittore, recensore, lettore: quello per la poesia.
    Fernanda ha colto aspetti di questa raccolta centrandone il senso più profondo e gli affioramenti involontari di conoscenze, coltivate per passione, risultati di letture assidue, più che di studio.
    E ne ha fatto questa splendida recensione.

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