Paola Zoppo e Ondina Granato: Hilde Domin. Alla fine è la parola.

cinzia marotta

cinzia-marotta-5.

Ho incontrato Hilde Domin per la prima volta nell’afosa estate del 2003, a Heidelberg. Era il 27 luglio, giorno del suo compleanno, che aveva scelto di trascorrere in un ristorante italiano con studenti di letteratura tedesca dell’università. Non conoscevo la sua poesia, ma, come tanti, conoscevo la sua storia, la sua vita, e ne ero ovviamente affascinata e attratta.
In seguito a quell’incontro ho iniziato a leggere la sua poesia, cercando in ogni verso tracce della vita movimentata che sapevo aveva avuto, cercando di capire cosa possa significare vivere per più di vent’anni in esilio, essere «ein Fremder,/ der sich/ in keinem Zuhause/ ausweinen kann» («[una] straniera,/ che non ha casa/ in cui piangere») e, al ritorno in Germania, «[…] der Fremde,/ der Ihre Sprache spricht» («[…] la straniera,/ che parla la loro lingua»). Cercavo un’immedesimazione e una vicinanza con lei, scavavo nei versi in cerca di immagini della sua vita che mi potevano essere sfuggiti, volevo ricostruire il suo percorso, capire come la sua mente avesse rielaborato tutto ciò che aveva visto e vissuto, e come esperienze di tale forza potessero esprimersi in poesia. Stavo cadendo nell’errore di leggere la sua opera solo alla luce della sua vita, non vedendo altro nei suoi versi che il suggestivo racconto di un’esistenza.
Ho sentito presto la necessità di abbandonare questo approccio unicamente “biografico” all’opera di Hilde Domin, per concentrarmi maggiormente sulla sua complessità concettuale, leggendo e approfondendo i suoi testi teorici quali Wozu Lyrik heute o Das Gedicht als Augenblick von Freiheit. Mi sembrava necessario per non limitare la forza della sua poesia a un mero riflesso della forza della sua vita. Mi è parso allora ancora più chiaro il ruolo che Hilde Domin riteneva dovesse avere la poesia, il carattere universale di “impegno” ed engagement a cui essa non deve sottrarsi, e anche i riferimenti più strettamente personali mi apparivano in tutta la loro potenza simbolica. Ho anche recepito come particolarmente importante comprendere il contesto storico–culturale in cui si collocavano i suoi versi, soprattutto trattandosi di una poetessa che aveva iniziato a scrivere lontana dal proprio Paese ma nella propria lingua, andando a inserirsi in precisi dibattiti culturali, all’inizio forse quasi inconsapevolmente, poi in maniera sempre più attiva, e ho iniziato a vedere nella sua opera, soprattutto nelle raccolte che seguono Solo una rosa a sostegno e Rientro delle navi, cioè Hier (Qui) e Ich will dich (Ti voglio), chiare risposte ad altri intellettuali o prese di posizione su temi letterari e politici.
Ma ancora mi pareva di non aver colto del tutto il nucleo della sua poetica, non riuscivo a focalizzare da dove arrivasse la sua potenza. Ho iniziato a capirlo traducendo i suoi versi.
Traducendo i versi di Hilde Domin non si può prescindere da questi tre elementi: l’elemento autobiografico, l’elemento teorico, l’elemento storico–culturale. Solo l’intreccio di queste tre letture può fornire la chiave interpretativa della sua opera. Questa consapevolezza è resa nella traduzione con la scelta per esempio di tradurre al femminile i riferimenti all’Io lirico («Ho nostalgia di una terra/ in cui non sono mai stata», in tedesco: «Ich habe Heimweh nach einem Land/ in dem ich niemals war») o lo sforzo, quando possibile, di non usare sinonimi italiani per lo stesso termine tedesco, in quanto spesso il vocabolo scelto dall’autrice ha un valore comunicativo forte e una funzione simbolica precisa per il lettore, e si ripresenta in più poesie (si vedano per esempio vocaboli legati alla natura come “albero”, “nuvola”, “uccelli”, “frutti”, “fiori”, “acqua”, “foglie”, “petali”, o aggettivi come “luminoso”, “chiaro”, che ritornano molto di frequente, soprattutto nelle prime due raccolte).
La traduzione cerca di riprodurre in ogni verso il complesso percorso poetico e personale di Hilde Domin, così come evocato dai testi originali: una prima fase di forte rapporto tra testo e poeta (l’approccio autobiografico, più legato ai temi dell’esilio), una seconda fase in cui il testo prende contatto con il lettore (l’approccio teorico, legato al tema del ritorno in Germania), una terza fase in cui la poesia assume un ruolo più forte all’interno della società (l’approccio storico–culturale, presente soprattutto nei temi politici, rappresentati nelle raccolte successive).
Solo tenendo presenti tutti i livelli di lettura dell’opera di Hilde Domin è possibile comprenderne la forza, la potenza, un’energia sempre positiva e incoraggiante («Nicht müde werden/ sondern dem Wunder/ leise/ wie einem Vogel/ die Hand hinhalten» – «Non scoraggiarsi/ ma tendere la mano/ al miracolo/ piano/ come a un uccello», in Hier/Qui).

Ondina Granato

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Hilde Domin, Alla fine è la parola / Am Ende ist das Wort, a cura di Paola Del Zoppo- e 2013
Traduzione Ondina Granato

Nota editoriale – Paola Del Zoppo

Il volume presenta le prime due raccolte di Hilde Domin: Nur eine Rose als Stütze e Rückkehr der Schiffe, considerando le poesie nella loro forma originaria.
Nur eine Rose als Stütze apparve nel 1959 presso l’editore Fischer (Francoforte sul Meno), e raccoglieva prevalentemente poesie composte tra il 1953 e il 1958 tra Stati Uniti, Spagna e Germania. Alcune erano già apparse su rivista.
Rückkehr der Schiffe fu pubblicato da Fischer nel 1962. Presentava le poesie composte tra il 1958 e il 1961, la maggior parte composte tra la Spagna e la Germania.
Per il volume precedentemente edito da Del Vecchio Editore la scelta era stata effettuata dalle Gesammelte Gedichte [Poesie in raccolta]. In quest’opera, edita nel 1986 dalla stessa Hilde Domin, le poesie non venivano presentate in ordine cronologico di composizione, né in base alla loro prima apparizione in raccolta: «Ho cambiato l’ordine delle raccolte, tenendole comunque presenti come coordinate. Mi sono basata più che sulla cronologia sull’atmosfera», scriveva Hilde Domin a Luise Rinser riferendosi alla rielaborazione della propria opera nelle Gesammelte Gedichte. La poetessa voleva restituire al pubblico un’immagine completa della sua poetica, ed è particolarmente interessante che tra le Gesammelte Gedichte si trovino anche traduzioni dall’inglese, dal tedesco, dal francese e dall’italiano e l’auto–traduzione di una poesia originariamente composta in spagnolo (Für Vicente Alexaindre). La raccolta presentava poche poesie tratte da Nur eine Rose als Stütze e Rückkehr der Schiffe, e si dà qui notizia dei cambiamenti presenti nelle poesie tradotte in questo volume e nel volume Con l’avallo delle nuvole (Del Vecchio Editore, 2011):
Ich lade dich ein/Ti invito: in questo volume la versione originaria. Nelle Gesammelte Gedichte il Kautschukmatratze diventa: Latexmatratze (nella traduzione di Ondina Granato si era scelto di omettere la specificazione “di latex”, così come qui la traduzione evita il “di gomma”).
Wen es trifft/A chi tocca: Si tratta di un componimento fondamentale nell’opera di Hilde Domin. La prima pubblicazione sulla «Neue Rundschau» presentava due strofe in più rispetto alla versione in volume. Per le Gesammelte Gedichte viene rielaborata in diversi punti. In appendice si riporta anche quest’ultima versione.
Si è scelto di accostare alle liriche due brevi scritti in prosa di Hilde Domin: Lettera aperta a Nelly Sachs e Note a margine sul ritorno, in cui la poetessa esprime con mirabile sintesi le problematiche trattate nelle sue poesie in particolare nelle raccolte qui presentate.

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Riferimento in rete:

http://www.delvecchioeditore.com/libro/cartaceo/75/alla-fine-la-parola
ttp://www.germanistica.net/2013/01/25/incontro-con-hilde-domin/

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