Silvio Lacasella:FRANCO VIMERCATI. Tutte le cose emergono dal nulla

franco vimercatitutte le cose emergono dal nulla-venezia palazzo fortuny

f. vimercati.

Una delle condizioni necessarie per comprendere un’opera d’arte è avere la consapevolezza che qualcosa in essa rimarrà per sempre inafferrabile, come se lo sguardo in determinati momenti slittasse in una sorta di dirupo interiore. Una sensazione, questa, presente e stabile anche nell’animo di chi, quella medesima opera d’arte, ha creato. Solo avendone piena consapevolezza il pensiero non smette d’interrogarsi, germinando nuove idee e creando utili spessori alla nostra coscienza visiva.

Però tale sensazione – per nulla inedita, dunque – pare amplificarsi vistosamente nella ricerca artistica di alcuni autori. Questo è quanto è accaduto, ad esempio, a Franco Vimercati (1940-2001) e questo è quanto accade ora e ancor più vistosamente a chi, catturato dall’ammirazione, si pone di fronte alle sue sequenze fotografiche, esposte a Venezia nello scrigno prezioso di Palazzo Fortuny, in una mostra visitabile sino al 19 novembre (a cura di Elio Grazioli – catalogo Eskenazi/Skira Editore).

E’ dunque possibile essere attratti, pressoché in eguale misura, da ciò che si vede e da ciò che l’artista indica senza mostrare? Parrebbe proprio di sì, poiché l’ “assenza”, in determinati casi, stabilisce con forza la sua “presenza” sino a divenire, se non proprio soggetto, parte integrante dell’opera. Solo che è difficilissimo, per chi deve darne conto, trasmettere, nella sua complessità, questo stato d’animo. Ecco dunque che, nel caso di Franco Vimercati, potrebbe fare da solida base critica anche solo spiegare il motivo per il quale una così coinvolgente e totale condivisione emotiva, anziché favorirne il flusso, arrivi quasi a bloccare lo scorrere fluido delle parole.
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Presenza affascinante e anomala nel panorama della fotografia, ma non solo della fotografia, italiana. Occorre, innanzitutto, immaginarlo nel periodo della sua formazione artistica, avvenuta nell’ambiente milanese di Brera, sul finire degli anni Cinquanta, tra il consolidarsi delle teorie spazialiste e i grovigli del Realismo esistenziale. E poi durante la pausa del servizio militare, in una condizione di forzata, operosa inattività, mentre rimedita sul valore di quelle prime esperienze, non del tutto combacianti col proprio sentire artistico. Siamo così giunti alla metà degli anni Settanta. Da qui in avanti inizia la sua solitaria indagine sul respiro della luce e del tempo. Un tempo registrato nell’immobilità assoluta del soggetto.

Intanto, attorno a lui, l’assordante presenza della critica e del mercato (di lì a poco nasceva la Transavanguardia, tanto per dire) vanno stabilendo graduatorie dentro alle quali un artista morandianamente meditativo e riluttante ad ogni prefissata corrente come Vimercati, dalla produzione contenuta e dall’etica rigorosa, non può che risultare quasi assente. Questo nonostante fosse non poco stimato. Da alcuni, profondamente amato. Lo fa capire, sin dalle prime righe di un suo bellissimo testo del 1984, Paolo Fossati: “In tanto rumore di fotografi e di fotografie, ecco il caso, evidentemente non semplice, di un fotografo come Vimercati, che, nel quadro di questi anni, è persino troppo ovvio definire appartato, e solo”.
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Sembra si debba iniziare da questa considerazione, per inquadrarne la figura, se anche oggi, Elio Grazioli apre con frasi molto simili il suo testo introduttivo alla mostra: “Franco Vimercati era diventato una piccola leggenda nel mondo dell’arte italiana. Di lui si diceva che si era chiuso in casa per dieci anni a fotografare esclusivamente una piccola ciotola su un fondo nero. La leggenda lo colorava perciò di anticonformismo e di inattualità, con un’aura di sapore orientaleggiante, quasi un bodhisattva in meditazione contemplativa su un unico oggetto”. Non sappiamo se egli cercasse proprio di conseguire il “risveglio dell’immagine”, intrattenendo con essa una sorta di colloquio spirituale. Vimercati stesso negherebbe questa dimensione filosofica, che pure a tutti pare di individuare, considerando il periodo passato a imprimere nel negativo più e più volte le piastrelle e le doghe del parquet, la sveglia e la bottiglia d’acqua minerale – per non dire dei quasi dieci anni (dal 1983 al 1992) dedicati alla zuppiera in porcellana, antico reperto di un passato recente, trovato durante un trasloco e abbandonata dai precedenti inquilini – non altro che un “monumento all’attenzione”.
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Ciò che a lui interessava, come detto, era l’impercettibile variare della luce e delle forme in un contesto di assoluta immobilità. Ecco dunque spiegata la natura del suo andare per cicli, quasi a segnare un ritmo, una cadenza, senza mai allentare la tensione espressiva, così da tener lontano il rischio della ripetitività. Ed ecco spiegato l’amore per la serialità dell’incisione e per il suo processo esecutivo. Il grande interesse per l’arte orientale, per quella islamica, identificata nella minuzia calligrafica, labirintica e ipnotizzante, presente nelle decorazioni dei tappeti. Una minuzia nei dettagli, sia pur in direzione del reale, che egli ritroverà nell’arte fiamminga e, in alcuni casi, in quella contemporanea. Specie quando, come in Enrico Castellani, per citare il nome di un artista che Vimercati guarderà con grande attenzione, motivi e geometrie vanno a rinnovare l’immagine senza modificarne l’impianto compositivo. Che poi è quanto, con lirismo, ha sempre fatto Morandi.

franco vimercati

Franco Vimercati

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Ma ciò che Franco Vimercati, al pari di un maestro calligrafo, va ostinatamente ritraendo, più di ogni altra cosa, più della forma intagliata dalle ombre e che sovente invade sino al margine estremo la superficie, è la propria idea di perfezione. Persino nell’ultimo periodo, quando quelle medesime immagini si sfocano, si capovolgono o si sdoppiano, nello scatto fotografico vi è la volontà di bloccare lo scorrere mai uguale del tempo. Un soggetto senza forma, il tempo, e, per sua natura, mai completamente ritraibile. A noi, dunque, il difficile compito di completare l’immagine.

 Silvio Lacasella

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vimercati alla mostra della settimana europea della fotografia-2009

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