Le volpi in giardino di Stefano Guglielmin

anton jaguarov

volpe rossa

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Libro intenso, profondamente pensato, concentrato, dalla scrittura poetica di alto livello e dalle tematiche di profondità e di spessore uniche per coraggio e per lucidità.
Guglielmin dà l’impressione di un poeta che ha rotto ogni ponte alle spalle e non si preoccupa del mare di polemiche che la sua poetica rischia di innescare, ha imboccato la via dell’intransigenza filosofica e dell’intransigenza poetica, spazzando via con un gesto deciso ogni ripensamento sul linguaggio usato però ad altissimo livello, considerandolo, come in effetto sarebbe giusto, soltanto uno strumento per dire poeticamente quello che si vuole dire e non il centro stesso della poesia. Vi sono momenti di intenso lirismo, a volte straziante, momenti di cupa ironia e di sarcasmo, momenti di sberleffo o di elegia, l’importante per il poeta sembra essere un elemento soltanto: la profonda coerenza con se stesso e l’affermazione di una verità sentita. [G. Lucini]

Va detto che se c’è, nella vicenda compositiva e editoriale di un poeta, un libro che apre nella piena maturità una crisi, una presa d’atto e distanze – che non significa solo disincanto ma approdo a una sorta di innocenza ulteriore, spuria, compromessa e tuttavia renitente, recuperata, eppure stranamente (e nuovamente) illesa, certa a posteriori della sua credenza, – ebbene per Stefano Guglielmin quel libro è, con buona probabilità, Le volpi gridano in giardino.

La raccolta infatti traghetta una funzione inclusiva e superante. Il che significa, quanto a cifra stilistica, la concessione di pieno credito a una sperimentazione (talora anche a un virtuosismo), crossover rispetto a generi e a registri, ma soprattutto la rottura del lucchetto della compattezza, quasi sempre apposto a sigillo della certezza o personalità della voce poetica. Della compattezza, suggerisce questo libro, occorrerà sempre più chiedere conto, non fidandosene di per sé, nello sbriciolarsi degli orizzonti empirici e nell’ibridarsi delle poetiche.

A questa rottura di un cliché stilistico coincide immediatamente sul piano tematico lo stridio di un altro guscio che si apre scontrandosi: l’hortus conclusus dell’esperienza personale, quando va a cozzare con l’indeterminato di una crisi, di un allontanamento, e quando rivede affacciarsi nel perimetro duale i volti sfaccettati e conflittuali della polis – la diade che si lacera commossa per ritrovarsi di nuovo partecipe in mezzo al mondo. [Paolo Donini].

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joel sartore

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Da  Poesie londinesi

 Triste è il suo viso come il viso di un poeta,

un poeta senza canto

Virginia Woolf

Le volpi gridano in giardino

mentre il barbarico sfibra la tovaglia;

raccoglie Mrs Dalloway la voce e dice:

“Non sembra incredibile la vita?”

*

Non c’è canto, lo so. Però il corpo

talvolta, parla da solo, ama il fango

più della luce e cancellare tracce

darsi malato…

*

Poesia significa, qui, stare fermo

sulla giostra, darsi pace naufragando.

*

Chiede se mi piace ridere

se morire giovani sia peggio.

Ripete due volte le frasi

così che ridere e morire

non siano che verbi da imparare.

*

Dice tante cose in inglese;

mostrando la lingua, la districa:

il suo sesso non farebbe di meglio.

*

Impone qualcosa che suona

come il soffio di un cuore malato;

sembra felice di avere seguaci

in questa impresa.

Da C’è bufera dentro la madre

     C’è, nell’attesa,
un rumore di lillà che si rompe.
E c’è, quando arriva il giorno,
una partizione del sole in piccoli soli neri.
Alejandra Pizarnik

1.

piegato il guinzaglio, versa monete nel vaso, e profumo.

come a febbraio la pioggia nel lago, pensa. poi tocca il ramo, tuttavia

per dire: ecco il mio sesso nel delirio della specie. così si spiega

l’impazienza nella fila e il fatto che, se accende un mutuo,

la luce cambia.

2.

infilando la mano nella tasca, sente il solito ramo

e lo squittio del cuoio. per questo non usa la chiave, entrando.

pare che alla balia annusi le bende, celi il permesso

di soggiorno: la spalancherà, distesa sul bordo del mattino.

giovinezza ha infatti l’oro in bocca e tanti scrocchi da inventare.

[…]

14.

saggia è la bocca nel fare, la sua goccia di vino. e la mano

se fiera mescola il guano. dicono che soldo

sia la forma del saldo, il suo odore. freud lo fa fiorire dal sogno

e porta fortuna, ma solo a chi ne pesta l’impasto o lo posa

con cura sui prati.

15.

io, dice, ma intende quel proprio suo gettato di fuori

l’insieme dei motivi stretti in vita, sui quali regola il canto.

quando d’autunno siede sul limo, il lago dentro si muove

e così i piombi con cui pesca la quiete. d’estate, invece

doma murene e forze piene di spine.

16.

magri dal fondo della buca, gli altri chiedono denari

e una briciola di polka, per la sera. nemmeno alle ceneri

lui invece smette d’ingrassare. appena può, siede sull’orlo

della crepa, con in capo l’elmo a credito e la spocchia

di chi ha i numeri migliori.

17.

la natura gli cammina sulla pancia, si fa largo fra i pronomi

quando dice mio, tuo e degli amici tutti, seduti sul suo pane.

talvolta, mosso dal ramo, sborsa la mancia o adotta da lontano.

meglio se femmina, chiaro: già la vede turista giovinetta

col sedere tondo e fuori, persa nel suo letto.

18.

sui negri non ha nulla da dire, ma per principio

a nessuno volta la schiena. nemmeno al giallo crespo del tatto

quando lei, dolce, lo scuote. vorrebbe il suo cane obbediente

invece la bestia sbava dal labbro, lascia le feci in cucina.

di notte, tutto questo lo sfianca, gli bagna il nervo spinale.

[…]

Stefano Guglielmin, Le volpi gridano in giardino- Edizioni CFR – 2013

Link di riferimento:

http://golfedombre.blogspot.it/2013/01/le-volpi-secondo-paolo-donini.html

http://golfedombre.blogspot.it/2013/01/le-volpi-gridano-in-giardino-cfr.html

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