TELEGRAMMA – Mittente Eugenio Baroncelli

andrew wyeth

ANDREW WYETH

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Pensare invece di fare. Vi sembra un tradimento?

Eugenio Baroncelli- Falene 237 vite quasi perfette, Sellerio, 2012

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7 pensieri su “TELEGRAMMA – Mittente Eugenio Baroncelli

  1. serve pensare e serve agire di conseguenza a quel pensiero, non ci si può fermare al solo pensiero.A livello di pensiero tutto può sembrare perfetto,serve per questo anche la messa in pratica di quanto è stato pensato, ipotizzato con scrupolosa attenzione e da questa materializzazione del pensiero capire cosa non va e apportare la correzione.f.f

  2. Fernanda non posso scrivere sempre che sono pienamente d’accordo con quanto scrivi. Il pensiero che non si traduce in azione, in prassi , s’isterilisce, si autocompiace,…., imputridisce e come muffa s’attacca a quanto vicino.

  3. Cara Narda, il pensiero non è mio, ma di Eugenio Baroncelli. Anna Maria Farabbi, che cura questa “serie” lo ha ripreso e proposto a tutti i lettori per vedere cosa accade, chi si mette o mette in discussione le proposte che, di volta in volta, verranno portate in modo telegrafico. Se leggi poco sopra il tuo commento ho scritto che, secondo me, non vale il solo pensiero ma serve la prova di quel pensiero in una realizzazione e questa a sua volta è un nuovo punto di un processo di valutazione del pensiero e del manufatto che ne è seguito.

  4. E’ un articolo uscito un po’ di tempo fa ma è indicativo di un modo di pensare che non getta ombre di dubbio o, forse, ne getta moltissime e così facendo porta luce. Vi prego di leggerlo

    (Da: La Repubblica, 21.11.07)
    Quando gli studenti ci danno una lezione. (di Marco Lodoli)
    A scuola tante parole volano via senza lasciare alcun segno:il professore parla e i ragazzi guardano le mosche, oppure prova a lanciare un argomento di discussione che deperisce dopo due o tre svogliati interventi. Ma a volte capita la giornata d’oro, quella in cui le parole pesano e lasciano un segno profondo negli studenti ma anche nel professore, al quale si rivelano intuizioni sbalorditive. E così l’altro giorno in classe si parlava di desideri, di consumismo, di intontimenti pericolosi, tema che torna spesso e che sembra non avere soluzione.
    Ma stavolta Manolo, un ragazzetto scapigliato e nervoso, ha fatto in tre minuti un’analisi chiarissima, di quelle che aprono e chiudono ogni discorso. «Voi insegnanti ci dite che i desideri sono la nostra rovina, che
    ci costringono in una situazione di affanno perenne, di dipendenza, di mortificazione del pensiero. I desideri ci spingono nei centri commerciali dove siamo come pecore al pascolo, e noi sbaviamo dietro un telefonino,
    un paio di scarpe firmate, una maglia da cento euro, e intanto non ci accorgiamo che il lupo si sbrana la nostra vita. Ci parlate di Leopardi e di Schopenhauer, insistete perché noi ragazzi non perdiamo tempo ed
    energie a rincorrere false soddisfazioni, che in realtà ci impoveriscono sempre più. Ci leggete in classe articoli di scrittori, preti, filosofi che condannano il consumismo. Tutto vero, probabilmente, tutto fila senza
    una grinza. Però io mi domando: come mai queste sante parole non producono alcun effetto? E semplice.
    Non producono alcun effetto perché tutto il mondo occidentale si regge sull’eccitazione dei desideri, e se di colpo prevalesse San Francesco sarebbe lo sfacelo. Si ricorda professore quella pubblicità in cui si vedeva la gente per la strada che ringraziava un tipo con una busta in mano? Lo ringraziavano perché aveva comprato qualcosa, una cosa qualunque, forse una cosa inutile, ma che permetteva all’economia di girare, di creare ricchezza, di aumentare i posti di lavoro, o almeno di non perderli. Ecco dov’è l’ipocrisia. Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo, ma poi l’Occidente si regge solo sulla frenesia, sull’avidità, sul desiderio folle. Tutto il nostro immaginario è costruito ad arte per sedurre e farci sentire partecipi di una comunità che esiste finché può spendere. La ruota gira e non si può assolutamente fermare, e neppure rallentare. Gli adulti al comando gestiscono la fantasia nazionale, la spingono dove più conviene. Il Pil deve crescere, gli stipendi devono aumentare per rilanciare i consumi, le industrie devono incrementare i profitti per far
    guadagnare i padroni ma anche per non mandare a casa gli operai. Senza desideri assatanati l’Occidente precipita. Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti
    soffiano a pieni polmoni nelle vele del desiderio, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere. Magari poi la gente impazzisce, si perde, si indebita, i giovani si confondono, si viziano, diventano sempre più deboli, ma non c’è niente da fare, se il desiderio non pompa l’acqua non sgorga. Se il desiderio si blocca, si blocca tutto. E poi arrivate voi professori, che siete tagliati fuori dal mondo, che contate sempre meno perché avete poco da spendere, e ci rifilate questi pistolotti inutili. Dite che il desiderio porta alla depressione o alla criminalità, che separa e contrappone gli esseri umani, che genera un arraffa arraffa individualista e degradante, predicate il rigore, lo studio, il sacrificio, ma nessuno vi sta a sentire. Noi no, perché siamo ragazzi e vogliamo divertirci, ma neanche gli adulti che valgono davvero vi prestano ascolto. Loro lo sanno cento volte meglio di voi come funziona la baracca. Funziona solo se i nostri desideri la sostengono minuto
    per minuto, altrimenti si sbraca. Fortunatamente oggi la cultura è inutile, ma se veramente fosse assorbita profondamente dalla gente comune sarebbe addirittura nociva, saboterebbe la macchina o l’autobus su cui
    viaggiamo, e questo non può accadere». Sono rimasto a bocca aperta. L’immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei. È un ostacolo da travolgere, o meglio ancora da ignorare. La diffusa pedagogia sociale ha un solo chiaro argomento: se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive. Gli altri ragazzi hanno guardato in silenzio il compagno filosofo, poi uno ha preso la parola: «Non ho capito quasi niente di quello che hai detto, ma mi sembra giustissimo».

  5. sono rimasta a bocca aperta anch’io. Come sembra terribilmente vero..
    Tutto questo parlare anche del mondo della cultura, che non corrisponde quasi mai alla realtà delle vite di chi parla, di chi scrive, mi fa sentire sempre più emarginata, un’aliena, in questa realtà che sento umiliante e dolorosa. Come sperare di cambiare se i giovani, per lo più, ragionano così? Questi anni hanno diseducato le persone, figli e genitori, ed é colpa di tutti noi che non abbiamo saputo reagire con forza ed ora ci sentiamo impotenti.
    Sì, pensare, dire, e fare quello che si pensa e si dice: questo sarebbe giusto.

  6. Pensare invece di fare sembra un tradimento dell’essere. Il pensare che attraverso il fare diventa essere e da qui torna indietro ad alimentare altro pensiero, potrebbe essere un buon compromesso…

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