Silvio Lacasella: a proposito di Degas

Edgar Degas- Donna alla toilette che si asciuga il piede – pastello su cartone

degas

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Colto, strenuo difensore della propria vita privata, severo e rigoroso con gli altri quanto con se stesso, quasi sempre insoddisfatto, acre e sferzante nei giudizi, alcuni dicono misogino, questo era Degas e quando muore a Parigi, nel 1917, lui che in vita non ebbe mai un allievo, pare voler salire in cattedra, per impartire l’ultima sua lezione. Stabilisce, infatti, che sulla tomba vengano incise queste parole: “Amò molto il disegno”. Una breve dichiarazione che non solo vuole sottolineare una volta di più e con fermezza l’autonomia della propria ricerca, ma è come se ci dicesse: “Io, nell’avanzare, a differenza di tanti, non ho mai pensato di recidere i fili col passato”. E sappiamo quali passi in avanti fece la pittura in quegli anni.
Il cimitero è quello nella collina di Montmartre, alle pendici della quale, nel 1834, egli nacque e abitò per tutta la vita. Dove riposano grandi musicisti, quali Berlioz e Offembach (la musica fu parte della sua vita. Persino mentre lavorava canticchiava le arie di Cimarosa), ma c’è anche l’amico Gustave Moreau, da lui definito “l’eremita che sapeva a memoria gli orari dei treni”.
Avrebbe potuto scriverlo Ingres quell’epitaffio, l’artista che Degas più di ogni altro portò nel cuore, sin dal giorno in cui, pieno di trepidazione, agli esordi, andò a fargli visita, con la speranza di ricevere un consiglio. Fu in quell’occasione che Ingres, oramai anziano, dopo aver osservato alcuni suoi lavori, gli disse: “Fate delle linee… fate molte linee, sia a memoria, sia dal vero giovanotto, e diventerete un buon artista”. Le linee, dunque il disegno: i contorni, il dettaglio, il tratteggio, la forma, il metodo. Una dichiarazione di riconoscenza e fedeltà, non solo ideale, nei confronti dell’arte classica. Ed ecco, le numerosissime visite al Louvre, solo o in compagnia del padre banchiere, appassionato d’arte. Poi i grandi musei Italiani (“il sillabario sul quale si impara a leggere”), visitati durante i ripetuti soggiorni, dal ’54 al 58 e poi, di nuovo, nel 1886: Firenze, Napoli, Roma. Le copie da Mantegna, da Goya, da Durer, da Rembrandt, lo sguardo attento su Poussin, in modo da rielaborarlo quando arriverà il momento di comporre quei pochi quadri con soggetto storico che gli servirono per partecipare ai Salon parigini.

Edgar Degas- L’orchestra dell’Opéra, 1870 circa (olio su tela)

Classico e moderno. Audace sperimentatore e, al contempo,fine e attento esecutore, la cui andatura pittorica non andrà mai a creare una situazione deragliante nei confronti della tradizione. Sorprende saperlo inserito nel gruppo degli Impressionisti. Vero è che egli espose quasi ininterrottamente assieme a loro per sette volte, a cominciare dalla prima mostra del 1874 (organizzata nello studio del fotografo Nadar). Impressionista lo diventò allorché le circostanze, nella parte finale della sua vita, glielo imposero. Quando cioè il progredire di una malattia agli occhi lo rese praticamente cieco. Fu in quel momento che egli chiese alla luce d’intervenire con maggior forza, plasmando i soggetti. Sentì anche l’esigenza di sviluppare un contatto “tattile” con la materia, modellando sculture in cera: un punto altissimo all’interno del suo percorso. Purtroppo, molte di queste sculture dopo la sua morte vennero fuse in bronzo, conferendo ad esse una patina diversa.
Ottanta opere di Edgar Degas da Parigi sono ora giunte nella più francese tra le città italiane, Torino. Erano molti anni che in Italia non si vedeva una mostra così importante di Degas (sino al 27 gennaio 2013 e accompagnata da un catalogo edito da Skira), il pensiero va all’oramai lontano 1985, quando a Roma, nella sede di villa Medici, dell’autore si intese scandagliare il periodo italiano. Questa torinese, ripercorre con opere significative e in parecchi casi emozionanti (circa ottanta, tra disegni, pastelli, sculture e dipinti), l’intera sua vicenda artistica. D’altronde, provengono tutte dalla maggiore raccolta al mondo di Degas: il Musée d’Orsay e questo potrebbe essere un difetto, se non fosse che qui a Torino le splendide sale della Promotrice delle Belle Arti, al Valentino, formano una cornice ideale e degasiana, se così si può dire. Uno spazio raccolto e articolato che permette una sintesi perfetta: gli inizi legati ad Ingres; la pittura di Storia; le figure e i ritratti (il solo “Autoritratto” del 1855 o la grande tela de “La famiglia Belleli”, iniziata a Firenze nel 1858 e terminata a Parigi nel ’69 varrebbero il viaggio); gli interni; le celebri “Ballerine” in movimento, così come il movimento caratterizzerà le scene con le corse dei cavalli. Annoterà Valery riflettendo sulla sua pittura: “Quattro unghie lo portano. Nessun animale somiglia alla prima ballerina, quanto un purosangue in perfetto equilibrio”.
Il pittore francese sorprende per l’innovativo taglio fotografico: dal basso, dall’alto, cogliendo di sorpresa il soggetto, con inquadrature assai ardite, quasi cinematografiche. Poi la lunga serie dei “Nudi” alla tinozza o seduti sul bordo della vasca, scontornati da una luce diversa, appunto. Ripresi anche in questo caso con prospettive per nulla rituali, quasi sempre di spalle e inseriti in atmosfere intime e malinconiche. E qui c’è già Luchino Visconti.
Delle sculture s’è detto, per tutte “La tinozza”, un vero capolavoro: la velocità esecutiva pare sciogliere la forma, oltrepassando Rodin, in direzione di Medardo Rosso. In mostra vi sono anche tre pastelli su carta raffiguranti “Paesaggi”, tema meno usuale per Degas (ne fece circa cento, contro oltre duecento soggetti legati al ballo) e anche questo segnala la sua distanza dagli Impressionisti. Oltre ad essere disegnati in studio, lontano dal soggetto (“non parlate di plein air in mia presenza”) questi scorci di natura paiono illuminati da una luce artificiale, quasi fossero i fondali polverosi di una rappresentazione teatrale. Mentre usciva da una mostra di Monet lo si sentì dire: “Me ne vado, tutti questi riflessi d’acqua mi fanno male agli occhi” per poi aggiungere in un altro momento: “Nessuna arte è meno spontanea della mia, è tutta di riflessione”.
Infatti, è altrove che occorre cercarlo. All’interno, non all’esterno. In quei ritratti pensati per indagare in profondità (non a caso sono quasi sempre persone a lui familiari). E’ facile trovarli sulla tela con sguardi assenti, lontani. Come tutti i grandi artisti egli percepisce la distanza da ciò che il suo animo vorrebbe realizzare. Lo pensa in continuazione, lo dice: “Ho visto cose bellissime, grazie alla diversa prospettiva suggerita dalla mia perenne insoddisfazione, e quello che mi consola ancora è che non smetterò di osservare”. E ancora: “Je travaille avec la plus grand peine, et je n’ai que cette joie la” ed è così toccante e bello il suono di queste parole uscite dalla bocca di un uomo burbero, che sarebbe un errore tradurle. Neppure la sua pittura va tradotta. lasciare che essa ci emozioni è più che sufficiente.

 Silvio Lacasella

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Edgar Degas- Le pèdicure, 1873 ( olio e pittura all’essenza su carta applicata su tela)

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RIFERIMENTI IN RETE:

DEGAS. CAPOLAVORI DAL MUSEE D’ORSAY
18 ottobre 2012 – 27 gennaio 2013

http://www.mostradegas.it/

http://www.mostradegas.it/mostra.html

http://www.mostradegas.it/gallery.html

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1 Comment

  1. l’emozione si rinnova guardando, ascoltando
    un grande privilegio poter godere appieno della visione e “incontrare” ogni opera della mostra
    questa nota ci conduce vicino, ad assaporare luoghi e attimi, per sentire l’arte confinante

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