soli es/tratti: in poche parole ritratti – leggendo il gerundio di Marina.Pizzi di venia del tempo ed altri fatti.

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Ciò a cui oggi mi applico, anzi applico un metodo di ascolto, è un gerundio, di venia ma non veniale parola che tra-guarda nel rischio dell’esporsi. Esposizione  perché, per quanto mi riguarda, penso che  Marina Pizzi più che in ogni altra raccolta conceda qui la possibilità di toccare il suo occhio, di oscurità e vuoto, sfiorandone il lago di luce bronzea.Vibrando brilla, emissioni di mondi sommersi in pozzi di petrolio e ceneri e dentro quelli c’è un sentire , restando in ascolto, delle profondità delle eco,  vita, non solo  morte come può sembrare correndo, rincorrendo un senso,  il primitivo addentrarsi aggirandosi come tra fili di un pizzo devoto, un ric(hi)amo del ritorno.  Intorno si aggirano ancora  le solite figure ossute, appuntite,  ma non saccheggiano e non assalgono chi, senza armatura, viene avanzando tra gli impianti della vita con passo declinante un gerundio, forma che mai si completa se non in un processo da considerarsi nei suoi riferimenti ad un secondo, avvenimento che è l’andante dell’andando, per cui andare è dare ricevendo e restituendo il mondo in una speciale spirale, agenda elementale dei gesti che si vanno compiendo. Sì certo, in un falso repertorio delle tracce, poiché le parole sono pentole e cestelli che centellinando continuamente vengono assaggiando il mondo, dandone rimandi ma sono tutte pose e posture di una chiara bellezza e di una compatta struttura, sono un’opera parietale, in cui tarli e impostura dei fori, con tutti i ri(s)guardi del caso, perché raccogliendo le anime questo libro si fa mondo, sono elementi che hanno in sé per natura l’ambiguo, non folgorano come gli altri, non scaricano in terra l’energia, ne fanno trame sul viso acceso da amore e in bilico sull’apice del moto, in luogo del nulla si va attuando il compimento di sè nel sé di un  rotondo, perché liber legendus est. E niente è lontano tutto è il suo corpo magnifico e martoriato, un giaciglio e un giacinto, una spina e un espianto da cui tutto l’universo va rigenerando un paradiso tra gli innumerevoli terremoti dello sguardo, un corpo nei tanti che si vanno componendo nel grembo di un attento  magistero  sempre all’azione, evadendo sta agendo, cosa che gli è propria nello stare di guardia, traghettandosi nel cosmo, tra vuoti e miriadi di meteoriti, pianure e pianeti, le lettere e le letture come enormi caldari in cui i ciclopi sulla pertica, hanno il compito di rimestare la zuppa, quel brodo primordiale da cui tutto cresce e tutto si sviluppa, a  cui ogni cosa si aggrappa dal fondo del pozzo per farne trame dell’occhio, terziario di alfabeti oltre qualsiasi commercio. Una genesi questa musica dell’autrice che non rinucia ad ascoltare il fondo del vestibolo d’ossa, le incrinature fesse del cranio e le ansie che vanno arrugginendo le clavicole del volo ma ascoltando e imprimendo nell’arricciato dell’affresco una segnatura viva, una vena nuova.

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Da Un gerundio di venia di Marina Pizzi- Oèdipus Edizioni

1.
sulla scrivania alla voce lacuna
è nata un’edere così che il tormento
dell’ignoranza superi la ronda
dello steccato faccia scempio
di corsari d’ascia

2.
tortorelle e lucertoline si scamperanno?
dal livore del vuoto comandamento?
in punta di agave ti chiedo
un gerundio di venia per un cerchio
di bontà la nullità del fulcro ludico.
dove sarà convenuto-conveniente
il carattere del vento?

3.
gioiette le derive

i piedi alla bàttima sborniati di sale
fanno i sapienti non formano orme
spassano in spuma seducono stelle

6.

le ore recise, erose
un giorno me ne andrò di pala in frasca
o col sudario al polso
con l’indice vermiglio per più chiederti
la venia del miglio appena fatto

7.
la città costretta in un bavero di stracci
giornalacci nativi allo sterco
comandi stantii la conca del vuoto
un fiumiciattolo di reti le comete
meschine meschine più oltre
la questua di fare singhiozzo
la rotta dispersa la salsa promessa

11.

a tutto scapito del tarlo
il ripostiglio del suolo?
retrovia scoscesa lo sguardo
rituale di nessuna visione.
per mosse di animule cose
guardo mia madre responso:
non sono che cieca, mi dice.

16.
chiamami al viso e torna sovente
qui che ti veda fiaccola contenta

qui che lacrime di bilico rasento.
avveri amore un apice
atto vestale stao a compimento.

17.
mangia una cosa cupa
il viottolo infantile la fa pane

20.
demolizioni estive questo sudario
ritmico canneto o lebbrosario
vedi tu di vederci vita da consistere
finalmente una risata sazia:
bravura a farsi equilibrista
vincente sulla cedola del dolo
di chiamare gli angeli nonostante
l’àncora del disuso: il perimetro
dannoso ha sconfitto qualsiasi
ricamo di rondine lo stridere
quasi votivo appello questo
omiciattolo l’arsura del sudario

73.

sulle spiagge i falò innamorati
opprimono conchiglie tranquilleogni amore fa male ad altro amore
il movimento e la stasi si supplicano
con il calcagno nel fosso con la ronda
armata sulle care facce: la disfatta
in un gelo d’identità

76.

cornucopia dell’ira la poesia
nudità del pio blasfemo
modo del duttile per un mondo di spranghe
ghetti di animi alla forca.
le poesie le leggevi con la torcia
ti hanno ucciso per ebetudine
per la giuria del dopo cenere.
c’è quaggiù un arso campionato
padrone di soldatesca ed esca viva
sconforto di pane alle parole in fondo.

83.

un quaderno bianco mi sopravviverà
un quaderno bianco che fa da base
alla base del computer per sostenere
un po’ più in alto il monitor almeno
ad altezza di sguardo di lettura.

86.

allunga del mio bavero il cipresso
sconfessami dal giro della perdita
le dita intrise di sevizie vizze
acropoli del vuoto questo stordireindetto dalle rendite del senso
soppresso in coda con le giostre appresso.

89.

fuori dal coro ci sopravviva il mare
la dispersione immensa della sabbia
la bravura senza vena di clessidra
l’enciclopedico bagliore di guardarti
amore in sangue, lascito scalzo l’arsenale

94.

mandami un sillabario
d’oltre note e sillabe
mandami un manubrio contro
il brio di tutti i potenti
frulla il mio esofago d’arsenico!
dal fulcro della trottola
la croma e il crono del dio pessimo
questa manciata sciatta che fa la morte.

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Un gerundio di Venia- Oèdipus Edizioni

Marina Pizzi, Un gerundio di venia- Oèdipus Edizioni salerno

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Riferiementi in rete:

http://rebstein.wordpress.com/2013/01/04/un-gerundio-di-venia/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/07/28/da-un-gerundio-di-venia-di-marina-pizzi-2/

http://www.nazioneindiana.com/2007/08/23/un-gerundio-di-venia-1/

http://www.nazioneindiana.com/2007/08/30/un-gerundio-di-venia-2/

1 Comment

  1. Ho letto il tuo testo (chiamiamolo introduttivo), carissima Fernanda, come poesia che rampolla dalla poesia stessa di Marina Pizzi, che se ne lascia generosamente suggestionare e al tempo stesso perfettamente innestandosi nel TUO modo di fare poesia e nel tuo percorso di proposta di autrici/autori, per cui questo post è una sorta di dittico, un canto a due voci.

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