Da Raffaello a Picasso – Silvio Lacasella

 Raffaello verso Picasso-Storie di sguardi, volti e figure

Vicenza, Basilica Palladiana- 6 Ottobre 2012 – 20 Gennaio 2013

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Immaginiamo di localizzare la mostra che Goldin ha prodotto a Vicenza, “Raffaello verso Picasso” (aperta sino al 20 gennaio 2013), all’interno di una mappa luminosa, pensata non solo per segnalare le varie iniziative artistico-culturali del nostro paese, ma in grado anche di registrare gli umori ad esse collegati. Così da poter leggere dall’alto i dati per quello che sono, circa come avviene con le foto scattate di notte dai satelliti per monitorare le zone della terra con più alta concentrazione luminosa. Naturalmente, occorre subito ricordare che l’esposizione trae vantaggio dal fatto di essere allestita all’interno del grande salone della Basilica Palladiana, restituita alla comunità dopo un lungo ed impegnativo restauro. Un privilegio enorme, in grado di determinare un vero e proprio valore aggiunto a questa, così come a qualsiasi altra iniziativa. Al punto che, indicare la Basilica come una cornice ideale per le rassegne che (si auspica) al suo interno verranno realizzate, è un grossolano errore. Casomai, per una volta, in un magrittiano ma tutt’altro che surreale ribaltamento prospettico, qui è l’interno a fare da cornice all’esterno. Le mostre, infatti, non come pacemakers, ma come organi vitali, contribuiranno a restituire la vita e il respiro a questo capolavoro dell’architettura mondiale.
Cosa ci comunica ancora la mappa? Ad esempio, registra il numero altissimo di visitatori che vi affluiscono, come sempre accade alle mostre organizzate da Goldin. Però il satellite evidenzia anche altre luci, meno concentrate ma violente, come fasci al laser in cerca del bersaglio, stimolate dalla collera o dal troppo amore. Da un lato, quelli che ne parlano malissimo, sovente per partito preso e senza neppure averla visitata, identificando in Goldin un demone che viola la sacralità dell’arte per un tornaconto unicamente economico, impolpettando alla rinfusa le opere all’interno di percorsi visivi dall’incerto rigore scientifico. Dall’altro, coloro che vedono in lui l’unico dispensatore di contagianti emozioni. Una convinzione manifestata con tale impeto ed entusiasmo che è impossibile non chiedersi come mai il dialogo con l’arte quasi sempre si interrompa alla fine della mostra, senza trasformarsi in necessità permanente, così da creare nuovi e determinanti spessori alla propria coscienza visiva. La differenza tra la prima e la seconda posizione, però, è che la prima pare inamovibile, cementata, e mai ammetterà che grazie al “diabolico” Goldin si sono viste in Italia mostre (pensiamo solo a Millet o ai disegni di Van Gogh) ed opere che mai nessuno era riuscito a portare qui da noi; la seconda, invece, potrebbe in effetti tramutarsi in desiderio di conoscenza, che poi andrà a sostenere anche lo sforzo di chi, con dedizione e lontano dai clamori, va ricostruendo un tessuto artistico ben più ramificato e complesso. Al contempo, però, che Vicenza ancora attenda una mostra di Francesco Maffei o di Bartolomeo Montagna, autori non certo segreti e che molto hanno lavorato in città, sorprende e rammarica anche e soprattutto coloro che all’arte non si accostano episodicamente.
Adesso, come una propaggine fuoriuscita da questa lunga considerazione iniziale, lo sguardo va a fissarsi proprio su un quadro, all’interno di questa mostra vicentina (pronta a trasferirsi dal 2 febbraio a Verona, alla Gran Guardia) dipinto qualche anno dopo il 1630 da un artista la cui evidente statura qualitativa pare non riesca da sola a collocarlo nei “piani alti” dei manuali di storia dell’arte. Dove, invece, come è ovvio, trovano posto Velasquez, Mantegna, Tiziano, Raffaello, Bellini, Goya, El Greco, Giorgione, Veronese, Cranach, Durer, tutti convocati in Basilica. Ma anche Guercino e Tintoretto, Pontormo e Tiepolo, Cima da Conegliano e Piazzetta, per non dire delle star dell’Impressionismo o di un’icona della modernità come Picasso o di due speleologi della psiche, quali Giacometti e Bacon, tutti,o quasi, paiono vantare titoli maggiori dei suoi. Chissà se Vasari, morto una cinquantina di anni prima, gli avrebbe prestato attenzione. La Garzantina, tanto per dire, lo liquida in poche righe.
Eppure si parla di Francesco Cairo (1607-1665) che, assieme a Morazzone, a Procaccini, a Tanzio da Varallo, a Cerano, è stato tra i massimi pittori lombardi del Seicento, qui presente con una tela raffigurante “Erodiade”, di affascinante-penetrante-struggente-coinvolgente forza espressiva. Come non bastasse, quest’opera non arriva da Boston, da Budapest o da chissà dove, come molte altre: ha percorso appena poche centinaia di metri, essendo solitamente ospitata nelle sale di Palazzo Chiericati, sede del Museo Civico. Davanti ad essa, ammirate, ora si soffermano ogni giorno migliaia di persone. Speriamo che qualcuno, a mostra terminata, torni a vederla nel luogo da cui è arrivata.
Erodiade, dunque: un impasto tra religiosità e mito. Un tema che ha ispirato nei secoli moltissimi artisti, da Caravaggio a Gustave Moreau, da Tiziano a Odilon Redon, per citarne solo quattro. Ne parla Matteo nel suo Vangelo, ma poi, strada facendo, il celebre episodio pare essere stato modellato dal tempo. La versione ufficiale ci dice che Erodiade, abbandonato il marito Filippo I°, andò a convivere con il fratello di questo, Erode Antipa. Subito, Giovanni Battista, condannò pubblicamente tale comportamento, indicandolo come esempio negativo. Il re allora lo fece imprigionare ma, temendo le conseguenze, evitò di giustiziarlo. Intanto Erode, che oltre ad essere duro e malvagio di cuore, era dissoluto nel comportamento, dimostrava una crescente e morbosa attenzione per Salomè, la figlia di Erodiade. Fu così che, durante una festa, egli le promise che se avesse ballato per lui (la celebre danza del Sette veli) avrebbe poi esaudito il suo più grande desiderio. A quel punto intervenne Erodiade, convincendo la figlia a chiedere che le venisse portata, appoggiata su un vassoio d’argento, la testa di quello che Gesù considerava più che un Profeta.
Nel dipinto, la figura, immersa in un diffuso bagliore lunare (certo caravaggesco, ma anche in anticipo sulle atmosfere più irrazionali e buie del romanticimo), col capo reclinato verso l’alto, gli occhi e le labbra socchiuse, in una sorta di estasi legata alla carne e non solo alla mente, fa giungere a noi il suo peccaminoso respiro. E’ stata identificata in Erodiade, nessuno però vieta di immaginare che possa essere la stessa Salomè, quella raffigurata: esausta, stremata, trascinata al largo da una corrente interiore.
Quasi che Cairo avesse messo in conto che nel 1893 Oscar Wilde avrebbe dato alla vicenda una versione differente, ripresa poi da Richard Strauss, in un’opera ad atto unico, nel 1905, alla quale si collega anche Giovanni Testori una prima volta nel 1967, e una seconda nel 1984 (Erodias): Salomè diviene l’amante di Erode, mentre Erodiade si innamora follemente di Giovanni Battista, che però la respinge. Lei, allora, vuole possedere perlomeno il suo corpo (nell’atto unico di Strauss, alla fine, Salomè ne bacia la testa insanguinata).
Scrive Testori: “Poesia nera e tragica, una delle punte estreme, veramente a fil di lama, di cui la storia della pittura disponga” e, in un momento successivo, aggiunge: “è come se la sua pittura gettasse un lampo sull’inconfessabile e scoprisse non tanto l’orrore e il piacere di quelle ferite e di quelle infezioni. Quanto che il piacere e orrore sono indissolubilmente legati”. Speriamo non sia sempre così, ma queste parole le conserveremo nella memoria.

 Silvio Lacasella

Francesco del Cairo- Erodiade

Francesco del Cairo- Erodiade

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Riferimenti utili in rete:

http://www.comune.vicenza.it/vicenza/manifestazioni/mostre.php/66900

 

4 Comments

  1. ho avuto la fortuna-ma era intenzionale- di vedere questa splendida mostra che purtoppo termina domani a meno che non la prolunghino come qualche volta accade…In questo caso, inviterei con passione a visitarla!
    Complimenti a Silvio Lacasella per l’articolo.
    lucetta frisa

  2. Si, certo, il dolore può tramutarsi in bellezza. Si potrebbero fare moltissimi esempi; e sono pagine straordinarie nella storia dell’arte, della letteratura, della musica. Certo, occorre capire cosa si intende per bellezza. Bello è ciò che ci emoziona. Bello è chi ci emoziona, arricchendo e modificando in positivo il nostro modo di vedere le cose. Il dolore talvolta è subito, altre volte creato, per meglio capire o per perlustrare zone inesplorate e segrete. Parlarne, però, è davvero complicato, sono percorsi guidati dall’istinto.
    La mostra di Vicenza chiude e non verrà prolungata. Comunque, dal 2 febbraio sarà visitabile alla sala della Gran Guardia a Verona. Tra l’altro arriveranno due quadri che da soli valgono il viaggio: un Van Eick e un Memlin

  3. Sono andato a guardare con maggiore attenzione quali saranno i quadri inseriti nella mostra veronese: Hans Memling ( Ritratto di uomo che legge e Ritratto di donna in preghiera , entrambi del 1490), Jan Van Eyck ( Ritratto d’uomo con copricapo azzurro del 1429), ed una rara Crocifissione del 1460 di Antonello da Messina

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