Hiroshima, semplicemente agghiacciante – Antonella Barina

Si avvicina a grandi passi il giorno terribile, quello in cui la Memoria riporta a galla ciò che riguarda gli eccidi, i genocidi, le infamie dell’umanità. Questa che riportiamo, anche se non alla data esatta della commemorazione, ha tuttavia inciso nell’ambito di un conflitto in cui tutto quanto è  accaduto sarà per sempre legato alla Memoria perché anch’esso ha condotto a produrre nuove vittime sulle molte già registrate. Per lasciare memoria si riporta anche l’intervista di chi ha sganciato l’ordigno, adeguatamente addestrato affinchè il raid riuscisse. Serve riflettere, serve pensare a lungo su cosa significa obbedire ad “un ordine”.
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Hiroshima-  6 agosto 1945
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Nell’attimo stesso in cui la bomba atomica, soprannominata “Little Boy”, veniva esplosa dal ventre dell’Enola Gay, il B-29, alleggerito di novemila libbre, balzò verso l’alto. Il tenente colonnello Paul Tibbets virò immediatamente e in tal modo impedì agli uomini dell’equipaggio, fatta eccezione per il mitragliere di coda Bob Caron, di osservare il bagliore che seguì l’esplosione. Nonostante le lenti scure protettive, Caron pensò, sulle prime, di essere diventato cieco. “Se Dante fosse stato con noi sull’aereo”, scriverà in seguito Tibbets, “sarebbe rimasto atterrito. La città che soltanto qualche minuto prima avevamo visto così chiaramente nella luce del sole, era diventata un cumulo orrendo. Era letteralmente sparita sotto una coltre di fumo e di fuoco.

Parla il pilota che sganciò Little Boy.- Articolo intervista di Mike Harden, “Columbus Dispatch”,1985

Oggi Paul Tibbets ha settanta anni. I suoi capelli, già neri, stanno diventando girigi. E tuttavia, malgrado le lenti bifocali e l’apparecchio acustico, Tibbets ha un aspetto sorprendentemente vigoroso. Ha ridotto un po’ le sue ore di volo; ma, dice, è una concessione non tanto all’età, quanto alle esigenze dell’azienda di trasporti aerei che gestisce. Malgrado non appartenga più all’aeronautica militare da circa vent’anni, Tibbets possiede ancora tutte le caratteristiche del soldato. C’è da pensare che, se fosse stato un giapponese “dimenticato” in una remota isola del Pacifico durante l’avanzata americana, si troverebbe ancor oggi in una caverna intento a pulire il suo fucile e in attesa dell’ordine di attacco. La disciplina è stata sempre il filo conduttore dell’esistenza di Paul Tibbets. Suo padre, un grossista di dolciumi – prima nel Midwest e poi a Miami, dove la famiglia si trasferì quando Paul aveva nove anni  – aveva frequentato una scuola militare e quando il figlio ebbe tredici anni lo spedì alla Western Military Accademy di Alton, nell’Illinois. Il signor Tibbets avrebbe voluto fare di Paul un medico, ma il ragazzo non dimenticò mai il suo primo, esaltante incontro con il volo. Così quando, dopo cinque anni trascorsi ad Alton, si iscrisse all’università della Florida, spese tutto il denaro che riusciva a risparmiare per prendere lezioni di volo. Nel 1937 Paul Tibbets si arruolò nell’aeronautica militare; e quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, comandò la prima formazione di B-17 che attraversò la manica. Bombardò installazioni tedesche ad Amiens, Rouen, Rotterdam e Amsterdam. Durante un bombardamento sulle postazioni nemiche in Francia, nql 1942, la sua squadriglia venne attaccata da un gruppo di Messerschmitt. L’aereo di Tibbets fu centrato, il secondo pilota ferito, il quadro degli strumenti ridotto in frantumi. Benché colpito anche lui, con una mano Tibbets cercò  di fermare il fiotto di sangue che zampillava dalla ferita del suo compagno e con l’altra mantenne in linea il B-17, quindi colpì con un pugno un ufficiale osservatore che, terrorizzato, cercava di impadronirsi dei comandi, e lo stese. E alla fine riuscì a riportare in Inghilterra l’aereo, pur gravemente danneggiato. Dopo diciassette missioni di combattimento in Europa e altre quindici nel Nordafrica, Tibbets tornò negli Stati uniti nel febbraio 1943, per collaudare il nuovo B-29 e Wichita nel Kansas. Era ancora impegnato in quel lavoro quando, nell’autunno del 1944, gli giunse una telefonata dal generale Uzal Ent, comandante della seconda “air force” con base a Colorado Springs. “Porti con sé una valigia”, gli disse Ent, “perché non tornerà indietro”. Il colonnello che lo accolse nell’ufficio di Ent sapeva su Tibbets più di quanto lo stesso Tibbets non sapesse. “Avevano un completo dossier su di me, fin da quando avevo nove anni”, ricorda. Gli fu chiesto se fosse stato ami arrestato. Naturalmente sapevano benissimo, e lui lo confermò, che una notte era stato sorpreso io atteggiamento “imbarazzante” insieme a una ragazza, sul sedile posteriore di un’auto. Il colonnello sorrise e lo scortò da Ent, che gli comunicò: «Lei è stato scelto per una missione speciale”. Aggiunse che neppure il Congresso era al corrente di quel progetto, né dei fondi stanziati per la sua realizzazione. “Se h cosa si risolverà in un successo, lei sarà un eroe. In caso, contrario, non è escluso che finirà in galera”.
La desolata base aerea dello Utah dove, nel settembre del 1944, il 509° gruppo del tenente colonnello Tibbets si esercitò per la sua storica missione, era abbastanza vicina a Los Alamos, nel New Mexico, per coordinare il lavoro con quello degli scienziati del Progetto Manhattan impegnati a fabbricare la bomba soprannominata «Little Boy,»; e al tempo stesso abbastanza lontana dal resto del mondo per scoraggiare qualsiasi fuga di notizie circa l’operazione, alla quale era stato dato il nome in codice di “Centerboard”. Allo stesso Tibbets fu assegnata, dal generale Ent, una parola segreta “Silverplate”. Bastava che egli pronunciasse quella parola, gli disse Ent, «e tutte le sue richieste saranno soddisfatte». Così fu: Tibbets ottenne tra l’altro che venissero trasferiti nel suo gruppo tutti quelli che gli erano stati compagni fin dai primi giorni della guerra, quando pilotava un B-17.
Nell’aprile 1945, Tibbets cominciò a diventare impaziente. “Avevamo un’arma”, dice, “capace di colpire il bersaglio con notevole precisione, ma gli scienziati pretendevano che la percentuale di fallimento si riducesse a una su un milione. A quel tempo, la percentuale era di una su diecimila”. Allora Tibbets disse agli scienziati “Io correrò il rischio”. E agendo sotto la propria responsabilità mise in moto l’operazione. L’intero 509° fu trasferito all’isola di Tinian, nelle Marianne; tra i territori controllati dagli Alleati, era il porto più vicino al Giappone per un attacco aereo. Fu biasimato dai suoi superiori, i quali per altro ammisero che, se non fosse stato per l’impulsiva decisone di Tibbets, i dubbi degli scienziati avrebbero potuto trattenere indefinitamente il 509° nella base dello Utah.
A Tinian l’estate del 1945 si trascinò lentamente. Il presidente Truman si trovava a Potsdam, e Tibbets rievoca così gli ultimi giorni di luglio: “Sapevamo che avremmo sganciato la bomba tra il 5 e il 9 agosto. Aspettavamo solo l’autorizzazione presidenziale, che arrivò il giorno 5.
Il “Little Boy” , che pesava novemila libbre, fu caricato sull’”Enola Gay” , il B-29 così battezzato da Tibbets in onore di sua madre, soltanto il giorno prima del volo. L’aereo era stato privato, per alleggerirlo, del suo rivestimento corazzato e di tutte le armi, fatta eccezione per i pezzi di coda. “Per sicurezza, dovevano volare ad alta quota spiega Tibbets.
Alle due e quarantacinque antimeridiane del 6 agosto, Paul Tibbets avviò il B-29 lungo la pista di Tinian. L’aereo portava a bordo un oggetto che avrebbe cambiato il mondo. Lui, Tibbets, aveva io tasca una dozzina di capsule di cianuro, nel caso che l’equipaggio fosse caduto in mani nemiche.
Dice Tibbets che durante le sei ore di volo da Tinian a Hiroshima non pensò affatto alle implicazioni morali di ciò che stava per fare. E, se c’è da credergli, non ci ha pensato neppure nei quarant’anni successivi.
“Forse che nella guerra c’è una qualche moralità?”, domanda.
Nel limpido cielo che sovrastava Hiroshima, il bombardiere Tom Ferebee non ebbe alcuna difficoltà a individuare la città. “Tre minuti” disse a Tibbets. Il pilota si avvicinò al centro cittadino, osservando con occhi fermi e tranquilli. “Siamo sul bersaglio”, annunciò Ferebee. “Trenta secondi, quindici secondi”. Un ronzio elettronico riempì gli auricolari dell’equipaggio. Sarebbe cessato solo a bomba sganciata.
Alle nove e quindici ora di Hiroshima, il ventre dell’Enola Gay si aprì a sei miglia di altezza sopra il bersaglio, per il suo parto crudele; stava per nascere la guerra atomica. “Little Boy” prese a cadere A bordo dell’Enola Gay, la cuffia di tibbers diventò improvvisamente silenziosa. Il pilota fece virare rapidamente l’aereo per evitare lo spostamento d’aria causato dall’esplosione e attese il lampo. Durante quegli ultimi secondi un altro pilota si stava avvicinando all’aeroporto di Hiroshima per atterrare: era un giapponese, il capitano di marina Mitsuo Fuchida. Per una ironia del destino, Fuchida sarebbe stato il primo testimone dell’apocalisse di Hiroshima; quattro  anni prima, aveva comandato l’incursione su Pearl Harbor.
Nell’attimo stesso in cui la bomba atomica, soprannominata “Little Boy”, veniva esplosa dal ventre dell’Enola Gay, il B-29, alleggerito di novemila libbre, balzò verso l’alto. Il tenente colonnello Paul Tibbets virò immediatamente e in tal modo impedì agli uomini dell’equipaggio, fatta eccezione per il mitragliere di coda Bob Caron, di osservare il bagliore che seguì l’esplosione. Nonostante le lenti scure protettive, Caron pensò, sulle prime, di essere diventato cieco. “Se Dante fosse stato con noi sull’aereo”, scriverà in seguito Tibbets, “sarebbe rimasto atterrito. La città che soltanto qualche minuto prima avevamo visto così chiaramente nella luce del sole, era diventata un cumulo orrendo. Era letteralmente sparita sotto una coltre di fumo e di fuoco.
Secondo i calcoli, i morti di Hiroshima vanno da ottantamila a cento ventisette mila; naturalmente l’ultima cifra comprende anche coloro che sarebbero morti più tardi per effetto delle radiazioni.
L’equipaggio di Tibbets scattò alcune fotografie della nuvola a forma di fungo e della città distrutta. Sul giornale di bordo, il co-pilota Bob Lewis scarabocciò: “Mio Dio!” . In un film del 1952, i cineasti di Hollywood avrebbero tolto quell’esclamazione dal giornale di bordo di Lewis e l’avrebbero messa in bocca a Tibbets, arricchendola: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto!”.
“Mi diressi a sud”, ricorda Tibbets. “Il mio compito era sganciare la bomba e andar via.  Non intendevo certo restarmene a guardare come un turista”.
Tibbets non è tornato mai più a Hiroshima. Poche settimane dopo la resa del Giappone, andò invece a Nagasaki. Vide la distruzione, vide le scure ombre umane disegnate sui muri, presso i quali le vittime erano state bruciate e ridotte in fumo. “A questo punto”, dice, “si trattava solo di curiosità accademica”. Visitò uno stand di souvenir, e comprò alcune scodelle da riso e dei piattini decorati a mano.
A guerra finita Tibbets restò nell’aviazione militare, raggiungendo il grado di brigadiere generale. Il suo matrimonio, che durava da diciassette anni andò in pezzi; lui stesso fu perseguitato dalla pubblicità causata dalle azioni criminose e dalla instabilità mentale di un altro pilota del 509°, chiamato Claude Eatherly, il quale —benché avesse compiuto unicamente voli di ricognizione sopra Hiroshima, prima del bombardamento — si spacciò per il “pilota di Hiroshima”. Eatherly, che dopo la guerra, entrò e uscì più volte dagli ospedali psichiatrici per veterani fu anche condannato come falsario e coinvolto in una serie di furti commessi nel Texas a danno di uffici postali. Adottato dal movimento antinucleare, il comportamento di Eatherly alimentò le voci secondo cui l’equipaggio dell’Enola Gay, travolto dal senso da colpa, si sarebbe volato all’autodistruzione dopo il rientro negli Stati Uniti. “È stata una terribile ingiustizia”, commenta amaramente Tibbets. “La gente mi diceva, bravo, meno male che ora stai meglio”.
Ogni tanto ha occasione da incontrare i membri superstiti del suo equipaggio, e, a quanto afferma, nessuno di loro ha mai perso una sola notte di sonno, nessuno ha provato rimorsi.
Lo rifarebbe oggi? Per esempio, se gli Stati Uniti avessero deciso di usare la bomba su Hanoi durante la guerra del Vietnam, lei avrebbe obbedito?
“Ma certo”, risponde, “Sono stato educato alla disciplina. Ai miei tempi, se uno riceveva un ordine da chi ne aveva l’autorità, obbediva”.
Tibbets vorrebbe che il pubblico giudicasse le armi nucleari in base alla logica, e non a quelli che egli definisce “impulsi emotivi”. “La guerra è l’inferno”, dice, citando le parole del generale Sherman. “La gente, in guerra, viene uccisa. E noi abbiamo creato un’arma capace di distruggere la civiltà”.
Ciò nonostante, in lui non esiste rammarico né rimorso. È convinto che, nella generazione successiva alla sua, molti abbiano capito ciò che lui fece. Recentemente ha detto a un giovane intervistatore televisivo: “Posso raccontarle quello che ho fatto, ma dubito che noi due riusciamo a comunicare. Lei è troppo giovani. Lei non può capire”.
Alcuni anni fa, quando aveva il comando di un’unità strategica in Florida, Tibbets ricevette la visita di Mitsuo Fuchida, l’ufficale giapponese che aveva guidato l’attacco contro Pearl Harbor e che, come si è detto, fu il primo testimone dell’apocalisse di Hiroshima.
“Vogliamo parlare?” Gli chiede Fuchida. E Tibbets: “Lei ha fatto un ottimo lavoro. Ci ha colti di sorpresa”. Fuchida replicò: “Anche lei ha fatto un cattivo lavoro”. Per Tibbets, “fare il proprio lavoro” è esattamente la definizione della missione contro Hiroshima.
“Vorrei che mi si considerasse un patriota”, dice. “Un uomo capace di fare il proprio dovere … uno che ha servito il suo paese meglio che ha potuto.

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Il mattino del 6 agosto 1945, l’Aeronautica militare statunitense lanciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio di “Fat Man” su Nagasaki. «L’approssimazione del numero di vittime è compresa tra le centomila e le duecentomila, almeno la metà civili», secondo gli scienziati. Il fungo atomico di “Fat Man” su Nagasaki raggiunse i diciotto chilometri di altezza.
“Dire che ero raggiante è poco. Essere incluso nell’equipaggio selezionato per sganciare la seconda bomba atomica sul Giappone fu come un fulmine a ciel sereno. Ero euforico”. Per mesi Fred J. Olivi era stato addestrato a guidare l’ultimo modello di B-29, superfortezza volante progettata per il nuovo tipo di bomba, La cosa più agghiacciante dell’entusiasmo di Olivi è che i suoi compagni erano appena rientrati dallo sterminio di Hiroshima: “Fred, è roba da non credere” gli avevano raccontato. “Non puoi immaginare il disastro… La città è scomparsa sotto un’enorme nube di polvere!”. Ma, anziché provare sgomento, l’unità militare stava festeggiando con grandi bevute di birra: una bisboccia che, parole di Fred, “risultò divertentissima”.
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Fred J. Olivi fu il copilota del bombardiere che, tre giorni dopo, provocò la morte di più di settantamila persone a Nagasaki. Olivi è morto l’8 aprile 2004 senza il minimo rimorso: “Mi sento orgoglioso di aver preso parte alla missione” scrive nel libro. E a puntello delle proprie certezze, sostiene che fu l’uso dell’atomica ad anticipare la fine della Seconda guerra mondiale, convinzione sostenuta a oltranza: tra i documenti pubblicati in appendice al libro (lettere e foto personali; e carte ufficiali non più secretate), c’è un biglietto di Olivi a Bush padre, del dicembre ’91: “Signor Presidente, mi complimento con Lei per la decisione presa di non chiedere le scuse ufficiali al Giappone per la missione atomica della Seconda guerra mondiale”. Il libro di Olivi non svela fatti nuovi, ma riesce ugualmente a sorprendere. Portandoci nella mente di giovani addestrati a uccidere dal cielo. Dall’euforia onnipotente delle prime missioni con bombe convenzionali: “Che soddisfazione sganciare le “zucche” contro gli obiettivi”. Al gioco macabro dell’incontro con l’atomica: “Eravamo stati chiamati a firmare l’ordigno con i nostri nomi e messaggi personali”. Fino all’oblio che segue la distruzione: “Un autentico sollievo: passavamo il
tempo in spiaggia leggendo, dormendo, giocando a softball”.
Di Nagasaki, Olivi racconta: “Fendendo le nuvole, la bomba iniziò la sua lunga discesa verso il basso. Iniziai a contare i secondi… uno, due, tre, quattro… fino a chiedermi se non avesse fatto cilecca. Ma tutt’a un tratto, una luce simile a quella di mille soli investì la cabina di pilotaggio. Anche con gli occhiali da saldatore, il bagliore mi accecò. L’urto fu tremendo e l’aereo sobbalzò violentamente”. Più avanti aggiunge: “Rientravamo con la convinzione di aver compiuto il nostro dovere”. E subito, atterrato a Tinian, si mise a scrivere un diario: “Ero sfinito, perché non dormivo da oltre ventiquatt’ore, ma determinato a redigere la cronaca dettagliata di quella memorabile giornata”.
Antonella Barina
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Riferimenti in rete:

3 Comments

  1. Al di là di tutto, quello che più colpisce è l’ottusa stupidità. Perché l’intelligenza è appunto la capacità di comprendere ed è quella che manca, soprattutto l’intelligenza emotiva. Non a caso ai militari non si chiede di essere intelligenti

  2. ascoltare storie di questo genere mi mette i brividi,pare di toccare con mano un muro che pare invisibile ma oltre il quale abita la ferocia dell’ignoranza.

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