Michelangelo e la Cappella Sistina- Silvio Lacasella

Chapelle_sixtine2

http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html

Pare essere stato il Creatore ad affidare a Michelangelo il compito di decorare la volta della Cappella Sistina, punto nevralgico per la cristianità, nonché stazione di confine tra il prima e il dopo, tra l’esperienza terrena e il trascendente. E questo accadde nel 1504, allorché, all’interno della struttura, una serie di crepe larghe come saette (forse anche causate dai lavori nel vicino cantiere della Basilica di San Pietro) si presentarono in modo preoccupante nella parte alta della sala, a quel tempo dipinta con un cielo uniforme, punteggiato da stelle dorate. Fu, infatti, a seguito di quell’emergenza,terminati i necessari lavori di ristrutturazione, che Papa Giulio II pensò di affidare al grande artista fiorentino la colossale impresa di dipingerne la volta, seguendo anche il consiglio di Bramante. Anche se, c’è da credere che il grande architetto sperasse malignamente di fare un torto a Michelangelo, suo nemico, sapendolo quasi a digiuno nella tecnica dell’affresco, non fosse che per i primi rudimenti appresi nell’oramai lontano periodo di apprendistato trascorso nella bottega di Ghirlandaio, quando vi arrivò tredicenne.

Ci mise due anni Giulio II a convincerlo, non solo perché Michelangelo (1475-1564) si sentiva scultore, più che pittore, ma perché aveva capito che accettare quell’incarico avrebbe provocato un punto di interruzione eccessivamente lungo all’altra sua impresa, da poco avviata e a cui teneva moltissimo: la realizzazione, in San Pietro, della tomba del Papa. Cosa questa che, evidentemente, aveva messo nel conto anche Bramante.

Come poi è andata lo sappiamo. Nel 1508, dieci anni dopo aver scolpito la Pietà, Michelangelo inizia ad arrampicarsi come un geco su quella volta, confondendo la notte con il giorno. E’ però necessario immaginarlo, altrimenti si fa fatica a parlarne: la sua è un’impresa solitaria, in vetta a dialogare con se stesso, misurando i propri limiti (dirà Goethe: “Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formarsi un’idea di cosa un uomo da solo sia in grado di ottenere”).

Egli avrà modo di manifestare in piena libertà la propria indole attraverso il segno inciso nell’intonaco ancora fresco, la sapienza prospettica, la ricerca del movimento, la chiarezza del racconto, ma anche, e soprattutto, attraverso la qualità timbrica del colore, con contrasti decisi, talvolta acidi e violenti, i medesimi che verranno fatti loro dai Manieristi, Pontormo e Rosso Fiorentino, in particolare. Di Vasari non occorre dire, se non che rimase folgorato dal suo genio, al punto da scrivere che “il benignissimo Rettore del cielo (…) dispose di mandare in terra uno spirito (capace) di praticare la maniera difficile con facilissima facilità” lodandone il grado di sapienza con la quale riusciva ad unire “la vera filosofia morale, con l’ornamento della dolce poesia” e non meno “nella vita, nell’opera, nella santità dei costumi e in tutte l’azzioni umane era più tosto celeste che terrena cosa”. Quello che per “troppo amore” non capì Vasari è che Michelangelo, anche e specialmente lassù, immerso in una condizione di costante penombra, solo parzialmente rischiarata da qualche finestra o dal bagliore delle torce e dalle candele, non era il mistico che l’autore delle “Vite” aveva idealizzato. Ma, più ancora sorprende come Vasari dia per scontato che Michelangelo si accostasse all’arte con “facilissima facilità”. Era sempre scontento, toccato dal dubbio: lo dice più volte e, quando non lo dice, lo fa capire. La consapevolezza che la sua mano fosse mossa da un talento impressionante, amplifica in lui questo sentimento.

Sibille e Profeti. La Creazione, la Cacciata dal Paradiso terrestre, la scena con Noè che ringrazia il Signore dopo il Diluvio: volti ed episodi lavorati con una minuzia di particolari che da lontano sarà impossibile cogliere. Michelangelo lo sa, ma, in cuor suo e prima di ogni altra cosa, egli vuole soddisfare se stesso e, pur di riuscirci, si lancia in questa nuova, enorme impresa. Cerca di riassumere all’interno di una sola opera l’illimitata complessità dei sentimenti che accompagnano l’animo umano. Ma, appunto, è nell’avvicinarsi alla perfezione che egli, ancora una volta, pare individuare con crescente nitidezza, i segni della propria sconfitta. Questo gli crea grande tormento e anche qui è annidata la sua grandezza. Non maschera né disperde la sua rabbia, vive le sue contraddizioni: era anche un uomo avaro, scontroso, arrogante, presuntuoso. E’ proprio il sapersi uomo, in costante dialogo con la morte, la più vitale delle sue energie.

Quattro anni di lavoro. Quattro lunghissimi anni, evitando per quanto possibile ogni interruzione, superando caparbiamente ogni difficoltà , con la testa e le mani verso l’alto e il corpo sdraiato per ore sulla schiena, in bilico sui ponteggi dell’epoca, senza caschetto protettivo, a oltre venti metri dal pavimento, in quella Cappella voluta da Sisto IV della Rovere nel 1473. Progettata con l’intento di ricreare uno spazio combaciante col tempio di Salomone a Gerusalemme: 40,93 metri di lunghezza e 13,41 metri di larghezza, 20,70 di altezza

Michelangelo: il suo genio, la sua forza, il suo coraggio, trascinano lo sguardo stupito, oltre che ammirato, in un vortice che sentiamo nostro. Ed è bello scoprire con quanta delicatezza e con quanta dolcezza, dopo averci allarmato (mai, comunque, quanto riuscirà a fare un quarto di secolo dopo, con la parete del Giudizio Universale), alla fine ci accoglie e ci consola, quasi ci sfiorasse con le dita dopo aver modificato il nostro modo di vedere le cose.

Pressato da Giulio II, che temeva di non riuscire a vedere l’opera terminata (morirà meno di quattro mesi dopo), Michelangelo, con venti giorni di anticipo sulla data prevista, darà disposizione di smantellare le impalcature e di togliere i teli sottostanti, tesi a protezione degli affreschi di Botticelli, Ghirlandaio, Signorelli, Cosimo Rosselli, raffiguranti episodi tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, ma anche per non dare la possibilità né al Papa né a nessun altro di vedere l’opera durante la lavorazione. Era il 31 ottobre 1512, giusto cinquecento anni fa.

Silvio Lacasella

3 Comments

  1. difficile esprimere compiutamente l’emozione di vivere l’esperienza unica di una visita alla Cappella Sistina: si ammutolisce, si prova lo stupore di trovarsi al cospetto di qualcosa che ha radici nel divino, ma allo stesso tempo, come dice giustamente l’autore nel testo, -consolati- da tanta magnificenza posata davanti a noi, da una mano d’uomo.
    Grazie di questa occasione che rinnova una vivissima memoria di Bellezza.

  2. Sì… proprio così. A volte si può scrivere senza nessuna ambizione critica, ma solo per meglio capire l’origine di un’emozione

  3. Mi sono chiesta ancora come si ponga un artista, davanti a opere come questa ed ora lo so o per lo meno so come si è posto Silvio Lacasella: con umiltà e una consapevolezza che difficilmente un profano avrebbe, proprio perchè soverchiato dalla magnificienza che lo circonda e incapace di coglierne appieno il significato. Grazie dunque per questo articolo. R.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.