ANGELA CHERMADDI…AL SUPERMERCATO

michal lukasiewicz

-Vieni che ti do un bacio!

Con la coda dell’occhio vedo alla mia destra, tra il banco della carne al taglio e il banco lungo della carne preconfezionata, la sagoma di un uomo, alto da dietro; dal timbro della voce direi intorno ai 40, una voce calda matura vigorosa. Per un secondo colgo l’immagine che tende le braccia, forse a un’amica che non vede da tempo…non saprei dire a chi. Ma è risuonata chiara e allegra la sua voce tra i carrelli colmi di merce, lasciati spesso così un po’ in mezzo che ostacolano la circolazione. I proprietari con il numero in mano, in fila ai banchi del pesce o della carne. Persone immerse nei loro programmi di acquisti, con lo sguardo spesso smarrito tra la folla, disorientate, o alle prese con qualche elenco della spesa, le smanie per la fretta.
Alto e chiaro in questo sordo e confuso brusio, come una sorpresa dentro un uovo che magicamente si spacca, come luce che irrompe in un mondo di alienati persi tra i reparti dei vari prodotti, un lampo che apre il varco a cavalli luminosi: vieni che ti do un bacio!
Dentro di me ho sentito un impulso, deciso, forte, che mi ha gridato – anche io!
Una signora in fila alla bilancia per pesare il sacchetto con le sue mele, abbandona la fila e si avvicina verso l’uomo – anche a me.
Un’altra che la precedeva si volta: allora anche io!
Una vecchina che sceglieva i limoni chiede: che c’è?
-C’è un signore che dà baci.
-Oh! lo voglio anche io! ne ho proprio voglia.
-Ha ragione!- dice un’altra che ha sentito – c’è bisogno di baci.
E si crea come una piccola ressa, un girotondo chiassoso di occhi risorti.
L’uomo cerca di sottrarsi. – Ma no, non avevo intenzione di…- Poi si dispone a accettare il suo ruolo di dispensatore di baci, sorride alle donne che gli si avvicinano porgendo le guance e con grazia depone il suo regalo. Gli occhi gli brillano, felice del gioco. Sembra non capire se è lui che sta facendo uno scherzo o se lo scherzo è fatto a lui. La verità è che attira come una calamita.
Come un tam tam la voce si diffonde tra i clienti del supermercato.
-Che succede? –Un signore dà baci. -Gratis?
-Che domande! Ci mancherebbe altro!
-E’ vero. Non sarebbero più baci!
Si crea una bella coda di donne in fila che non si può attraversare più.
-Ma come, ci vai anche tu?- dice un po’ scontento un giovane marito a una ragazzetta in jeans attillatissimi.
-Che sei geloso? Un bacio in più è sempre un bacio in più. L’idea mi piace, sento che lo desidero, mi fa bene.
Lui fa smorfie confuso, si sente preso alla sprovvista, non sa come reagire.
-Non essere sciocco. Vieni anche tu. Anche a te fa bene. Lo ha convinto, entrambi si avviano.
Un altro marito domanda: sulla guancia?
-Ma certo! Non c’è niente di male.
-Un bacio, che bello! Ti fa iniziare bene la giornata- dicono fra loro due signore di mezza età che si sono accodate senza più alcuna fretta.
-E’ bello perché è completamente disinteressato e gratuito. Nessuno gli ha chiesto niente.
-Lo vedessi! E’ un giovane luminoso, sereno, non fa differenze, il suo bacio è un dono per tutti, belli giovani brutti vecchi….
-Ma da quanto tempo c’è questa iniziativa?
-Non lo so, non so niente, è la prima volta che mi ci combino…
Intanto il signore dispensatore di baci nel vedere tanta ressa si preoccupa: Ma, signore mie, così faccio tardi. Ho qui l’elenco delle cose da comprare che mi ha dato mia moglie. Lei è a casa con i bambini, aspetta che io torni per cucinare il pranzo.
-Come, proprio adesso che tocca a me vuole smettere?- protesta con un tono piagnucoloso una vecchietta magrissima, alta non più di un
metro e mezzo.
-Va bene, va bene- si arrende il signore, e sulle labbra ha un sorriso leggero compiaciuto- però d’ora in poi darò il bacio su una guancia sola, così dimezziamo il tempo.
Qualche borbottio di commento, subito smorzato. Intanto si sentono le commesse del banco dei salumi che ripetono a voce alta il numero da servire. I numeri scorrono in fretta l’uno dopo l’altro: sono pochi i clienti chiamati che si presentano al banco. Questa novità ha portato scompiglio e sembra che all’improvviso tutti abbiano dimenticato i numeri, gli orologi, i prezzi, il pranzo da preparare. Il giovane uomo allegro ha spezzato il nodo della sonnolenza desertica e svegliato memorie d’aria. E’ come coronato di passeri, e la sua disponibilità al sorriso, all’accoglienza di persone affamate d’affetto e di consolazione apre la porta all’arcano dei sogni.
In un attimo mi trovo in un nuovo supermercato, con reparti tutti diversi.
Qui c’è il banco dei complimenti, è quello più frequentato: le commesse ti guadano, pesano con gli occhi un momento la tua ansia, come in un gioco creano suspence, e poi ti fanno un complimento. Tu indossi una maglietta particolare, o una collana etnica, o sistemi i capelli e ti presenti non sapendo quale sarà il complimento che illuminerà la tua giornata e l’aspetti come una sorpresa.
Più giù c’è il banco dei pensieri gentili. Li estrai a caso da un enorme fiasco di vetro, tutti foglietti arrotolati per te e legati con un nastro colorato.
Oppure si può andare al reparto buoni propositi. La commessa sorridente chiede se si vuole un proposito per la giornata, per la settimana o per sempre.
Ma il reparto più bello è quello dei sogni, diviso in sogni di avventure, di viaggi, di vacanze, di affetti…
Ci dovrebbe essere anche quello dei desideri, diviso in realizzabili e irrealizzabili. I desideri, come i sogni, scritti su un foglietto, si possono prendere oppure si possono lasciare, così si scambiano: un altro può vivere il mio sogno e io quello pensato e sognato da lui.
Nel reparto dove si vendevano biscotti c’è un grande affollamento. Questa volta sono soprattutto uomini, che mettono la mano con il palmo bello aperto su una lastra lucida che misura la loro fame d’amore. Tutti si meravigliano che il quoziente di fame è quasi sempre al massimo, forse leggermente più alto nelle donne.
E sicuramente vincono le donne, anzi le nonne, nel responso della macchina accanto che, in una specie di cabina come quella per le fototessera, scatta foto all’aura che circonda ognuno di noi, all’energia che irraggiamo, misurando la capacità di dare amore. Qui le coppie si sfidano a vicenda e tutto sembra un gioco meraviglioso.
Andando oltre c’è il banco delle poesie d’amore. Si estrae a sorte la poesia stampata e la commessa ci scrive su in belle lettere una dedica personalizzata. Oppure ci si può sedere intorno a tre piccoli tavolinetti e ascoltare in cuffia la poesia scelta recitata da qualche famoso attore.
Ma la poesia è per pochi eletti. Soprattutto sono i giovani quelli che qui si fermano, e questo fa ben sperare.
Invece attira molto di più il banco delle dichiarazioni d’amore, divise in classiche, contemporanee, e stravaganti. Le clienti si fermano e sorteggiano la loro dichiarazione, non fanno che ridere e confrontarla con quella delle altre, ma poi ripiegano il foglietto con cura nella borsetta.
Intanto il dispensatore di baci continua, la fila non finisce mai. Un bambino piange.
La madre dice: a te il bacio te lo dà la tua mamma- e intanto gli arrossa le guance di baci stampati a fondo. –No! Lo voglio anch’io!- e costringe la madre a mettersi in fila. Due o tre uomini in crocchio guardano scettici e commentano: ma guarda che s’inventano per attirare i clienti!
-Questo è un lavoro che potrei fare pure io, mi piace.
-Sì, sei proprio adatto tu, con la tua gentilezza innata!- interviene ironica una donna che deve essere la moglie.
-Ma non è un lavoro. Se lo fai per lavoro non vale più- gli dice un’altra che sicuramente lo conosce; o forse no.
Il bello di questa situazione è che le persone tornano a guardarsi come si risvegliassero, si parlano come se tutte si conoscessero. Non stanno con lo sguardo fisso sul cartellino del prezzo o del tasto bilancia. Non si sbirciano di sottecchi con espressione dura per avvisare l’altro che guai se prova a fare il furbo, a passare avanti nella fila. C’è un’aria di novità, come di una festa inaspettata che trasmette a tutti un senso di gioia.
-Avrà fatto un corso- dice una signora precisina che, si vede, tiene alla preparazione.
-No, secondo me la mattina uno che ha voglia, viene qui e si mette a fare il dispensatore di baci.
Al banco del pesce le commesse con le mani inguantate osservano da lontano: sarà uno famoso! – non so – una celebrità- tutti lo vanno a salutare.
Che meraviglia un supermercato dove non servono i soldi e tutti sorridono, non sono di cattivo umore per i costi della merce, per la fretta, per l’ansia di consumare.
Finalmente c’è ascolto, meraviglia, giocondità.
C’è una specie di complicità come quella tra alunni che hanno marinato la scuola.
Eh sì, qui oggi abbiamo tutti marinato il solito ritmo, il solito dovere che ci vuole intenti agli acquisti, il piano del potere che ci vuole tutti in riga dietro gli sconti , il 3×2, le offerte speciali, il sottocosto.
D’improvviso la vita prende un corso nuovo, forse il suo vero corso.
Qui ci godiamo la fantasia annullando l’irrequietezza, il tumulto dei fastidi.
Al vecchio posto dei vini c’è un giovane che legge, con voce chiara e suadente una favola. Ogni giorno una diversa. Intorno ci sono tutti tavolinetti e poltroncine su cui si può comodamente sedere come in un bar.
-Io e mio marito ci fermiamo a sentirla 2 o 3 volte di seguito. Ci piace anche se l’abbiamo sentita- confessa una signora con i capelli bianchi corti a cui ha passato una tinta quasi celestina. Ride dicendo che ascoltare la lettura le ricorda quando la sua maestra le leggeva il libro Cuore o Pinocchio.
-E’ tanto rasserenante. Tutti i supermercati dovrebbero essere così. Quando vai a casa ti senti meglio e hai più voglia di fare le faccende.
-Ha ragione, sa? Prima mio marito mi derideva, poi è voluto venire anche lui a misurare la sua fame d’amore e la sua capacità di dare amore. Adesso veniamo sempre insieme e ci regaliamo qualche ora piacevole.
-Ho sentito dire che vogliono mettere anche la proiezione di films, sai quelli vecchissimi che non danno più al cinema, beh sennò non potrebbero essere gratis, storie d’amore che nessuno va più a vedere, ma per chi non li ha mai visti…
-Anche per chi li ha visti; dopo tanti anni chi se li ricorda più, e poi, pure se te li ricordi, è piacevole rivivere le storie della giovinezza. I giovani ci riderebbero.
-E che ti importa! Loro vadano pure a vedere quelle storie di violenza inaudita, feroci assassinii che ci hanno ammazzato tutti dentro.
Quante chiacchiere, non si può sentirle tutte. La solitudine irrequieta della folla cittadina che si incrocia senza salutarsi, che si incontra senza incontrarsi, che si ammucchia senza toccarsi e si fissa con sguardo fuggitivo è solo un brutto ricordo.
La verità è che nessuno si sente più solo e tutti hanno voglia di parlare, tutti sono pronti a farsi incontro.
In un reparto più silenzioso vedo una serie di tavolinetti forniti di fogli e matite intorno ai quali persone sostano sospese, come in meditazione. Le vedi intente e quasi senti i loro pensieri che frullano come uccelli chiari. L’invito è veramente impegnativo: scrivere proposte per migliorare il mondo.
Ci penserò con calma, questa è una cosa seria- mi dico, e proseguendo arrivo in fondo, in una zona abbastanza riservata dove, con un sottofondo di musica classica morbida e dolce, alcune persone siedono come se fosse una sala d’aspetto. Alcune stanno ascoltando in cuffia, forse una musica diversa. Poi noto una porta bianca su una parete bianca e mi rendo conto che sono tutti in attesa di entrare.
-Che c’è?- chiedo sottovoce a un giovane bruno che ha i gomiti sulle ginocchia e il mento tra le mani con un’aria concentrata. –Che c’è al di là della porta?
-Niente, il niente che diventa tutto, o se preferisce il tutto che diventa niente.
Lo guardo interrogativa mentre mi chiedo se per caso non è un po’ matto.
Allora in fretta, col tono di chi si arrende all’incomprensione e intende liquidare uno scocciatore, mi sintetizza: c’è il silenzio, il vuoto.
Indecisa ma incuriosita mi siedo. Il giovane si è pentito del suo modo brusco e mi sorride: vuole sperimentare la sua libertà? Poi vedendomi sconcertata aggiunge con la chiara intenzione di spiegarsi meglio: vuole provare a volare?
Dio mio, che parola grossa, volare, libertà….ma dove sono finita? Aspetto paziente e piano piano la musica mi scioglie, mi rilassa.
-Non deve fare niente. Non deve pensare. Chiuda gli occhi e quando sarà pronta la sua poltrona si muoverà da sola.
Guardo la poltrona con una certa ansia mista a incredulità
Non so quanto tempo è passato quando la mia poltrona ha cominciato a scivolare sul pavimento come fosse telecomandata; ha attraversato un lungo corridoio e si è fermata al centro di uno spazio bianchissimo vuoto. Vuoto che mi si apre davanti immenso, sconcertante. Una doccia di coriandoli di luce mi invita a entrare nel suo cerchio incandescente, e lì immobile mi sento salire, quasi che un ascensore invisibile mi portasse in alto, e nello stesso tempo qualcosa di potente come un forte risucchio mi svuotasse da dentro di tutta la confusione di pensieri sentimenti desideri. –Questa è la liberazione- penso. Mi sento salire, leggera e trasparente, e sono sempre più un involucro vuoto che si dilata d’accoglienza.
L’invisibile ascensore si ferma e mi trovo in alto, uno spazio senza limiti mi si spalanca davanti come da un cancello scardinato. Sono vuota, sono libera, su una terrazza aperta al vento. Il vento soffia leggero, mi penetra e riempie provocando una musica interiore. Solo ora noto che altre persone sono qui con me e tutti risuoniamo come flauti al vento che ci attraversa, ci alza, ci modula discorsi dentro e straripa fuori di noi. Mi sento come un palloncino sfuggito di mano a quella che ero prima. Colorata e cangiante, e tutti gli altri intorno sono palloncini colorati che mutano dal verde al giallo all’arancio al rosso, bolle d’aria che si gonfiano e si contraggono secondo il respiro. Siamo fragili e delicati nel bagliore lilla che ci circonda, respiri leggeri come orme di gatto su neve appena caduta. Il vento canta in noi come dentro una roccia cava, e non c’è altro che questa armonia. Vorrei lasciarmi cadere nell’aria di malva luminosa come un bimbo, ed ecco che scopro che posso volare. La gioia della liberazione mi solleva. Divento volo. Guardo intorno e vedo che tutti possiamo volare.
E’ un paesaggio assurdo- mi dico- sembra la scena finale del film Miracolo a Milano.
Questo pensiero mi riporta piedi a terra, al piano del supermercato, stordita.
–Ho sognato- mi ripeto. Spingendo meccanicamente il carrello mi ritrovo alla cassa. Siccome mi giro più volte a guardare un signore alto dietro di me, mio marito chiede: che guardi?
-Un signore che mi sembra che..
-Lo conosci?
-No, ma forse poco fa mi ha dato un bacio.
Sgrana gli occhi interrogativo.
-Scherzo, scemo! Tira fuori la tessera che tocca a noi.
Qualcosa non lo convince; ripone distrattamente gli oggetti acquistati nella busta di plastica, e so che aspetta una spiegazione.
-Ho fatto un sogno a occhi aperti…ti dirò.
E ci avviamo uscendo. Ritrovo l’aria e sento il mio respiro più profondo. Sulla scala mobile che scende al parcheggio ci precedono due giovani donne, anzi due ragazze e una tutta infervorata dice all’altra: dopo la sala del vuoto c’è la sala del vento. Lo devi vivere, non si può raccontare. E’ indicibile. Incontri te stessa, diventi respiro, respiri la vita.

1 Comment

  1. Che meraviglia……!
    Mi hai ricordato di come ‘siamo fatti’ di poesia…..sia che la doni sia che la ricevi….
    malinconia…come lo scorso febbraio quando la neve…..in città….fu come l’uomo del bacio….e poi….divenne scura e si sciolse….
    ma…
    …è rimasto un tocco…..una zona calda che ancora palpita…

    La magia di quei visi illuminati…..lo apriamo davvero un supermercato così?

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