Pietà Rondanini e il non-finito michelangiolesco – Silvio Lacasella

michelangelo buonarroti- pietà rondanini

PIETA-RONDANINI-1552-64-MILANO-CASTELLO-SFORZESCO

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Non comporta rischi affermare che nessun altro artista al pari di Michelangelo ha saputo trasmettere il valore straordinario del non-finito, potendolo contrapporre al massimo grado di perfezione raggiunto in alcune opere da lui scolpite in gioventù, quali il Bacco, la Pietà vaticana o il David. Figure bloccate nel marmo come da una sorta di incantesimo, ma il cui respiro pare non essersi mai arrestato all’interno della materia.
Un non-finito, naturalmente, che non vuol significare una momentanea o conclusiva interruzione. Tanto per fare qualche esempio, la Sinfonia n. 8 di Shubert (nota, per l’appunto, come l’ “Incompiuta”) o il Requiem di Mozart sono lì a confermare la grandezza dei due musicisti, ma danno conto anche di un non voluto arresto compositivo. In letteratura sono davvero molti i casi che si potrebbero citare, da “ Le Anime morte” di Gogol’, al Processo di Kafka, a Petrolio di Pasolini: tutti progetti rimasti sospesi o terminati successivamente da altre mani. In architettura, gli edifici palladiani amputati in fase di realizzazione, e così via.
Il non-finito-consapevole in arte, però, è una condizione assai diversa, interiore. E’ una presa di coscienza destinata a svilupparsi nella mente dell’artista man mano che il pensiero matura la consapevolezza di quanto frammentaria e “terminante” sia l’esperienza umana. E, di conseguenza, quanto sia impossibile indicare, all’interno di un percorso, pur irripetibile e in alcuni casi segnato dal genio, un preciso punto di arrivo. Ecco perché, con l’andare degli anni, se non subentra la stanchezza ad allentarne la tensione creativa, l’artista tende a lasciarsi trasportare da violente correnti, in direzione di un possibile traguardo, pur sapendo che esso è, e rimarrà, irraggiungibile. E non sorprende che sia un’esigenza sentita soprattutto da chi, grazie ad un prodigioso talento, aveva creato capolavori capaci di sfidare la transitorietà dell’esistenza, andando a lambire l’assoluto e la perfezione.
Quando questo capita l’osservatore prova un forte senso i smarrimento. Non perché egli senta lontani quegli stati d’animo, semmai per l’esatto contrario: l’eccessiva vicinanza impedisce la messa a fuoco. Così fu per l’ultimo Tiziano, così per l’ultimo Turner, così per molti altri artisti.
Per tornare a Michelangelo, egli intuì immediatamente come la scultura, più di qualsiasi altra espressione artistica, abbia connaturata in sé la capacità di restituire visivamente una così intensa tensione emotiva, senza alterarne la forza poetica e drammatica. Infatti egli, che pure fu pittore, architetto e poeta, sempre si considerò essenzialmente scultore. Intendendo la scultura come l’arte del togliere, dello svelare, ciò che la materia già di per sé contiene. Quando nel 1956 Cesare Brandi scrive: “L’immagine sussisteva già, per Michelangelo, nel blocco da cui la ricavava: non doveva essere tradotta in marmo. Il blocco dunque non era più materia in quel momento, aveva solo dei sovrappiù che dovevano essere tolti (…) a somiglianza del ventre materno”, pare riprendere le parole del medesimo Michelangelo: ““Non ha l’ottimo artista alcun concetto/ ch’un marmo solo in sé non circoscriva”
In opere quali i Prigioni o San Matteo, la materia lasciata grezza non crea solo contrasto, ma diviene scultura. Le figure paiono quasi voler rientrare nel marmo ma, al contempo, premono per uscirne. Apparizioni improvvise, tanto volute, quanto inattese. Desiderate e temute. Incatenate e libere. Dentro a quei blocchi egli riconosce se stesso, non solo come scultore, ma come opera scolpita da una mano superiore. Il suo blocco di marmo è la vita, ed è per questo che, sempre, sentirà premere su di sé l’idea della morte. Lo fa intendere con precisione Argan, quando scrive: “Michelangelo è un “genio” (differenziandolo da Leonardo, che a suo avviso era dotato di formidabile “ingegno”), perché la sua opera è ispirata, animata da una forza si direbbe “soprannaturale e che la fa nascere dal profondo e tendere al sublime, alla trascendenza pura. Il messaggio che l’artista sente giungergli da Dio è individuale: per udirlo deve chiudersi nella solitudine e nella meditazione. Nella storia dell’arte è il primo caso di artista isolato, quasi avverso al mondo che lo circonda ed a cui si sente estraneo, ostile”. Per quanto Ariosto lo giudichi “divino”, altra cosa era il “divino Raffaello”, con cui condivideva gli spazi vaticani, negli anni in cui dipingerà la volta della Sistina.
Honoré de Balzac era riuscito a trasmettere un sentimento assai simile, descrivendo in un racconto meraviglioso, intitolato“Il capolavoro sconosciuto”, il grado di sublimazione che un artista può sviluppare lavorando con la mente sotto alla pellicola del visibile. Egli descrive il pittore Frenhofer che da oltre dieci anni sta lavorando ad un dipinto, senza mai mostrarlo a nessuno. Quando finalmente Nicolas Poussin e Porbus riusciranno a vederlo, si troveranno davanti ad una tela quasi completamente bianca, all’interno della quale però l’artista distingue ogni dettaglio e ogni sfumatura. Non a caso, ai due osservatori increduli egli dirà: “Sono riuscito ad afferrare la vera luce”. Il quadro, a suo avviso era quasi terminato. Morirà però quella stessa notte
Ma Michelangelo pare dialogare oltre che con la luce, con l’ombra, intesa come porta (“La porta dell’Inferno” ecco un’altra grande scultura, questa volta di Rodin, ulteriore formidabile esempio di non-finito) dentro alla quale, giorno dopo giorno, vorrebbe sprofondare. Così da non segnare un netto punto di trapasso, tra esperienza terrena e trascendente. La Pietà Rondanini, ci dice questo. Iniziata nel 1552 egli vi lavorerà sino al 1564, quasi novantenne (era nato il 6 marzo 1475), sino agli ultimi giorni di vita (proprio come Frenhofer). Dopo vari ripensamenti compositivi, quello che importa e commuove, sino a togliere il fiato, è che essa custodisca integralmente, nel marmo, l’intensità di questo dialogo con la morte. Non a caso, quando nel 1953 la statua verrà definitivamente trasferita da Roma a Milano, acquisita dal Comune grazie anche ad una sottoscrizione popolare, lo scrittore Riccardo Bacchelli, nel corso della cerimonia ufficiale, avvertirà in queste figure: “il mistero di una statica, in cui senti e soffri il peso inane della morte, l’attrazione vuota della tomba, il grave della carne inerte, e frangere in disperazione la forza di un dolore, che sorge ad amore, e risorge in carità del gesto muto della forma scolpita”.
E’ nel non-finito che Michelangelo stabilisce un punto di contatto con l’assoluto. Non solo perché nel tragitto pare avanzare stilisticamente sino a raggiungere e superare tanti artisti novecenteschi che pure in cuor loro pensano di aver segnato un’avanguardia. E’ proprio nel momento in cui non gli rimane che urlare la propria sconfitta che finalmente vince. Non può essere una coincidenza se più volte l’artista sceglie il tema della Pietà. Egli vi lavora persino di notte con delle candele fissate sulle ali del cappello (così fece anche Van Gogh), pensando al Dio che si fa uomo e, in quanto uomo, lui pure è sconfitto. Infatti, si carica di verità e di “umanità” questa composizione. La Madonna non è sopraffatta dallo sconforto, non può permetterselo, non le è concesso svenire. Tanto meno alza gli occhi al cielo in attesa di un aiuto divino, poiché il suo compito è sorreggere pietosamente il corpo del figlio. Non è un compito solo suo, non è solo un compito di chi quest’opera ha scolpito, ma anche di chi ora la guarda.
Il Comune di Milano, in attesa che vengano ristrutturati gli spazi del Castello Sforzesco, dove la scultura verrà ricollocata, ha pensato di esporla nel Panopticon di San Vittore, punto da cui si dipartono i sei raggi del carcere. Può essere che si voglia creare anche un rimbalzo mediatico, però, a ben vedere, non è affatto una brutta idea.

Silvio Lacasella

carcere di san vittore -milano

RIFERIMENTI IN RETE:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/447221_michelangelo_lassoluto/
http://www.larena.it/stories/591_arte/447166_michelangelo_lassoluto__il_non-finito/
http://www.bresciaoggi.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/447281_michelangelo_lassoluto/

2 thoughts on “Pietà Rondanini e il non-finito michelangiolesco – Silvio Lacasella

  1. Intrecci, suggestioni e rimandi che invitano a continuare la riflessione attorno al modernissimo non-finito michelangiolesco (bella, tra le altre, la citazione da Argan che trovo molto convincente); da un punto di vista strettamente personale e confutabilissimo, leggendo il post ho pensato anche ad una Milano da imparare a conoscere e ad amare in aperta polemica e in contrapposizione alla visione che molti hanno della città scaligera quale centro della finanza e della moda: e se, anche grazie alla Pietà Rondanini, ai capolavori di Brera e via enumerando rinascesse un’idea di Milano città dello spirito?

  2. Il “non finito” è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, il “non tempo”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, giochi di specchi, sono state usate, anche da Gesù e Leonardo da Vinci. Michelangelo nella scultura, la sua arte preferita è ancora insuperato. Michelangelo uso “giochi di specchi” anche negli affreschi della Cappella Sistina, e per rimandi tra Volta e Giudizio. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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