Patrizia Dughero: IL PARADOSSO del VOLO su “UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L’IMPUNITA”di Laura Bonaparte, una Madre de Plaza de Mayo

.

ESMA, sala per partorienti

sono nomi difficili da tradurre,
nomi come occultamiento,
apropriada
, persino desaparecido.

Laura dice: – non siamo madri mitiche,
soltanto donne disperate,
soffriamo un dolore senza nome,
per restare aggrappate a quello spazio
dove la morte si cincischia con la sconfitta,
dove lo sconcerto prende posto
a spazio e tempo, crimine senza autore.

e diventa noi – noi diciamo:
persona viva che non vive,
persona morta che non è morta
assente per sempre.
la lasciamo così, non la traduciamo,
la parola che nella sua lingua diventa transitiva:
scomparire qualcuno.
desaparición, dimensione impossibile.
al di là di ogni comprensione. è impensabile.
invoca l’invisibilità.
nella vita tutto ciò che è reale
si consuma, si strappa, si rompe,
ma niente che sia reale desaparece.

 […]

 Sono state queste le parole con cui ho cercato di ricordare Laura Bonaparte, presenza austera e dolce al tempo stesso, figura emblematica tra le Madres de Plaza de Mayo. Ho appreso, con le sue parole, più di quanto non avessi appreso da saggi di storia, la vicenda che ha squarciato adolescenze, a me lontane, adolescente anch’io, che per una di quelle coincidenze della vita, questi adolescenti lontani ho conosciuto e frequentato. Così come ho conosciuto l’oblio che ha accompagnato la vicenda. “A volte la memoria l’abbandona. Ingrata. Perché Laura non l’ha mai abbandonata, la Memoria. Di fatto ha dedicato la sua vita alla Memoria e alla ricerca di Giustizia.” Dice Victoria, sua nipote nella postfazione del libro, indicandoci che per uno strano scherzo del destino, non l’unico e non il più tragico, Laura ha perso la memoria, o da lei è stata abbandonata, se si preferisce. E continua, citando Marta Dillon, da una bella cronaca per l’edizione argentina di questo libro: “E’ stata giovane a 40, a 50, a 60 anni e continua ad essere giovane ora che ha già superato gli 80 ed è arrivato finalmente il momento in cui qualcuno – una giornalista francese di nome Claude Mary –  ha ascoltato il suo racconto e ha scritto un libro che,  anche se si legge con una stretta al cuore, non smette di illuminarci”. Così superiamo l’oblio, così noi adolescenti, o bambini di quegli anni, attraversiamo un significato per approdare ad altri significati, come a quello di  “impunità”, che è ciò che non conosce pena, parola latina, da impune: anche l’oblio non può restare impune.

“Nel 1995 un libro fece rinascere l’interesse. Era intitolato “Il Volo”; in esso il giornalista Horacio Verbitsky raccoglieva la confessione di un militare, Adolfo Scilingo, ex capitano di corvetta, che ammetteva di aver partecipato, sotto la dittatura, a due operazioni durante le quali una trentina di sequestrati dell’ESMA erano stati buttati vivi nel Río de la Plata. Il suo racconto, molto dettagliato, precisava il giorno della settimana in cui avevano luogo i “voli della morte” e il modo in cui le persone sequestrate, precedentemente drogate, venivano gettate da un aereo, nude e in stato di incoscienza, nel fiume. I voli ebbero luogo tutti i mercoledì, per due anni. Non si poteva parlare propriamente di una “rivelazione” perché già il Nunca Más menzionava casi di corpi senza vita ritrovati sulle spiagge vicino all’Uruguay dopo l’inizio della dittatura, ma era la prima volta che un militare riconosceva e riferiva i fatti. La prima volta che veniva rotto il “patto del silenzio” mantenuto fino allora dai militari […]

Quelle dichiarazioni ebbero su di me l’effetto di un pugno allo stomaco. Poi fui assalita da una grande perplessità. Presi coscienza che, in fondo al cuore, avevo sempre negato la morte dei miei figli. La conoscevo, ma non potevo pensarla. Per questo motivo: non aver potuto stringere i loro corpi senza vita tra le mie braccia. Parlando, Scilingo non ci restituiva la vita dei nostri ragazzi. Al contrario, fissava un punto di non ritorno. Contrariamente ai suoi pari, che ci avevano trattate da pazze, questo ex militare ci restituiva la ragione…”. Paradossale.

E’ Laura a parlare e Claude Mary a raccogliere le parole: avere tra le mani una testimonianza di tale entità è stata per me un’emozione pari a poche altre provate leggendo. Ora il libro è qui davanti a me, ancora fresco di stampa. Penso allora di aver contribuito a costruirla, questa testimonianza, accogliendola da una donna, l’autrice, che a sua volta ha raccolto Memoria da una donna sapiente, da una Madre. La Memoria, oltre che un regalo, come la scrittura, può essere un annuncio, ce lo conferma Duccio Demetrio sulle orme di Saverio Tutino e la scuola di autobiografismo: forse si scrive ricordando, per rivedere certe immagini, ma ci si accorge presto che memoria e scrittura nascondono ancor più di quello che si riesce a vedere e a ricordare.  Se cercassimo la Verità nella Memoria, ci avverte Demetrio, tradiremmo l’essenza del gesto creativo: no, non ci sto e in questo libro, ne ho la prova cogente; qui siamo di fronte a un testo che è più di una biografia, più di un’autobiografia, è più di un racconto, dal gesto artistico, è più di un saggio, perché va dritto al cuore, con la precisione di chi la Verità ha cercato per una lunga vita e ancora la cerca, ne sono certa: è di più perché è tutte queste cose insieme.

“Concedimi ancora di che vivere. Ma ti scongiuro: mandami uno scriba, o, ancora meglio, una giovane schiava di buona memoria e di voce robusta. Disponi che quello che ascolterà da me possa ripeterlo a sua figlia. La quale a sua volta lo ripeta a sua figlia, e via di seguito. Sicché, accanto al fiume delle canzoni delle gesta degli eroi, questo minuscolo rigagnolo, a fatica, possa raggiungere la gente lontana, forse più felice, che un giorno vivrà.” È la voce di Cassandra, attraverso quella di Christa Wolf e sono le voci in cui ho creduto e credo ancora, quelle anche che mi hanno spinto a rendere pubblica la mia scrittura, un rivolo, tra gli innumerevoli che costituiscono il fiume della Memoria, così penso e vedo la scrittura femminile. Quando il plico mi è arrivato tra le mani, non via mail, non un file, ma semplici fotocopie, tradotte e annotate da un Pubblico Ministero che tanto si era battuto per i processi in Italia contro i responsabili dell’ESMA, il P.M. Francesco Caporale, ho pensato che avrebbe dovuto essere raccolto e impaginato, come si suol dire.. Ho sognato una copertina che l’avvolgesse, ho visto le foto che l’avrebbero potuto accompagnare, ho cominciato ad ascoltare la voce di Laura, piccoli spezzoni in rete, con il suo tono basso, il pacato accento argentino, che possa accompagnare le sorsate di mate; ho sognato che si diffondesse così avvolto, il libro, perché quella nota del P.M. mi aveva convinto così come la sua la traduzione letterale: un uomo, un pubblico ufficiale, che trasmette il testimone del racconto femminile e si commuove: un bell’esempio di cultura civile.

“Laura Bonaparte mi mandò questo libro, con un’affettuosa dedica, nel novembre del 1999.  L’avevo conosciuta nell’agosto di quell’anno, durante una “missione” a Buenos Aires per contattare i testimoni che sarebbero poi venuti in Italia per il processo a SuárezMason e a Riveros, che di lì a poco sarebbe iniziato dinanzi alla Corte di Assise di Roma. Mi aveva accolto nel suo piccolo appartamento pieno di luce, nel centro di Buenos Aires: lo stesso dove Claude Mary, autrice di questo libro, corrispondente da Buenos Aires del quotidiano francese “Libération”, l’aveva tante volte incontrata, raccogliendone i ricordi poi trascritti in queste pagine.

Prima di conoscerla, mi era capitato di vederla e ascoltarla in una cassetta di un programma televisivo. Uno di quei programmi dai bassissimi indici di ascolto, volutamente proposti […] in orari impossibili.  Mi aveva colpito la sua dolcezza nel parlare delle due figlie, Noni ed Irene, di suo figlio Víctor e del loro padre, Santiago Bruschtein. Un dolore terribile, disumano, eppure composto, che avrebbe poi raccontato, con la stessa semplicità e misura, nel settembre del 2000, davanti ai giudici della II Corte di Assise, qui a Roma. Lessi all’epoca questo libro d’un fiato, come tante altre cose cercate e lette, in quel periodo, sull’argomento. Mi è capitato invece di riprenderlo, di recente, con spirito diverso: cercando di entrare più intimamente non tanto nelle vicende raccontate, ma nell’animo di chi le raccontava. […]

Ho iniziato quindi a tradurlo, il più fedelmente possibile, dapprima solo per me, per il piacere di rileggerlo, senza fatica, ogni volta volessi. E, successivamente, pensando invece un po’ a tutti noi, e in particolare ai giovani, ai quali queste pagine di storia – che fanno da sfondo al racconto di Laura Bonaparte –  sono,  per ragioni anagrafiche, meno note. […]  Pagine di storia, individuale e collettiva, rivisitate con amore, con dolore e con gioia. Così come gioia, febbre di vivere e anche immenso, cupo dolore, sono stati per la mia generazione quei tragici, violenti, disperati anni Settanta.”

“Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere”: lo aveva capito, Cassandra, attraverso la voce acuta di Christa Wolf,  perché occorre “combattere il male prima, quando ancora non si chiama guerra” , spezzare la logica della guerra, come predicava Anchise, smascherare il vizio del ragionamento per cui si crea prima il nemico e poi si mostra la necessità ineluttabile della guerra. Esattamente come succede oggi. La grande menzogna che fa gridare Cassandra quando la scopre, quel suo grido tremendo fino al limite della follia, che risuona ancora oggi.  Il testimone ha traghettato il rigagnolo per giungere al fiume, attraverso il rispetto del linguaggio, con un’idea ferma di impegno del linguaggio, nella parola scritta, Una voce argentina, (bellissimo doppio senso) è più che una biografia: la scrittura autobiografica, che ha il volto ambiguo della Memoria, ma che nella Memoria affonda, viene così superata da Laura: “La mia vita è stata straordinaria – diceva spesso – e non potrei raccontarla da sola” troviamo scritto nel prologo di Claude Mary, che dice anche: “Abbiamo attraversato insieme un’esperienza bella e difficile e sono felice di poter dire che sono diventata più sensibile e più umana […] Quasi che i diritti umani, attraverso la sua voce calda, abbiano ora in me una risonanza più concreta e vicina. Voglio semplicemente ringraziarla per il dono che mi ha fatto e con tutto il mio affetto spero di contraccambiare con questo racconto.”

In questo libro però, siamo sulla riva opposta della struttura narrativa di Cassandra, che è  quella della rievocazione, del flusso continuo di sentimenti come emergono nella memoria dal presente al passato e ancora al presente, un’elegia, con lamenti, invocazioni, paure, amore, odio; qui non siamo di fronte a questo e neanche lontanamente vicino, perché Laura non esprime il suo “odio gonfio e succoso” e il lamento è sostituito dall’attenzione ai fatti. I racconti sono accuratamente scanditi capitolo per capitolo, con buon lavoro di Claude Mary che sa cosa significhi condurre un’intervista, secondo un processo storico che pure conosce, accoglie, il flusso di pensiero del ricordo, orientandolo: Laura è psicologa e psicanalista, attraverso questa professione ha realizzato il suo compito e toccato l’altro, come oggi, ancora, stiamo tentando di fare. L’elegia qui diventa espressione ritmata e chiara, chiarificatrice. Si accede a certi picchi poetici, senza bisogno dell’elusione e dell’evocazione, è parola detta che si fa parola emozionante e comunicativa, dunque addirittura, a volte poetica. Si coglie nel segno, come un dardo: spesso ho letto di lei che sia una donna alta e austera, ma anche dallo sguardo dolce, che desidera ancora ridere di gusto, come le hanno insegnato le donne messicane.

“C’è gente che vorrebbe dedicarsi ventiquattr’ore su ventiquattro alla difesa dei diritti umani, ma dobbiamo concederci tempo anche per altro, soprattutto se siamo direttamente colpiti. Anche se non smetterò mai di essere una vittima del genocidio che ha devastato il mio paese, anche se il mio lutto si esaurirà con me, non sono mai riusciti a chiudermi dentro questo recinto dove la morte assedia la sconfitta.” È Laura a parlare e Victoria Ginzberg, sua nipote, dice: “Lei è così: coinvolta nel passato e nel futuro.” E poi: “Nel 1998, Laura irruppe all’ESMA insieme a Graciela Lois, appartenente a Familiares. Era ancora un luogo inesplorato e oscuro. Quell’enorme complesso di giardini e caserme situato nella zona nord della città […] era diventato il simbolo del potere dell’ultima dittatura. Proprio per questo, Carlos Menem aveva annunciato che lo avrebbe demolito per innalzare al suo posto un monumento alla “riconciliazione nazionale”. L’occupazione fatta da Laura e da Graciela, il cui marito era stato sequestrato proprio in questo centro di detenzione, glielo impedì. Intervenne infatti la Magistratura ad accogliere le loro richieste. La sentenza sancì di non apportare modifiche all’edificio; si trattò del primo provvedimento che considerava che quel luogo dovesse essere preservato, in quanto prova giuridica e patrimonio storico. Si potrebbe dire che fu il precedente che portò il Presidente Néstor Kirchner, nel 2004, ad ordinare lo spostamento degli uffici della Marina Militare e ad assegnare al complesso la nuova denominazione di Spazio per la Memoria e la Promozione dei Diritti Umani.”

Il 5 dicembre il libro di Laura e di Claude Mary è stato presentato per la prima volta in Italia: era presente un’altra donna eccezionale Vera Vigevani Jarach, madre di Franca Jarach, che oggi avrebbe un anno più di me, se non fosse desaparecida nel 1976, all’inizio della dittatura. Vera, che due volte all’anno ci raggiunge dall’Argentina e con entusiasmo indomito porta i suoi rigagnoli di Memoria, lei che in Argentina approdò nel 1938, fuggendo alle leggi razziali, lasciando l’adorato nonno che fu poi deportato, preferisce portarli ai ragazzi delle scuole superiori i suoi racconti veri, per aggiornarli sulle evoluzioni dei processi e della democrazia di un paese, che non ha ceduto all’oblio. Vera ci racconta sempre che nessun episodio di odio e di vendetta personale è mai accaduto in Argentina e ama ricordare che le forme d’arte, soprattutto le arti visive, cariche di significati simbolici, e il teatro, che può graffiare e incidere, siano stati strumenti preziosi per riuscire a credere che si poteva uscirne, per indicare un modo per uscirne. Andrea Benetti, pittore neorupestre, nelle splendida sala dell’ex refettorio di S. Mattia, dove si trova anche il Museo della Resistenza di Bologna, ci ha prestato per l’occasione un quadro ad olio dal titolo eloquente “Matite spezzate”: un bianco pastoso, piccoli crateri screziati di rosso su una tavola che rappresenta senza angoscia, secondo il suo stile inconfondibile che affonda in ciò che è stato, usando le matite, ci ha detto per la prima volta, per incidere la materia densa; chiaro riferimento alla cosiddetta Noche de los lapices. Mi rivedo così, adolescente, vedo impunemente cugini immaginari di quel tal zio o prozio immigrato in Argentina, per chissà quale motivo, col proprio bagaglio pesante, immagino ragazzi simili a me, a credere in certi ideali…e lo confermo: la memoria insieme alla scrittura può far affiorare più di quello che si ricorda e la storiografia può e deve nutrirsi di autobiografismi, per intentare nuove categorie di archiviazione e ricerca delle fonti, così come la scrittura può lasciare andare l’ostentata ricerca del bello e dello sperimentalismo, verso il vero che non conosce ombre oscure e la giustizia, se occorre. Vera, ci ha detto, porterà il libro a Laura, in Argentina, ed è convinta che al contrario di quello che suggeriscono i medici, non può che farle bene. E io lo spero.        

Laura Bonaparte ha visto scomparire tra il 1975 e il 1977 in Argentina quasi tutta la sua famiglia: due figlie, un figlio con i rispettivi coniugi così come il padre dei suoi figli…portati via dalla più sanguinaria delle dittature. Laura e suo figlio maggiore hanno avuto la vita risparmiata solamente a prezzo di un esilio in Messico durato dieci anni. Solidarietà è la parola attraverso cui Laura ci testimonia la forza, che le ha permesso di non impazzire, di vivere e non di sopravvivere, quella ricevuta da Amnesty International, che lei a sua volta ha trasmesso alle donne rifugiate che scappano dalla violenza e dalle dittature dell’America Centrale. Al ritorno della democrazia in Argentina, Laura è rientrata nel suo paese reclamando Memoria, Verità e Giustizia per i trentamila desaparecidos. È molto tempo che la sua voce mi ronza attorno e ancora, per quanti sforzi faccia, non so come sia stato possibile tutto ciò, sopportare e realizzare tutto ciò, ma posso sussurrare ora insieme a lei…

[…]

Siamo salite allora per invisibili scale
abbiamo trovato ritagli di stoffa,
come d’una coperta fatta a mano, e ogni pezza ci lasciava immaginare
la storia di una vita differente,
unita alle altre serviva da riparo e da Memoria.
Poi sono stati numeri,
non li traduci e non li tradisci,
ci ha detto Hebe*: Trentamila figli nati
in anni di sofferenza
quando la morte
tentava di uccidere la vita.
Abbiamo cercato nel grembo della madre,
senza dimenticare l’amore e l’allegria,
vincitori della morte, nel vincolo,
troviamo 107, che dice identità,
occultamento, vita rubata,
e comprendiamo. Albeggia
e la Memoria è al centro,
coltre di ritagli e pezze colorate, unite, ricucite.
Si riempiono ancora le strade
di gente che cammina lenta e non si ferma,
spinta dal tempo, a continuare, non si ferma
e la penombra si dissipa lentamente,
passi affrettati lungo la strada,
in tutte le direzioni, ché Hebe M. dice*:
Per questo mi diletto
ad ascoltare. Mio figlio era già
alla terza chitarra, anche mio nipote
lo segue, ma lui ha un altro stile…
E Juanita continua a vivere nella stessa casa
e Cota, dalla stanza chiusa ha acceso la luce.

Laura Bonaparte, una Madre de Plaza de Mayo

laura bonaparte laura bonaparte1

“Une voix argentine contre l’oubli. Laura Bonaparte”, di Claude Mary, edito da Plon nel 1999, si è trasformato, con l’aggiunta della prefazione di Geneviève Jeanningros, Piccola sorella di Gesù di Charles de Foucauld, che dovrebbe avere poco a che fare con i Tribunali, se non fosse che una sua zia materna, Léonie Duquet, pure suora missionaria, è desaparecida in Argentina, nel 1977 insieme a suor Alice Domon; (alla fine di agosto del 2005, i loro resti sono stati ritrovati e identificati dagli antropologi forensi attraverso il DNA di suo fratello Michel, con una svolta decisiva delle indagini anche riguardo ai nipoti scomparsi). Suor  Geneviève scrive:

“A Jorge Ithurburu di “24marzo Onlus” va il merito di aver creduto senza cedimenti nella realizzazione dei processi e di questa opera. Abbiamo pensato con la nostra famiglia che far sentire la voce di una delle Madres de Plaza de Mayo era un modo di continuare l’impegno di zia Léonie e per questo abbiamo aiutato a pubblicare questo libro usando parte del risarcimento dello Stato argentino.”

E si è trasformato con l’aggiornata postfazione di Victoria Ginzberg, giornalista e caporedattrice del quotidiano argentino Página 12, che è stata tradotta da Clara Larcher: camminando e cercando e cercando ancora, camminando e tessendo, è nato il libro, edito dall’associazione che così si definisce:

24marzo Onluscostruisce Memoria, Verità e Giustizia in Italia

Una voce argentina copertina.1Una voce argentina copertina

UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L’IMPUNITA-  Laura Bonaparte, una madre de Plaza de Mayo

RIFERIMENTO IN RETE:

http://www.24marzo.it/

PER RICORDARE E LASCIARE MEMORIA

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