TEMPIQUIETI- Vittoria Ravagli: L’utile sapienza delle donne di Camilla Iaconi

hanneke beaumont

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Camilla è nata (il 3 aprile 1974 ) nelle Marche. Si è appassionata alla storia della sua terra studiando Joyce Lussu e il suo pensiero. Si è laureata con una tesi sulla Sibilla Appenninica dal titolo: “Joyce Lussu narratrice della Sibilla”. Il racconto della Sibilla l’ha avvicinata molto alla realtà della montagna, ai suoi misteri, storie e leggende. Nel 2008 si è trasferita in Valle d’ Aosta dove ha insegnato, fino al giugno scorso, in una piccola scuola ad indirizzo steineriano .

L’ importanza di trasmettere le conoscenze attraverso il racconto e l’arte del fare, l’ho compresa profondamente insegnando ai bambini. Raccontare fiabe, storie, favole e fare insieme esperienze manuali ( con la cera, la lana, la creta, la pittura) è una cosa meravigliosa! Il racconto e l’arte delle mani, passano entrambi attraverso la porta dell’anima vivificando il corpo e la sua crescita. I bambini ascoltano con l’anima e imparano più di quanto si possa immaginare.”

Così Camilla ha imparato a lavorare la lana cardata a scuola con i bimbi “…e ne hanno tratto tutti calore, in particolare i più piccoli. Loro si entusiasmano tanto, si scaldano e poi, a lavoro concluso, sono fieri di aver realizzato qualcosa con le loro mani. “
Ora Camilla collabora alla gestione di una azienda agricola che si occupa di apicoltura e coltivazione di piccoli frutti. Ha in progetto di mettere a frutto il suo lavoro con i bambini coniugando l’esperienza didattico-pedagogica con l’apicoltura, l’agricoltura e l’ artigianato. Attualmente si sta dedicando alla lavorazione della lana cardata realizzando oggetti in feltro.
E’ inverno e Camilla lavora su di sé, e come quando la strada scelta é quella giusta, tiene forte il filo tra passato e presente e fa ordine nella sua vita grazie all’esperienza delle costellazioni familiari. “Quello che mi attende è un lavoro di Integrazione di tutto questo …..Procedo, procedo, procedo con il mio passo…”
Attraverso lo studio delle donne sapienti, Camilla – tenace e paziente – tesse la sua tela.

Vittoria Ravagli

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L’utile sapienza delle donne

L’epoca in cui si riconosce alle donne sapienza e autorevolezza, si perde nella notte dei tempi.

E’ necessario ripercorrere a ritroso le strade tracciate da miti femminili (l’Antica Madre, la Dea, la Sacerdotessa, la Sibilla) lontani e perduti perchè la lente attraverso la quale sono stati considerati storicamente, li ha deformati e manipolati negandone l’esistenza, il potere arcaico, divinatorio e oracolare e il sapere scientifico, concreto ed utile. Ciò che il mito dell’antica sacerdotessa serba in segreto e in un luogo oscuro e nascosto, è il filo labile e sottile che la lega ad epoche esistite ma lontane, difficilmente documentabili, molto diverse da quella attuale, difficili da immaginare, ma soprattutto volutamente tenute in ombra e negate dalla storia ufficiale.

Ma ora procediamo lentamente e cerchiamo di rivivere insieme una storia possibile, quella delle nostre antenate, madri e sorelle, che al pari degli uomini hanno vissuto, hanno agito nel bene e nel male, hanno amato e odiato, hanno pianto e riso, hanno giocato e lottato e proviamo, evocando antiche immagini, di ritornare in un luogo lontano, al limitare di un bosco, sotto un grande albero dove seduti in cerchio e in devoto silenzio ascoltiamo la voce dell’Antica che racconta la sua storia e la storia di uomini e donne vissuti prima di noi e permettiamo al nostro cuore di riconoscere il suo canto.
Anticamente la donna accoglieva meditabonda, le forze della natura della quale si faceva interprete attraverso la sua voce. Il suo intimo legame con la natura, che si manifestava attraverso uno stato di “sogno” o contemplativo, le permetteva di comprenderne le leggi e attraverso l’osservazione di essa, di agire sviluppando in tal modo, abitudini utili all’attività dell’uomo.
Gli uomini riconoscevano a tale donna la sapienza che le proveniva dalla natura e l’autorevolezza in quanto custode della memoria dalla quale si svilupparono i primi germi del diritto e della morale.

L’antica sacerdotessa “mediante la memoria aveva acquisito la facoltà di utilizzare per l’avvenire le esperienze fatte una volta. Ciò che ieri si era dimostrato utile, ella lo impiegava oggi di nuovo, rendendosi conto che sarebbe stato utile anche domani. Così gli ordinamenti della vita sociale procedettero da lei, e i concetti del bene e del male si andavano formando sotto la sua influenza. Grazie al risveglio della vita dell’anima femminile, si sviluppò anche la vita interiore dell’uomo.” (R. Steiner “Cronaca dell’Akasha” O.O.n.11)

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In quelle remote civiltà, l’influenza della donna era grandissima, ad alcune di loro in particolare si
ricorreva per interpretare i segni della natura. Per loro ogni cosa, pianta o animale, pietre, vento, alberi, nuvole e stelle era animata, ne udivano la voce riconoscendosi come un tutt’uno con tali forze che attraverso il canto trasmettevano agli uomini. Fu così che le civiltà che ebbero tale sviluppo, iniziarono a riconoscere un’anima nelle forme e negli elementi della natura e in ogni essere vivente. La natura divenne sacra e fu venerata e adorata dagli uomini di quel tempo e dai loro discendenti poi, come espressione divina della Dea. Grazie allo scavo scientifico degli antichi siti, gli archeologi negli ultimi anni hanno ottenuto moltissime e fondamentali informazioni sulla preistoria, in particolare sul Neolitico, l’epoca in cui i nostri antenati, dopo lunghi e continui flussi migratori, si fermarono e si organizzarono per la prima volta in comunità, che si sostenevano con l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.
Nell’espressione artistica di queste popolazioni, si riconoscono gli atteggiamenti di un popolo pacifico e un’organizzazione sociale comunitaria, non vi sono simboli del potere gerarchico e militare, nè segni di disuguaglianza e oppressione tra uomini e donne, ma rappresentazioni della natura, personificata dalla Dea. La donna aveva una posizione preminente, come depositaria dell’accumulazione di esperienze, di osservazioni, d’inventiva e di progresso tecnico e anche della saggezza che regolava i rapporti umani all’interno della comunità. (L’erba delle donne J. Lussu). In questa epoca la donna concretizza quello che un tempo era un sapere divinatorio in una conoscenza concreta, scientifica della natura. Attraverso l’ osservazione comprende le leggi che governano la vita, la creatività, la convivenza in armonia e simbiosi con l’ambiente, impara a conoscere le erbe e le piante, ad osservarne i cicli di vita, morte e rinascita e attraverso la meravigliosa intelligenza delle mani a trasformarle in cibo e rimedi curativi utili alla comunità; comprende il reale rapporto con la vita e con il corpo, con la terra, con l’acqua, col fuoco, con le piante che crescono, con gli animali che nascono, con i sentimenti di affetto e solidarietà. (J. Lussu, L’erba delle donne).

Il sapere utile delle nostre antenate però, non è stato compreso e applicato alla vita , ma negato e demonizzato da civiltà successive dominatrici, guerriere e schiaviste che hanno imposto la loro supremazia politico-religiosa con la forza e un’organizzazione sociale gerarchica e maschilista. Le antiche dee assunsero nell’immaginario collettivo, la forma di fate, spiriti maligni, spose del demonio e streghe e molti dei simboli della natura, un tempo positivi, divennero negativi e pericolosi. Quando il potere maschilista e patriarcale si consolidò e si impose sulle masse contadine e popolari, sentì la necessità di distruggere la loro cultura incentrata sulle antiche tradizioni della donna-saggezza. Ma tanto sapere, insito nella natura più profonda della donna, non poteva andare del tutto perduto. Nei recessi del mondo contadino, asservito dalla classe dominante, le donne non accettarono la sconfitta e, seppur nell’ombra, tennero viva la sapienza pratica e tecnica delle antenate del Neolitico tramandandola di madre in figlia per generazioni. Le donne contadine mescolavano le loro pratiche curative con i vecchi riti pagani, anteriori al cristianesimo e scoprivano nuove formule ed applicazioni attraverso la sperimentazione. Le gerarchie ecclesiastiche e i governi degli stati, consideravano queste conoscenze magiche, misteriose pertanto pericolose.

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I misteri della nascita ad esempio, erano associati a qualità magiche e si credeva che le levatrici avessero poteri speciali. Pertanto le donne divennero streghe quando facevano nascere i bambini, quando curavano i malati con erbe e impiastri, quando raccoglievano le erbe curative e preparavano un decotto o una tisana, quando erano giovani e belle o vecchie e irritabili. Erano guaritrici, levatrici, ostetriche, erboriste, fattucchiere, veggenti, conciaossa, veterinarie, astrologhe, chirurghe e medichesse, donne ribelli e indipendenti, protagoniste di uno dei momenti storici più cruenti che si ricordi. Basta un pettegolezzo, la gelosia o l’invidia di una vicina o il capriccio di un amante per portarle al rogo , alla morte. A partire dal XIII e XIV secolo prese corpo tra sacerdoti ed eruditi, un sentimento di odio e avversione nei confronti delle donne che si consolidò nel Rinascimento, dando luogo a un periodo di repressione in ogni campo. E’ allora che la lotta per il controllo maschile della conoscenza e della scienza si inasprisce e comincia la caccia alle streghe. La medicina popolare è stata spezzata e stravolta da secoli di repressione e disprezzo, espropriata dalla scienza ufficiale di elaborazioni e dati ed esclusa sempre di più dalla partecipazione alle nuove scoperte e dall’esercizio stesso di ciò che in proprio aveva acquisito. Paracelso, considerato il “padre della medicina moderna”, dichiarava di aver imparato più arte medica dalle guaritrici contadine, che non dai volumi di Galeno e di Avicenna. A partire dal XII secolo apparvero le università legate alla Chiesa e le fonti del sapere, soprattutto della medicina e del diritto, iniziarono ad essere controllate dagli uomini dei ceti dominanti. Alle donne fu tolto il diritto di praticare la medicina come guaritrici, non potendo avere accesso alle università. Ma ciò che era indispensabile alla supremazia dominante, era sradicare l’influenza delle donne nella comunità e privarle del rispetto di cui avevano sempre goduto. Furono coscientemente perseguitate perchè con il loro modo di vivere, la loro sapienza e indipendenza, per il loro rifiuto dei limiti imposti, mettevano in discussione il corpo sociale, privilegiato e patriarcale. La saggezza delle donne fu demonizzata e molte furono le vittime della caccia alle streghe, ma se guardiamo anche ad epoche precedenti, rivediamo le linee comuni di questa storia trasporsi su figure di donne scienziate, che per la loro indipendenza ed autorevolevolezza, sono state considerate nemiche della cultura dominante del tempo. La storia di Ipazia di Alessandria d’Egitto, vissuta tra il 370 d. C. e il 415 d. C. è molto emblematica. Figlia del matematico Teone, fu barbaramente assassinata dal fondamentalismo religioso che riconosceva nella sua filosofia neoplatonica e nella sua libertà di pensiero influenze pagane, pericolose per la comunità cristiana di Alessandria. Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione e molte saranno le vittime e i martiri. (M. Hack) Molti sono i riferimenti della pratica medica delle donne presso i Greci, gli Egiziani, i Romani e i mussulmani. Nell’Iliade di Omero, incontriamo Agamede, che assiste i feriti nei campi di battaglia, e non è un’infermiera improvvisata ma un vero e proprio medico “che conosceva tutti i rimedi quanto la terra vasta produce.” (II. XI,740-741). E la stessa Elena è in realtà anche una guaritrice provetta: ha studiato medicina in Egitto con Polidamna “colei che sottomette molti mali”. (Quaderni della Sif. Corrado Petrocelli) In Egitto vi erano scuole di medicina a Sais e ad Eliopoli frequentate anche da donne. Alcuni papiri medici egiziani riportano questioni di ginecologia che era la specialità più praticata dalle donne. Città greche ospitavano donne medico e chirurgo e anche a Ippocrate, era noto il valore di rimedi botanici scoperti dalle antiche guaritrici. Nell’impero romano, la scienza medica era riconosciuta anche alle donne e molte scrissero trattati di medicina, di ginecologia, cosmesi, dermatologia che però furono attribuiti a uomini. Così è stato per tante donne e il caso di Trotula, medichessa della scuola di Salerno, è molto significativo. Il suo trattato più importante, il Trotula Major, ricco di idee innovative sulla cura del corpo e le malattie delle donne, tutt’ora tenuto in gran conto dai medici del nostro tempo, venne impropriamente attribuito ad autori di sesso maschile. Nel XIX secolo alcuni storici negarono addirittura l’esistenza della medichessa ma, grazie a ricerche di storici italiani, nell’800 Trotula e la scuola di Salerno recuperarono la loro autenticità e autorità.

E’ difficile riappropriarsi della verità, perchè la scienza è stata scritta da uomini e perchè concezioni misogine sono sopravvissute per millenni, ma l’esempio delle nostre antenate ci ricorda che le donne hanno sempre fatto e continuano a fare scienza.

Camilla Iaconi

2 Comments

  1. “Il sapere utile delle nostre antenate però, non è stato compreso e applicato alla vita , ma negato e demonizzato da civiltà successive dominatrici, guerriere e schiaviste che hanno imposto la loro supremazia politico-religiosa con la forza e un’organizzazione sociale gerarchica e maschilista. Le antiche dee assunsero nell’immaginario collettivo, la forma di fate, spiriti maligni, spose del demonio e streghe e molti dei simboli della natura, un tempo positivi, divennero negativi e pericolosi. Quando il potere maschilista e patriarcale si consolidò e si impose sulle masse contadine e popolari, sentì la necessità di distruggere la loro cultura incentrata sulle antiche tradizioni della donna-saggezza.”
    Il nocciolo del discorso e del percorso sta ancora in questo guscio in cui sono raccolti i passi e il passato di moltissime donne, che non hanno ceduto vuoto ma ricca memoria viva a noi tutte. Per questo è interessante tornare alla fonte e trovare i diversi rivoli d’acqua da cui siamo discesi noi tutti e le donne, soprattutto, che tessono tra loro la memoria e ne fanno un tappeto comune, dovrebbero non starsene ancora chiuse,accettando imposizioni e impostazioni che sono terrifiche, significano morte. Allargare, dovrebbero, l’innondazione di memoria, si dovrebbe con raduni fatti in queste reti della tecnica e nel mondo costruire un punto G che non sia un otto volante di un mondo mercantile squallido ma l’infinito scorrere del cosmo in ogni luogo e corpo.Ridare insomma vita alla vita.
    Grazie per la proposta,fernanda f.

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