Lucia Morello- La Porta di Magda Szabó: un’occasione per fermarsi a riflettere su quali porte abbiamo varcato e quali ancora abbiamo paura di oltrepassare

matthias brandes

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Rigorosa, perfezionista, geniale. Un temperamento da titano sotto un’apparenza fragile e minuta. Magda Szabó ha usato il suo talento senza presunzione, anche nei periodi più controversi e nelle ore più buie del suo Paese. Bruno Ventavoli, il suo traduttore italiano, il giorno in cui è morta a 90 anni, con un libro in mano, nella casa di Budapest, ha scritto: «Magda Szabó era considerata in patria un monumento letterario e morale. Perché aveva sempre vissuto con la schiena dritta, in un Paese, e in tempi, dove non sempre era facile farlo. E non aveva mai campato su censure del passato per ottenere ricompense quando cambiavano i potenti».
Sposata a uno scrittore, traduttore  di Tolkien e di Galsworthy: Tibor Szóbotka, e nata a sua volta in una famiglia di scrittori e professori a Debrecen, nel 1917, a metà degli anni Trenta frequenta l’Università, dove studia lettere classiche. Negli anni che seguono insegna nel collegio femminile protestante di Debrecen e in una scuola di provincia, a Hódmezövásarhely. Dell’atmosfera di questo periodo giovanile resta un romanzo di formazione: Abigail, del 1970, tradotto in italiano da Vera Gheno nel 2005, per Anfora Edizioni. Nel ’47 pubblica una raccolta di poesie ispirate alla guerra: L’angelo, ma l’insediamento del regime di Miklós Rakósi sopprime ogni dissenso e interrompe una carriera destinata al successo. Magda Szabó, peró, non dispera: sceglie la via del silenzio e dell’esilio in patria. Non peró la via dell’inattività poiché, nel decennio successivo continua, imperterrita, a scrivere, a insegnare, a tradurre. Ma niente è fisso, e anche le ideologie subiscono
correzioni e mutamenti. Il riconoscimento internazionale arriva inaspettato alla fine degli anni Cinquanta grazie a Hermann Hesse, che si interessa ai suoi libri e ne consiglia la traduzione, poi alla fine degli anni Sessanta, con una serie di opere che la pongono in una posizione
di primo piano. In Germania viene quindi tradotto Affresco, un romanzo familiare corale che parte dalle vicende minute delle storie personali per adombrare processi sociali più ampi. Un processo mai disgiunto da una critica raffinata e accorta, sottile e feroce. Una produzione eclettica Nel ’59, quando ormai è chiaro che la via del comunismo di János Kádár sta aprendo ampi margini di libertà, le viene assegnato il prestigioso premio Attila Joszéf. Premio che lei gentilmente accetta, chiarendo che il governo «non deve farsi perdonare nulla, assegnandole patenti letterarie, perché lei non è arrabbiata con nessuno». Nella sua lunga vita, Magda Szabó ha scritto molto: raccolte di poesie, saggi, romanzi, testi di teatro e due libri per bambini. Un’attività letteraria instancabile, composta da una cinquantina di opere; molte tradotte in inglese e francese, alcune in italiano, di cui la prima, La porta (2005 e 2007) è il capolavoro. Seguono La ballata di Iza (2006), Via Katalin (2008), L’altra Eszter, (2009), libri pubblicati da Einaudi. Con La Porta, una storia autobiografica – autobiografica, come sostiene Alice Munro, nella sostanza, e non negli effetti – pubblicata in Ungheria nell’87, finalmente ottiene il successo internazionale (di questo libro abbiamo diffusamente parlato in questo giornale il 16.10.2007, ndr). Il seguente, La ballata di Iza, allude al gioco sottile della solitudine. Iza è una giovane dottoressa che ha lottato per il successo intellettuale ed economico. La madre Etelka, rimasta vedova, viene trascinata controvoglia in città e costretta a vivere in un ambiente anonimo ed estraneo.
Un’estraneità che la spinge ad aggrapparsi al passato, ai pochi oggetti che le ricordano il marito, la famiglia, il mondo che ha lasciato, che trasferisce come feticci nella cameretta nella quale si reclude. Il conflitto fra due mondi non più comunicanti, assieme al corollario sociale del primo dopoguerra in Ungheria, sono la storia del danno che si può causare in nome di ció che, a volte, si chiama amore.
Via Katalin è un romanzo delicato e intenso. Tre famiglie vivono nella stessa via, a Budapest, durante la guerra. Una di queste è ebrea; quando i genitori scompaiono, i vicini di casa tentano, fallendo, di proteggere la figlia.
La via in cui morirà Henriette, la piccola ebrea che tornerà ad aggirarsi in Via Katalin come un docile spettro, è il simbolo di una tragedia immane: il sacrificio degli ebrei ungheresi. Il libro, notevole per varietà di personaggi e di situazioni, è forse il più complesso ma il più confuso e il meno felice per quanto riguarda la struttura. Vi si ritrovano alcuni temi cari alla Szabó: la vanità del presente, il mistero del tempo, il rapporto tra i vivi e i morti.
Tra crudeltà e arroganza: «L’altra Eszter» L’altra Eszter, il più recente in italiano (già pubblicato nel ’64 da Feltrinelli) è un lungo, enigmatico monologo raccontato, con freddezza e distacco e con continui salti temporali. Eszter è l’attrice di successo che racconta, l’altra Eszter è la bambina povera che sgobba e si guadagna da vivere portando mastelli pesantissimi di cibo ai maiali e facendo lavori impossibili per la sua età. Eszter: la bambina che la mancanza di attenzioni ha reso forte come un piccolo titano, è l’unico sostegno dei genitori: una coppia chiusa in un amore coniugale assoluto e quasi irreale, che la esclude da sempre. La madre, di famiglia aristocratica decaduta, impartisce lezioni di pianoforte: l’unica cosa che sa fare; entrambe accudiscono il padre, un avvocato senza lavoro, inetto e sempre malato. Sulla figura di questo padre, che per viltà non si sporca mai le mani e accetta il sacrificio altrui come normalissimo
tributo, al quale sono riservate le cure più amorevoli e resta sempre, anche nel ricordo, oggetto di devozione inspiegabile e di tenerezza filiale, è verosimile che la Szabó abbia dipinto il volto di una nazione, che questo monologo sia un espediente concepito come atto politico di testimonianza. In questo romanzo, sempre giocato su sentimenti forti, tra crudeltà e arroganza, amore e odio, è inserito l’episodio del capriolo, il docile compagno di quella creatura fortunata e senza macchia – quindi lontana, come i genitori – e amica-nemica Angéla. Nel capriolo che Eszter blandisce e addomestica, per poi lasciarselo scappare e andare verso la morte, va trovata un’ulteriore chiave di lettura perché adombra la presenza di un amore: quel «tu» cui è destinato il monologo del libro e a cui è destinato, alla fine, lo stesso iter e la stessa sorte del capriolo. Capriolo, per la credente Szabó, come creatura del sacrificio? Infatti è questo il titolo, in ungherese, del libro; titolo mantenuto nella traduzione francese e inglese. Non si può peró guardare a L’altra Eszter con preconcetti moralistici, o come a una storia malsana di gelosia e di invidia. Eszter è, nella sua realtà e nella sua finzione, un’attrice, un’interprete e un’artista che trova la sua completa realizzazione nell’essere sempre, in sé stessa, altri personaggi.
Costruttrice di intrecci attraverso un’autocoscienza continua, Magda Szabó ci offre un profilo della società ungherese durante la guerra, il dopoguerra e gli anni ’50; profilo che non è mai, veramente, una parabola storica, piuttosto una creazione universale e metafisica. Nei suoi libri il fascino di caratteri indisponenti, a volte rozzi, l’importanza degli elementi naturali, la presenza forte del paesaggio: la campagna, il Danubio, Budapest, quale crocevia della Storia e quale mappa interna-esterna dove si muovono creature fragili e gigantesche, vero e proprio microcosmo alla ricerca di una rappresentazione. Una rappresentazione di qualcosa di vitale che si frantuma ma non si decompone mai del tutto, che può essere rivelato solo a metà, nel finale –sempre aperto – dei suoi libri

RIFERIMENTO IN RETE:

Fai clic per accedere a azion-_main_-2009-08-17-024.pdf

Magda Szabó, La Porta -Einaudi Editore

2 Comments

  1. Limpido profilo di Lucia Morello per una grande Scrittrice come la Szabò che per la prima volta incrociai anni fa leggendo proprio LA PORTA, libro che lasciò in me un segno profondo,indelebile: un’opera la più intensa e bella di questi ultimi 20 anni se non di più.Ho consigliato e continuo a consigliare a tutti di leggerla!
    lucetta

  2. Una scrittrice che, insieme a poche altre, leggo sempre con grande interesse e un piacere profondo per la sua scrittura intensa, ricca, nitida e densa. Una scrittura che resta e tiene viva la voglia di ritornare a ripercorrerla.
    Auguri Lucetta. f

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