Frammento [1] di Fernanda Ferraresso – per Laura Bonaparte una madre di Plaza de Mayo.

Si terrà a Bologna,  nella Sala del Refettorio  ex Convento di San Mattia, la presentazione del libro UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L’IMPUNITA’ di Claude Mary.  Per ricordare e lasciare memoria il 5 dicembre 2012 in quell’occasione saranno presenti: Vera Vigenti, Maria Laura Marescalchi, Patrizia Dughero, Jorge Ithurburu.

 

UNA VOCE ARGENTINA CONTRO L’IMPUNITA’

A loro, a quelle madri e a tutte le donne  che ancora si battono per la vita e contro l’impunità perché si sentono madri anche dei figli della terra dedico questo breve Frammento [1], inedito da Senza sapere come tornerà il giorno.

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Frammento[1]- fernanda ferraresso

Dascha Friedlova

[fr1]

Ai volatili domestici tagliano la punta delle ali per impedire che volino altrove. Anche a noi riservano lo stesso trattamento, perché viviamo con la testa bassa, razzolando tutti, tra le nostra ossa. Il cielo sta sopra e si arresta, diventa una cosa funesta e familiare solo il dolore, il male, che la paura di quel dolore inietta, a poco a poco in noi,  come paura della morte. Eppure, ci sono luci dentro, nel recinto del cielo che ci cresce in corpo, capaci di far crescere il vento tra  le mani, e con quelle al cielo rivoltare lo spettro di ogni angusto tetro pensiero di morte, perché  qualsiasi cosa è vita e quella  il seme nostro. Ma. Nessuno sa e deve sapere. Nessuno. Nessuno doveva  e deve passare. Nessuno può, oltrepassare la soglia di un luogo nel luogo.

In piazza urlavano. Lanciavano sassi e bottiglie incendiarie. Scrivevano col loro sangue altri nomi su quelli delle vecchie vie della città, proprio là, gli stessi luoghi dove altri ragazzi, uomini e donne, erano caduti o si erano persi, per le stesse storie che ora sembrano diverse. Come lupi ululavano le sirene della celere quel giorno, e batteva, batteva col suo dente duro e con i grossi randelli, quei corpi asciutti dei ragazzi, paratesi loro davanti armati solo di cartelli, non spranghe o randelli e spiegavano, come il maestro fa con l’ allievo assente, che tutti siamo uguali, tutti patiamo la stessa sorte da fratelli. E quelli ancora più feroci, giù, ci davano dentro: sulla fronte e  sul petto, battevano sul ventre tutto pesto a quelli che s’accasciavano con l’unica arma di una mano sulla testa, alle donne e ai vecchi senza discernere che cosa guardavano e poi sull’auto, come una palla a caccia dei birilli, giocavano al gatto e alla volpe senza capire ancora che, poco più tardi, sarebbero caduti anch’essi in un angusto buio pretoriano senza salvarsi dal corpo che li aveva messi in divisa. Ricordo. Le sirene urlavano in questa piazza come in Plaza de Mayo.  La folla dei manifestanti aveva un grido solo a tutti gli angoli del piazzale

FUERA ! FUERA LOS TIRANOS!  FUERA! FUERA! TODOS LOS TIRANOS!

Non c’era luogo che non fosse la stessa bocca urlante. Ululava un dolore senza tregua che non trovava sfogo nemmeno in quel grido. C’era qualcosa, come un vento di  tempesta, che sollevava la propria storia in alto, oltre ogni ego, e ne traeva sostanza come un neonato fa con il latte bevuto dal seno della madre. Correvano. Avanti e indietro. Di nuovo avanti e poi fuggendo indietro come i marosi su una spiaggia di sassi, perdendo sempre qualcosa lungo lo spostamento. C’erano armi impugnate dalla celere, e c’erano gas che volavano a mezz’aria con fischi, ingiallendo di quel fetore l’aria. Poi un uomo a cavallo dentro quell’irrespirabile spazio attraversò come venendo da un altro mondo la strada. Per un momento tutto restò fermo, sospeso. Nessuno sapeva da dove venisse. Nessuno sapeva dove se ne andasse. Eppure qualcosa aveva detto a tutti che quella nera figura forse era per tutti la morte.

f.f.

3 Comments

  1. Dopo le madri di Plaza de Mayo, che, collegandosi fra loro, hanno condotto una testarda e dura battaglia senza armi, ora ci sono le nonne, le esiliate, le sopravvissute a tenere sveglia la memoria dei loro desaparecidos e delle cose terribili successe durante quella sanguinaria dittatura..
    Voglio qui mettere una nota positiva con un ricordo. A Bologna, in una gremitissima aula magna di S. Lucia, qualche anno fa (non ricordo quale) Hebe De Bonafin, una delle portavoci più autorevoli delle madres, è stata insignita della laurea ad honorem dal magnifico rettore in persona, nel corso di una commovente cerimonia. Questo risarcimento, pur parziale e inadeguato, fu dovuto all’iniziativa e all’impegno dell’amica e docente universitaria Letizia Bianchi come ultimo atto prima del pensionamento, per non dimenticare..

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