TEMPIQUIETI- Vittoria Ravagli: Perché ancora una giornata su Joyce. PRIMA PARTE

june sira

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Il 29.9.2012, nello splendido salone delle Celebrazioni a Colle Ameno di Sasso Marconi, abbiamo ricordato Joyce Lussu, a cento anni dalla sua nascita. ( vedi anche: https://cartesensibili.wordpress.com/2012/09/12/joyce-lussu-a-100-anni-dalla-nascita/ ; https://cartesensibili.wordpress.com/2012/05/08/tempiquieti-v-ravagli-joyce-lussu-sibilla-del-900-a-cento-anni-dalla-nascita/ )
Tutte le relatrici hanno sottolineato l’attualità del pensiero di Joyce, la necessità di averla come riferimento per le nostre azioni politiche e personali. Joyce Lussu, con una preveggenza particolare, ha scritto e detto cose attualissime, importanti e precise. Lei ci ha insegnato, raccontandoci la storia dalla parte dei popoli, non dei vincitori, che per imprimere una svolta positiva al nostro paese, é necessaria una forte e costante mobilitazione dal basso, a partire dalle donne, che sanno sprigionare una energia forte e contagiosa.
Dopo i saluti dell’Assessora alle Pari Opportunità di Sasso Marconi Marilena Lenzi, abbiamo aperto la giornata con uno spezzone di film in cui Joyce, molto anziana, recita
scarpette rosse, nella sua casa di San Tommaso, contornata da giovani amiche. Questo nostro incontro a Sasso Marconi ha voluto essere come un segno di possibile, necessaria resistenza politica e sociale. Il collegamento é col passato, con il dolore immenso che ha portato. Si riparte da lì. Sono le donne, quelle che hanno preso il posto dei partigiani nell’ANPI, e le donne dell’UDI , oltre a tutte le altre donne, a dovere, a mio parere, prendere in mano una iniziativa forte su alcuni punti fondamentali. Non tanto contro qualcuno, ma per qualcosa, affermata con forza e determinazione, con continuità. Con chiarezza, come faceva Joyce. A partire dai nostri paesi, dalle nostre città, avendo per riferimento persone sagge, dentro e fuori dalle istituzioni. Se non ora quando é stato un momento bello, una festa, ma é stato un giorno. Serve andare avanti su cose essenziali in cui si crede, che immaginiamo prioritarie e fattibili a livello di piccole e grandi comunità, per incidere nei fatti sulle decisioni dei governi. Crediamo che sia molto importante il ruolo di queste associazioni, per esercitare dal basso un’azione costruttiva e concreta per forzare un cambiamento, per aiutare la necessaria comprensione della realtà. Per questo ci vorrebbe lei, Joyce, con le sue parole ascoltate e a volte temute, il suo essere positiva ma non piegata ed obbediente, aperta al mondo, coraggiosa e fiera delle proprie idee. Per questo la ricordiamo ogni volta con emozione, come esempio, come guida.
Di seguito alcune delle relazioni fatte nel corso dell’incontro.

Vittoria Ravagli

C’è un paio di scarpette rosse di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

Da “Inventario delle cose certe” Andrea Livi ed.

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june sira

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“Le tappe fondamentali della vita di Joyce”   –  Federica Trenti

Joyce Salvadori Lussu nasce l’8 maggio 1912 a Firenze. È figlia del professor Guglielmo Salvadori e della pittrice Giacinta Galletti; entrambi  sono marchigiani, ma di origini inglesi da parte materna, per questo i nomi dei figli sono anglofoni: Gladys, Max e Joyce, terzogenita della famiglia.
Joyce cresce nel capoluogo fiorentino, a stretto contatto con i genitori; frequenta per poco tempo la scuola elementare e la sua formazione scolastica avviene in gran parte in famiglia, dentro una casa abitata –come lei stessa racconta- più dai libri che dai mobili.
All’età di dodici anni, in seguito alle percosse subite dal padre ad opera degli squadristi la famiglia Salvadori lascia l’Italia e raggiunge la Svizzera; qui, Joyce e Max studiano in una scuola sul Lago Lemano, gestita e finanziata  da intellettuali pacifisti, gratuita. I genitori però preferiscono non protrarre a lungo la permanenza dei figli in questa scuola al fine di garantire loro un’istruzione che li aiuti a sentirsi italiani nonostante l’esilio.
Lavorando e mantenendosi Joyce si iscrive alla facoltà di Filosofia di Heidelberg, in Germania. Ma non completerà gli studi: nel 1933 assiste costernata e impotente ad un comizio di Hitler, proprio nella cittadina universitaria, senza che gli studenti socialdemocratici riescano ad opporvisi.
Decide allora di ritornare in Svizzera dai suoi genitori ed entra in contatto con l’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà. Emilio Lussu, il Capitano della Prima Guerra Mondiale, autore di Un Anno sull’Altipiano e di importanti scritti di stampo antifascista -da poco evaso con Nitti e Rosselli dal confino di Lipari- è tra dei fondatori del Movimento GL (che diventerà negli anni vera  e propria corrente politica).
Joyce comincia la sua attività clandestina di staffetta internazionale e proprio espletando questo ruolo incontra per la prima volta Emilio Lussu, consegnandogli un messaggio che le era stato affidato dai confinati sull’isola di Ponza. Passeranno anni prima che la giovane e l’antifascista sardo si incontrino di nuovo: accadrà solo nel 1938, quando lei ritornerà dall’Africa, dove vive quelli che fino  a poco tempo fa sono stati considerati un periodo ignoto della sua vita.
Oggi sappiamo che quegli anni -che io stessa ho definito nella mia tesi di laurea gli anni cancellati-  sono stati per lei un ricordo difficile, un tempo sofferto, del quale non ha mai voluto parlare. Se oggi si conosce qualcosa è grazie agli schedari del Casellario Politico Centrale fascista presso L’Archivio di Stato ed al lavoro della storica Elisa Signori.
Joyce ritorna dunque in Europa fra molte difficoltà, in primo luogo senza documenti validi. Ristabilisce nuovamente i contatti con GL e di nuovo incontra Emilio Lussu. Questa volta, alla vigilia della Seconda guerra Mondiale, va a vivere con lui a Parigi, la capitale in cui si è concentrato l’antifascismo italiano: uomini e donne, che il fascismo definisce con intento spregiativo, fuorusciti.
Nel giugno del 1940 Parigi subisce l’occupazione tedesca. L’antifascismo si riorganizza allora nel Sud della Francia, a sua volta aggredito dalle truppe di Mussolini e controllato dal regime collaborazionista di Vichy.
Molti antifascisti devono poter lasciare la Francia, raggiungere New York, quindi arrivare clandestinamente a Casablanca poi a Lisbona. Joyce ed Emilio organizzano le partenze e a Joyce viene insegnato a falsificare  documenti per l’espatrio.
Essere una donna dall’aspetto nordico, con padronanza della lingua tedesca si rivela utile nella clandestinità, nell’assunzione di false identità; usa abilmente queste caratteristiche, la conoscenza del tedesco riuscendo in questo modo a proteggere i compagni e lo stesso Emilio.
Dopo la caduta del fascismo, avvenuta il 25 luglio del ’43, Joyce torna in Italia; Emilio la raggiunge in settembre, dopo l’ARMISTIZIO dell’8 settembre.
Comincia allora la lotta nella guerra partigiana vera e propria, in una Roma occupata dall’esercito nazista; ma un esercito diverso da quello che la coppia italiana aveva sentito entrare a Parigi nel 40, quando, ricorda Joyce- non si vedeva  che cosa avrebbe potuto fermare quella mostruosa macchina bellica caricata al massimo della potenza dalla spettacolare regia della virilità guerriera. Dopo tre anni di guerra, lo stesso esercito pareva composto di banditi colonialisti, non erano forti come allora, ma di nuovo occupavano una capitale europea, la Sua capitale.
Per non disperdere le proprie energie Joyce accetta di partire per una difficile missione di collegamento verso Sud, nell’Italia liberata, per discutere le posizioni del Partito d’Azione nel quale, nel frattempo, è confluita GL. Porterà a termine la missione e i mesi che seguiranno, saranno anche quelli della sua gravidanza, che desidera fortemente portare avanti dopo che in Francia aveva scelto di abortire.
Estate 1944. Nella Roma libera e nel grande fermento della ricostruzione, lei è madre. E’ una nuova pagina che sa di futuro, di possibili scelte politiche fra Monarchia e Repubblica e di politica alla luce del sole; mentre al Nord la guerra continua, cruenta.
Nel settembre dello stesso anno Emilio Lussu conduce moglie e figlio ad Armungia, il villaggio sardo nel quale è nato, fra la gente che ritrova dopo tanti anni di esilio.  Joyce vuole scoprire l’isola autonomamente, come fece Margaret, la nonna inglese, giungendo nelle Marche.  Comincia lì quel legame con un’isola che l’autrice de L’olivastro e l’innesto ha descritto così: la raffia si strinse intorno all’innesto, e cominciai a nutrirmi da radici non mie.
Negli anni del dopoguerra –durante l’esperienza del Fronte popolare- Joyce svolge un lavoro politico tra le donne sarde ed è con loro protagonista di un importante Congresso, il Primo, delle Associazioni differenziate,in cui contadine e pastore, lavoratrici a giornata, portano nella discussione i loro problemi, le loro necessità e le proposte che ritengono necessarie per salvare l’isola dalla povertà.
Un’esperienza, secondo Joyce, della quale la politica nazionale si sarebbe potuta arricchire, ma che purtroppo non venne colta. Nell’Unione Donne Italiane, pur figurando fra le fondatrici, aveva sempre visto un “serbatoio elettorale subalterno”, funzionale alla sinistra. Ma una sinistra che lei riteneva avrebbe dovuto lavorare di più sull’integrazione della partecipazione femminile nella politica. Dall’Udi uscirà in seguito a forti contrasti.
Negli anni che seguono Joyce viaggia per l’Europa a seguito del Movimento mondiale per la Pace.  Sono gli Anni Cinquanta, a Stoccolma incontra il poeta turco Nazim Hikmet, del quale diviene amica e traduttrice italina.
Al lavoro con Hikmet seguiranno poeti sconosciuti che andrà a cercare in Africa, nel Nord ed Est Europa, in Curdistan. Sarà per anni il suo lavoro questa ricerca e traduzione di poeti sconosciuti, tali perché invisi ad un regime, considerati rivoluzionari. È facendo questo che Joyce Lussu, antifascista prima e partigiana poi, sente di portare avanti i valori della Resistenza.
In Italia Joyce si immerge nel fermento studentesco del ’68 e nutre attraverso quei giovani speranze di cambiamento. Tra gli anni Settanta e Ottanta scrive la maggior parte dei suoi libri e saggi, tra i quali si ricordano in particolare Padre padrone Padreterno, L’acqua del 2000, L’uomo che voleva nascere donna. Si occupa di storia locale insieme ad un gruppo di studiosi del Piceno e studia la Sibilla, antica abitante dei Monti Sibillini e delle comunità pre-cristiane che li abitavano.
Si definisce nonna narrante e va nelle scuole a raccontare il suo vissuto, ma soprattutto ad incontrare i giovani e giovanissimi, coloro che vede come futuro vivente .
Joyce Salvadori Lussu muore a Roma il 4 novembre 1998. Al posto del rosario, a lei che era stata una fervente atea ed anticlericale, viene posta tra le dita una delle sue irrinunciabili sigarette.

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Federica Trenti

Studiosa di J.Lussu. Ha pubblicato con Le Voci della Luna la biografia “Il Novecento di J.Salvadori Lussu. Vita ed opere di una donna antifascista”. Scrittrice. E’  impegnata nella Confederazione Italiana Agricoltori di Bologna, con delega ai giovani imprenditori agricoli.

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L’UTOPIA

L’utopia non è un’illusione
Un sogno
Una fantasia
Lanciata nell’impossibile.
L’utopia è un progetto
L’invenzione di un possibile
all’interno di una realtà
quotidiana
non ancora realizzato
ma che forse si realizzerà

Il seme dell’utopia
non fa nascere un albero solo
altissimo e robusto
come la sequoia o l’ontano
che dominano il paesaggio
e si vedono da lontano

Il seme dell’utopia
è tanti semi
sparsi qua e là
non si sa bene dove
qualcuno crescerà
qualche altro si seccherà
aggredito dalla bufera
o dalla siccità

Forse qualcuno spunterà
in una pietraia
forse in un giardino di rose
forse persino in una stanza
dentro un vasetto di coccio
tinto di verde speranza

L’utopia non è un albero unico
Con un immenso tetto di foglie
sotto il quale si può raccogliere
una fitta assemblea.

Il seme dell’utopia è un’idea
è tante idee nate nella nostra terra
o magari nel folto di una foresta
dove ci facciamo strada
scansando tronchi secchi caduti a terra
e grovigli di rovi e spine
per far giungere a eventuali piantine aria e luce

Il seme dell’utopia è parlare insieme
tenendosi per mano
noi tutti così diversi
noi tutti così eguali
ragionando di tutto ciò
che fa parte del nostro quotidiano
dei nostri sì
dei nostri no
ragionando sulle ragioni
delle nostre divisioni
ma soprattutto su quanto abbiamo in comune
scambiandoci ogni esperienza
che migliori la nostra esistenza

In comune abbiamo tante cose
Per esempio?
Dobbiamo tutti mangiare
possibilmente attorno a una tavolata
socievole
e conviviale.
Abbiamo tutti la pelle delicata
e vulnerabile
una carezza è certo più piacevole
di un livido o di una coltellata.
Riconosciamo tutti che qualcuno
ha una speciale abilità nel trasformare le cose
per esempio
nel fare di un informe pezzo di creta
un’anfora bella e colorata
che a tutti darà allegria
o nel catturare energia
invisibile dell’etere
per illuminare le notti
o mettere in movimento
le lavatrici o qualsiasi strumento
che renda la vita più facile

Chiediamo loro di usare
Non per obbligarci a morire anzitempo
Sotto i bombardamenti
ma aiutarci a vivere
il più a lungo possibile
con qualche momento qua e là
di gioia e di serenità

La natura madre severa
ci manda talvolta anche terremoti e cicloni
tempeste e inondazioni
ma perché aggiungere noi altri disastri
di cui si può fare a meno
come la guerra
la tortura nelle prigioni
la pena di morte

Noi tutti così diversi
noi tutti così uguali
possiamo aiutare a crescere
arbusti cespugli e boccioli
un giorno o l’altro ci daranno
fiori e frutti
per tutti
di mille forme e di mille colori
li raccoglieremo con grandi feste
in mazzi e ceste
da appendere sui recinti
di etnie e di nazionalismi
artificiali
al posto delle armi micidiali
così care ai militari
al posto dei fasci di tratte e di cambiali
così care agli usurai
al posto dei veleni globalizzati
che ci vendono nei supermercati
sostituendo alle chiusure
cancelli senza serrature

L’utopia è comunicare
tenendoci per mano
noi tutti così diversi
noi tutti così uguali
ma uniti nel principio
che non è filosofia non è religione
né ideologia o codici arbitrari
ma ciò che è comune a tutti
come riconoscono oggi
anche i documenti internazionali
che ci dovrebbero assicurare il diritto di vivere

O vita o mondo o natura o gente
che amo appassionatamente
volevo offrirvi una pietruzza che brilla
una minuscola scintilla
di reciproca comprensione
e invece ho soltanto da offrirvi una poesia di versicoli goffi e maldestri
che non dicono niente di nuovo

Ho aperto la finestra
e ho visto seduto sul marciapiede
un bimbo marocchino
figlio di un mio vicino
che si esercitava in italiano
ripetendo ad alta voce
sul ritmo dei versetti del Corano
un vecchio adagio toscano
finale delle favole
stretta la foglia
larga la via
dite la vostra
che ho detto la mia.

CUEC,  Joyce Lussu – Una donna nella storia, Cagliari  2003, p.85

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june sira

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Con Joyce in Sardegna per organizzare l’UDI” –  Antonetta Langiu

 “Chi ha detto che la vita è breve?
Non
è vero niente
La
vita è lunga quanto le nostre azioni
generose
quanto
i nostri pensieri
intelligenti
quanto
i nostri sentimenti
disinteressatamente
umani.
La
vita
è
infinita
Le parole di questa poesia di Joyce, meglio di ogni dettagliata biografia, esprimono la sapienza, la lungimiranza e l’autorevolezza di una donna che ha vissuto una vita così intensa e piena di incontri e relazioni, che ricostruirne il percorso non risulta cosa semplice.

“Una donna nella storia” è stato chiamato uno dei primi convegni su Joyce nel 2001 a Cagliari, la storia del ‘900 di cui è stata una delle figure più importanti, anche se dimenticata dalle istituzioni, come Emilio. “Lussu resta un personaggio scomodo di questo secolo, nonostante avesse proposto elementi anticipatori sul problema della democrazia, della libertà, del federalismo per un’Europa di popoli legati dall’aspirazione al bene comune.” Joyce Lussu- ultima intervista in Sardegna.
In Joyce era viva la diffidenza per le Istituzioni e le persone che le rappresentavano; massima invece l’apertura verso le nuove generazioni, e parte notevole del suo tempo lo ha occupato in scuole di ogni ordine e grado, animando incontri in cui si discuteva  di storia, di progettualità sociale, di poesia.
Sempre animata dalla passione civile, e dall’amore per l’uomo e l’umanità, Joyce ha percorso il secolo con le sue battaglie; ha attraversato la storia d’Italia e d’Europa lungo le sue svolte più drammatiche, sempre attenta alle ingiustizie sociali e alle violazioni dei diritti umani, alle diversità e ai conflitti, ma anche all’amore e alle bellezze della vita.
Una figura particolare quella di Joyce, ricca di esperienze, e straordinaria per impegno e interessi; per la sua intelligenza e ironia, la sua saggezza di sibilla contemporanea, la sua straordinaria preveggenza, la capacità di essere sempre al passo con i tempi; e, ancora, per l’attualità del suo pensiero legato ai temi in discussione nel mondo: l’affermazione dei valori democratici, la pace, la guerra, la politica e la morale, lo sviluppo eco-compatibile, l’acqua, la questione femminile.

Negli incontri a San Tommaso, o nelle case degli amici, cui andava molto volentieri, ci faceva partecipi del suo pensiero e di ciò che in quel momento la interessava, e voleva che noi ci comportassimo allo stesso modo. Ed era sempre lei ad aprire il dialogo nel modo imperioso  che le apparteneva. Non sempre si era d’accordo con le sue idee, ma riusciva a infondere in noi la speranza nella possibilità di correggere le storture e le ingiustizie del mondo, solo a volerlo con tutte le nostre forze e  ad essere disposti a batterci per un avvenire migliore per noi e per i nostri figli.
Una donna, Joyce, dal carattere fortissimo, indomita, severa; spesso intransigente e autoritaria, ma anche dolce e tenera; con me lo è stata. La sua personalità complessa e dalla forte identità ha rappresentato un punto di riferimento per molte donne che l’hanno incontrata nel loro cammino di vita;  un esempio da imitare soprattutto oggi da quelle donne che non vogliono essere accomunate nel frequente stereotipo, ad uso e consumo dei mercati, di corpi e parti di essi, vuoti d’anima, sensibilità, intelletto e coraggio.
Ho ricordato i suoi cento anni l’otto maggio nella sua città natale, Firenze; la città che l’aveva vista fuggitiva a soli dodici anni, con la famiglia,  per le minacce e le brutalità fasciste. Sono stata grata all’Assessore per le Pari Opportunità di Firenze e all’Acsit, l’Associazione Culturale dei Sardi in Toscana, che con me hanno voluto ripercorrere il cammino straordinario di questa grande protagonista del secolo appena trascorso, come partigiana con medaglia d’argento al valor militare, femminista, ecologista, intellettuale. Poi ci sono stati altri incontri a Torino, a Cagliari, ad Armungia, il paese di Emilio.
L’ho sentita vicina Joyce, come sempre da quando ci ha lasciato. Vicina come può esserlo una madre, e di mia madre aveva l’età. Si erano conosciute a Berchidda, il mio paese d’origine, la prima volta che siamo state  assieme in Sardegna; quella Sardegna che ho conosciuto in modo più profondo, grazie a lei.
E’ con me quando mi affaccio al balcone sul mio giardino, dove ai primi di maggio, in concomitanza con il suo compleanno, fioriscono le roselline a mazzetto dal colore tenue di avorio, rampicanti, nate dalle sue talee, che mi diede sfidandomi.
E’ entrata nella mia vita con tutta l’irruenza, l’energia, la carica vitale di cui era capace. Devo a lei se ho iniziato a pubblicare ciò che venivo scrivendo, alla sua stima, alla sua fiducia, alla sua forza di volontà cui era difficile opporsi. Lei invitava alla comunicazione e al dono grandissimo delle proprie cose agli altri, a liberarsi dalla paura per arricchirsi con ciò che gli altri possono donare nell’incontro.
Una settimana dopo averla incontrata, e dopo aver voluto leggere alcuni dei miei racconti, che voleva fossero pubblicati nella “mia”, anzi nella “nostra” terra, siamo partite insieme in Sardegna. Lei con la sua “borsa” da viandante: una leggera sacca di pezza che aveva utilizzato (e che ancora utilizzava) nei suoi molti viaggi in giro per il mondo e che assomigliava, ha detto un amico, più ad un cappello a cilindro da prestigiatore che ad una valigia. Una sacca che conteneva tutto l’indispensabile, e che rappresentava la sua filosofia di vita, il senso di un’esistenza, la leggerezza  e l’essenzialità intese come strumenti per relazionarsi con il mondo, senza ingombri.
Abbiamo fatto insieme altri viaggi e non ci siamo più lasciate; gli ultimi due anni andavo a trovarla a Roma a casa del figlio Giovanni, e ci telefonavamo spessissimo. L’ultimo incontro è stato il 5 novembre 1998, il giorno dopo la sua morte, nella camera mortuaria dell’ospedale, dove se ne era andata. Era vestita d’azzurro, curatissima nei particolari, e bella come sempre.
Da allora molti sono stati gli incontri in tutta Italia per parlare di Joyce. Con i suoi tantissimi amici abbiamo cercato e cerchiamo di ripercorrere idealmente il cammino della sua vita per tener vivo il suo straordinario messaggio affinché non vada disperso il suo patrimonio di idee e di insegnamenti. E sono soprattutto le donne a tenerla viva, le giovani soprattutto, tantissime, che hanno preparato e preparano le tesi di laurea su di lei. “Le donne sono costruttrici di futuro”, diceva Joyce, per la loro sapienza pratica e intellettuale, per la loro tensione verso l’avvenire e il futuro.
E alle donne, alla questione femminile, all’emancipazione della donna intesa non come semplice parità tra i due sessi, ma come realizzazione di una società che consenta alla donna di esprimere pienamente se stessa, la propria dignità e libertà di essere umano, Joyce rivolge la sua particolare attenzione. La sua idea della lotta femminista è lontana dai separatismi, come è lontana dal “femminismo massimalista” degli anni ’70.
Joyce fa propria l’esperienza della Resistenza, come le tante donne “volontarie della libertà”, come sono state chiamate, che hanno rappresentato una componente fondamentale per il movimento partigiano, e che si sono organizzate in un vasto movimento di lotta per la liberazione dalla guerra e dal nazifascismo, ma anche per riscattare se stesse da un plurisecolare stato di oppressione.
Si interessa in modo particolare della donna sarda quando arriva per la prima volta in Sardegna, assieme al marito e al piccolo Giuannicu nel settembre del ’44. Dell’isola conosceva quello che le aveva raccontato Emilio: sapeva dell’antica saggezza del popolo sardo, delle eterne lotte dei contadini, dei pastori e dei minatori spesso in rivolta contro le ingiustizie imposte dai potenti; della Brigata Sassari e delle sue gesta. Aveva capito soprattutto quale significato avesse per Emilio il suo sentirsi “sardo”; essere nato ad Armungia costituiva per Lussu una precisa indicazione di vita, un impegno politico e sociale, ma soprattutto morale nel suo farsi interprete delle esigenze delle masse popolari, dando voce ai loro bisogni e alle loro attese. Il legame con la sua gente, l’identificarsi con i propri simili in una sorta di etica della specie, furono per Joyce un grande insegnamento.
Questo impegno morale diventò perciò anche suo, quando incontrò e conobbe direttamente il popolo sardo, scoprendo un mondo a parte dove la povertà, l’abbandono e l’isolamento erano allora una dura realtà. Ciò la costrinse a riflettere sui limiti e sul significato della sua formazione culturale eurocentrica e in qualche modo “sottilmente colonialista”, come dirà lei stessa.

“Io non ho radici. I miei antenati sono sepolti in terra diverse e lontane” dice J. nel libro “L’olivastro e l’innesto”. “In Sardegna mi ha portato l’amore per un sardo e quest’amore era anche acquisizione per un mondo, con la sua storia e il suo presente…Mi sono innestata sulla Sardegna e a da allora siamo cresciuti insieme”.

Volendo superare i suoi limiti, lesse tutto ciò che della Sardegna era stato scritto  (da Manno  e da Lamarmora, e ciò che gli stessi sardi avevano lamentato nelle loro poesie in lingua), ma l’approccio che le premeva maggiormente era quello dell’esperienza diretta a contatto con la gente. Ciò la portò a trascorrere lunghi periodi in Sardegna che attraversò a cavallo, spesso da sola, per i villaggi e gli ovili del Gerrei, del Mandrolisai, della Barbagia e dell’Ogliastra. Voleva cogliere la realtà socio-economica della regione, ma soprattutto voleva conoscere la condizione delle donne, parlando con loro ed entrando nelle loro case.
Rimase colpita dalla specificità delle donne sarde con cui venne a contatto: per la maturità e la saggezza, la robusta dignità personale, il forte senso di identità; e, ancora, per la capacità di dialogo e per l’intelligenza con cui individuavano sempre il nocciolo dei problemi.

“Erano donne che pur non avendo una cultura accademica, conoscevano molto bene l’essere umano e si muovevano con estrema sicurezza nel proprio territorio. Delle  Sibille”, mi precisò Joyce in quel nostro primo lungo viaggio assieme in Sardegna. “Non si esprimevano mai per luoghi comuni… ma con un linguaggio pieno di immagini e di ironica saggezza; e gli uomini usavano verso le mogli discrezione e rispetto… Donne con una grande carica di energia e di laicismo che escludeva ogni forma di servilismo. Con quelle donne potevo e dovevo lavorare”.

E proprio alla questione femminile Joyce, già impegnata politicamente nel Partito d’Azione, dedicherà il suo tempo e il suo interesse dalla metà degli anni ‘40 alla metà degli anni ‘50, collegando le rivendicazioni femminili e le azioni politiche al problema dell’Autonomia della Sardegna e della lotta per la Rinascita, dando vita all’Unione Donne Sarde.
Il suo contributo alla vita politica e culturale della Sardegna non ha mai perso di vista la questione di genere.
Nel giugno del ’45 Emilio L. è nominato Ministro dell’Assistenza post-bellica nel governo Parri. Joyce è in Sardegna in luglio, impegnata sul fronte dell’assistenzialismo che nella difesa dei diritti delle donne nei partiti e nei sindacati. (“Lettere fermane” G.Salvadori)
Percorre la Sardegna con i camion dell’assistenza post- bellica che portano cibo, vestiario e medicine alle comunità più disagiate. Si trova davanti ad una cruda realtà, in cui soprattutto i bambini e gli anziani, causa dell’assoluta mancanza dell’assistenza sanitaria, muoiono per le malattie più comuni, per febbri malariche, tubercolosi, denutrizione…
Zona più disastrata: quella di Carbonia, città industriale e mineraria,  costruita dai fascisti. Le rimangono impresse nella memoria le donne che lavorano all’imbocco della miniera, le cernitrici, donne le cui mani, scrive Joyce, non si  fermavano mai. “Anche tra le donne più depresse e represse che io andavo cercando, trovavo una luce di rinascita, un rifiuto alla rassegnazione, una carica di energia non domata dalle umiliazioni e dalle sventure” (“La questione femminile” in “La Sardegna” a cura di M.Brigaglia). Con quelle donne non era difficile introdurre il discorso politico.

La giornata internazionale della donna, celebrata l’8 marzo 1945, diventa un’occasione per ribadire l’impegno femminile nelle questioni politiche e sociali; impegno rivolto a sviluppare una presa di coscienza delle donne sarde e collegare le loro lotte al movimento nazionale e internazionale femminile.
Espressione di questo primo movimento femminile è il giornale “La donna sarda”, ormai introvabile, in cui si pongono i problemi dell’emancipazione femminile e dei diritti delle donne.
Dirigente nazionale dell’UDI dal 1949 , Joyce è molto attenta alla politica che la locale sezione dell’organizzazione svolge in Sardegna. Dopo lo scioglimento del Partito D’azione e la militanza nel Psi, ritorna più volte in quegli anni nell’isola, e, assieme alle rappresentanti dell’UDI, del Psi e del Pci viene deciso di dare vita all’Unione Donne Sarde.
Unione che nondoveva crearsi dall’alto con la nomina di un comitato promotore, ma dalla base, intensificando la creazione di Gruppi differenziati attorno a problemi concreti, per giungere poi, con la rappresentanza di questi gruppi, ad un congresso regionale.  (Joyce Lussu “La questione femminile”- “La Sardegna” op, citata).
L’impegno che Joyce dedica alla mobilitazione femminile e all’organizzazione di questi gruppi differenziati è notevole e si estende in quegli anni a tutta la Sardegna (Silanus, Gairo, Osini, Bonorva, Macomer, Mamoiada, Lula, Bosa, Orgosolo,Orotelli
Perdasdefogu, Ollasta-Simaxis, Esterzili, Maracalagonis… nomi “dai toponimi misteriosi, discesi attraverso i millenni dalla civiltà nuragica” “La scuola” ne “ Il ponte”,  n° 9-1951)

Il Congresso Regionale delle donne sarde si terrà il 9 marzo 1952 a Cagliari nel Teatro Massimo e sarà uno degli eventi più importanti per l’isola dal punto di vista sociale e della mobilitazione femminile di massa (il punto di partenza non era facile, date le condizioni di forte isolamento in cui si trovava la Sardegna che non aveva vissuto la Resistenza, né le rivendicazioni di uguaglianza del continente).
Prendono parte al Congressocirca 3000 donne i rappresentanza di 192 comuni.
Un successo non solo per il movimento democratico femminile, ma per tutto il popolo sardo.
I problemi più sentiti: l’analfabetismo, la miseria, soprattutto dei minatori, la disoccupazione, le condizioni di lavoro e quelle dell’infanzia, i danni causati dalle alluvioni, il problema  idrico, il diritto alla terra…
La relazione di Joyce mette in evidenza l’importanza delle riunioni in cui le donne possono parlare, confrontarsi, esprimersi perché è nei rapporti concreti che nascono i modi e la forza per risolvere i problemi.
Nella mozione conclusiva le donne sarde, per la prima volta nella storia della Sardegna, affermano di volersi impegnare per ottenere un migliore avvenire per i loro figli e per tutto il popolo sardo; e realizzare al contempo l’Autonomia attraverso la Rinascita dell’Isola in un mondo di pace.
Le donne del comitato organizzativo vivono l’esperienza con grande emozione  ed entusiasmo, il numero delle presenze supera le loro aspettative.
La politica nazionale  e la questione femminile avrebbero potuto trarre grande nutrimento da quell’inaspettata coesione di voci, speranze, progetti, ma l’occasione non viene colta. L’Unione Donne Sarde si disperde per l’ingerenza dei partiti che  “Passate le elezioni, pensarono ad altro e non vollero o non seppero integrarle” (“Padre, padrone, padreterno” J.L.)
Ciò che doveva rappresentare un punto di partenza per il riscatto delle masse femminili sarde e di tutto il popolo sardo si trasformerà in un punto d’arrivo; i motivi di questo esito negativo, in cui il Consiglio della Donna Sarda non riuscirà ad esercitare una guida affettiva del movimento, furono diverse e vanno ricercate soprattutto nella radicalizzazione delle divisioni politiche. Il lavoro dell’Organizzazione continuò negli anni ’50 e in parte degli anni ’60, ma andò via via esaurendosi.
Le donne politicizzate come Joyce e Nadia Spano, dopo il Congresso, vengono richiamate in continente per prendere parte alla campagna elettorale delle politiche  del ’53 e costrette entrambe ad allontanarsi dalla Sardegna, senza per questo allentare il forte legame con l’isola.

“…non abbiamo saputo portare avanti un inizio così promettente… siamo state chiamate, ognuna dal proprio partito (Pci e Psi), a dare un forte contributo alla campagna elettorale….” dice Nadia Spano nel Convegno di Cagliari del 2001, dedicato a Joyce “Una donna nella storia”, già citato.

Insofferente a vincoli troppo stretti e riduttivi della sua visione politica sul ruolo delle donne, Joyce tenta all’inizio di adeguarsi alle decisioni della maggioranza dei partiti di massa e accetta di lavorare nei settori femminili, ma avrebbe preferito che le donne si inserissero direttamente nei partiti e nei sindacati, al fine di rendere la questione femminile una questione generale.
Sindacati e partiti, invece, si liberarono della responsabilità di far propria la questione femminile, confinando le donne nei ghetti delle sezioni femminili e dell’UDI , ritenuti serbatoi elettorali subalterni.
Joyce trova frenanti e riduttive le riunioni di sole donne, quanto quelle di soli uomini, e poco rappresentative della moderna lotta di classe. Ne fa una sua battaglia, ma rimane inascoltata; lascia la redazione del giornale “Noi donne”, e anche l’impegno nell’UDI, come dirigente nazionale, diminuisce notevolmente negli anni fino a cessare del tutto negli anni ‘58/’60.
Mentre Emilio continua ad occuparsi di politica, Joyce, ribellandosi alla società che suo malgrado le attribuisce il ruolo di moglie del ministro, diviene membro della delegazione italiana del Movimento Mondiale per la Pace.  Inizia così anche il periodo dell’Internazionalismo che la porterà in giro per il mondo: Europa orientale, Africa, Asia… Strettamente legata ai suoi viaggi è l’intensa attività di traduzione dei poeti del terzo mondo, perché la poesia, dirà Joyce, è prima di tutto “incontro con l’uomo” e che l’Utopia, il desiderare il meglio per un popolo, come i poeti che lei traduce, non è un’illusione, un’evasione, ma…

“… un progetto, l’invenzione di un possibile all’interno della realtà quotidiana non ancora realizzata, ma che forse si realizzerà”, naturalmente se per tale progetto, tutti insieme, lottiamo e lavoriamo, secondo gli ultimi versi allora inediti di Joyce, trovati a casa sua da me e da altre amiche, dopo la sua morte.

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 Antonetta Langiu

Amica e studiosa di Joyce Lussu, scrittrice. Fra le sue tante opere ricordo in particolare: Lettera alla madre, Lungo il sentiero in silenzio, e Joyce Lussu, Bio e bibliografia ragionate, pubblicata nei Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche nel 2008, scritto insieme a Gilda Traini del Centro Studi Joyce Lussu di Porto S Giorgio

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Sardegna, da quando mi è apparsa, oltre il limite
la tua immagine?

Andavamo pei prati verdi, pei boschi verdi di lontani paesi
dove la lunga primavera

irrora di rugiada ogni notte
le ricche messi
dove l’aratro lucente solleva la zolla grassa e nera
lungo il lunghissimo solco
e sulle coste dei monti si alternano a distanze eguali
gli abeti numerati e i faggi.

Nella mia terra, diceva l’esule, nella mia terra antica
è breve il solco e dura la zolla
spesso la lama dell’aratro stride
e si smussa sul granito implacabile
breve è la primavera, e lunga la fatica
estiva, nella mia terra
e la foresta animosa e selvaggia s’abbarbica tra la pietraia
senza legge.

Vedevamo gli uomini andare al lavoro cantando
ai campi e alle officine
e tornar nelle case bianche dalle finestre fiorite
e trovar la zuppa grassa sul tavolo incerato della cucina
e i bimbi grassi e rosei dai chiari occhi.

Nella mia terra, diceva l’esule, l’uomo non canta
quando affonda la vanga nella terra riarsa
non canta quando conduce i greggi al pascolo rado
o scende nella miniera.
La sua fatica diurna è una lunga galera
senza gioia. E i bimbi han già, nei loro occhi d’ombra,
la pena millenaria.

Sardegna, scheggia di un continente più antico
crinale eroso rugginoso
come una spada dimenticata
che nessuno raccoglie.
Non sono le tue spoglie
belle ch’io cerco, per la gioia dei miei occhi.
Non i costumi splendidi delle tue donne diritte e aduste
non l’orbace che cinge i petti larghi dei tuoi re pastori
non l’incompresa parvenza dei tuoi furori
freddi delle tue pittoresche vendette
Non è non è questa la Sardegna. Io cerco il tuo sentire
diverso, racchiuso nel tuo chiuso animo come una volpe ferita
cerco l’immagine della vita nella tua fatica
difficile, nei tuoi dirupi di granito
nelle tue distese d’ogliastri e di lentischio
su pei colli orgogliosi e impervi come montagne
cui non danno dolcezza nemmeno le prime nebbie dell’alba
o le ombre calde dei tuoi tramonti.
Io cerco di far mia la tua solitudine
che ha un’armonia
diversa
la cui eco si smorza nel silenzio dei tuoi uomini
che affrontano ogni giorno la natura nemica
senza tregue
delle tue donne che portano alta la testa
sul collo alto celato dalle bende
e ogni giorno ogni giorno si affaccendano quetamente
attorno al fonte attorno al telaio attorno al focolare
con pazienza sdegnosa…….

da ” Inventario delle cose certe” , Andrea Livi Editore, Fermo 1998

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june sira

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Joyce Lussu e l’UDI di oggi “- Alba Piolanti

In premessa desidero ringraziare Vittoria Ravagli, il Gruppo Marija Gimbutas, l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Sasso Marconi, l’ANPI di Sasso Marconi, che con questo appuntamento mi hanno offerto la possibilità di approfondire la conoscenza di Joyce Lussu, questa donna straordinaria, di cui non sapevo molto e che ora ritengo invece debba ricevere piena visibilità e rispetto da tutte noi.

Prima di entrare nel merito del  rapporto fra Joyce Lussu e l’UDI di oggi, si rende necessario considerare, anche se brevemente,  gli elementi che hanno fatto di lei quella donna che conosciamo attraverso i suoi scritti, le interviste, le testimonianze dirette e indirette, e il suo agire.

– Joyce Beatrix dei conti Salvadori Paleotti  è il nostro personaggio, che da ragazza si chiama Gioconda Salvadori, in clandestinità prenderà il nome di Simonetta, e insieme ad Emilio  saranno i coniugi Raimondi,  sarà poi Joyce Lussu dopo il matrimonio con lui.
E a chi le chiederà in seguito perché si fa chiamare Joyce Lussu e non Salvadori, risponderà:

“ ..perché le donne non hanno un proprio nome. Le donne devono sempre portare il nome di un uomo, o è il padre o è il marito. Il padre me lo sono trovato, il marito me lo sono scelto. …è stata una decisione politico-culturale quella di portare il nome del mio compagno”. ( da Una vita contro di Silvia Ballestra- Baldini Castoldi- 1965).

Joyce Lussu nasce a Firenze da “genitori libertari di origine marchigiana che avevano rotto in modo definitivo con le famiglie d’estrazione aristocratica e terriera.” Una famiglia aperta, antifascista, liberale di idee. Origine questa che la  fece sentire fin da subito  “cittadina del mondo”- e da ciò il suo interesse per gli esseri umani, i viaggi, le realtà differenti, gli ultimi e i meno fortunati…-. Condizione  però di cui lei sentiva l’ingiustizia originaria, costituita dalla “tirannide della culla”, che non accettava e che combatteva. ( Massimo Luigi Salvadori in J.L.Il più rigoroso amore Quaderni del Circolo Rosselli, 3/2002)

– Altro elemento che influenzerà la  formazione e le  scelte di questa donna  che “era un misto di tenerezza e di forza, di sorriso e di energia”, è il clima politico  di quegli anni, “non dico di forza ma di forti tensioni, in lei tensione c’era  ma era sempre in qualche modo collegata  con i valori della vita e non soltanto con quelli della politica” ( Vittorio Foa in  J.L. Il più rigoroso amore, 2002). La sua era una politica praticata, vissuta, che, come dice Patrizia Caporossi ( in J.L. Il più rigoroso amore, 2002) “ha coinciso con il suo modo di esistere”. Dunque, una politica non partitica, ma un vivere all’interno della società per  fare, agire, allo scopo di migliorarla, spinta dall’indignazione e dallo sdegno contro l’arroganza del potere (ancora Patrizia Caporossi).

– C’è poi da considerare  il suo essere donna, un aspetto che né la guerra né l’impegno politico potranno negare, come lei ci racconta in Fronti e frontiere: “Amavo le faccende domestiche e la cucina che trovavo riposanti e distensive”. E quando  è costretta a vivere per un po’ di tempo in una casa ai piedi dei Pirenei, racconta: “io mi occupo dei conigli e della casa, pescavo nei cassoni di Madame Noelie vecchi pezzi di stoffa per farne tendini e cuscini”. E ancora,  sulla piccola nave da guerra che da Gibilterra li porterà a Marsiglia,  con della farina e delle uova in polvere, prepara delle tagliatelle.

Tornando poi dal fronte (dove per incarico del CLN aveva portato due messaggi) verso Roma,  apprezza gli abiti ricamati di due donne che la ospitano, sono costumi locali che le donne portano sempre: “ci vogliono  mesi e mesi per fare uno di questi abiti, tra il tessere la lana al telaio e tutti i ricami. Ma una volta fatti, durano dieci anni e anche più.”

E c’è infine l’aspetto della maternità che lei racconta in Padre, padrone, padreterno: il figlio che insieme ad Emilio avevano tanto desiderato ma che nella clandestinità non potevano permettersi, la costringe a rivolgersi ad “una fabbricatrice di angeli”. “Il fatto di dover rinunziare a un figlio( o a una figlia…) non per mio desiderio ma per la violenza delle circostanze e di dovermi sottoporre alla brutalità e alle umiliazioni  dell’aborto clandestino, mi fece piombare in una disperazione  mai conosciuta prima.”

E finalmente “mio figlio nacque pochi giorni dopo l’entrata degli americani a Roma…avevo un angoscioso senso d’incapacità e d’inadeguatezza nei confronti dell’esserino…inclusi i miei errori di madre nel bilancio previsto della vita”.

E ancora, come donna, la vediamo discutere sulla civetteria intesa come forma d’intelligenza, come modo per contrapporsi ai poteri, nemica del dogma e della bigotteria. “Il potere che una donna acquista con la civetteria non uccide…è gioco, allegria, scherzo. Non è violenza, non è prevaricazione, non è imposizione”.

– Gli incontri: con Emilio Lussu, con gli uomini e le donne fuoriusciti in Francia, con gli intellettuali del tempo (come Benedetto Croce),e  non solo europei.

– Da ultimo, ma non ultimo, il suo carattere! Forte, deciso, volitivo, che non sempre la rese accettata da tutti/e. Ad esempio, Franca Trentin ci testimonia che il padre Franco la considerava “una pedante e invadente saccentona” (Federica Trenti,  dagli atti del Convegno  2007 di Sasso M.in J.L.  Sibilla del Novecento, Le Voci della Luna ed.)

Tutti questi elementi fanno di Joyce Lussu la donna che vive fra le donne e sente con loro una solidarietà profonda, una possibilità di amicizia senza diaframmi, consapevole che una liberazione a titolo personale non esiste, e che o ci si libera tutte o nessuna è libera.
Il 23 luglio ’43 infatti è a Mentone, dove viene condotta in un albergo-prigione e dove “noi donne andammo a protestare da tutti gli impiegati, ispettori e commissari che ci capitavano a tiro. Ci andammo in gruppi sempre più imponenti. Finì che nessun funzionario o agente poteva entrare  senza essere immediatamente accerchiato e sopraffatto da turbe di donne vociferanti” (in Fronti e Frontiere).
Fiducia quindi nella altre, ma anche negli uomini. Quando infatti afferma: “Perché avrei dovuto prendermela  particolarmente con gli uomini (…)?La rabbia contro l’ingiustizia, la violenza, lo sfruttamento, trovava uno sbocco globale  nella lotta politica contro il fascismo, nella quale ero impegnata con tutta la mia famiglia. E in questa lotta, di donne come di uomini ce n’erano di qua come di là(…) All’interno del mondo femminile, i termini  della lotta di classe erano chiarissimi. Che senso aveva rimanere nello specifico del sesso, dato che ambedue le classi erano fatte di uomini e di donne?” (in  Padre, padrone, padreterno)
E lei le donne le aveva già incontrate all’interno della Resistenza quando la “questione femminile progredì autonomamente per le situazioni di fatto che si erano create e che imponevano comportamenti diversi, non per merito delle forze politiche che la dirigevano(…) Le poche conquiste fatte dalle donne  nella Resistenza, sia nei confronti della famiglia che della società,  furono conquiste autonome…Durante la guerra di Liberazione ho conosciuto un’infinità di donne  valorose e consapevoli, mature per una società nuova; alle quali è mancato il tempo, nell’immediato dopoguerra, di sistemare in prospettiva organica, i loro sforzi di civiltà, sommerse da massicce valanghe di forze tradizionali ansiose di cambiare le cose il meno possibile, e di forze non abbastanza nuove  da recepire la carica eversiva della partecipazione femminile…la disoccupazione e la emigrazione ricacciarono in casa le donne dei lavoratori, a far miracoli di risparmio ed a moltiplicare la fatica fisica per far quadrare salari invivibili, ad alleviare lo Stato dalla necessità di provvedere ai bambini, agli invalidi, ai vecchi, a subire lo sfruttamento del lavoro, ecc. Sindacati e Partiti si liberarono della responsabilità di far propria la questione femminile, confinando le donne nei ghetti delle sezioni femminili e dell’UDI, serbatoi elettorali subalterni.”( in Padre, padrone, padreterno)
Data dunque questa situazione e l’analisi che ne scaturisce, Joyce si mette a ricostruire l’Italia, intendendo con ciò il lavoro politico nei settori femminili del PSI e del PCI. La sua tesi, come lei stessa ci dice in Padre, padrone, padreterno, era che “non si dovessero creare organizzazioni femminili  subalterne, e che tutte le donne  politicizzate dovessero inserirsi direttamente nei partiti e nei sindacati per obbligarli a fare della questione femminile una questione  generale”. Ma questa tesi rimase minoritaria. Tuttavia lei, ligia al principio che la minoranza deve accettare le decisioni della maggioranza, si adegua diventando perfino responsabile nazionale femminile del PSI e dirigente dell’UDI. Di questo incarico leggiamo abbondantemente su diversi numeri e annate  di Noi donne, rivista di cui lei dice: “Noi donne è uno strumento importante di organizzazione, un colloquio con migliaia di donne diverse, e insieme facciamo uno sforzo continuo per capire ciò che serve a tutte le donne italiane”. Tuttavia Joyce è sempre estremamente critica nei confronti di questa scelta, tanto da dire: “Ma le riunioni e le agitazioni di sole donne mi parevano altrettanto frenanti e riduttive quanto quelle di soli uomini, e poco rappresentative della moderna lotta di classe.”
E lei stessa, al Convegno di Porto San Giorgio nel 1985, racconta: “Arrivavo in un paese e mi venivano a prendere i compagni, arrivavo in sezione e trovavo tutti uomini. Allora io dicevo: compagni, mi riaccompagnate alla stazione, riprendo il treno e torno a casa, perché questo è chiaramente un circolo di soli uomini…Ma no, mi pregavano sbigottiti, è stato organizzato il comizio, c’è il contradditorio, che figura ci facciamo? Allora portate qua le donne poiché io salgo sul palco con una donna a destra e una a sinistra, e almeno dieci donne schierate davanti”.
E mobilitando i partiti, insieme a poche compagne, riesce a organizzare in Sardegna un Convegno  che vede la partecipazione di oltre tremila lavoratrici, interpretando appieno uno dei temi di cui l’UDI di ieri e di oggi si è fatta portatrice, attraverso le molte campagne e iniziative di sensibilizzazione e rivendicazione: la tutela della maternità e la salvaguardia dell’infanzia; e Noi donne del 28 giugno ’53, nell’ articolo titolato “Un passo avanti delle donne in Sardegna”, pone l’accento sulla scoperta che le donne sarde fanno per la prima volta: il rapporto fra la mortalità infantile, il diminuito peso dei neonati, le malattie e tutte le afflizioni considerate fino ad allora di carattere familiare o legate ad una fatalità, e lo stato di generale abbandono, l’incuria e l’indifferenza delle classi dirigenti; tracoma, tubercolosi, denutrizione, miseria apparvero  invece nella loro causa prima, come fenomeni sociali. Da quel congresso nacque una speranza nuova, uno stimolo all’azione, un germe di riflessione che si trasformerà in coraggio. Le donne sperimentano la forza dell’unione. Sono quasi ottomila le iscritte all’Unione Donne Sarde”.
“ Poco dopo il convegno sardo, lasciai l’UDI abbastanza tempestosamente, durante un congresso difendendo con ambo le mani dai tentativi di strapparmelo un microfono, attraverso il quale mi ostinavo a tentare un’analisi classista degli anni del dopoguerra: è inutile prendersela genericamente con gli uomini, in una società dove la disoccupazione, la sottoccupazione, l’emigrazione li obbligano,  per disperata necessità, a difendere il loro posto di lavoro contro la nuova concorrenza delle donne, in un sistema capitalistico arretrato, l’economia si regge sugli enormi risparmi realizzati con le fatiche domestiche e le mansioni assistenziali gratuite fornite dalle casalinghe e retribuite con la sola sussistenza; e crea le strutture culturali adeguate a giustificare questo stato di cose, dalla morale piccolo borghese alla religione, sempre espressione di società di disuguali; ergo,è necessario che le donne si adoprino per la trasformazione dell’intera società, rifiutando l’isolamento, e inserendosi con vigore in quelle forze reali che, nonostante le loro basi teoriche, non lottano con coerenza  contro il capitalismo. Ma il mio discorso, accuratamente argomentato, si perse tra i clamori di protesta della maggioranza”(in Padre, padrone, padreterno)

In queste affermazioni ritroviamo una delle battaglie che UDI ha condotto e sta conducendo tuttora: quella del 50&50 per l’ingresso delle donne “ovunque si decide”.
“Ma, passate le elezioni, i partiti pensarono ad altro, e non vollero o seppero integrarle e l’aggregazione si disperse”. E la critica e la battaglia di Joyce nei confronti dei partiti e dei sindacati continua. “I primi vent’anni dopo la Liberazione non sono favorevoli ai giovani e alle donne. La vecchia classe dirigente, industriali e proprietari terrieri, burocrati e magistrati, dominano ancora la scena politica, e i partigiani vengono espulsi dalle forze dell’ordine. Nelle sinistre la direzione dei partiti e dei sindacati viene delegata ai padri della patria(…) Le madri della patria medaglie d’oro e d’argento, poche vive e molte alla memoria, vengono portate in palma di mano ed esibite in tutte le cerimonie  tra garofani e bandiere rosse, ma pochissime entrano in parlamento, nessuna nelle direzioni dei partiti e dei sindacati…L’unica grande conquista fu il voto, che ormai non si poteva più negare a nessuno…”(in Padre, padrone, padreterno).
A  proposito  dell’attualità del pensiero di Joyce, è d’obbligo il riferimento al travagliato Congresso UDI nazionale del 1982 quando l’associazione si sgancia  definitivamente dal sostegno dei partiti della sinistra tradizionale rivendicando una sua completa autonomia di pensiero e di azione ( autonomia anche economica) e apre un nuovo corso che, ripartendo dalla vita delle donne, ne affronta i singoli nodi con tutte le donne disponibili ad intraprendere un cammino per l’affermazione di quella cittadinanza che purtroppo ad oggi non è compiuta.  E ciò accadeva ben sette anni prima della caduta del muro di Berlino, dimostrando la  lungimiranza delle donne che, se ascoltate, sanno cogliere con anticipo i grandi mutamenti perché sono le donne che più di altri sono dentro il vivere quotidiano.
E poi negli anni 60-70 Joyce assiste ai grandi movimenti dei giovani e delle donne e anche in questo è ipercritica su alcuni aspetti, mentre ne apprezza altri.
“ Il femminismo obbligava alla discussione su temi come il divorzio, l’aborto e il controllo delle nascite, tradizionalmente disprezzati come marginali dalle sinistre ansiose di non appannare il loro idillio con i cattolici. Il suo merito principale era di stimolare un’autonomia illimitata  di riflessione sulla condizione femminile, sbriciolando gli schemi  preesistenti, fino al paradosso e alla patologia; l’importante, anche se dicevano delle assurdità, non erano i contenuti dei ragionamenti, quanto il fatto che le donne li portassero avanti in proprio con uno sforzo d’indipendenza  e di valutazione non indotta, rifiutando il paternalismo comune a tutte le organizzazioni politiche”.

E sempre sul femminismo, Adele Cambia racconta: “l’autocoscienza, soprattutto del neo femminismo, veniva bocciata categoricamente da J. Lussu  come perdita di tempo, mentre fuori il mondo continuava a soffrire le più laceranti contraddizioni epocali.(…) Chi dà la vita non può eclissarsi, chiudersi, e non può neanche accettare di essere tenuta chiusa…” (Patrizia Caporossi, J.L.Il più rigoroso amore).
E ancora accusava le femministe di non uscire dalla semplicistica polemica antiuomo e, pur essendo d’accordo che “il personale è politico”, aggiungeva:“il problema è appunto quello di politicizzarlo e storicizzarlo”, di uscire in campo aperto per collocarlo nelle vicende di tutti, di caricarlo di una prospettiva proiettata nel futuro”. Inoltre “le femministe continuano a confondere il femminismo con la questione femminile, e a parlare de “la donna”come se fossero tutte noi di tutto il mondo, ignorando che altre donne hanno fatto molta più strada per vie diverse…”.(in Padre, padrone, padreterno)
Il suo rapporto con le femministe si spezza in occasione della Conferenza internazionale “ Donne d’Europa in azione per la Pace” convocata ad Amsterdam dal 27 al 29 novembre 1981 a cui Joyce partecipa e relaziona e dove purtroppo si accapiglia  con le convenute  da tutto il mondo accusandole di volere riprodurre il ghetto delle donne, lasciando agli uomini la politica e il potere.
(Ada Donno in  J.L. Il più rigoroso amore)
Nonostante ciò –  citata da Patrizia Caporossi, ancora nel n.3 dei QCR Joyce Lussu il più rigoroso amore,  2002″ –   Joyce affermerà:”…mi sono trovata meglio con le ragazze del ’68 e con le giovani femministe di oggi(…) le femministe, per intenderci, politicizzate, che si occupano di tutto(…) l’urlo delle femministe ha incrinato i cristalli e strappato le toppe sul sedere. Ci vuole un abito nuovo(…) Non il compromesso(…) con la tradizione virile e papale(…)”.

Ed è qui che la riflessione si fa più ampia e il suo sguardo lungo si apre a nuovi orizzonti, alle condizioni di altre donne e di altri popoli: gli oppressi costretti a sopravvivere sotto regimi autoritari: i Curdi, gli Albanesi,…e i poeti che di tali condizioni sono la voce.
La sua battaglia si allarga allora alle varie forme di oppressione, in primo luogo la guerra. “La guerra- dice lei- nella maggior parte dei casi ha avuto come vittime le donne e come agenti invece i maschi…per lo più le donne si adattano alla guerra, dal momento che c’è, ma non la inventano, perché ciò è contrario alla loro natura, che è quella di continuare la specie con i figli; invece l’uomo si dimentica di questo, non sente più nemmeno la continuità della specie.” (Luana Trapè, in J.L.Il più rigoroso amore).

“ Quando i ragazzi delle scuole le chiedevano come aveva potuto partecipare alla Resistenza pur essendo pacifista,- antimilitarista- precisava. Spiegava la differenza fra l’uso delle armi  di un movimento di liberazione per difesa e lotta contro l’oppressione, e la violenza degli apparati militari.” (Maria Teresa Sega, in J.L.Il più rigoroso amore).

Sono temi che l’UDI, nato dai Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza,  ha fatto propri, e ne sono prova le tante manifestazioni per la pace, le iniziative a favore dei popoli dell’America latina, dell’Africa,  ( il Cile, Israele, la Palestina, il Ghana,…) come si può leggere su Noi Donne degli anni 70-80 e nei documenti del Comitato  regionale dell’Emilia Romagna, presso l’Archivio UDI di Bologna ( busta 44, fascicolo Pace e solidarietà, 1973-1988), e dell’Archivio UDI provinciale.
E quando Joyce  dice:”Rimane da approfondire la collocazione storica del  movimento  femminile, o piuttosto la presenza delle donne nella storia passata e presente(…) Senza un solido ancoraggio nella realtà delle vicende umane, senza una consapevolezza dei fenomeni che condizionano la nostra esistenza attuale, è ben difficile ancorare una coscienza politica costruttiva. La ricerca storica …non suscitava entusiasmo nemmeno tra i giovani del ’68…e tantomeno tra le femministe: privilegiavano l’attivismo immediato, il volantino in fabbrica e la manifestazione, o l’interminabile scontro verbale, o i piccoli gruppi di autocoscienza chiusi in una stanza”(in Padre, padrone, padreterno), quando dice questo Joyce  è più che mai una donna dell’UDI oggi. E’ l’UDI infatti che da decenni sta conducendo ricerche sulle donne che hanno fatto la sua storia ma non solo: donne che si sono spese nel sociale, hanno organizzato e manifestato, dando reali e solidi esempi di solidarietà, di partecipazione e di presenza attiva. E’ l’UDI che ascolta la voce delle donne: ne sono testimonianza i punti d’ascolto, le consulenze legali e psicologiche delle nostre sedi( vedi Bologna), e la battaglie per la sensibilizzazione e l’acquisizione dei diritti nel lavoro, nella famiglia, nella società. Non ultimo, l’aver deciso dieci anni fa di cambiare l’acronimo UDI in Unione Donne in Italia. E anche questo passaggio importante Joyce avrebbe condiviso perché coglie il forte cambiamento in atto nella società italiana.
Direi quindi, con Giglia Tedesco, che quando J.Lussu affermava che “le donne fossero protagoniste a tutto tondo della vita pubblica, la loro emancipazione e poi liberazione,( …) entrambe queste dimensioni, allora, non caratterizzavano l’impegno delle donne nei partiti e nelle associazioni femminili, strette come eravamo fra le difficoltà di una società ostile a che il protagonismo femminile varcasse le soglie delle mura domestiche, e la necessità di introdurre nell’agenda politica i nostri problemi che ci erano di fatto delegati dagli uomini”(in Il più rigoroso amore). A questo punto Giglia Tedesco conclude dicendo che “Joyce Lussu remava controcorrente”. Io sono piuttosto del parere che J.Lussu  avesse lo sguardo lungo sulla questione femminile, è stata un’avanguardia in questo senso e, spinta dalla sua “tensione progressista” ( Silvia Ballestra in Una vita contro), ha anticipato i problemi che le donne e UDI hanno affrontato,  pur in tempi diversi. I temi che  ieri  e oggi hanno segnato e segnano le battaglie  politiche di UDI:  la maternità, la lotta contro la violenza sulle donne,  la tutela dell’infanzia, la solidarietà, il lavoro, la partecipazione attiva e paritaria delle donne alla gestione della cosa pubblica, l’integrazione delle nuove italiane, la pace, la storia come storia di tutti, donne e bambini, sono problematiche che Joyce Lussu avrebbe condiviso con tutte noi. Sono i grandi temi sui quali l’UDI di Bologna ha lavorato in questi anni portandoli avanti con tutti i soggetti, dall’associazionismo variegato, alle donne dei sindacati, dell’ANPI, delle  Istituzioni a quelle della politica che hanno aderito non in quanto tali ma come singole donne. Ne sono testimonianza le belle mostre sui lavori delle donne ieri e oggi, le iniziative per la staffetta contro la violenza, i convegni, i progetti nelle scuole sulle differenze di genere, e le campagne sull’uso strumentale  e stereotipato del corpo delle donne fatto dalla pubblicità e nella comunicazione in generale. A tale proposito, uscirà a giorni una convenzione fra donne per dire Stop Femminicidio, su cui confidiamo si possano costruire momenti comuni con tutte.
Concludo quindi con le parole prima di Vittorio Foa e poi di Giancarla Codrignani:
“Alla domanda: Come vedrebbe un personaggio poliedrico come Joyce nella realtà politica e sociale di oggi?, Vittorio Foa risponde: “La troverei molto estranea…la vedrei difficilmente integrata nella realtà di oggi…Penso che sarebbe difficile per lei e sarebbe difficile anche per gli altri capirla…però…se ci fosse stata, e fosse stata così giovane, bella e piena di energia come allora, forse ci avrebbe dato molto…ci avrebbe potuto dare  molto”.
E Giancarla Codrignani ha scritto di lei: “Era contro tutti i poteri. In questo c’era qualcosa che non era solo una posizione anarchica. Era una reazione tutta femminile, di chi non si ritrova dentro logiche alla cui fondazione non ha presieduto il proprio genere”.

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Alba Piolanti

fa parte del direttivo UDI di Bologna. Scrittrice – il suo impegno é rivolto in particolare alla vita, ai problemi delle donne. Suoi libri recenti sul tema: Un cappuccino viola e altri racconti, Nel Borgo, Il rotolo di tela, Voci di donne: storia di paese di cui  é coautrice.

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“Mio figlio nacque pochi giorni dopo l’entrata degli americani a Roma, sano e di quasi quattro chili. Non avevo mai avuto l’ occasione di avere a che fare con neonati, e mi parve miracoloso e bellissimo….non avevo parenti a Roma e i compagni, compreso il mio, erano talmente presi dalla febbrile attività della Liberazione, che non avevano tempo di occuparsi di una nascita così poco sincronizzata; d’altronde ero io, con eroismo balordo, a dire che me la cavavo benissimo senza nessuno. Il crollo venne quando tornai a casa….avevo un angoscioso senso di incapacità e d’inadeguatezza nei confronti dell’esserino, così fragile e impotente ma animato da una così selvaggia voglia di campare….

Passai il primo mese col mio bambino in solitudine e capii perché, nelle famiglie normali, c’é sempre un esagitato affollamento di parenti e di amici intorno ai genitori: è per distrali dall’enormità del loro compito di fronte alla vita che hanno chiamato in essere, dalla coscienza che, comunque vadano le cose, faranno sempre degli sbagli tremendi…”

da “Lotte, ricordi e altro” – Biblioteca del Vascello – Roma

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june sira

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“Joyce Lussu e le giovani generazioni” –  Patrizia Caporossi

 Imparo. Cerco di capire.

Joyce Lussu

 

Madre della patria

Enea fugge da Troia e porta con sé Anchise sulle spalle e per mano il giovane figlio Ascanio, Iulio per i futuri Latini: su questa immagine si costruisce la genealogia della nostra civiltà, così immortalata, oltre che dal poema di Virgilio, nel gruppo scultoreo del Bernini (eseguito tra il 1618 e il 1619, oggi alla Galleria Borghese di Roma). Lì c’è la rappresentazione, più che simbolica, della patrilinearità così esclusiva per l’incarnato umano della (stessa) ragione patriarcale. Immagino Joyce Lussu sulle mie spalle, protesa a segnarmi la strada ma soprattutto il senso di quel testimone che ogni mattina cerca e ricerca il passaggio verso quei giovani, ragazze e ragazzi, che “con occhi stupiti” (direbbe una vecchia canzone di lotta di Giovanna Marini) e affamati cercano di carpire a ogni incontro, a scuola, il senso delle stesse lezioni e delle mattinate spesso trascorse dentro un’istituzione scolastica, aperta magari a tanto, ma chiusa forse ai loro cuori. Sento la loro attesa, anche scherzosa, per reggere il peso dell’impegno che la mia generazione, in fondo, reclama e chiama continuamente, con una coerenza spesso ai loro occhi troppo severa, forse pesante, pur nel dialogo continuo e incessante. D’altronde anch’io, personalmente, ricordo la sua severità e di tutta quella sua generazione che si è misurata con il fascismo, la guerra, la resistenza e ha costruito il mondo libero, nuovo e possibile per far germogliare quel “fiore rosso dell’avvenir”, come in Bellaciao e stretto nel suo cuore con quell’abito rosso vestito con l’audacia del gesto proprio il giorno della sua onorificenza per la medaglia d’argento al valor militare e anche in quelle scarpette rosse della memorabile poesia sui bambini di Buchenwald che ci ha incantato e commosso tutte. Un rosso paradossalmente, nel suo caso, affatto ideologico ma germoglio vermiglio di storia che è vita, come amava ripetere: sempre e ovunque. In questo la sento e la vivo come una sorta di madreterra, di matria per la mia generazione nata negli anni 50 ed esplosa negli anni 60, vivendo, in prima persona, quella stagione politica degli anni 70 tra le lotte del Movimento Operaio e del Movimento delle Donne, tra impegno personale e politico quasi integrale per quanto vitale bisogno impellente di cambiare il mondo. E se devo pensare alle grandi autorevoli madri del Novecento, da cui ho appreso, Joyce Lussu mi appare potente e solida per quanto concreta con la sua forza tipica pure della mia terra marchigiana e fondativa per tutto il nostro paese, come una sibilla e come una vatessa veggente fino all’ultimo, anche nell’omerico sguardo finale.

Generare generazioni

Scrive Emma Baeri, “generazione è una parola fertile ed è il verbo dell’esperienza delle donne, oltre che nomina il genere, singolare e plurale: un io e un noi; racconta il tempo che passa, di tradizioni da costruire e da trasmettere” e tocca a noi oggi generare generazioni aperte e possibili ad accogliere il testimone, appunto nel tentativo continuo di fare tradizione nella lezione viva della soggettività femminile che si è nutrita e continua a nutrirsi del valore della relazione interpersonale che chiama ognuna di noi per nome, consapevoli del passaggio. Perché nel trasmettere è possibile il tradimento anche inconsapevole e la cura e l’attenzione della consegna non possono non avvalersi della condivisione di un percorso insieme: mai ex cattedra ma diretto e coinvolgente, ma soprattutto nutrito e vivificato dall’esperienza diretta vissuta e agita. In questo Joyce Lussu ci è maestra: in lei la dote era naturale per l’eccezionalità della stessa sua biografia, così fuori dall’ordinario. Noi, nell’umiltà del lavoro minuto e quotidiano, possiamo, anzi dobbiamo, con senso civico e politico, essere vere madri simboliche, feconde in un tempo, come quello attuale, così rischioso e spesso sterile. Le pratiche del Movimento delle Donne, ereditate e fatte nostre, tracciano l’impresa (ri)generante e segnano un reale e possibile percorso (da subito): scendere nella memoria della materialità quotidiana; riconoscere le nostre fonti; definire e incarnare il ruolo autorevole; partire dal senso del vissuto; riconoscersi la propria forza reciproca; raccontare e scrivere le nostre differenze con il linguaggio del Sé e articolare così un senso femminile nella cultura e nel mondo. E’ un’opera, sì: una vera e propria opera d’arte che si compie nel vivo della vita e carica di senso la stessa qualità giovanile, oggi elusa e quasi abbandonata. Noi siamo costruttrici possibili. E credibili per una genealogia consapevole e inclusiva: “Noi allieve di ieri, noi le maestre di oggi. Un metodo che è anche un contenuto”.

Essere giovani

Giovane: certo che il termine in sé esprime spesso una genericità o meglio un’uniformità. Ma, si tratta, sempre e in ogni epoca, di un vero e proprio continente, quasi inesplorato per l’inedito che esprime ogni volta, a ogni generazione. Ai miei tempi, negli anni 60/70, assumeva dimensioni ampie, vaste, quasi ingombranti perché si era in tanti, anzi quasi maggioranza. I demografi indicano in questo fattore quantitativo uno dei motivi del Movimento studentesco e giovanile del fatidico 1968. L’Italia del secondo dopoguerra rinasceva, infatti, a nuova vita e, di fatto, il rapporto generazionale si modificava: gli adulti avevano consumato la loro esistenza e spesso, anzi falcidiata, oltre che consunta, dal fascismo e dalla guerra. Oggi, i giovani sono una minoranza e si vivono chiusi in famiglie più o meno aperte, senza futuro e fanno fatica anche a cogliere, oltre a esercitare la loro  indipendenza. Anzi, spesso, pur nella distanza temporale, non vivono lo stacco generazionale e convergono, anche su un conformismo, spesso di maniera, imposto dalla società globalizzata e l’uniformità diventa lo stile. La parola giovane sollecita, comunque, a una certa età (forse la nostra) anche una zona della memoria, quasi della nostalgia, un topos mentale più vicino all’origine tanto da essere letto sempre come il luogo del possibile, aperto e ancora intatto. Si tratta di una sorta di mistificazione dell’inizio. E qui matura un’ambiguità (come per l’infanzia) che possa essere formato, quasi plasmato, da chi giovane non è più. In realtà, si tratta di un vero territorio di confine, dove regna la crisi nella doppia valenza di disagio e di crescita. Rispecchiarsi sì, ma garantendo identità propria a chi è in continuo cambiamento e alla ricerca (anche inconscia) del proprio Sé. Rivedersi sì, ma senza sottrazione identitaria forzata. La crescita personale è un fatto prezioso che attiene al soggetto, ovviamente nella viva e autentica relazione con la storia della propria appartenenza, tutta da decifrare, da accogliere o da affrontare. Non è facile. Scrive Roland Barthes: “stare davanti alle immagini della mia giovinezza mi fa cogliere l’altro con la sua inquietante familiarità”. Qui sta il fascino, quasi folgorante, dei nostri ricordi di gioventù che si vorrebbero veder perpetuati nel tempo per non buttar via ciò che stato, per non perdere a vuoto i nostri sussulti di un tempo. Ma bisogna sapere apprendere reciprocamente. Non c’è un noi e un voi.

Autoritratto di donne

La storia delle donne, che Joyce Lussu privilegiava e testimoniava di persona, è proprio quella autobiografica, come nel Diario femminista a proposito della guerra, sottotitolo del libro L’uomo che voleva nascere donna (1978), dove all’apparente romanzo parla di sé. “Il personale è politico, dicono giustamente le femministe di oggi (molto diverse da quelle di ieri). Il problema è appunto di politicizzarlo e storicizzarlo, di uscire in campo aperto per collocarlo nel contesto delle vicende di tutti, di caricarlo di una prospettiva proiettata al futuro. (…)”. E’ sempre la prima persona plurale che si espone e porta con sé il flusso della storia. Le voci e le esperienze di tutti, anche a nostra insaputa, sono di fatto intrecciate. Questo è l’approccio che guadagna il metodo, l’esporsi sul proscenio della vita che si fa, appunto, storia. E insieme siamo. Così le donne cercano, rielaborando le proprie esperienze (da ex-periri) che non periscono mai, ma sono portatrici di perizia vitale per cui indubbiamente esperte, perite del senso della vita. I racconti, gli scambi diventano più che qualcosa di circostanziato, quella trama essenziale ed esistenziale tra sfera privata e sfera pubblica: eccola la rete identitaria che può seminare e tessere in un contesto spesso estraneo alla logica femminile così sotterranea nei secoli dei secoli. “Tutti facciamo storia” e in quel tutti devono (non possono non) esserci le donne “per il fatto solo di vivere, di mettere in moto un’infinità di energie che in ogni momento s’incontrano e si scontrano con altre energie, creando aggregazioni e conflitti, trasformando la materia (…), l’aria e l’acqua, la vegetazione gli animali e gli esseri umani; facendo esistere ciò che non esisteva un momento prima, (…) un vigneto al posto di rovi, un pane al posto di un seme non digeribile (…), una parola che non era stata ancora detta, un paragone che illumina in modo nuovo due termini. Tutti facciamo storia perché tutti in qualche modo facciamo delle scelte e abbiamo potere su noi stessi e su ciò che ci circonda”,(in L’acqua del 2000, 1979). E’ quel mettere al mondo il mondo di Simone Weil nell’invito a coglierne la sostanza fondamentale, racchiusa fortemente nel corpo femminile che segna la differenza sessuale, per uomini e per donne, come primario criterio umano e vitale.

Voler (ri)nascere

In fondo, è possibile in ogni momento la rinascita, l’importante è lievitare, come il pane, lo scambio e l’esperienza in mezzo alle altre esperienze, come affermava Joyce Lussu. Solo da qui scaturisce l’energia che può aggiungersi e contribuire alle scelte di futuro. Oggi che il futuro (ci) sembra scivolare (via) dall’orizzonte e, soprattutto, da quello delle (nostre) nuove generazioni. E’ come se dovessimo, nel dialogo fitto generazionale (e instancabile), continuare, come negli anni 60/70 della nostra gioventù, a smascherare, o meglio “sgombrare il terreno da intollerabili sclerosi sovrastrutturali. La forza dei giovani è sempre l’ardita e originale individuazione della corruzione delle sovrastrutture (…)”, (in Padre Padrone Padreterno, 1976). Forse, non abbiamo mai smesso. Ma riconoscere questo carattere, come dotazione e patrimonio proprio della gioventù, significa dare loro ascolto e spazio, perché “la generosità, il disinteresse, il coraggio” tornino a esprimersi come una (nuova) bussola capace di (ri)orientare e indicare che, per esempio, la crisi con i suoi problemi può essere anche un’occasione, se (si) matura un vero patto generazionale, nella cura dell’attenzione a tutti quei meccanismi che depotenziano il capitale umano dell’intera società, come quella occidentale, deprivata sempre più di risorse, soprattutto umane. Le giovani donne possono avvalersi così di questa lezione storica joyciana e cogliere che l’autonomia con la libertà, di cui sembrano godere, è frutto di un processo né è eterna e gratuita. Proprio per questo, però, si offre come dono prezioso da custodire, mantenere e alimentare continuamente col proprio senso di responsabilità che fa del proprio personale un atto politico. E politico nel vero senso della parola: essere nella polis, partecipi e riconosciuti. Sulle mura del Museo di Narni, dove ogni anno si svolge un Festival Nazionale della Letteratura Femminile, c’è trascritta una frase di un poeta greco, Alceo, ripreso poi da Orazio, che mi sembra illuminante e che ogni volta mi invita e mi stimola alla riflessione: “La tradizione è custodia del fuoco, non adorazione della cenere”. Anche per questo vorrei farmi qui promotrice ufficialmente di una proposta, quella relativa alla fondazione di un’Associazione Nazionale (e, forse, internazionale) dal nome “Le amiche di Joyce” per coordinarci, intanto e per segnare il lascito e preparare così il testimone per il (nostro) futuro prossimo generazionale.

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Patrizia Caporossi

Filosofa e Storica delle Donne; scrittrice e studiosa di Joyce Lussu; promotrice dei “SEMINARI MAGISTRALI DI GENERE Joyce Lussu di ANCONA”; docente di Filosofia e Storia al LIceo Classico di Ancona; ha avuto incarichi all’Università di Macerata; è stata dirigente provinciale dell’UDI di Modena negli anni 70; ha fatto parte negli anni 80 della prima Commissione Regionale delle Pari Opportunità delle Marche. E’ autrice del saggio filosofico sul pensiero femminile, “Il corpo di Diotima”, che è in adozione all’Università Roma Tre e alla Statale di Milano e che è andato, nel 2011, alla seconda ristampa. Recentemente ha pubblicato un breve romanzo “Teti in mare” sulla generazione del femminismo.

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Quando prenderò la rincorsa
per il grande tutto nell’aldilà
non è detto che arrivi tutta intera
secondo regole sportive
delle gare di velocità

Magari nel tragitto avrò perduto un occhio
o il timpano di un orecchio o l’uso di un ginocchio
o qualche altro pezzo
di me
ma pazienza! perché
tanto si arriva lo stesso

Ma quello che non perderò per strada
sicuramente
è una lampadina saldata dentro le costole
che emetterà luce e calore
finché il cuore continuerà a pompare
magari in modo fiacco e irregolare

E’ la luce e il calore del mio futuro vivente
qualcosa di specifico e speciale
all’interno della simpatia generale
per la natura e per la gente
è l’amore per te, figlio tanto amato
certo maldestramente
ma come si fa
ad amare correttamente
senza fare un mucchio di sbagli chi sa
chi ci riesce io so soltanto
che quando il tuo sorriso
da un silenzio serioso di buon ascoltatore
sale improvvisamente a tutto il viso
luccicante d’affetto e d’allegria
anch’io
mi gonfio d’allegria
come quando mi hai sorriso la prima volta
non solo coi petali rosa della bocca sdentata
ma anche con gli occhi color nocciola
con le guance di pesca e il nasino a patata

E per te dolcissima paola
spiga di grano susina dorata
figlia femmina molto desiderata
che mi hai detto migliaia di volte
vogliamo farci un caffé?
E ogni volta sono perfettamente felice
quando prendo un caffé con te
per voi Pietro e Tommaso appesi
a un mio cordone ombelicale
molto forte e particolare
per cui quando piangevate da piccoli
o qualcosa vi rende infelici
sento dentro uno strazio cocente
ma quando siete contenti
e le cose vi vanno bene
non c’è limite
alla mia gioia di vivere

Tutta questa felicità
non potrà sparire dal mondo
anche dopo il gran tuffo nell’aldilà
continuerà a svolazzarvi attorno
travestita da lucciola o da farfalla
o saltellando sulle stelle
o giocando allo scivolo con le sibille
giù per l’arcobaleno o sul crinale
di un raggio di sole al tramonto
o magari danzando sulle punte
lungo una nota musicale

Da “Inventario delle cose certe”  –  Andrea  Livi ed.

*

Immagini dal convegno:

Gressi Sterpin, Federica Trenti, Gea Rigato

Sandra Federici ,Vittoria Ravagli, Marilena Lenzi, Donata Lenzi, Gabriella Montera

NOTA : seguirà a breve la SECONDA PARTE, con gli ulteriori interventi del Convegno di Sasso Marconi 2012

Altri riferimenti in rete: http://www.noidonne.org/articolo.php?ID=04121

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8 pensieri su “TEMPIQUIETI- Vittoria Ravagli: Perché ancora una giornata su Joyce. PRIMA PARTE

  1. Ho letto con interesse le varie parti. Grazie per avermi fatto conoscere una donna davvero notevole.

  2. una donna appassionata, viva e coraggiosa, impetuosa e colta, che non lascia per strada incompiuti,che lavora non solo per sè ma per una umanità di cui sente appartenenza.f

  3. Grazie dei notevoli contributi su Joyce Lussu che disegnano, anche per chi non ha potuto partecipare al Convegno, un’immagine ricca e potente di questa grande scrittrice ancora poco conosciuta, e ci fanno sentire partecipi di quest’ottima iniziativa che continua negli anni grazie alla passione che Vittoria Ravagli ha saputo comunicare a tante altre donne e studiose.

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