Achille Serrao ci ha lasciato- Memoria di Anna Maria Farabbi

Zdravko Mandic

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 Lo scorso 19 ottobre, poco prima dell’alba, Achille Serrao è morto.
La sua vita artistica, maestra, esiste e continua al presente.
Lo incido qui, nel mio cuore, tra le tempie e sulla sensibilità delle nostre carte
per amicizia e riconoscenza, riproponendo la nostra intensa, recente,  intervista.
Anna Maria Farabbi

Trasmissioni dal faro N. 25 – A. M. Farabbi: Intervista ad Achille Serrao

Continua, nella notte di questo paese, la luce di un faro.

Nella luce, colloquio con la poesia, scegliendo maestri, maestre, creature che, nel rigore e nella passione, hanno forgiato la propria vita. Queste voci raccontano il filo narrativo e lirico del proprio sangue e ci insegnano.

Le parole di Achille Serrao questa notte sono generose: attraversano davvero mari e monti in una bellezza significativa, con la sua poesia offerta in quattro vie linguistiche, inglese tradotta da Luigi Bonaffini, spagnola per la stessa mano del poeta, italiana e in dialetto.

Com’è cominciata la tua passione per il canto? E quando quella per la poesia? -Sappiamo del tuo passaggio dalla scrittura poetica in lingua a quella dialettale. Come si è svolto questo passaggio? E perché negli anni sei rimasto saldo, radicato, al dialetto?

Mi piace immaginare: da sempre, prima nello scomposto desiderio di “dire” in qualche modo, di esprimere comunque il vedere, introiettare e rielaborare sentimentalmente, poi con la convinzione che di lì provenisse il bagaglio di ritmi, sonorità, di modulazioni, assonanze e dissonanze (compresi i segreti splendidi – matematici- che la musica possiede: una vera e propria retorica e grammatica e sintassi espressive) travasati nel e adattati al verso nella scrittura. Sì, devo alla musica e al canto quanto fonologicamente rendo in poesia, anche ora, anche oggi che gli anni e le volute di fumo della sigaretta non si contano più, che ha senso terribile contare.

L’amore perverso (ce n’è di perversione in qualsiasi atto creativo – e qui potrei aprire un capitoletto di considerazioni separato) per lo scrivere, scoperto casualmente a quindici anni, mi ha, come il canto, accompagnato fino ad ora. Resisto, credo di poter resistere non oltre la scoperta del “già detto” sul quale adagiarmi per farne rendita. Bandiamo le rendite: bel risparmio sarebbe, senza dubbio, di alberi e carta stanca.

Mi si domanda come sia avvenuto il “passaggio” da poesia in lingua a poesia in dialetto. La risposta è articolatissima, impegna buon tratto della mia storia infantile sofficemente adagiata nella memoria e nitida. … Nell’immediato preguerra la mia famiglia è contadina, mio nonno lamenta la condizione di costante inappagata fatica ed elabora magari pittoresche, ma certamente splendide bestemmie in occasione di raccolti infruttuosi, di grandini impreviste, di peronospore, mosche olearie, filossere … Al figlio maggiore (mio padre) impone la frequenza di un corso di studi, mio padre alla scuola di uno zio sacerdote impara perfino il latino, ma nonostante l’impegno non consegue il diploma di maestro come avrebbe dovuto, come il genitore avrebbe voluto. E comunque è ormai da tutti condivisa in famiglia l’idea che l’istruzione e la lingua italiana e il suo uso corretto, e possibilmente esclusivo, rappresentino l’unico strumento di riscatto dalla classe subalterna cui si appartiene. Quando poi gli eventi bellici e alcune prospettive di sistemazione economica inducono la famiglia a trasferirsi a Roma, appare più a portata di mano la realizzazione del progetto sociologico di rivalsa, per me innanzitutto: mio padre ripone molte speranze nella mia inclinazione allo studio, dispone: liceo classico e, nel seguito, una facoltà umanistica.

Ma nel frattempo io ho già corso il tempo dell’infanzia attraverso i campi, fra i guizzi delle lucertole, a piedi nudi, con la fionda in assetto di guerra, ho frequentato le scuole elementari con adolescenti lontanissimi dal cruccio della riabilitazione che mi hanno iniziato al gioco dello strummolo * , ho dormito notti di fantasmi agresti nel grande letto di barbe e bràttee. In questi tempi naturali ho parlato il dialetto, respirato il dialetto, perfino la segnaletica sostitutiva della parola ha comunicato efficacemente cultura del luogo che con la lingua nazionale ha poco o nulla da spartire: anzi, a me e ai miei coetanei la lingua italiana, se non ha instillato paura, ha procurato di certo disagio perché è apparsa sinonimo di un obbligo, ha significato senza appello “i compiti da fare per il giorno dopo”.

Scoperti poesia e amore dello scrivere durante gli anni del liceo, è inevitabile che l’imperativo familiare (e morale) tramandato abbia la meglio e la lingua della perseguita (e mai raggiunta) unità venga rispettosamente privilegiata nella scrittura, persistendo tuttavia nel mio subconscio l’idea della assoluta inconsistenza del familiare riscatto – sicché mi tocca percorrere un buon tratto di storia letteraria personale (forse troppo a lungo, allo scopo di approfondire ragioni plausibili della poesia e orientamenti, direzioni credibili) sostanziata in alcuni libretti in cui l’ingresso al dialetto è precluso. E tuttavia avvertendo, in ogni momento creativo, il forte scollamento fra antropologia comunque ereditata e strumenti retorici e stilistici impiegati per riprodurla, fra memoria antropologica e parola. Le parole italiane della mia scrittura hanno tentato spesso (specialmente nelle prose di Scene dei guasti, ma anche in numerose poesie disseminate nelle varie sillogi) di assumere i contenuti di quel torno di terre coltivate a fatica, le bestemmie del nonno con i baffi torti e gialli di nicotina ecc. ecc., ma per la loro inadeguatezza espressiva alla complessità e “concretezza” di quel mondo, hanno finito per spingermi sul versante di uno sperimentalismo talvolta acceso, verso esiti informali del tutto incongrui a consentire, favorire, una personale spontanea, per quanto possibile, identificazione.

Alla scelta del dialetto come lingua di poesia, al suo impiego responsabile sono stato spinto, da un lato da una esigenza di concretezza operativa ed espressiva, con il proposito di immettere nel circuito esistenziale quei valori per troppo tempo inespressi e addirittura relegati ai confini della vergogna familiarsociale; dall’altro, e contemporaneamente, da un movente psicologico: la religiosa necessità di instaurare con il padre morto un dialogo di verifica del vissuto, dei “come” dei “perché”, nell’unica lingua in definitiva comune, di eguale lunghezza d’onda, una lingua di possibile intesa rinvenuta nel luogo dove affondano le radici di famiglia, dove antropologia e memoria hanno lasciato sedimenti.

I miei versi in campano (ma avverto un forte disagio nel distinguere il dialetto, sul piano dell’impiego letterario, dalla lingua italiana: non è il vernacolo un linguaggio tout court, non rivendica – e forse con maggior diritto della lingua – le ragioni della poesia?) resi pubblici nelle raccoltine edite negli anni, ricuperano il lessico petroso della provincia. Tale lessico provoca una durezza sonora del dettato, forse una crudeltà di tono, un sound antico e duro da ‘600 pieno, antipetrarchista e barocco al quale contribuiscono anche ripescaggi archeologici di termini quali vetrèra ( fornace del vetro) e appuccenùte (raggomitolate su se stesse per freddo o per malore, tristi), come nel testo:

Se ne so jute muro muro da /‘o maciéllo ‘a vetrèra ‘a dint’’e ccase / appuccenùte sott’’e cieuze senza / vummecarìe … (Se ne sono andati muro muro dal / macello dalla fornace dalle case/ raggomitolate sotto i gelsi senza / smancerie …

Tutto che ha contribuito, come è stato rilevato, a creare una distanza “dalla facilità del cantabile e dalla insulsa e abusata melodia dei sentimenti – la canzonetta della napoletanità”** Avrebbe potuto la lingua soddisfare almeno una delle condizioni operative e psicologiche suesposte ? Credo di no. E questo spiega la mia ventennale “fedeltà” al nuovo corso prescelto.

Hai scritto molto sulla tua ricerca artistica, sul tuo rapporto con il territorio della nascita, sulla fonte paterna che ti ha battezzato linguisticamente in dialetto. Ti chiedo ancora qualche parola. Ha senso ancora insistere sulla lenta carta, in tanto mondo virtuale, consumistico, frettoloso? Sul dialetto in poesia? Su una ricerca interiore che sfocia di quando in quando in una pubblicazione con una casa editrice piccola, ostinata, tenace?

Il computer mi impaura. E’ intelligente più di tanto, oltre ogni misura, mi tiene sotto scacco in ogni momento dell’impiego. Lo uso come macchina per scrivere, badando di applicare con diligenza le poche nozioni mandate a memoria che lo riguardano. Serve, eccome, alle necessità della scrittura, ma è disumano, gli manca il fascino del fruscio cartaceo che adoro e mi rassicura, il “miracolo” del foglio bianco che via via si tinge di rinvii e correzioni e segni omessi o errati, che dovrebbero essere corretti dall’operatore nel corso della composizione, ma vengono invece segnalati da sottolineature in rosso. Gli manca l’anima del detto e soprattutto del prossimo dicibile che fluisce attraverso la mano e la penna, attraverso la mano in cui l’anima si prolunga. Le mie idee almeno non riescono a perforare lo schermo d’aria che si frappone fra me e la macchina. Restano lì, sospese, talvolta in una tenzone ineluttabilmente in perdita (un massacro ideativo frustrante). Meglio la penna e il foglio bianco in attesa.

Resto fedele al dialetto, direi fedelmente vocazionato (se mi si passa la bruttura). “Ci sono cose – ha scritto Raffaello Baldini – che possono essere dette solo in dialetto”. Ed è vero. Chi si trova (ahimè) a “cercare” poesia ( il poeta è un trovarobe, un cercatore di oggetti e parole per una nuova rappresentazione della realtà) può, per molteplici ragioni, imbattersi nel vernacolo e giungere perfino – come probabilmente è capitato a tutti i neodialettali – ad adattare l’idioma riscoperto alla propria natura trasformandolo in un vero e proprio idioletto, un linguaggio di nuovo conio dove è presentissima la sperimentazione non fine a se stessa.

Credo che la stampa di quelli che, a giudizio di alcuni o di molti, possono rivelarsi inutili rigurgiti di afflizione di petto ( in questo ha una gran dose di responsabilità il lettore-critico preposto allo specifico compito analitico) frutti adulterati di intimistica auscultazione, siano da evitare come davvero deleteri e ingombranti. Se poi la ricerca e le rese conseguenti sono autentiche, vere (sofferte se si vuole) e accrescono luce sul e comprensione del mondo, ben venga in soccorso la piccola casa editrice che è proceduta nella selezione del testo, la ostinata e tenace che comunque fa opera di testimonianza dei lavori in corso e che può agevolare – anche se per via di prescelta (o obbligata) modestia organizzativa e di diffusione- un desiderio se non una febbre di poesia in un Paese in cui da tempo i lettori hanno le tempie fredde, anzi freddissime. Su internet o in sito si legge di tutto, tutti sono laureati in poesia, senza distinzione di punteggio. Dio ce ne scampi e liberi.

Quali opere tue ritieni fondamentali? Perché?

Difficile rispondere. Tenterò di “pescare” quelle che in qualche modo hanno rappresentato dei punti di arrivo e di partenza insieme. Avviato verso uno sperimentalismo ad oltranza che aveva prodotto risultati inadeguati in Destinato alla giostra (1974) – libro intriso di echi novecenteschi riconoscibili ( tendenza poematica di ascendenza poundiana e eliotiana, ermetismo di area meridionale, lezione montaliana, entropia sintattica sperimentale ecc.) – devo attendere cinque anni perché giunga Lista d’attesa e mi conceda requie. Qui, almeno a detta di alcuni critici, i parametri letterari di riferimento sono in via di metabolizzazione; entro ritmi temporali particolarmente lenti, certo, in cui tuttavia si riduce il progetto illusorio e mitico di un’arte vaticinante e profetica, liberandola nel contempo, e definitivamente, dalle lusinghe intimiste e privatistiche che avevano caratterizzato Destinato alla giostra.

L’altrove il senso del 1985 porta i segni di questa, chiamiamola così, palingenesi “correttiva” e già orienta il verso nella direzione di una ambita semplificazione strutturale che troverà maggior dispiegamento qualche anno dopo nelle poesie in dialetto. In questo ambito avverto una totale libertà da lacci e impacci edificativi, una più “serena” libertà espressiva dovuta forse a temi e lessico impiegato, al suo spessore semantico inimitabile (e talvolta intraducibile in lingua), ai suoni superbamente e opportunamente accorrenti per rendere amalgama insperati.

Quali sono gli incontri artistici, nella tua vita, che ti hanno segnato e

cresciuto?

– Cresciuto, senza dubbio, e segnato nel profondo. Dicembre 1969: Gatto, Sinisgalli e Jacobbi (dalla memoria alata), in quattro seduti a un tavolo di vineria in Piazza Navona, io con loro su invito di Jacobbi. Dicono cose stupefacenti a ragion veduta, parlano di poesia, di letteratura, di vita, bevono Chianti. Ascolto ragionevolmente e opportunamente in silenzio sto lì a suggere le loro parole. Di qui prendo a scrivere poesie riuscite o meno, ma con viatico.

Poi sono venute importanti conoscenze “fiorentine”: quella di Silvio Ramat, di Mario Luzi, di Piero Bigongiari, tre formidabili interpreti, ciascuno a suo modo, della poesia novecentesca, che mi hanno indotto a “deviare” – dal mondo agreste inizialmente prescelto a tema del “fare”, così come dalla lingua adottata all’inizio, quanto più “diretta” possibile e naturale – verso il totale coinvolgimento e ostinato di stampo ermetico, in una raffinata coltivazione di poesia “pura”, polita oltremodo nella lingua e nelle applicazioni retoriche: un trobar clus perseguito come approdo insostituibile. Hanno poi funzionato da perno di fascinazione, deposito di fecondità espressiva, sicuramente da guide paternali, altri autori sopravvenuti ai quali spesso mi ha legato una fraterna amicizia: penso a Libero de Libero, Cesare Vivaldi e, nel seguito più recente, a Franco Brevini e Franco Loi che mi hanno accompagnato nel “fortunoso” passaggio verso il dialetto, a Giovanni Tesio e Amedeo Giacomini con i quali ho condiviso alcune avventure letterarie di non scarso rilievo ( la composizione della Giuria del Premio di poesia in dialetto “Lanciano-Mario Sansone”, per esempio). Penso a Emerico Giachery e, su tutti, a Dante Maffia e Pietro Civitareale; penso infine a Luigi Bonaffini – alla sua Brooklyn lontana – che ha tradotto in inglese ogni mio verso (nei volumi The crevice e Cantalèsia) e con il quale da anni ho aperto un canale privilegiato di diffusione e conoscenza oltreoceano della produzione poetica dialettale italiana.

Come leggi l’attuale panorama editoriale e poetico? Quali sono gli autori che più hai a cuore?

In assenza di “padri” (ci lascia l’ultimo, lo smisurato Zanzotto) – ma già da tempo il fenomeno poteva esser colto nel suo inarrestabile dispiegamento – a me sembra che il sipario della poesia si sia aperto (e si apra) sulla dispersione-disseminazione delle poetiche, dopo numerosi infruttuosi tentativi di sistemazione della materia. Sicché ogni poeta pare produca per sé, da sé costituendo un mondo inventivo separato, da sé e per sé dettando regole compositive che raramente trovano riscontro in altri. In questo mondo di separatezza aleggiano di quando in quando il fantasma di Pasolini, i modi zanzottiani, del Giudici migliore etc., né è possibile individuare appartenenze a correnti operative assestate e riconoscibili.

Con tale premessa, inclino da molto tempo verso l’apprezzamento dell’opera di Angelo Mundula, Dante Maffia, Leopoldo Attolico, Pierluigi Cappello e Anna Maria Farabbi, sul versante della poesia in lingua; di Franco Loi, Piero Marelli, Marcello Marciani, Mario D’Arcangelo, Stefano Marino, Giovanni Nadiani , Vincenzo Luciani e Rosangela Zoppi sulla sponda degli “idiomi minori”: con il rischio prevedibile di dimenticarne alcuni, magari stupefacenti per perspicua novità ideologica e per profonda allarmata ricerca di valori espressivi.

– Oltre alla tua poesia ricordo i tuoi rigorosi e necessari studi sulla poesia dialettale e, in particolare, su quella napoletana. Il tuo lavoro di collaborazione con il poeta, editore, Vincenzo Luciani, anche per la rivista “Periferie”. Ce ne vuoi parlare?

– I miei studi sulla poesia dialettale hanno riguardato tutte (o quasi) le “diverse” lingue, con qualche preferenza (et pour cause) per la napoletana. Gli approfondimenti delle lingue minori in generale hanno prodotto pubblicazioni quali Via Terra (1992), Ponte rotto (1992), Presunto inverno ( 1999) e Poeti di “Periferie” (2009); gli studi specifici sul dialetto napoletano mi hanno spinto (irragionevolmente, forse) ad allestire uno spettacolo (Era de Maggio, riduzione teatrale dalla vita e dall’opera di Salvatore Di Giacomo) e (più ragionevolmente) una antologia dal titolo Il pane e la rosa (2005) che spazia per cinque secoli di creatività e vitalità, dalla prima scrittura versicolare del cinquecentesco Velardiniello, e la contemporanea nascita di una letteratura alla napoletana, fino ai poeti neo-dialettali del Duemila. Poeti di “Periferie”, Era de Maggio e Il pane e la rosa sono stati pubblicati dalla Casa editrice Cofine diretta da Vincenzo Luciani al quale mi lega amicizia e una collaborazione ventennale, sia attraverso la cura e la pubblicazione di volumi destinati ad una mappatura di poesia e lingue delle varie province italiane, sia attraverso la rivista “Periferie” che ho il compito di dirigere. Al lavoro, tanto meritorio quanto oscuro e paziente di documentazione mappale, si affianca dunque l’impegno di una rivista che da sempre apre alla marginalità ideativa, ospitando prove di una operatività poetica (non solo dialettale) appartata, quella cui le storie letterarie e le cronache critiche di rado rivolgono attenzione: un poièin periferico, di qui il nome del periodico, e semiclandestino che offre spesso gli esiti migliori nel mondo versicolare contemporaneo. Per qualità di proposte, tale appartato impegno insinua la riflessione che molti repertori dovrebbero essere sottoposti ad una attenta revisione, e magari riscritti con interpretazione autentica, ormai imprescindibile, della fenomenologia poetica dialettale. La rivista svolge, da circa un ventennio, una funzione propositiva allo scopo di consentire la emersione di esiti diversamente destinati all’anonimato o alla scomparsa dal terreno della letteratura attiva. E per questa via, in seconda ma non meno rilevante istanza, fa costantemente suo un compito testimoniale dello stato degli atti nella sua complessa articolazione. E lo stato degli atti del Duemila inoltrato pretende che si tenga conto, con serissima e totale immedesimazione, anche dei lavori in corso dello spazio vernacolare. Perché ancora oggi, come in altri momenti della nostra avventura poetica, da quel sito di creatività si assiste ad un rigoglio produttivo meditato, colto, seguito spesso in molti autori dall’abbandono definitivo della poesia in lingua precedentemente praticata.

Attualmente stai lavorando ad un solco di poesia?

Si, ma non riesco ad individuarne i margini: il “solco” guida con segnali ancora labili, con barbagli, da lontano. Intanto verifico che sia ancora valida (fuori dell’intervista) l’idea che la poesia sia un letto mentale e cordiale costantemente disfatto, da rassettare: ché ogni cosa torni al posto che gli pertiene, ma con un surplus di nuovo (compreso il sudore o calore della notte avanti) ogni volta. La poesia è stato ansiogeno di conoscenza, di rado “consolatorio” a cose fatte, e sempre, a cose compiute, origine di ulteriori più profondi stati d’ansia; è “tramite” stilizzato di apprendimento del mondo di qua, ma anche di là, per cui include risvolti religiosi, persino medianici. La poesia è tanto altro ancora che affonda le proprie competenze e stati di grazia (e di disgrazia) nello splendore della sua inutilità.

Novembre 2011- Achille Serrao

Strummolo: Trottola, paleo di legno con punta di acciaio. Il gioco dello strummolo (denominato spaccastròmmole) consiste nel lanciare, con l’aiuto di una cordicella sistemata nella scanalatura della trottola, lo strummolo con forza perché duri la sua rotazione quanto più possibile. La trottola che interrompe prima il suo movimento è la trottola perdente che verrà spaccata dai colpi di punta delle vincitrici.

Zdravko Mandic

ACHILLE SERRAO –  POESIE

Comme fosse niente

Stà scennenno stasera, comme da ‘e pparte

‘e pàtemo ( ca songo meje purzì,

autanza ‘e terra ‘a quanno scapulàje ),

 scenne na sera ‘ e pecundrìa

din  don a martiéllo a ogne quarto ‘e vita

‘e lluce che s’appicciano addò va

chi preja chi nu piccerìllo

cunnulèa  p’’o vico e nonna nunnarèlla

figlio ‘e mamma‘mmiez’a ll’aria ‘o taluòrno

se sente ‘e velejà, tramènte ca ‘o cunciérto

                                                    ‘e sempe

acconcia na maniàta ‘e cacciuttiélle

spiérte int’’o scuro…luntano… nu basso tuba ‘ncanna …

Chisà sti viérze si ponno ‘ngarrà

primma ca notte vène, a fégnere

na luna cònca pe’ sta sera ‘e pecundrìa

ma sbrennènte (te l’hadda ‘mmaggenà 

sbrennènte) ‘ncopp’’a muntagna … ‘a luna, sì

‘a stessa ‘e tanta ggente

che campa e mmore comme fosse niente.

Come se niente fosse. Sta scendendo stasera, come dalle parti / di mio padre (che sono anche mie, / orgoglio di terra da quando venni alla luce), scende una sera di malinconie / din don a martello per ogni quarto (d’ora) di vita / le luci che si accendono a caso / chi  prega chi un bambino /  culla nel vicolo e ninna nanna /  figlio di mamma nell’aria la cantilena / si sente scorrere lenta, mentre il concerto / di sempre / accorda  una manciata di cani / smarriti nel buio … lontano … un basso tuba in gola … / Chissà se questi versi ce la faranno / prima che arrivi la notte, a fingere / una luna qualunque per questa sera di malinconie / ma luminosa ( la devi immaginare/luminosa) sulla montagna … la luna, sì / la stessa di tanta gente / che campa e muore come fosse niente.

*

Comm’era

Uno ca se nne va, cu na ventiàta

‘e sole ‘mmiez’ê scelle

e ll’ate attuorno piulànno  â bbona ‘e Ddio;

uno ca nun s’avòta arreto manco

pe’ fa sapé si torna

o si nun torna, ca pure ‘int’ô penziéro

na ferùta è ‘o tturnà, comme ‘a cammenatùra …

 

chillo ‘e nuje se nne jette, apprimma

cu ll’uocchie e se stunàjeno ‘e culure:

russo ammescato ô vvèrde ‘ncopp’ê llogge

‘o janco … ‘e ninne murtacìne a sciorta lloro

 ‘mpont’â vocca … Arracquàteme ‘e sciure pe’ piatà,

cummigliàtele quanno ‘a feleppina

scioscia arzènte. E se nne jette … Torno

nun torno, nun m’aspettate ‘nnant’ô fuculàre

‘nnant’ a sti ppalummèlle

lazzare che ve strùjeno ‘a faccia ‘a sera…

facìteme truvà tutto comm’era …

Com’era. Uno che se ne va, con una ventata / di sole sulle spalle / e gli altri intorno a pigolare buona fortuna; / uno che non si guarda indietro neanche / per far sapere se torna / o se non torna, ché perfino nel pensiero / tornare è una ferita, come l’andare … // quello fra noi se ne andò, prima / con gli occhi e si stordirono i colori: / il rosso mescolato al verde sui balconi / il bianco … i bambini  smunti il loro destino  / sulla bocca … Annaffiatemi i fiori per pietà, / copriteli quando il vento freddo / soffia pungente. E se ne andò … Torno / non torno, non mi aspettate davanti al focolare / davanti a questi barbagli / inclementi che vi intagliano il viso la sera … // fatemi trovare tutto com’era.

*

Na casa acconcia

E po’ turnà, na casa acconcia

‘ncopp’a na  muntagnèlla ascevulìta e ‘a furtuna

ma qua’ furtuna, patatè, ‘mmiez’a stu vvèrde

                                                    vèrde futo

ca sulamènte ‘a pazzarìa è chiù vvèrde:

na freva ‘e luce stà sperciànno ‘e scure

                              – e vìsule e muschille, angiule piccerìlle

                                nu ji e venì pe’ dinto a sta caiòla celestina –

schiara litratte ‘nfacci’ô muro, fa una lampa

‘e chella ggente senza trìvule, àneme d’’o priatòrio

ca manco ‘o nomme t’allicuòrde.

Una casa adatta. E poi tornare, una casa adatta / sopra un colle in deliquio e la sorte / ma quale destino, padreterno, in mezzo a questo verde / verde cupo / che solamente la pazzia è più verde: / una febbre di luce attraversa le imposte / – e pupille e moscerini, angeli minuti / un andare e venire in questa gabbia azzurrina – / illumina ritratti sul muro, fa una sola vampa / di quella gente senza pianto, anime del purgatorio / che neanche il nome ti ricordi.

*

‘E Marzo

Marzo è nu mese ‘mbufunuto, malòmbre

‘e marzo se ‘mpìzzano p’’e stipe, ‘mbrogliano scatuliànno

penziére ‘e na vita, parole ‘e na vita e stènneno

angarèlle ‘int’’e cannòle, ‘a funtana se lagna

scioscia lamiénte ‘e ciento criature.

 

E pure ‘o sango: sciulia ‘ngummuso

miàula ô primmo ‘mpiédeco s’arrogna e

trova pace, po’ capuziéllo torna a sfrennesià…

 

… Curre sciummo ‘nfernuso carrèra d’’e suonne

dint’a stu quarto só Pulecenèlla

senza mascara cu ‘a ‘ncurnatura malandrina, só

chillo ca ‘e notte va alluccanno ê stelle …

A Marzo.  Marzo è un mese gonfio, fantasmi / di marzo forzano gli armadi, scombinano rovistando / pensieri di una vita parole di una vita e tendono / trappole nelle tubature, la fontana si lagna / soffia lamenti di cento creature. // E anche il sangue: scivola gommoso / miagola al primo incaglio si aggruma e / trova pace, poi testardo torna a delirare … // … Corri fiume stizzoso carraia di sogni / in questa casa sono Pulcinella / senza maschera con l’aria malandrina, sono / quello che di notte va gridando alle  stelle …

*

‘E ccose

Nun succede addu nuje ca dint’ô scuro

pigliano suonno ‘e ccose, manco ‘o funno

chiù ‘nfunno ‘e na rosa; ‘e grisce sì, ‘e grisce ‘nzallanùte

s’addòrmeno â saglipènnola ‘e ll’ore

tic tac addio gnureno ll’uocchie e addio;

ll’ate ‘ncagno, chelli janche allérta

‘ncopp’a chiéia d’’o munno,

aràpeno ‘e ppapelle  tèneno mènte

a na speranza ‘e sole ca sciulia ‘a fora …

sciulia a fforza pe’ na senga.

 

Quaccheduno tuttavòta, grisce o janche,

m’hê ‘a credere, ‘int’’a ll’ombra zittu zitto

spuntarrà abbascio ê grade

                                          ( ‘e ccose ‘o ssanno ) ….

 

‘O vi’ ca tuzzuliànno cuóncio cuóncio

vène pe’ s’’e ppurtà?

 Le cose. Non accade presso di noi che al buio / prendano sonno le cose, neanche il fondo / più riposto di una rosa; le grigie sì, le grigie rimbambite / s’addormentano all’altalena delle ore / tic tac addio chiudono gli occhi e addio; / le altre invece, quelle bianche all’erta / sulla curva del mondo, / sollevano le palpebre confidano / in una  speranza di sole che scivola da fuori …  / scivola a forza da una crepa. //  Qualcuno tuttavia, grigie o bianche, / mi devi credere, nell’ombra silenziosamente / spunterà giù dalle scale / (le cose lo sanno) … // Lo vedi che bussando  adagio adagio / viene per portarsele via?

*

Na jurnata ‘e chelle

 Qua’ jurnata … è na jurnata comme

a ll’ate, chesta ca ‘o lummo a vvota a vvota

                                                   spuzzulèa?

Anema ‘e sciore addeventaje palomma

nu ‘ntravenì ‘e vita  sott’a pennatèlla …

 

e qua’ suspire ‘e scelle

addò ‘a jurnata è na jurnata … Triémmele

mo’? nu piccio ‘ncopp’a murata?

Comme fa bello, Ddio, stu ‘nzerretà

                                                  ‘e fronne …

E i’ ca ll’anne m’ê strascino ‘ncuòllo

tale e quale ‘a cestùnia ‘a casarèlla

va’ sapé si è na voce

addò ‘a jurnata è na jurnata ‘e chelle

o n’ata verità che s’annasconne.

Una giornata di quelle. Quale giornata … è una giornata come / le altre , questa che poco alla volta la luce / distilla? /Anima di fiore diventò farfalla / un miracolo di vita sotto la grondaia … / e che sospiri d’ali / dove la giornata è una giornata … Tremiti / ora? un lamento sul muro ? / Che meraviglia, Dio, questo eccitare / di foglie … / E io che gli anni mi trascino addosso / come una tartaruga il guscio / va a capire se è una voce / mentre la giornata è una giornata di quelle / o un’altra verità che si nasconde.

*

PASSIO 

I.

‘Mmiez’ô curtiglio n’àrvulo, ‘a quant’anne

macula vèrde ‘e chesta gente

‘nchiuvata â staggione a vierno

e cu nu sfriso ‘e chiuóve pure tu, àrvulo d’’o sparpétuo, culore

d’’a paciénza e vermenàra

‘e frunnelle argiénto

si scioscia barbara ‘a terrazzanèlla.

 

Attuorno na vulèra ‘e piccerille

conta cu vvoce a schióvere tutt’’e juorne abbenì

                                                                 – ‘e ssiente?

ma ê vvocche sfussecate ê pparole

ammutùte ‘ncopp’â scorza, oh sì

                                                                  chi tène mènte?

‘o Figlio ca se chiagnette ‘a frattarìa

appujato a nu nùreco ‘e piatà

addò’ manco ‘a perrélla mo’

trova arriciétto e canta?

 PASSIONE I . Un albero in mezzo al cortile, da quanti anni / macchia verde di questa gente / crocefissa all’estate all’inverno / e con uno sfregio di chiodi anche tu, albero del dolore, colore / della pazienza e tremito / di foglioline d’argento / se soffia aspra la tramontana. // Intorno uno svolare di bambini / racconta con voce ripida tutti i giorni a venire / – li senti?/ ma alle bocche intagliate, alle parole /  mute sulla scorza, oh sì / chi fa attenzione? / il Figlio che pianse la moltitudine / appoggiato a un nodo di misericordia / dove neanche la cinciallegra ora / ha quiete e canta?

*

II.

‘O cielo chiaro comm’’a cèra ‘e Cristo

quanno ‘a chella croce cu na lenza

‘e voce suspiraje: “Ogge chi vola …”

Po’ s’abbiaje sul’isso

a ll’ùtema sagliuta: “Pate, t’affédo

priezza e pecundria e … lloro

                                          ‘e puveriélle scùrfene

‘e juorne e storia … n’aggio chiagnute lacreme pe’ chesta

chiorma senza chiù primmavère, lacreme

                                                         nere …

ah, putesse ‘mmiez’a st’aria ‘e cardacìa

nu piccerillo cunnulià – tiénnero

‘o mussillo – che m’è figlio …

Stà trunanno, siente?

‘o ppoco ‘e ‘uerra pure stammatina

scapézza abbascio â rosa    

l’apa riggina e ll’ate, na rocchia ‘nfrennesìa,

spatriano assaje luntano …

Pate, na mano …”

 II. Il cielo trasparente come il viso di Cristo / quando da quella croce con una fuga / di voce sospirò: “Oggi chi vola …” / Poi in solitudine si avviò / all’ultima salita:  “Padre, ti affido / gioia e tristezza … e loro / i poveri orfani / di giorni e storia … ne ho pianto lacrime per questa / ressa senza più primavere, lacrime / nere … / ah, potessi in quest’aria inquieta / cullare un bimbo – tenero / il labbruzzo – che mi è figlio … / Sta tuonando, senti? / un po’ di guerra anche stamattina /  rovina ai piedi della rosa / l’ape regina e le altre, un nugolo in delirio / sciamano assai lontano … / Padre, una mano …”.
 **

Riferimenti in rete:http://www.poetidelparco.it/2006/48.pdf

http://www.poetidelparco.it/9_155_Achille-Serrao.html

http://www.vesuvioweb.com/new/IMG/pdf/0_Interviste.pdf

RIFERIMENTO IN RETE: http://www.achilleserrao.it/

5 Comments

  1. Che dolore! Ho conosciuto anche di persona il meraviglioso poeta Achille Serrao. Ti ringrazio particolarmente, Anna Maria, per il toccante, doloroso, intenso ricordo di lui che ci hai donato. Grazie! Non dimentichiamolo…
    Un abbraccio da Mariella

  2. Grazie ad Anna Maria e all’opportunità che ci offre .
    Serrao occupa e occuperà per sempre l’intelligenza e la sensibilità di quanti hanno a cuore l'”umano”, il suo portato pubblico e privato e le sue parole più rappresentative .

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