TERRE DI MEMORIA: RICORDI DELLA MIA VITA CENTENARIA- Leone Sacchi

luciano bovina

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Il primo ricordo è quello di una carriola capovolta. Mi divertivo a far girare la ruota avanti ed indietro. Un altro gioco era costituito da un cerchio di legno che con una asticella facevo correre lungo la strada. A quei tempi si poteva perché non c’erano pericoli: non c’erano neppure le biciclette. Figuriamoci le macchine.

Un altro ricordo, per me pieno di gioia è legato alla fine della guerra 15-18. Forse un reggimento di soldati si era accampato vicino al caseificio ed io ricordo che all’ora del rancio mi facevo trovare in mezzo ai soldati per poter immergere il cucchiaio in qualche gavetta. Ricordo che questo mi dava una grande soddisfazione, forse soltanto per il fatto di sentirmi ben accolto e persino coccolato. Del resto a quei tempi non c’erano né asili, né scuole materne e quindi la mia vita, come quella dei miei coetanei, si svolgeva tutta per strada, a contatto con degli estranei. In prima elementare, a sei anni, non sapevamo neppure tenere in mano la matita. La maestra ce la metteva fra le dita e poi ci faceva fare le aste e  ci insegnava a contare sulle dita della mano. Quando poi si incominciava ad usare la penna e l’inchiostro era un disastro di scarabocchi e di macchie sul quaderno. Ricordo ancora la mortificazione di uno schiaffo che la maestra Nicolini mi diede per una goccia di inchiostro che mi era caduta sul quaderno. Gli anni a scuola trascorrevano lentamente e con poche soddisfazioni. In campagna i bambini parlavamo il dialetto e non sapevano l’italiano. Anch’io ho avuto le mie difficoltà e sono stato bocciato in terza elementare. Purtroppo ognuno doveva rimanere nella propria situazione sociale e la scuola non aiutava certo i figli delle classi subalterne ad emergere e risalire la scala sociale. I miei studi sono terminati con la sesta classe alle serali. Allora a Carpi si poteva fare fino alla settima, che forse corrispondeva a quelle che poi sono diventate le scuole medie.

robert doisneau

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A sei anni avevo iniziato a studiare musica con ottimi risultati e con grandi soddisfazioni e così a 15 anni con la mia orchestrina ho cominciato a suonare nelle sale da ballo. Questi sono stati gli anni della mia spensierata gioventù. Nel 1935 a 22 anni mi sono sposato a Migliarina con la donna della mia vita, la mia Maria, con la quale vivo tuttora. A Migliarina è nato anche il nostro primogenito Corrado al quale avremmo voluto imporre un nome straniero, William. Ma già non si poteva perché la dittatura fascista aveva vietato l’uso di nomi stranieri e succedeva anche di peggio con i licenziamenti per chi non prendeva la tessera del fascio o per la persecuzione e poi la deportazione degli ebrei. E poi il fascismo ci trascinò in guerra.

Da Migliarina ci dovemmo trasferire a Cibeno nel caseificio Crotti, per sostituire mio fratello Duilio, richiamato al fronte. E lì nel 1942 è nata la nostra seconda figlia Emilia. A Luglio del 1943 ho aderito alla lotta partigiana come responsabile dell’assistenza alle famiglie bisognose, che avevano dei familiari  in clandestinità. Il 16 gennaio del 1945 la brigata nera in assetto di guerra arrivò al caseificio per arrestarmi. La sera precedente era stato arrestato il responsabile della sussistenza di Carpi con un  carriolino pieno di carne. Sottoposto a tortura aveva rivelato la provenienza della carne e fatto il mio nome. Io per fortuna ero fuori casa e mi sono dato alla latitanza. In quella circostanza mi fu affidato l’incarico di costituire il Comitato di Liberazione  nella zona di Cibeno, San Marino e parte di Budrione. Nel Comitato erano rappresentati tutti i partiti antifascisti ed io ne fui nominato presidente, incarico che mantenni fino alla Liberazione.

Con quel ruolo favorii anche la nascita della Casearia, un consorzio al quale aderirono subito dieci caseifici con un bilancio unificato, allo scopo di proteggere i contadini che conferivano il loro latte nei caseifici più esposti alle razzie di tedeschi e fascisti. Era come una assicurazione che unificando le perdite garantiva a tutti un minimo vitale per sopravvivere. A guerra finita furono costituite anche altre casearie nei comuni di Soliera e di Novi. Poi finita l’emergenza ogni caseificio riacquistò la sua autonomia.

I rischi corsi sono stati tanti, ma sono orgoglioso di aver dato il mio modesto contributo, come tanti altri alla liberazione del nostro paese dall’occupante straniero e dalla dittatura fascista, insieme a mia moglie che era responsabile del Gruppo Difesa della Donna. Per i meriti acquisiti io fui poi nominato consigliere nel Consiglio Comunale della Liberazione di Carpi.

A guerra terminata, rientrato Duilio dall’Africa, io mi sono trasferito al caseificio Tresinaro con la famiglia. Mia moglie non avrebbe voluto ed ha cercato di persuadermi a rimanere a Carpi. Lei voleva andare a lavorare in fabbrica, ed anch’io avrei potuto trovare un altro lavoro, ma io ero nato casaro e mi sembrava di non poter vivere senza quel lavoro.

luciano bovina

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Andammo quindi a vivere, come dipendenti di una piccola cooperativa, in quel caseificio che mio fratello aveva gestito privatamente per conto di tutti i fratelli Sacchi, fino al Novembre 1944, quando fascisti e tedeschi ci portarono via tutto, distruggendo col fuoco quello che non erano riusciti a rubare. La casa, una vecchia catapecchia, che esteriormente ricordava la foto della casa di Garibaldi, senza luce, senza acqua e con un cesso all’esterno, era addossata alla casa di un contadino che si divertiva a farci ogni sorta di angherie. Per arrivare in città bisognava percorrere in bicicletta, estate ed inverno, con qualsiasi tempo, cinque chilometri di strada bianca sempre piena di buchi e di sassi. Ricostruendo un po’ alla volta gli edifici lesionati e migliorando, per quanto possibile la nostra condizione abitativa, siamo rimasti lì per 16 anni.
Dopo due brevi periodi di lavoro come casaro in un caseificio alle porte di Carpi e poi a Gaggio di Modena, ho abbandonato la vita di casaro e mi sono trasferito a Bologna dove vivo tuttora con mia moglie Maria, vicino ai miei figli, ai nipoti ed ai pronipoti.

Ho svolto anche attività politica nel Partito Comunista e poi mi sono dedicato alla scrittura. Ho scritto la storia della mia vita, Ricordare per Vivere, pubblicata nei Quaderni Modenesi e conservata negli Archivi di Santo Stefano ad Arezzo. E poi centinaia di articoli e brevi racconti, pubblicati da varie riviste e giornali. In particolare mi preme ricordare con orgoglio le pubblicazioni del giornale Ritrovarci al Benassi dell’omonimo circolo e due volumi della collana del dott. Dante Colli, dedicati alla storia di Carpi. Immodestamente penso che mettendo assieme tutti i miei scritti si potrebbe ricostruire un pezzo di storia d’Italia degli ultimi cento anni. Per questa mia attività ho avuto la soddisfazione di intrattenere, per qualche tempo, anche un rapporto epistolare con il Prof. Romano Prodi, che, sebbene impegnato come Presidente del Consiglio ha sempre voluto rispondere di persona ai miei scritti.

Voglio fare un elogio particolare ed un ringraziamento pubblico a mia moglie, che, malgrado le difficoltà, mi è stata sempre vicina e mi ha sostenuto in ogni momento.

Termino riaffermando che la vita è un dono meraviglioso. Sono contento di averla vissuta con gioia ed entusiasmo e spero di poter continuare a gioirne ancora per qualche tempo.

Leone Sacchi –       Bologna 24/09/2012  

1 Comment

  1. i tuffi come questi, nel tempo che era quello di mio padre, dei miei genitori, ma anche di una zia amatissima che ora sarebbe ultracentenaria con cui spesso ho diviso il mio tempo di bambina, sono apertura,varchi su un mondo che abita in me vivo e ricco di luci e profumi e suoni e voci.Grazie a Leone Sacchi per averci e vermi offerto questo passaggio. fernanda f.

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