Fernanda Ferraresso: scelte dalla raccolta Cantico di stasi, di Marina Pizzi

roberta serenari

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“Cantico di stasi. Canto di una cesura, di un rallentamento, di un flusso emozionale che sbocca in una pozza però non  immota perchè il dolore, la morte, la mancanza delle persone amate, la fatica del dire tuttavia non si placano, la lingua ancora si torce (come la trottola spesso presente) in lunghe spirali metaforiche e simboliche che si aprono in bagliori di senso, in vere rivelazioni di insospettati accostamenti. ” Così  Narda Fattori introduce Marina Pizzi, riconoscendole uno stile personalissimo, non confondibile , una capacità che macina e rigenera ciò che la lingua a volte scarta, salta o più spesso evoca, attingendo al pozzo mai saturo di suoni che ti imbavagliano o ti cullano ma non ti lasciano indifferente, poiché cerca e ti accerchia, nella desolata e assolata porzione di spazio, il martello della campana apre luoghi di cui mostra l’occhio, l’ottone del riverbero, l’attonito risveglio e in pieno petto senti il metro, con cui misurarti dentro, anche tu suono, suolo, lontano, negletto eppure schietto, o raschiato, un rischiarato rischio in cui mettere la vita sotto analisi e il lettore all’erta di una salita che non finisce mai ma potrebbe essere tutto un senso inverso. Se sono pochi i chiari di luna e poca e quasi irrespirabile l’aria, il tempo perduto, insieme alla leggerezza e all’ingenuità, è perché tutto si fa pietra che rotola senza essere quella del perdono, non c’è pasqua ma solo perdita, a vista d’occhio e, forse, anche quella è l’ennesima menzogna a cui non si può lasciarsi andare, in cui non si può confidare. Eppure, c’è quasi una certezza, qui, in questi versi densi di amarezza fattasi inchiostro, denso, cupo l’osservatorio di Pizzi annota che persino gli angeli stanno qui, appena sotto le foglie, cadute anch’esse, caduti o caduchi, entrambi, angeli e foglie come noi, come ogni cosa, senza posa.

f.f.

roberta serenari

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CANTICO DI STASI
2011- 2012

1.

in un ospizio di foglie
la pigrizia dell’angelo.
si secca la gioia di dio
pertugio di lacrime.
incline al giocondo arenile
balbetta d’eco la conchiglia.
in mano all’armonia dell’inguine
resta la giara senza l’olio santo
prosciugato dal resto del mondo.
mandami un calesse avrò già pianto
nel dilemma scortese del fango.
è tutta qui la resina del dubbio
quando la casa crolla tutta sicura
di stare in piedi. i duri fratelli
hanno lasciato la casa dopo il saccheggio.
in un tuono di vendetta la scaturigine
del sacco chiuso a bomba. intorno le vipere
spasimano gl’intrecci. l’ironia del vicolo
spadroneggia sugli amanti senza riparo.

2.

quale imbrunire mi offuscherà la fronte
nella schiera di nuvole nemiche
scacchiere senza angeli di fianco.
oggi il diverbio è pastore di se stesso
quasi un convulso esodo di stasi
verso l’ombra che per tutti c’è.
in un buio di casale voglio l’occaso
della pace. in primavera si addice
la mia voglia di avverare aiuto
almeno alle fontane senza acqua
battesimali di cenere per sempre.
la croce sulla fronte non basta
il salario di essere felici, anzi
la casta delle ronde tonifica il demonio.
i prìncipi sono pochi e i sudditi
immensi. così lo stato delle fosse
vive, lo stato del dominio delle cose
fatte ad arco per castigare meglio.

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roberta serenari

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3.

posso dormire una notte di scalee
quando le donne con lo strascico
giocano a copiar principesse.
presepe laconico guardarti
dentro il cullare delle darsene oleose
materne quanto un albero di riva.
in mano alla questura di dare appello
la turba che bada la scommessa
di perire sasso senza turbe
né baveri alzati da ubriaco.

4.

così si dice pianga la lucciola
quando la manna si fa spazzatura
presso la porta dorata del folletto.
il bimbo gioca a se stesso da piccolo
ma non lo sa e non è felice appieno.
si sa che è uno zero lunatico questo
tuo perno senza cibo sfinito nella ruggine.
nella sabbia che fatica le staffette
corre la fiamma a cercar di amare
le zuffe di ferrosi amanti.
in un duetto di fragole di maggio
invento le gole di fratelli golosi
così noiosi da sembrar gemelli.
l’arena di truppa non fa finir la guerra
né la buona cucina invita qualcuno
per esorcizzare il rantolo.
la pagnottella con il prosciutto è leccornia
da altare. tu inventa una steppa che
sappia grilli parlanti come le gemme
delle favole. dividi con me questo
cimitero acquatico di fuoco. io non
voglio chiamarmi più marina né in altro modo.

roberta serenari

5.

ho imparato a giocare con le statue
in grandi mari a tuffarci insieme
inguine di donna la marea
sotto la guerra di perdere i bambini
in preda alla resina dei barbari.
in mezzo all’avarizia della bara
sono rimasta cenere sgraziata
dai sassolini dei venti più potenti.
in mano alla paglia dei falò
da viva imparai le ceneri
le belle faville che non smettono.
i cortili dei vivi avevano altarini
acquitrini per i pesci rossi
non peccatori i miti degli amori
aperti a mo’ di libri sui davanzali.
in barca sulla fronte dell’anarchia
la chela del granchio non osò toccarla
anzi si ritrasse per un fido di elemosina.

6.

La finestra dello scontento
lungo le rotte del mio sacrificare
la calca della palude. nell’interno
del diamante vedo il cestino
delle inutili stimmate. sono molto a soffrire
questo marziano d’ansia.
indarno gli appunti non spiegano
la disgrazia delle mosse senza rispetto
le malizie che contengono l’arrivo
sulle supplenze del vento sempre contro
il beneficio del faro tutto stante.
in gara con la rondine che vince
si ritiri la noia che dà da piangere
al cinereo bastone del basto dentro.
qui si immola l’avarizia del contendere
solo acquazzoni con le morse delle gocce.
in mano alla pietà della risacca
le scorie nelle mani sono l’affetto
di gente morta nel giardino delle meraviglie
così si dice nelle fole di vinti talami.
la paura del soldato è lo steccato
dinamitardo. qui se ti affretti a scappare
apra la sorte il vento e l’avarizia crepi.

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roberta serenari

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7.

quale bistro truccherà il mio zaino
in perla d’indovino finalmente
per correre alla maniera dell’atleta
con la lancia in resta e la corona in testa.
nulla parlerà di regole oceaniche
visto che lo stagno piange fanciullo
e la pallottola ha trascorso la nuca.
così morta la ciurma della ronda
nulla potrà cantare alla madre del bivacco
l’accomodo di dirle una pietà.
alla cometa del rantolo maniaco
si scomoda il respiro per spirare
la corta moda di morire sùbito.
in mano al dado del sicario
si ottenebra la calce del loculo
quale più oscuro anfratto di bracconaggio.
in mano alla caduta della rotta
faccio ammenda di me nei secoli
per le placente irrise che non ebbi.

8.

dio di cancrene stare zitto
sul filo del rasoio come abaco
atto al rasoterra. l’alone della terra
è fiato smesso pronto per il sottomesso
fato di sospiro. e sempre rantola il guasto
della conca in culmine di oceano. iddio
canuto questo scempio fiumara di fumo.
addio al sasso che giocò al vetro rotto
dentro il cortile d’infanzia. è giara di veleno
l’alunno zoppo che non può scalciare
contro la poca aureola del sogno.
in lutto guarderò la sedia vuota
dove rantolò la scherma di Ulisse
il bel cerchio di restare vivi.
in fondo è un cipresseto anche l’annuncio
di chiamarsi al dondolo. muore la spada
d’accatto quando giocare sfuggiva la cavia.
oggi si accantona il bacio
per un giro ancora.

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.roberta serenari

33.


la bisaccia della rondine non basta
a trasportarti da me. l’inguine della meridiana
inventa un amore per tramortire
le paludi. indagine corsara starti a sbirciare
per ciarlare il verbo di rincorsa
inventando la guardiola delle gioie
inesistenti e vane.
giochini di comete nei bambini ciechi
quando la bussola connette le onde
per divertire quegli occhi spaesati
riuniti sotto buio. la marea del discanto
scaturigine le nenie poverette
le turbe scure di chi piange sempre.
prestato Olimpio starti a guardare
da sotto le tenebre del fato
tanto per giocare con la terra smossa
riordinando i fiori all’insaputa del grano.
giorno notturno la spocchia del pipistrello
quando i cattivi paventano i morti
e le notturne spole delle lucciole.
l’indarno fa con me la vita nera
l’apostolo diavolesco degli sterpi
dove si fanno asole cucite per far
restare il petto aperto al vento.

39.


invecchia la primavera in un arancione di gambi
la briciola del passero avvera la pietà
se da domani scricchiola l’inverno
e il paese doma la cicala
patriottica e ribelle.
di già palese l’eredità tombale
quando chiunque tace sulle sevizie
subìte in età solare. la massima mansione
è sanatorio d’astio quando qualora qualcuno
sorride d’ilarità finale. gaudio da scoglio
somigliare l’angelo traguardo nel dado fido.
il tutto il mio saluto arriverà premura d’angelo
finalmente la gerla di una mole di fiori
dove qualcuno riderà ragazzo
ed io simile sarò. scherni d’innesti non saranno
i fratelli trascurati dalla baia del porto
dove si foggiano gli orfani. tamburi di norme
le direttive del cielo o la barzelletta blasfema.

42.
resisto da sola in campo corto
in un assesto di storia quasi sbornia
per uno svilente anfratto senza abbracci.
brancolo una neve che mi dia rispetto
un aspetto smilzo per le rondini
finalmente una gincana credula
dove addormentare il tempo.
un urlo bonario di civetta
accrediti il lunario presso dio
con la risposta in apice di cielo.
qui a me di spalle c’è un diamante cieco
valore letargico e mortale. accanto
a un amante mansueto s’issa
la stazza del verdetto.

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9 pensieri su “Fernanda Ferraresso: scelte dalla raccolta Cantico di stasi, di Marina Pizzi

  1. pulsione interiore, ritmo e forma di espressione ricompongono i frammenti in un’unità significativa.
    “…resisto da sola in campo corto
    in un assesto di storia quasi sbornia
    per uno svilente anfratto senza abbracci.”
    Una voce che troverà i suoi varchi…..Grazie Ferni

  2. Ringrazio Natalia per averci dato un riferimento in cui ampliare la lettura dei testi di Marina Pizzi , una scrittrice davvero generosissima. f

  3. Ringrazio Maria per le sue considerazioni sui testi di Marina, una lettura mai facile ma ricchissima di ombre, di tagli in cui fermarsi a toccare la scabrosità del luogo in cui si inoltra.Il mio ringraziamento a lei per quanto ogni volta ci propone con ampiezza. f

  4. Marina Pizzi è senza dubbio una delle voci più importanti della poesia italiana. Certo non facile ma, quando si riesce ad entrare nei suoi codici, è come avere fra le mani il filo d’Arianna per essere sicuri di percorrere tutto il percorso del suo labirinto. Anche se poi ci si ritrova in un labirinto ancora più vasto. Eppure, le emozioni fortissime della sua poesia, lasciano senza fiato… un grazie anche a Natàlia per il prezioso link

  5. grazie di cuore agli intervenuti, a Fernanda Ferraresso e a Narda Fattori della quale non avevo letto il commento, Marina

  6. mi piace molto questa nuova(almeno per me) veste di Marina Pizzi. Complimenti!
    lucetta

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