Intervista di Vittoria Ravagli ad Aldina De Stefano

  moreno tomasetig- krivapeta

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.“Le Krivapete delle Valli del Natisone – un’altra storia” – 

Kappa Vu, Udine, 2003. Autrice Aldina De Stefano. Collaborazione delle donne delle Valli.

Primo Premio di Saggistica ‘Il Paese delle donne’, Roma, 2003; Terza ristampa. Richiesto e presentato in molte città e luoghi di provincia in Italia, e all’estero.

Forse è dimora di una Dea

 ogni luogo sospeso

 dove tutto si rinnova

 e tutto è come un tempo (A. De Stefano)

Cara Aldina, in questa estate caldissima, stimolata dalle nostre brevi e intense mail, ho pensato molto alle tue montagne, al tuo camminare, al tuo libro bello e importante perché dice, ricorda, racconta e insegna. Parlo de Le Krivapete delle Valli del Natisone.

Dove sono queste Valli?

Le Valli del Natisone si trovano nel Friuli nord-orientale e si con-fondono con la Valle dell’Isonzo in Slovenia,come malamente evidenziato dalla freccetta. Intendo sottolineare che le Valli apparentemente sono un luogo “emarginato”. Sono invece al centro dell’Europa e dunque hanno raccolto, trasmessoe conservato più di altri luoghi la tradizione orale. Con altri nomi, in molti luoghi esistevano queste figure femminili,ma sono state cancellate. Nelle Valli del Natisone sono rimaste, se pur contaminate.

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Chi sono le Krivapete? Che significato ha questo nome?

Misteriose e segrete figure femminili, le Krivapete sfuggono a monolitiche interpretazioni. Sono donne d’erbe, maghe, streghe, dee, eretiche, benandanti, donne sacre, o semplicemente donne selvatiche. In questo studio, che unisce credo leggerezza poetica e rigore scientifico, ho scomposto e ricomposto l’affascinante e multiforme identità delle Krivapete, dalla sacralità dell’archetipo femminile nella cultura della Immanente Dea Madre del Neolitico, alla svalutazione d’essere donna, e ‘diversa’, nella cultura post-pagana del Trascendente Dio Padre. Anche il nome, di lingua slovena, ha diversi significati (la potenza del numinoso è sempre duale) il più interessante è ‘donna con i piedi per dietro’ e ‘donna che va contro le regole sociali’.

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luisa tomasetig- krivapeta

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Come é nato questo libro?

Studiavo Filosofia, a Urbino, negli anni di Carlo Bo, dal quale imparai la pratica della democrazia e dell’uguaglianza. Dai docenti appresi ad esercitare l’arte del dubbio, della possibilità, la passione per la ricerca, e la fatica paziente di mantenere un’autonomia di pensiero nutrita da uno spirito critico. In questo stimolante contesto ho incontrato il prof. Martelli, ‘ l’ultimo vero marxista’, dicevano. Scelsi di dare con lui anche un esame di Filosofia della Storia :’La Filosofia della Dea e ilcomunismo’. Gli parlai delle Krivapete. Molto incuriosito, mi propose di fare la tesi con lui sulle stesse, seguita come correlatrice dalla prof. di discipline Demoetnoantropologiche Valeria Miniati. Il titolo iniziale della tesi era ‘La dissimmetria tra pensierodella cultura dominante e pensiero della cultura popolare’. Studiai molto la storia e la cultura delle donne, ed il pensiero femminile. In seguito, l’editrice KappaVu mi invitò a farne un libro, cambiando titolo, e impostazione.

L’incontro con queste donne ti ha in qualche modo cambiata?

Ad ogni incontro, con ognuna di questa donne, mi sono riposizionata. Mi sono messa nella condizione di disapprendere, per riapprendere, senza per questo disorientarmi. Tu che idea ti sei fatta?L’essere fedeli a se stesse, padrone di se stesse (che è poi il vero significato, antico, di verginità). Ed il coraggio rinnovato ogni giorno di non piegarsi all’omologazione, all’assimilazione, al passivo asservimento a modelli di comportamento imposti da una società che, in mille modi, ci s-natura e svaluta da millenni (dai filosofi antichi, ai Padri della Chiesa, alla Bibbia…). Naturalmente, questa pratica non va disgiunta dall’intima relazione con la Natura tutta. L’apparente isolamento di molte, non è solitudine, ma un fecondo essere concentrate su se stesse (non ripiegate) e la realtà intorno, visibile e invisibile. Non è mia intenzione sopravvalutarle, le ho viste, sentite. Il loro coerente modello di comportamento mi è noto. Sai.. quell’armonia con il silenzio, quella predisposizione all’ascolto, e quel radicamento orgoglioso alle proprie radici. Ti par poco?

Ho conosciuto queste donne solo attraverso la lettura del tuo libro, dai tuoi racconti. In loro la natura è molto forte e saldi sono i legami con la terra, la vita e la morte; pensare a loro mi dà forza e consapevolezza che attraverso l’ascolto, il ricordo, l’osservazione, la meditazione, lo studio della natura, possiamo raggiungere un equilibrio che ci rende solide, sensibili ma meno permeabili.

Che cosa nel profondo ti hanno trasmesso?

L’essere fedeli a se stesse, padrone di se stesse (che è poi il vero significato, antico, di verginità). Ed il coraggio rinnovato ogni giorno di non piegarsi all’omologazione, all’assimilazione, al passivo asservimento a modelli di comportamento imposti da una società che, in mille modi, ci s-natura e svaluta da millenni (dai filosofi antichi, ai Padri della Chiesa, alla Bibbia…). Naturalmente, questa pratica non va disgiunta dall’intima relazione con la Natura tutta. L’apparente isolamento di molte, non è solitudine, ma un fecondo essere concentrate su se stesse (non ripiegate) e la realtà intorno, visibile e invisibile. Non è mia intenzione sopravvalutarle, le ho viste, sentite. Il loro coerente modello di comportamento mi è noto. Sai.. quell’armonia con il silenzio, quella predisposizione all’ascolto, e quel radicamento orgoglioso alle proprie radici. Ti par poco?

Mi pare essenziale. Una base solida su cui partire per poi andare anche lontano, portandosi dentro delle capacità, delle necessità, e il senso di appartenenza forte alla terra in cui si é nate o dove ci si é fermate decidendo che quella é per noi la terra-madre.

Tra di loro anche donne giovani o di mezza età o solo donne vecchie?

Ho percorso a lungo, e per molti anni, quasi sempre sola, a piedi, spesso senza una meta precisa, le Valli del Natisone, e con ogni condizione atmosferica. Mi è capitato di incontrare donne di ogni età. E se l’approccio era sempre diverso, a volte ruvido, ostile, sempre e comunque ho percepito una matrice comune: l’amore per la loro terra, per la lingua materna (lo sloveno) e, naturalmente, per le loro tradizioni popolari ed i racconti orali. La ‘saggezza’ ed i ‘saperi’ sono più incontaminati nelle donne anziane. Ti piacerebbe incontrarle? Forse, però, anche vicino a te, fuori dal caos cittadino, ci sono donne pronte a raccontare…

Mi piacerebbe incontrarle. Qui vicino, nelle colline, c’era una donna molto anziana: era “una donna antica”; una studiosa ha raccolto i suoi racconti e ne ha fatto un libro molto interessante sugli usi e i costumi delle donne delle colline bolognesi nel ‘900. Ma la donna che raccontava era circondata dalla gelosia di alcune giovani che volevano tenere per sé il suo sapere…

Nei colli qui intorno ci sono donne, gruppi, famiglie, che hanno deciso di lasciare la città e non per bisogno: “gli indiani”, come diciamo noi. Il bisogno di allontanarsi, di avere lo spazio e il silenzio che servono, la necessità del contatto con la terra, per vivere meglio. Con loro ci si riconosce subito: un allontanamento desiderato che c’é chi giudica una stranezza. Forse il timore che potrebbe nascere un contagio e comincerebbero di nuovo le piccole realtà agricole, i gruppi di persone che si autogestiscono i bisogni, così come successe negli anni ’70.

C’è un reale tramandare anche nel modo di vivere isolate delle donne della valle, o con il tempo si modifica questo tipo di donna, nell’aspetto, nel modo di vivere, e forse anche nel tipo di messaggio? tante domande in una….

Forse, ‘isolate’ – e divise – lo sono di più le donne in città, in una società frenetica strutturata dagli uomini e per gli uomini, che insomma ancora se la cantano e se la suonano, e molte donne sono costrette ‘a ballare’ una danza che non è pensata per i loro ritmi. A volte penso che dovremmo riscrivere anche i dizionari (o qualcuna l’ha fatto?). Comunque, è proprio nella pienezza di questo naturale isolamento… fuori canone, appunto, per la norma, che più facilmente si conservano e si trasmettono ‘gli insegnamenti’, spesso attraverso le leggende, che sono da interpretare, anche simbolicamente, e comparare con altre storie miti e leggende di altre società. C’è forse una lieve spaccatura (ferita?) tra le anziane e le giovani. Le giovani infatti sono generalmente laureate, plurilingue, lavorano in città, e dunque sono non dico ‘assimilate’ ma ‘distratte’. Se pur lentamente, c’è comunque in loro il desiderio di ritornare alle proprie origini, che poi sono le nostre origini! Voglio dire, queste donne e questi luoghi non sono una riserva indiana! Più semplicemente, le passate condizioni di peculiarità storiche, di confine, di lingua, hanno permesso, pur nella sofferenza, una maggior conservazione e trasmissione di antiche culture direi centrale nel culto della Natura. Temo purtroppo che di questa singolarità se ne stia facendo un affare turistico ed economico. Confido però nelle anziane, preziosi esempi di coerenza, per noi donne, che mai ‘tradirebbero’ la loro essenza selvatica. Io in queste donne ed in certi luoghi segreti delle Valli mi riconosco, disposta a sempre riposizionarmi per non fuggire da me stessa. Credi sia facile?

Niente é facile quando si va controcorrente e si cerca chiarezza dentro di sé. Ecco, direi che “selvatica” é l’aggettivo giusto. Quella che tiene una distanza giusta, che ne ha bisogno per “vedere” meglio, per capire, osservando. In Sardegna, nelle parti interne, parlando con giovani donne, ho sentito questa natura forte, legata al luogo, alla terra, alla sua particolare bellezza, alla sua storia. Donne che sembravano uscite dalla terra e ne raccontavano la storia. Donne fiere e selvatiche, vere, fuori dal tempo.

C’é ancora il discorso delle erbe, della cura delle malattia attraverso mezzi non legati alla medicina tradizionale?

Immagina un tempo sospeso, un paesaggio impervio, e paesi abbarbicati sui fianchi materni di boscosi monti, raggiungibili solo a piedi. Senza farmacia, ospedale, medico, levatrice. Senza macchine o corriere. Senza telefono e luce (condizioni peraltro comuni in altri luoghi, nel mondo, intendo). Probabilmente senza libri, e dunque dove ogni sapere veniva tramandato oralmente, ogni conoscenza era frutto di osservazione ed esperienza. Naturale praticare la cura delle malattie con le erbe, e non solo. Anche con l’acqua, il fieno, le foglie, le cortecce, il fango … Davvero in natura c’è tutto (non so per quanto ancora!). Custodi della nascita, della crescita e della morte erano le donne. Autorevoli, rispettate, temute. Necessarie. ‘Di madre in figlia, la prima figlia’si passavano questa sapienza. Ne ho incontrate molte. Vorrei nominarle, una ad una. Sono tante, davvero tante. Fiere, caparbie, selvatiche, ironiche, affascinanti. Sono tante, davvero tante, indomite, perturbanti, sovversive, eccentriche, ribelli, libere. Ma non vogliono più esporsi. Secondo te cosa è successo, ad un certo punto? Perché queste donne sono ‘sparite’? Perché tacciono o nascondono queste loro conoscenze? Perché temono d’essere additate come streghe? Perché, non dicono più ‘io so curare con le erbe’? Paura? Solitudine? E’ buffo, no? Ora vai alle terme o nei saloni di bellezza ed è una moda, una ‘scoperta’ usare erbe acque fiori pietre… per guarire; un grosso affare, legittimato dall’industria, dalle multinazionali, che non si possono certo demonizzare o streghizzare! Ma dove e quando ci siamo perse, e passivamente abbiamo subito questo furto culturale? Io credo che la scrittura non sia macchiare un foglio, o riempirlo. Deve operare un cambiamento, in chi scrive, e in chi legge. Allora potremo dire con serenità: ‘Sì, anche mia madre conosceva le erbe, e anche mia nonna, e anch’io ne conosco qualcuna di erba…’ A proposito, mia madre, nata in Canada da genitori veneti commercianti, dunque non vissuta propriamente in mezzo alla terra (e mio padre era marinaio!)con molta naturalezza mi tamponava le escoriazioni con le bucce della cipolla, e mi metteva l’aglio in bocca se avevo mal di denti e le fette di patate (non fritte!) se avevo gli occhi cisposetti, o mi portava lungo il torrente se avevo la tosse. Erano gli anni ’55-60, non preistoria! Era il periodo in cui c’erano sì le medicine.. diciamo moderne, della scienza industriale, ma quelle sì erano viste con sospetto, e se proprio non era necessario, le nostre mamme ricorrevano alla medicina della tradizione naturale della cura con le erbe (camomilla, malva, ruta… tutte quelle aromatiche che ora è di gran moda coltivare!). Non erano fattucchiere o maghette!

E conosco quelle erbe che guariscono e quelle che possono farmale… mi disse una donna delle Valli, guardandomi con fierezza dritta negli occhi, in tono di sfida. Perché non voleva mentire né tradire se’ stessa, e tanto meno le sue antenate

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luisa tomasetig

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Ci sono altre valli, intorno a te, dove tu potrai pensare di trovare realtà simili ma diverse, per una diversa storia vissuta?

Sembra che tu ‘veda’ il mio disordinato archivio di scritti e ricerche inedite raccolto per le Krivapete delle Valli dell’Isonzo (Slovenia), e per Agane del Friuli. Storie diverse, luoghi diversi, ma una comune matrice. La stessa che ho incontrato nel mio viaggio in Ucraina, con la corriera delle badanti, ospite di Zina, la badante (ma non c’è un nome più gentile?) di mia madre. La stessa che ho intravisto ascoltando donne rumene, albanesi, russe, o seguendo silenziosamente una giovane donna di Torino, che da anni vive nei boschi… A volte sembra straordinario quello che è normale. Non è normale vivere in natura (di quel che resta, della natura!) piuttosto che in condomini di cemento? Sì, ci sono altre Valli, e ci sono altre donne… tante, davvero tante…Chissà, le tue sollecitazioni mi stanno sciogliendo la pigrizia. Forse mi deciderò a mettere un po’ in ordine in queste ricerche. Varrebbe la pena farlo, per queste donne coraggiose, e alle donne coraggiose dico sempre di sì!

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paolo pascoli- prati monte matajur

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canzone per il monte Matajur

se dei tuoi doni
potessi sceglierne qualcuno
e trattenerlo quando da te
montagna madre
mi allontano
io sceglierei
i traboccanti fiori guaritori
e le nutrici piante profumate
il fermento inviolato del tuo ventre
e la quiete dei tuoi fianchi tondi
sceglierei
le sconfinate linee d’orizzonte
l’incontro tra linguaggi differenti
l’arco d’intimità che unisce arcaiche voci
la pace come viatico al cammino
sceglierei la misura del tuo tempo vero
il brusìo del silenzio incantatore
e quei tuoi lunghi colloqui con il vento
i tuoi segreti sorvegliati dalla notte
la tua unità vivente, il tuo respiro
montagna madre Matajur
e cento e mille volte conquistata
senza che mai tu ti faccia possedere
se dei tuoi doni
potesse coglierne qualcuno
sì, io sceglierei
la tua energia selvatica e sacrale
la libertà della tua cima dentro il cielo
la tua serenità
che attende il mio ritorno

 .

paolo pascoli- monte matajur

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Aldina mi ha chiesto di tradurre la sua poesia e così, cercando di mantenere il più fedelmente possibile il valore semantico dei suoi versi, ho interpretato i suoi pensieri nella lingua che ho iniziato a sentire fin da piccola, pur dovendo ricorrere per qualche piccolo ausilio allo sloveno letterario e a qualche capovolgimento espressivo. La struttura e le espressioni sono quelle del dialetto di Drenchia che si differenzia da quello degli altri paesi delle Valli del Natisone per alcune varianti lessicali e desinenze delle parole. Eddi Bergnach

Piesim za goro Matajur

Če od tojih šenkov
bi moglà kajšnega vebrat
in ga prdržat ker grem proč od tebè
gorá mat
ist bi zbrala
bogatijo rož ki zdravijo
in zelje ki uonjajo an dojijo
vrenje inkul taknjeno tojgá krila
in mier tojgá okolnega žuota
bi zbrala
linije brez konfina od obzorje
srečanje med drgačnih izikov
lok kar je skritega ki veže stare glasuove
mier ko popotinco
bi zbrala miero tojgá te pravega cajta
šum čudežne tišine
in tojé duge pogovarjanje z vietrom
tojé skrivnosti ki jih nuoc varje
tojó zivo dušico, tojó sapo
gorá mat Matajur
stuokrat an taužintkrat zavzeta
pa nikdar podložena
če od tojih šenkov
bi moglá kajšnega pobrat
ja
ist bi zbrala
tojó dujo in sveto muoc
frainost tojga verhá u luhtu
mier tojè dušice
ki čaka de pridem nazaj

 .

paolo pascoli- monte matajur

 


 

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6 thoughts on “Intervista di Vittoria Ravagli ad Aldina De Stefano

  1. Oltre la bellezza e alla curiosità che il testo innesca pagina per pagina, in un percorso tra la storia e il paesaggio delle Valli del Natisone, qui l’intervsta di Vittoria Ravagli mette in luce un dialogo che si affina tra interlocutrice e scrittrice, come se tra chi pone le domande e chi fornisce le risposte ci fosse un filo di cui ci si passa abilmente il capo in una recoprocità che cuce e allaccia ogni punto della storia,facendone relazione e continuità.Grazie a entrambe.fernanda f.

  2. con vivo interesse ho partecipato all’intervista che è una interrogazione,dal mio punto di vista, ad ogni lettore. Il libro letto e goduto anch’esso.

  3. mi rallegrano, e risuonano, le vostre voci.
    grazia vittoria! sai sempre stanarmi!
    fernirosso! grazie per il paziente lavoro di composizione..(belle le foto)
    a cornoldi v. e marta, mi fate sentire in compagnia! un caro saluto,
    aldina

  4. Ho letto l’intervista con interesse e curiosita’ e mi e’ sembrato di ripercorrere quelle valli! Peccato che a quei tempi Aldina de Stefano ancora non aveva pubblicato la sua puntuale, paziente, dotta e, contemporaneamente, “viscerale” ricerca sulle Krivapete. Brava Aldina e brava l’intervistatrice che e’ riuscita a far emergere la sua “speciale” dote di “osservatrice partecipata”. Gina Esposito

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