LA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: a tu per tu con “Dio è violent”di Luisa Muraro

angelo musco- first

Vi propongo di confrontarci su
Luisa Muraro, Dio è violent- Nottetempo Edizioni

 

Riprendo dallo scaffale della mia libreria questa preziosa pubblicazione, perché secondo me scuote significativamente il sonno letargico del panorama intellettuale italiano. Non vorrei generalizzare semplicisticamente, tuttavia, credo che molto spesso coloro che lavorano la parola in tutte le sue manifestazioni di pensiero, di oralità e di scrittura – quindi oltre alla classe dei politici locali e nazionali, quotidianamente accusata – non testimoniano una risposta adeguata alla crescente, pericolosa, decadenza del paese. Anch’io tra loro.

La bella collana intitolata gransassi permette, in un formato minimo tascabile, un contenuto intenso. Quindi, quanto mai appropriato, l’inserimento di Muraro in questo contenitore.

Conosciamo la qualità di Luisa Muraro: maestra limpida, coraggiosa, concreta,  riferimento del pensiero femminista, voce per i diritti e per la differenza. A lei riconosco una scrittura piana, coinvolgente, mai coagulata in una accademica autoreferenziale illeggibilità. Soprattutto apprezzo la consuetudine di coniugare il proprio pensiero con la poesia, la letteratura, verso cui dichiara la sua riconoscenza.

Dio è violent  entra  come una sciabolata nel sonno, portando immediatamente al pettine i nodi roventi delle nostre problematiche sociali, culturali, politiche. Piantando sul foglio, come fosse in terra, la propria postura, la propria posizione, il proprio fulmine. Questa scesa in piazza, a voce alta, ferma, precisa mi ha entusiasmato. Così come il suo non perdere tempo, suscitando immediatamente, fin dal titolo, il fulcro viscerale tensivo del suo pensiero.

Complessivamente, condivido l’allarme, la dolente, drammatica se non tragica  lettura del presente, la furibonda chiamata a cui rispondere con la parola scritta e  detta e nella testimonianza delle proprie scelte quotidiane.

Di fatto, non condivido con Luisa Muraro la sua risposta. Scendo alcuni passaggi del testo proprio per illuminare il mio scarto.

A pag.11 qui si tratta di trovare vedute alte e larghe sull’uso della violenza

A pag. 16 La storia ha voltato la pagina? Bene noi le volteremo le spalle.

A pag.18 Io propongo in alternativa: può ritirare il suo tacito consenso all’ordine che regola la convivenza … dirsi io non ci sto non do più il mio credito alle leggi e alle autorità costituite … è vano agire in nome di una fiducia nella cosa pubblica con l’aspettativa di un ritorno.

da pag. 28 Rispetto ai pacifisti non rinuncio all’uso della forza fino alla violenza, se necessario …. non è più quel tempo (si riferisce al tempo di Martin Luther King)… deve venire la discussione su l’idea di violenza giusta.. anche alla strapotenza delle cose conviene apporre la nostra rabbia per non farci ridurre.

A pag.38 Meno filosofia, più pratica.

A pag. 36: Fischi e sassate avrebbero punito e allontanato la passerella falsa e mediatica di Silvio Berlusconi, rispettando i morti e il massacro della città.

La violenza giusta quanto basta, ritengo che non sia la soluzione a cui tendere.

Credo che, proprio per scrostarci dalla gelatina mediatica di venti anni e oltre del governo precedente, sia necessario leggere fin nelle pieghe la storia, gli atti della nostra dirigenza politica locale e nazionale, insegnando a noi stessi e ai figli, una capacità critica, una sete di conoscenza, una limpidità ricettiva indenne da qualsiasi abbaglio e seduzione. Credo occorra entrare nella storia con il petto, frontalmente, a occhi vivi. Non voltando le spalle, quindi. Ripartendo dalle fondamenta etiche, dalla cosa comune, dalla parola.

Non credo alla violenza. Per quanto spesso sia un impulso comprensibile. Non ci credo perché non propone un alternativa al male ricevuto, non costruisce quel gesto simbolico potente positivo che la stessa Luisa Muraro indica efficacemente come esempio nell’episodio del ragazzo che da solo arrestò una fila di carri armati a Tienanmen.

Non credo nella violenza giusta, né nella ricetta quanto basta, approssimativa e strumentalizzabile.

Non credo nella pratica senza l’affiancamento consistente del pensiero, dell’elaborazione.

Credo che i nomi grandi, le opere grandi, siano vive, verdissime: Aldo Capitini, Gandhi, Martin Luther King, tanto per fare qualche nome, ma il tappeto nominale potrebbe essere vastissimo e lunghissimo di secoli e secoli esteso per tutta la nostra terra rotonda. Non è superato, come dice Muraro, malgrado il paesaggio internazionale sia vertiginosamente cambiato e ancora in subliminale trasformazione.

Proprio, considerato questo, io, come donna,  esigo e credo in una differenza comportamentale quotidiana, spirituale, sociale, politica, nella gestione della cosa comune. Esigo e credo in una società radicata in valori opposti a quelli in cui attualmente viviamo. Sono contro il virilismo possessivo e distruttivo. Contro qualsiasi forma di protagonismo. Contro il sasso a Silvio Berlusconi o al politico locale, sebbene spesso lo abbia desiderato, perché sarebbe la scorciatoia che immolerebbe quella persona a martire.

20.8.2012

P.S.

Sono appena tornata da un viaggio in Germania e in Polonia. Prima tappa: Auschiwtz. Come affondare nel caldaio dell’orrore, anche a distanza di anni. La liberazione dai nazisti è avvenuta anche attraverso la violenza degli oppositori, dei  partigiani e degli eserciti avversario.  E’ vero. E non posso sapere oggi come mi sarei comportata se fossi stata deportata, o se sarei vissuta in quegli anni. Tuttavia, oggi, esigo da me stessa di continuare a battere una via altra, esattamente nella differenza.

Sono una donna del fare. Il pensiero è un fare, sì, ma ho bisogno di praticare con le mani e con i piedi e con il resto del corpo il pensiero. Farlo muoverlo in mezzo alla gente con pazienza. Non posso sostenere la violenza quanto basta e la rabbia come unico motore di reazione.

3 settembre 2012

 

 Luisa Muraro, Dio è violent- Nottetempo Eizioni

6 euro

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23 pensieri su “LA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: a tu per tu con “Dio è violent”di Luisa Muraro

  1. Un mondo che fa sembrare stupide le persone buone
    Bisogna partire da qui, da alcune affermazioni che troviamo a p. 21 di Dio è violent di Luisa Muraro: “Nel corpo sociale non scorre più, come energia positiva, il senso di un orientamento condiviso. Sotto i colpi della crisi del 2008 che non passa (…) ci accorgiamo che l’unico orientamento generale lo dava la crescita economica. Scrivo perché ci rendiamo conto di ciò che sta capitando e impariamo a leggere la realtà meglio che possiamo (…). Leggere anche i segni positivi, naturalmente, che è la parte più preziosa e meno facile. Avvengono infatti anche cambiamenti in cui si indovina un orientamento, cioè una via d’uscita da un mondo che fa sembrare stupide le persone buone.”
    Grata come sono a Luisa Muraro per il necessario libro che ha scritto, e ad Anna Maria Farabbi per avermi invitato a partecipare a questo confronto di idee, comincio a srotolare il mio ragionamento di persona radicale in politica e amica della nonviolenza nell’azione quotidiana, pubblica e privata.
    E’ vero, lo stato è violento. Basta gettare uno sguardo alle carceri italiane e ai continui suicidi di detenuti e guardie carcerarie per capirlo al volo. Basta ricordare le morti infinite nei viaggi della speranza fra le coste della Libia e Lampedusa, morti scaturite anche dallo scellerato accordo d’amicizia italo-libica così caro ai governi italiani, sia recenti che passati. Basta non allontanare la vista dagli anarchici arrestati nel giugno 2012 con l’accusa, tutta da circostanziare, di terrorismo internazionale, guidati da una presunta “cellula perugina”, già resa mostruosa da media indifendibili ben prima che se ne sia indagata l’attendibilità dell’esistenza e si siano accertate le responsabilità delle persone in custodia cautelare.
    Lo stato è violento e, come scrive Muraro, abbiamo valide ragioni per negare il nostro consenso allo pseudo-ordine che il potere detiene. La domanda che subito dobbiamo porci allora è con quali mezzi possiamo negarglielo.
    La mia risposta diverge da quella indicata da Muraro a p.28: “a chi detiene un potere quale che sia, io non mi presento dichiarando che ho rinunciato all’uso della forza fino alla violenza se necessario.”
    Divergo perché subito mi si para davanti il viso di Aung San Suu Kyi e immagino quanto le sia costata, in termini di attesa dichiaratamente nonviolenta, la sua gestazione di democrazia in Birmania. Certo, si sarà arrabbiata, del tutto legittimamente. Ma la rabbia, come in Martin Luther King, esempio citato positivamente da Muraro, anche in lei è divenuta inizialmente forza morale, poi simbolo per il suo popolo, e non solo.
    Divergo perché mi sono riletta la lettera scritta, e non spedita, da Elsa Morante alle Brigate Rosse durante il sequestro di Aldo Moro. Riflettendo sulla parola rivoluzione, la scrittrice la definisce come “grande azione popolare al fine di instaurare una società più giusta.”
    Trovo convincenti queste sue parole e sono d’accordo anche con il prosieguo della lettera: “Su questa definizione, sono state sventolate troppe bandiere equivoche. E il primo equivoco è stato di scrivere su queste bandiere, il motto nazionale: Il fine giustifica i mezzi. (…) A chi per caso avesse letto i miei ultimi libri, sarebbe nota quale stima io faccia delle società istituite. Ma per quanto inerti e corrotte possano venir giudicate certe società presenti, io mi auguro di non vivere abbastanza per assistere a nuovi totalitarismi”.
    La spaventosa crisi economica (con il crollo verticale delle autorità, variamente screditate e considerate parassitarie da moltissima gente) e la disuguaglianza inaccettabile delle condizioni esistenziali dei cittadini potrebbero dare origine oggi a risposte totalitarie da parte dello stato?
    Gli scenari presenti mettono i brividi. I nuovi totalitarismi sono solo incubi del passato?
    Lascio riecheggiare le domande, fuori e dentro di me; domande a cui non rispondo (con quale risibile attendibilità potrei infatti rispondere?), ma tengo conto di quello che ha dichiarato la ministra dell’interno Cancellieri a proposito dell’opinione di Muraro in Dio è violent: se il cittadino decide di farsi giustizia da solo, c’è il rischio di ricadere nell’uomo provvidenziale che per fermare la violenza impone a tutti le sue scelte con la forza.
    Sono prudente, o sono impaurita, nel ricordare la posizione assunta pubblicamente da chi è a capo delle forze dello pseudo-ordine? Non posso giurarci, ma credo che in me prevalga la prudenza, dato che tutti sappiamo come lo stato non possa mai essere messo fuori gioco. Dobbiamo tenere conto delle sue mosse e ricordare che spesso basta l’ombra di una miccia accesa da qualcuno per scatenare selvagge coazioni a reprimere: il G8 di Genova è davanti ai nostri occhi con lo scandalo Diaz e Bolzaneto.
    Perciò, sull’onda del prezioso dono di Luisa Muraro, mi sento di concludere esprimendo la mia urgenza. Bisogna che le persone buone e consapevoli, per niente stupide, non collaborino alla propria espulsione dal mondo e disarmino il braccio dello stato. Come?
    Tessendo rapporti, rafforzandoli, allargandoli nell’impegno politico di sé. Luisa Muraro ci spiega energicamente che “promuovere l’indipendenza simbolica dal potere” (p.66) è possibile, correggendo un’eredità politica, filosofica, religiosa segnata dal maschile e dalla soggezione femminile al maschile (p.61).
    Possiamo tutte e tutti contribuire a cambiare il setting del gioco, agendo in più ambienti possibile, insistendo a creare varie brecce nel contesto. Modificato quello, potranno anche modificarsi le regole del gioco. Bisogna avere pazienza, ancora.
    Elisabetta Chiacchella

  2. Credo che al quadro e alla lettura di Muraro si possa affiancare quella chiarissima, precisa, incisiva e lucida di Nadia Urbinati, intervistata da Fernanda Minuz, che offre un’analisi della situazione e del futuro delle iniziative in atto. Per quanto riguarda l’Italia temo che la funzione di promozione di un movimento di “sveglia” nei confronti delle forme politiche in-stallatesi nel nostro governo non sia la traduzione delle azioni viste in questi tempi. Concordo con la regia da parte di qualcuno che agisce dietro le fila infiltrando dei dimostranti, affatto pacifici, con obiettivi ben diversi da quelli dei movimenti di cittadini di cui si parla e che richiedono la fine di un indegno governo quale è quello attuale. Violenza è quella attuata con provvedimenti che sono scannatoi e macellazioni. Mancando i diritti, vissuti nel quotidiano e nella condivisione fino ad oggi, e riguardano lo studio,la sanità, il pensionamento, il diritto alla contrattazione, la rappresentanza dei cittadini, la possibilità di lavoro, la rabbia e l’indignazione non possono che crescere e i movimenti non possono non farsi che più numerosi e pressanti addirittura irruenti ma non credo che basti un colpo di vento per spostare i mostri che si nutrono l’uno dell’altro e della nostra vita presente e futura. fernanda ferraresso

    https://vimeo.com/30803749

  3. Ringrazio Anna Maria Farabbi per avermi invitato a partecipare a questa discussione.
    Avrei voluto farlo dopo aver letto il testo di Luisa Muraro, ma purtroppo il periodo è febbrile (sono un insegnante della scuola pubblica, nonché coinvolto in quell’altro edificio in sfacelo che è l’università italiana) e non ne ho proprio avuto il tempo. Quindi, le osservazioni che seguono riguardano più gli interventi che mi hanno preceduto, che non il testo in discussione.
    Premetto che non posso – per una serie di ragioni etiche, filosofiche, personali ecc. ecc. – essere d’accordo in linea di principio con l’idea di una violenza “giusta”. Ritengo possa essere, in certi casi, “inevitabile”, ma ciò non la rende giusta, né tantomeno “necessaria”, nel senso ontologico della parola.
    Posso ammettere che si ricorra alla violenza di fronte a un’aggressione totale, frontale, che mette direttamente in pericolo la sopravvivenza mia o altrui, o che rischia di schiacciare in modo definitivo i valori in cui credo. Detto altrimenti: posso ammettere la Resistenza, essendo però cosciente che essa, pur giusta e sacrosanta dal punto di vista storico, non fu esente da ombre ed eccessi. Ecco: ciò che rende la violenza sempre ingiusta è che, una volta scatenata, essa può a fatica essere fermata, e finisce per coinvolgere, in egual misura, colpevoli e innocenti.
    Che oggi vi siano fenomeni di aggressione da parte di quello che una volta si definiva il “Sistema”, è chiaro come il sole. E non mi riferisco solo ai casi lampanti come la caserma Diaz o le morti in carcere, che nella loro natura estrema si prestano poco a ragionamenti totalizzanti: mi riferisco a forme più sottili e subdole di aggressione, all’erosione dei diritti, al perpetuarsi dei privilegi, al coriaceo disinteresse che ci permette di convivere con la consapevolezza che, ogni giorno, milioni di persone muoiono di fame, guerra e malattie per sostenere il nostro tenore di vita.
    Quel che mi fa paura è proprio che una situazione del genere possa scaturire in forme di violenza cieca e disorganizzata, delle quali vedo già i sintomi. Perciò no, una violenza “giusta” non posso accettarla, in nessun caso.
    Un’ultima osservazione, di natura prettamente generazionale. Io ho trentasette anni e mi sono affacciato alla politica in un periodo, i tardi anni Ottanta-primi anni Novanta, in cui tutto ciò che aveva retto la cultura occidentale della seconda metà del Novecento stava cadendo a pezzi: muri, ideologie, contrapposizioni di sistemi.
    Ricordo quel periodo come una serie di grandi speranze, puntualmente disattese: la fine delle ideologie non portò al trionfo della solidarietà, bensì al trionfo di una sola, il capitalismo consumistico-finanziario, che ormai, in assenza di modelli alternativi, tutti abbiamo introiettato fino a non percepirne quasi più la presenza. La conseguenza la vedo tutto intorno a me, nei miei coetanei: nei casi migliori, indifferenza alla politica, nei peggiori, schifo che sfocia nei più pericolosi movimenti di anti-politica.
    Quello di cui c’è bisogno non è la violenza: è piuttosto la ricostruzione di un’idea di comunità, un’idea che sia più larga e inclusiva possibile, e che combatta dall’interno l’individualismo egocentrico che affligge la nostra civiltà. Per questo, i gesti violenti servono a poco, di qualunque natura siano.

  4. “Lo stato è violento”… e la Cancellieri dice che se il cittadino decide di farsi giustizia da solo, c’è il rischio di ricadere nell’uomo provvidenziale che per fermare la violenza impone a tutti le sue scelte con la forza.
    La domanda è: chi sono coloro i quali le leggi hanno scritto e non applicano se non, prima di tutto, cittadini anch’essi? Perché essi, i governanti, possono mettersi sopra e addirittura fuori dalle leggi che scrivono scegliendo e difendendo una incolumità dai provvedimenti della giustizia che, a causa della loro posizione e situazione di illegittimità e illegalità, di fraudolenza quando non di connivenza con la malavita, altrimenti non potrebbero sostenere? Tutto questo è violenza costruita giorno dopo giorno e messa su un piedistallo che discrimina i molti dai pochi, che fuori dalla legge non sono, nemmeno se siedono in parlamento. Ma nemmeno questo è violento quanto il non considerare quanto è stato deciso con voce forte e referendaria e riguarda il futuro di un paese intero (e questo poi si è ripetuto in più nazioni,disattesa ogni scelta della popolazione,della gente che ha voluto,che ha scelto di esprimersi, non solo la nostra) mi riferisco al nucleare,alle trivellazioni per trovare gas,ai guasti prodotti e non pagati, con perdite umane, con insediamenti chimici altamente nocivi sui quali si sono chiusi occhi e bocche e non si sono presi provvedimenti,in cambio di mazzette e milioni intascati dai politici di turno, intanto nascono bambini già malati, malformati,la gente si ammala e muore dopo aver dato allo stato lavoro e stipendio, attraverso ingiuste tasse pagate di contro alla fraudolenza dei politici.Cos’è tutto questo se non ignobile indecente e palese violenza?

  5. Credo che le giuste considerazioni di Annamaria Farabbi possano tuttavia dar adito a qualche fraintendimento. Al di là delle singole frasi estrapolate infatti il messaggio profondo del libro di Luisa Muraro non mi è sembrato essere la proclamazione della liceità della violenza, quanto piuttosto dell’”uso intelligente della forza”. Che, ovviamente, è ben altra cosa! Quest’uso richiede strumenti di analisi della realtà non più solo letterari. E Annamaria Farabbi lo sa bene. Se nessuno, non solo Farabbi, nato dopo il 1945, può sapere come si sarebbe comportato negli anni delle deportazioni nazifasciste, ognuno ha oggi però il dovere di riconoscere giusta la forza violenta e liberatrice che pose fine a quegli orrori. “Battere un’altra via, esattamente nella differenza”, certo oggi si può. Perché oggi ci sono democrazia e libertà conquistate, da difendere e da espandere. Ma è bene non dimenticare che questa libertà oggi vive perché un tempo c’è stato chi ha fatto “uso intelligente della forza”.

  6. Grazie per questo invito a pensare di Anna M.Farabbi e di Luisa Muraro.
    L’attuale situazione politica e sociale la vivo spesso come una violenza inaccettabile, anche perché viene fatta passare come” l’inevitabile”. Perché in Italia e nel mondo il potere dà messaggi di estrema falsità, che coprono atrocità ed ingiustizie immense. Noi ed altri siamo chiamati ad annullarci in nome di principi universali: solidarietà, giustizia, democrazia, libertà…Questo é davvero troppo. Partecipiamo in qualche modo con un consenso silenzioso e spesso inconsapevole a guerre, uccisioni, morti, fame per facilitare gli interessi dei potenti. Abbiamo pochissime possibilità di incidere nelle decisioni dello Stato, che risponde a poteri sovranazionali, che scelgono chi é buono e chi é cattivo, chi va punito, come, quando. Possono contare su tanti, su molta “informazione”, su tanta “cultura” genuflessa.
    Allora, come la stessa Muraro scriveva, faceva intravedere nel suo “Al mercato della felicità” (2009 – Mondadori): “..rendiamoci conto che, andando dietro a quel qualcosa che vive e prospera o patisce, ma senza debiti verso l’ordine simbolico dominante, possiamo sottrarci, io dico, al dominio ed entrare in un altro ordine di rapporti, dove non vale la legge del più forte…” (pag. 135) dobbiamo trovare un nostro spazio, dobbiamo partire dal basso, andare avanti su cose essenziali, prioritarie, fattibili nei nostri paesi, nelle nostre città, riferendoci a persone pulite e concrete, che ci sono, fuori e dentro le istituzioni. Collegarci tra noi, allargare la nostra forza e portarci nelle piazze a farlo, pacificamente ma con coerenza e costanza, con una cadenza ragionevole, unendoci alle associazioni, ai movimenti “giusti”, senza violenza, ma farlo con la voce forte, senza paura. Partire dalla terra, dall’agricoltura, dagli animali, dall’ambiente intorno a noi, dalle nostre scuole, dal controllo degli sprechi a partire dall’energia. Farsi insegnare da chi sa fare, mettere insieme le esperienze. Farsi ascoltare da chi decide.
    Lo si può fare se si vuole. Certo bisogna alzarsi dalle sedie.
    La politica locale può fare tanto se messa davanti a richieste ragionevoli giuste e precise, se spinta a dover cambiare, a diventare attiva e più giusta. Ha zone di autonomia importanti.
    I poteri locali poi potranno incidere sulla politica nazionale, potranno risvegliare chi ancora non capisce l’urgenza del cambiamento radicale.
    Sono le donne a doversi muovere per prime per movimenti di questo tipo, perché portatrici della “differenza”. Perché sanno coinvolgere figli ed uomini con la forza che si trovano dentro. Non sono ingabbiate da secoli negli schemi della violenza.
    A volte, davanti alla televisione, ascoltando dibattiti politici, mi capita di urlare. La rabbia é tanta, ma passare alla violenza, al di là del considerarla un male estremo (necessaria per difesa, se aggrediti), sarebbe inutile e dannoso. Vorrebbe dire farsi schiacciare anche fisicamente, invece dobbiamo essere ben vivi, più di quanto lo siamo stati in questi anni di troppa inerzia.
    Dobbiamo ripartire dal basso, dal poco, dal dolore, come si fece. Ricostruire, ricominciare, proporre, obbligando con la nostra costanza e la nostra volontà chi può decidere. Fare.

  7. Io non credo che Muraro inciti alla violenza con questo libretto, edito nello stesso mese ed anno di Le Beatitudini ( con Franco Cardini, editore Lindau, sottotitolo: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli), dove, di fronte ad un medesimo (rispetto a Dio è violent) bisogno di “ricompensa alla virtù”, si dice che “non ci basta … la consapevolezza di aver fatto o di stare facendo la cosa giusta.” E che tale ricompensa non la si ottiene “suscitando rivolte, rivoluzioni, riforme, ma anche guerre, crudeltà, fanatismi.” C’è un “altro modo”, quello indicato nel Discorso della montagna in Mt 5,20: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (dove ‘regno dei cieli’ è letto da Muraro come un “salto di essere”, qui ed ora): Gesù “non mira a un ancora di più o a un ancora meglio, ma a un altrimenti”; “si tratta infatti di cambiare la mente e il cuore” perché il regno dei cieli “è la posta in gioco di una prospettiva inedita che si apre non a forza di legge ma con una conversione del cuore e della mente. (…) E’ un modo di essere e più che un modo; una possibilità di essere e una disponibilità a ricevere dall’Essere, amore dall’Amore, luce dalla Luce.” E “la felicità che ci dà il regno dei cieli non è né conquista né possesso, ma dono … E’ un segno, non è una cosa. (…) bisogna che cerchiamo una giustizia coniugabile con la felicità, altrimenti … i perseguitati per la giustizia sono esposti alla disperazione … (che) quando ci prende o semplicemente si mostra, è terribile … Ben più aiuta l’avere esperienze anche piccole ma interpretabili nel modo giusto, quello orientato al “regno dei cieli”; … cioè il riconoscere in certe esperienze, anche minori e parziali, dei segni leggibili di una risposta, già operante, alla nostra ricerca di una giustizia e di una felicità che non siano fra loro slegate. Solo così si può imparare e insegnare la speranza.”(pp.93-5).
    Non lo credo, dicevo. Ma, appena letto, mi si è accampata una parola in testa: ‘pericoloso’. In questo tempo di disperazione, quella “terribile” di cui sopra, le parole, che magari sono spinte da un bisogno di incitamento, denuncia, fino a prendere a prestito, ad appoggiarsi ad altre parole più forti, incisive (così Alessandra Pigliaru, nel suo intervento su Gli occhi di Blimunda, e molte altre amiche a dire il vero, ci assicurano che Muraro parla di forza, di tutta la forza necessaria, e non di violenza, nell’invito alla disobbedienza, al distacco da questo mondo di prevaricazioni violente), in questo tempo, dicevo, le parole possono avere pesi e misure ed effetti ed usi molto al di là dell’intenzione. Il contesto, come ci insegna Muraro, non è neutro; l’interpretazione non è neutra: noi abbiamo imparato prima di tutto da questo mondo violento, da questa storia violenta, il modo per leggere la parola ‘violenza’. E proprio perché c’è “una violenza nelle cose e fra i viventi che prelude a un ritorno della legge del più forte”, noi dobbiamo sì, è vero, “pensarci” (e qui sta il grande merito di questo libretto), ma non assumerne la provocazione: “La predicazione antiviolenza, nella misura in cui esclude a priori l’idea di una violenza giusta, favorisce l’abdicazione ad agire”. “Violenza giusta”? E’ vero che Muraro dice anche che la violenza non può essere considerata un mezzo, ma poi, appena più in là, mentre ribadisce che “è sbagliato credere di poter fare quello che si vuole con la violenza”, a mo di precisazione, aggiunge: “(è sbagliato) usarla o rinunciarvi, … come se rinunciarvi fosse una libera opzione e non invece l’effetto di un’imposizione che ci fa rinunciare anche alla nostra forza.” Oltre che pensiero ingrato nei riguardi di chi tanto ha faticato e pagato la scelta di rinnegare la violenza (non scomodo i Grandi, ma penso ai tanti che oggi perdono il lavoro e lottano, manifestano senza gesti violenti, nonostante la prospettiva disperante), misconosce anche l’originalità di chi rifiuta un modello imperante e apparentemente necessario in questo ordine di mondo, di chi cioè inventa, sceglie un modo fuori dai canoni, inatteso, imprevedibile, alternativo, impensato. Come appunto Muraro ha indicato tante volte alle donne, alla loro ‘eccellenza’, un modo che potrebbe esprimere proprio un “ritirare il … tacito consenso all’ordine che regola la convivenza”. Io credevo ci fosse anche questo in quelle parole che tempo fa mi hanno dato tanto senso: “Da questo teatro di tipo storicistico le donne, più che escluse, sono fuori perché impegnate in un altrove-altrimenti poco appariscente ma che domanda, oggi più che mai, di essere preso in considerazione. (…) l’eccellenza femminile non è superiorità relativa … va invece riconosciuta per sé stessa come un saper tenersi in presenza del mondo, presenza il cui valore non dipende dal giudizio storico ma viceversa: è la storia che dipende, per il suo valore, dal saperla riconoscere.” (Muraro, Non è da tutti, pp.11-12).
    Così ancora, anche se il contesto precisa e puntualizza diversamente, una frase lapidaria come: “Il desiderio di protagonismo potrebbe essere il nostro punto di leva”, (subito corretto, è vero, da “una condizione, che il desiderio entri in tensione con la giustizia” e da altre intelligenti esclusioni) è suscettibile di potenzialità negative: estrapolabile dal contesto, troppo vicina al diffuso sentire e ‘dire’ dell’attuale mondo dell’apparire. Molto meglio – e spero che il senso sia lo stesso – quel modo di porgere l’invito in Non è da tutti, p.62: “Oggi … il bisogno di riconoscimento è molto sentito e diffuso. Vi sono analisti che lo considerano un sintomo di malessere collegato all’individualismo moderno. Non sono d’accordo, secondo me … ha una radice più profonda e sana, relazionale: esprime la domanda di vedere negli occhi di altri che la propria esistenza ha valore per sé stessa, perché, senza questa conferma, diventa difficile che essa ne abbia ai propri occhi.”

  8. Di nuovo la vexata quaestio del problema della violenza e dei suoi contrari: nel dicembre 2003 fu l’allora segretario del PRC Fausto Bertinotti, a riaprire il dibattito in occasione di un convegno sulle foibe; la tesi era semplice e, per molti, suggestiva: il fallimento del progetto emancipatorio novecentesco andava cercato in buona parte nell’abbondante ricorso all’azione violenta da parte del movimento operaio. La violenza che fin dagli albori della storia aveva sempre funzionato egregiamente come instrumentum regni, non si era dimostrata altrettanto capace di servire i processi di liberazione: dalla violenza politica, a causa del suo effetto retroattivo, non nascevano che frutti velenosi che finivano per inquinare anche i progetti più nobili; e, se per il segretario del PRC i movimenti rivoluzionari del secolo scorso, per i loro fallimenti, si dovevano capire e perdonare perché non potevano sapere, quelli attuali o futuri, se non vorrano ripetere la storia, non avranno altra scelta che porsi in discontinuità con la pratica violenta, per portare anche nella scelta dei mezzi la questione dell’alternativa di civiltà.
    Ora a qualche anno di distanza, il pamphlet di Muraro, riapre un dibattito che per i più sembrava chiuso, e lo fa con merito, con una tesi provocatoria e, in questi tempi di disarmo intellettuale, anche piuttosto eretica: “a chi detiene un potere quale che sia, io non mi presento dichiarando che ho rinunciato all’uso della forza fino alla violenza se necessario”.
    Il suo sembra un tuffo all’indietro nelle acque mosse del pensiero forte, spericolato visti i tempi e chi lo sa, magari capace di spostare il dibattito sulle forme dell’agire politico in ambiti più trasversali e politicamente meno opportunistici.
    La scrittrice intelligentemente si richiama ad un concetto, quello della forza, che, come forma di potere intermedio, contigua ora alla violenza ora alla nonviolenza, ci permette di sottrarci, almeno nel ragionamento, alla scelta obbligata tra uno dei due poli.
    Anche se probabilmente Muraro non intende il concetto di forza come il sottoscritto, è mia intenzione servirmene in questo spazio per condividere un paio di riflessioni a riguardo. Ma prima, a rischio di risultar pedante devo definire telegraficamente quel che in genere si intende per nonviolenza e violenza, pena l’impossibilità di avanzare nel ragionamento.
    La prima racchiude tutte quelle pratiche di lotta che non prevedono lo scontro fisico e militare, l’uso delle armi e l’eliminazione del nemico: prevede invece la disobbedienza civile, lo sciopero, il sabotaggio e via dicendo; la scelta dei mezzi qui è coerente con il fine, e il raggiungimento dell’obiettivo che la lotta di volta in volta si pone è subordinato al rifiuto da parte di chi agisce di uccidere o comunque di nuocere al nemico.
    La seconda include teoricamente tutti i mezzi necessari allo scopo, scelti di volta in volta, in base ad una serie di criteri, non sempre solo utilitaristici.
    Ora, per condurre le nostre battaglie, se potessimo, se bastasse, sceglieremmo senza pensarci troppo di agire sempre nei limiti della pratica nonviolenta. E lo faremmo perché siamo profondamente antiviolenti e perché aspiriamo ad una società liberata, per quanto possibile, dal sopruso e dallo sfruttamento. Ma, purtroppo, infiniti sono i casi nella storia in cui di fronte alla violenza dello Stato o di qualsiasi altra organizzazione armata, la resistenza pacifica, anche quando estremamente determinata, è risultata inefficace. Magari complementare, ma quasi sempre insufficiente.
    Mi riferisco qui ovviamente ai movimenti sinceramente nonviolenti, e non a quelle forze che hanno confuso l’azione nonviolenta con il rispetto della legalità (ossia della violenza statale) o che hanno, sempre in nome del pacifismo, invocato la repressione contro chi non fosse d’accordo con le loro pratiche.
    Per tornare al libro, l’esempio del cittadino di Vicenza che, dopo aver visto infrangersi sul muro dei rapporti di forza il desiderio di bloccare pacificamente l’allargamento della base militare, si deprime, mi sembra emblematico: che succede quando lo Stato decide di alzare il livello dello scontro? Che fare di fronte alle violenze della polizia e al diniego del potere?
    E ancora, in un momento storico attraversato da una crisi capitalistica senza precedenti che obbliga ovunque gli Stati ad azzerare gli spazi di agibilità rimasti e a far fare gli straordinari alla polizia, siamo sicuri che ce la caveremo solo con la nonviolenza? Ad altre latitudini, in Colombia, in Palestina, ecc, dove il sipario dello spettacolo democratico è calato da un pezzo, e non si fanno sconti a nessuno, i pacifisti, e non solo loro, cadono come mosche per mano del potere: la loro azione valorosa però, non sembra, purtoppo, essere capace di andare al di là della testimonianza, e spesso, ricorda l’immolazione dei martiri. La tragica fine della pacifista americana Rachel Corrie che, nel tentativo di bloccare la demolizione di una casa palestinese, venne schiacciata da un buldozzer israeliano sta lì a ricordarcelo. C’è un limite, oltre il quale, non ci si può aspettare niente dal nemico. E allora? Di nuovo, che fare?
    Sono convinto che si debba lasciare al nemico il monopolio della violenza, senza essere costretti per questo a deprimersi o ad immolarsi; che esista una terza via che possa far dipendere l’efficacia dell’azione, la continuità, per dirla con Muraro, tra giustezza e giustizia, non solo dai mezzi impiegati ma anche dall’approccio politico che con essi si stabilisce. Un’alternativa d’azione fatta di scelte che, pur arrivando a concepire l’uso delle armi, e in alcuni casi, l’eliminazione del nemico, non rinuncino a quella tensione etica tra mezzi e fini che, sola, può trascendere il pacifismo impotente e il militarismo criminogeno.
    Tra violenza e nonviolenza, insomma, tertium datur: la forza.
    Una forza smilitarizzata, antimilitarista.
    Potremmo definirla come potenza che ricorre sì alle armi ma stravolgendone l’uso, che mira all’abolizione delle strutture e dei ruoli e non alle persone, che considera la tortura, la vendetta e l’umiliazione del nemico sua rovina e sconfitta. La differenza tra la forza e la violenza è massima nell’uso. La forza è la critica pratica alle forme gerarchiche e rituali con cui il potere conduce lo scontro. E’ l’insieme delle scelte, anche armate, che rifiutano la simmetria, la specularità con lo Stato, perché a monte hanno già criticato la militarizzazione del conflitto armato, l’intruppamento gerarchico della forza, l’eterno ritorno della forma esercito.
    A questo proposito, le azioni dei Black Bloc liquidate nel libro come un mix di mera “violenza privata, criminalità e violenza di Stato”, mi sembrano inquietanti non per la critica pratica all’arredo urbano (che può essere condannata quanto si vuole ma che non deve essere confusa con la violenza) quanto piuttosto per quel ritmare di tamburi che le accompagnava. Era nei loro sbandieramenti sincronizzati e nel passo da marcia militare che va cercato il sintomo della violenza, l’analogia con i rituali della guerra e non nelle banche danneggiate.
    La forza rompe gli argini e si fa violenza quando accetta le lusinghe della specializzazione e del militarismo. Quando professionalizza l’esercizio delle armi scimmiotando l’organizzazione gerarchica del nemico. Quando prevede nella sua strategia d’azione la sofferenza e l’umiliazione.
    E ciò, con buona pace dei contemporanei, i libertari del secolo scorso l’avevano già capito quando nelle tante battaglie che li avevano visti impegnati, avevano proceduto, per prima cosa, all’abolizione di ogni disciplina militare e alla critica del principio di autorità, vera fonte inesauribile (molto più che le canne dei fucili) del potere e della violenza. E all’oggi, a confema che la critica delle armi sta soprattutto nella critica di come le si usa, non c’è storico che sia riuscito ad attribuire ai contadini maknovisti dell’Ucraina rivoluzionaria, o alle milizie libertarie della Spagna del’36 o, per arrivare ai giorni nostri, ai neozapatisti messicani, almeno una di quelle scorrerie, tipiche dei conflitti armati, che purtroppo invece hanno interessato tante guerriglie ed eserciti popolari del secolo scorso.
    Vaccinare la forza contro il virus della violenza significa ancorarla all’idea che il fine che ci si è prefissati, lo si pratica parzialmente nella battaglia politica quotidiana.
    Vista la complessità dell’argomento e la troppa carne messa al fuoco mi fermo qui; vi ringrazio per l’attenzione.
    Marco Bistacchia

  9. Appartengo al novero dei lettori che nel libro della Muraro non hanno visto una giustificazione all’uso della violenza né – tantomeno – un incitamento a tale uso. Forse, se mi fossi trovata davanti a quel muro leccese, avrei interpretato un po’ diversamente la scritta “Dio è violent” (una dolorosa denuncia umana della prepotenza subita da un potere che si è fatto assoluto proprio come lo è un dio) e l’aggiunta in rosso “e mi molesta” (un’affermazione, forse un po’ ironica, che mentre stempera e alleggerisce il tono dogmatico della prima la sostiene, la conferma e la intende). Del resto ho letto nel libro della Muraro proprio la proposta di tornare a parlarci, ascoltarci, collegarci e intenderci – come hanno fatto le scritte su quel muro – perché solo così potremo contrastare i soprusi del potere e combattere la nostra tendenza alla remissività e al quieto vivere. Non credo, invece, che l’artificio moderno del contratto sociale sia il responsabile della nostra attuale acquiescenza: la rinuncia al potere di ogni singolo in favore di un più solido potere comunitario e statuale non prevedeva infatti la rinuncia all’uso della forza individuale se quel potere così formato avesse compiuto soprusi e non avesse rispettato i termini contrattuali. Detto altrimenti: se il potere di nuova formazione dovesse compiere “violenza”, i singoli contraenti potrebbero legittimamente opporsi e “resistere”. Questo è, credo, il concetto cardine del contrattualismo di ispirazione liberale, moderna e laica, di Grotius e Locke, che di violenze del potere ne hanno viste e patite, e questo credo che sia anche il principio base di ogni convivenza civile e politica che non chiede la tacita obbedienza, ma l’attenzione, il controllo, l’opposizione. La “rinuncia” avvenuta nel momento del contratto (ogni volta che decidiamo di restare in un paese e di rispettare la sua legge sottoscriviamo il contratto) non può allora essere intesa come privazione, depauperamento e quindi debolezza, ma come partecipazione attiva nel controllo di quel potere; d’altro canto la “resistenza” esercitata contro ciò che avvertiamo ingiusto e violento in quel potere costituito non può essere considerata violenta, ma doverosa. Non credo che quando Muraro scrive di esercitare la nostra forza fino alla violenza intenda suggerire il ricorso alla lotta armata: anzi, con un tono arendtiano ci ricorda che la violenza non è azione, che l’autentica azione è quella politica e che la rivoluzione è la fine della politica. Anche la “resistenza armata” combattuta in Italia dal 1943 al 1945 – rivoluzione o guerra civile che sia stata – è scoppiata proprio perché la politica era finita. La soluzione che la Muraro ci propone mi sembra chiara; è l’azione “possibile e efficace”, forte della ricostruite relazioni interpersonali, poggiante su un beninteso “desiderio di protagonismo” che cioè non miri ad ottenere il successo ma realizzi l’autentica politica, quella che si occupa della polis, della comunità. Ma qual è l’azione “possibile e efficace”?: quella che liberamente ma doverosamente l’individuo, autonomo e consapevole dei suoi legami con gli altri, sceglie di compiere per “combattere senza odiare” e per “disfare senza distruggere”.
    Sandra Mariani

  10. Mi domando come mai i contadini ancora prima della riforma agraria, che servirebbe oggi come allora visto il ritorno del latifondo,sapessero bene cosa fosse necessario per vivere:terra,terra da lavorare.Oggi, più che mai questo dovrebbe essere all’ordine del giorno,il principale movimento da imboccare e ingrossare,perché più di ogni altra sequela ideologica ciò che più conta è il lavoro agricolo,la ripresa di un luogo avvelenato da disintossicare non solo dalle sostanze chimiche ma da un modo errato di guardare la terra, di mercanteggiarla non per dare frutto ma per dare viabilità, costruzioni, mercati, speculazione, guerra,infanticido,femminicidio,caos. La terra è impoverita, per mano nostra, anche di quelli che non la lavorano ma la calpestano, non ha la forza per produrre quanto serve per vivere nemmeno alla nostra nazione e nelle altre non succede in modo diverso. Parliamo dell’Africa,dell’India ma il nostro paese e l’Europa intera è destinata già, per le attuali condizioni, ad essere deserto.
    Mi domando come oggi, ancora oggi, la nuova concezione dell’uomo di Bruno sia tra le cose più belle che mai ha visto la luce ovunque, ma è stata repressa per una paura e per codardia di un pugno di uomini come mosche.

  11. Ho letto, sotto il consiglio e la sollecitazione, di Anna Maria Farabbi il pamphlet di Luisa Muraro. Non vi è dubbio che la società italiana abbia subito negli ultimi venti anni un’aggressione mediatica “subliminale”. Questa aggressione ha portato ad un impoverimento culturale che ha inciso profondamente, sulla capacità di indignarsi e di reagire della cosiddetta opinione pubblica. Difronte all’immobilità della palude, la Muraro getta un sasso, sperando che le onde generate scuotano l’anemico e insipido dibattito politico e culturale di questi tempi. Già gli antichi romani sapevano che per tenere a bada il popolo bastavano “panem et circenses” come il poeta satirico latino Giovenale “docet”.
    Quindi pur comprendendo la tensione della Muraro, ne vedo la debolezza conclusiva, eccessivamente semplificatrice.
    Chi potrà definire ” Quanto basta”(pag.71) nell’uso della violenza? Chi sarà il giudice supremo?

  12. Kratos e Bia.
    Un antico mito greco riferisce che Stige, una delle figlie del dio Oceano, e Pallante ebbero quattro figli: Zelos (Emulazione), Nike (Vittoria), Kratos (Forza) e Bia (Violenza). Il poeta Esiodo (Teogonia, 383-399) racconta che gli ultimi due erano inseparabili da Zeus, il padre degli dei e degli uomini, con il quale dividevano anche la dimora. Erano, quindi, espressione del suo potere sul mondo, anche per l’aiuto che gli avevano fornito nella conquista di questo suo ruolo di comando.
    Kratos e Bia costituiscono gli ingredienti essenziali del dominio di Zeus, elementi irrinunciabili. I due termini sono appunto Potere e Violenza: la sottile distinzione consiste nel fatto che il Kratos è la forza che non si manifesta apertamente, laddove Violenza, la coercizione, è riconoscibile dai segni che lascia in prevalenza sul corpo. Il Potere non è immediatamente visibile e richiede particolare addestramento a riconoscerlo, la Violenza è sotto gli occhi di tutti. Kratos costituisce il silente insinuarsi del Potere nella realtà e nella vita di quanti obbediscono e soggiacciono, inerti, ritenendolo legittimo e naturale anche se in realtà non lo è. Paradossalmente, da Bia è più facile difendersi, se si ha il buon senso, da Kratos no, e spesso si è sue vittime inconsapevoli. Viene in mente la parallela analisi di A. Gramsci, secondo il quale il potere si fonda sulla forza e sul consenso. Se prevale la forza, si ha dominio, se prevale il consenso si ha l’egemonia.
    Questo riferiscono la cultura e la religiosità greche, disilluse e oneste nel descrivere e rappresentare i giochi di forza che agiscono nelle società umane, dove il potere e il comando non si possono esercitare prescindendo dalla forza che si può manifestare anche nella violenza. Nonostante gli antichi Greci difendessero gli ideali di Giustizia (Dike) e aspirassero alla dolcezza (J. De Romilly, La Grèce antique contre la violence, Paris 2000), ogni loro racconto mitico o storico si incentrava su episodi di soprusi e di violenza, di guerre, di abusi anche all’interno dello stesso gruppo famigliare. Si trattava, per loro, di un fenomeno da scongiurare, ma ritenuto come inevitabilmente connesso alla vita degli uomini.
    Partire da questo dato è fondamentale per riaprire un dibattito onesto sulla violenza e sui modi possibili di arginarla. “Dio è violent” perché la biologia, la fisica e la storia sottostanno alle leggi del sopruso e della violenza. Negarselo, come si fa da sempre, è superare solo in apparenza il problema. La violenza non è semplicemente una deviazione della mente e del corpo umano. È un inevitabile inciampo della vita di tutti gli esseri viventi. Violenta è la Natura che sommerge con le acque improvvise, distrugge con i tornado, stermina con esplosioni vulcaniche. Violenti sono i gruppi umani che decidono di sopraffare i deboli, spesso servendosi delle leggi, non solo delle armi.
    Il Potere politico (Kratos), secondo la prospettiva dei moderni, sembra essere stato istituito alle origini come pacificatore nelle lotte interne alla città, la sua missione, cioè, sarebbe stata quella di creare un equilibrio legittimo, dove si presentavano forme di abuso e di violenza nei rapporti inter o intra-famigliari, ma anche tra città e città. Presto però ci si rese conto che questo Potere custodiva un’inesorabile contraddizione: nato per favorire la pace e la giustizia diventava esso stesso matrice e promozione di discrimine e sopraffazione. A ciascuno di noi viene in mente quello che stiamo vivendo e sperimentando quotidianamente, nonostante le attuali democrazie vadano propagandando questo sistema come il migliore possibile. La gestione del potere è, invece, un “gioco delle parti”, un falso accordo, una prospettiva di sicurezza, o meglio un miraggio di sicurezza ed equità che solo a fatica e in casi rari va a difendere i diritti dei deboli.
    “Vano è agire in nome di una fiducia nella cosa pubblica con l’aspettativa di un ritorno” dice la Muraro. Verissimo: quando guardiamo oltre la cortina della presunta necessità del patto sociale, prendiamo atto delle violenze attuate in nome dello Stato, quindi anche a nome nostro, inconsapevoli complici.
    Il contratto sociale sarebbe nato per difendere i deboli dalla sperimentata sopraffazione dei violenti e degli arroganti. I deboli, è noto, costituiscono la maggioranza delle persone fisiche in ogni angolo del mondo. Sono quanti per istinto, cultura, educazione, esperienze di vita e per intelligenza rifiutano la violenza, non sanno o non possono metterla in atto. Sono quelli che scelgono le strade della trasparenza per costruire la loro posizione sociale, le loro case, le loro non ricche proprietà. Essi hanno confidato per anni nello Stato come garante della loro sicurezza e della giustizia. Lo Stato, invece, è esso stesso negatore dei loro diritti. Sono stati inventati i concorsi pubblici per garantire i diritti dei deboli: si usano per fare favori ai potenti. Si organizzano gli eserciti per tutelare la pace e la vita dei deboli, ma sono questi a cadere per primi negli scontri. Si fanno le leggi a tutela degli onesti: sono gli onesti che pagano le tasse per gli arroganti. Così i diritti dei deboli non sono tutelati negli appalti pubblici, nella redistribuzione delle ricchezze (mai democratica), nel riconoscimento dei meriti, nei prelievi fiscali. E queste sono forme di Bia, le più difficili da ostacolare perché sono ammantate da una veste di legalità, di legittimità e di giustizia. Spesso lo Stato propaganda come Kratos ciò che invece è la sua Bia.
    È necessario capire come si possa reagire a questo stato di cose. Se la resistenza pacifica ha vinto nei casi in cui i soprusi erano manifesti o nelle evidenti ingiustizie sociali e politiche (Sud Africa, India), difficile è liberarsi e resistere alla violenza negli stati democratici. Molte violenze, infatti, rimangono impunite, perché si perpetuano dietro la cortina della legalità. Il compito dei deboli è rispondere alla violenza subita organizzando forme di Kratos. È doveroso richiedere ciò che lo Stato di diritto ha negato. Ne discutiamo da anni, ne discuteva già il buon Esiodo, quello che per primo ha parlato di Kratos e Bia. Senza scegliere Bia, si può organizzare il Kratos dei deboli: gli idealisti procedono per ossimori, non c’è dubbio. Non con la delega del potere, non con la resistenza passiva, ma snidando quelli che nelle pieghe del potere hanno costruito la loro Bia nascosta, sono i sopraffattori, i costruttori di armi, i corrotti, la maggioranza di coloro che si muovono tra le stanze dei poteri.
    Si tratta di creare la coscienza dei diritti individuali. Si tratta di cacciare dalle istituzioni i parassiti sociali che perpetuano Bia. Si tratta di togliere loro i diritti di parola, di visibilità, di voto, di espressione. Chi agisce contro i deboli, infatti, compie un crimine contro l’umanità.
    Si tratta di ripensare alle forme democratiche: nate come Kratos del Demos (del popolo), si sono rivelate come forme di Kratos contro il Demos, brodo di coltura per arroganti, intrallazzatori, violenti spregiudicati. Si tratta di capire come mai ciò che nasce come tutela dei deboli finisce inevitabilmente nel suo contrario.
    L’aspetto più difficile è trovare il modo per far conoscere e denunciare queste forme di Bia che si annidano nello Stato e nelle sue istituzioni, perché spesso queste denunce trovano poca attenzione e scarsa considerazione da parte delle vittime. Queste denunce, infatti, ai deboli sembrano noiose e prive di interesse, anche se l’obiettivo è la loro felicità e il loro benessere.
    La sfida consiste in questo: si deve “spettacolarizzare” la denuncia per creare nuove forme di Kratos, perché gli spettacoli hanno la capacità di attrarre. Lo fecero i Greci destinando il teatro a forme di intrattenimento che avessero anche lo scopo di veicolare messaggi di denuncia.
    Si tratta di consorziarsi, di creare forme di potere alternative, andandosene “altrove”, come suggerisce l’autrice (p. 42). La violenza subita può essere forse superata solo attraverso l’unione dei deboli. Perché, non a caso, come ricorda un antico adagio, “l’unione fa la forza”.

    Donato Loscalzo

  13. La questione della violenza è sempre al centro dei dibattiti. Non solo la politica ma anche l’assetto sociale odierno partecipano degli interrogativi e delle incertezze legate alla discussione intorno e attraverso questo grande tema. Abbiamo molte forme di violenza che ci funestano, quella segreta e familiare contro le donne e i bambini, l’intolleranza razziale che non accenna a cessare e le violenze per così dire demagogiche. L’opera della Muraro appartiene a quel genere di meditazioni volte ad aprire gli occhi ai tiepidi, ai disinteressati oppure a coloro che sono violenti senza avere compreso la natura subdola del loro sbaglio. E’ possibile non capacitarsi della propria violenza? Senz’altro! In un mondo di gente che urla, offende ed usa gli spazi comuni in modo prepotente c’è da chiedersi se la percezione della propria violenza sia avvertita e consapevole. Vedo in queste tesi della Muraro un invito a scoprire e abbattere la violenza dentro di noi prima di scandalizzarci per gli errori degli altri. Onestamente è giusto riconoscere che a volte “sbottiamo” perdiamo la serenità di giudizio, non deve accadere… La miglior risposta è la mitezza, essa richiede una grande forza d’animo, ma ripaga con una coscienza libera da pesi e matura. Il nostro mondo poi è afflitto dalla violenza contro la memoria, archiviamo tutto e subito, rifiutando il confronto con il passato. Occorre che gli intellettuali di caratura diano anche un esempio di coerenza. La mancata coerenza da parte del mondo culturale infatti sarebbe un modo subdolo di consumare la violenza contro le idee ed i nostri valori. Proviamo perciò la strada della protesta costruttiva e mite, chiedendo a chi ci mostra la strada da seguire di essere il primo a percorrerla gioiosamente insieme a noi, magari rinunciando a facili successi e accettando una visione più complessa, e meno accattivante, della nostra realtà. Aggiungo infine che non è sufficiente menzionare i politici a proposito della violenza, anche le grandi case editrici, controllano la stampa e pubblicano saggi, opere divulgative “benintenzionate”, poi ovviamente fanno controcultura e clientelarismo (un’altra forma raffinata di violenza?) a modo loro. Molti complimenti ad Anna Maria Farrabbi intanto per l’analisi puntuale e di spessore teoretico, non tacerei nemmeno sui commenti profondi che ho letto in questo sito e che mi hanno suggerito sane (e forse un po’ impietose) riflessioni. Marzia Alunni

  14. Non so se tutti ricordano queste scene,appartengono a un film di Costa Gavras ed è del 1969.Credo non abbia bisogno di spiegazioni, perchè ciò che si vede è quanto capita anche oggi: gli stessi metodi, la stessa violenza e la stessa richiesta, la debolezza contro la forza di un potere che usa il bastone e l’intelligenza che guarda.

  15. Leggendo le note della Farabbi e di seguito tutti i commenti, ho fatto un’immersione nel dato storico, filosofico, teologico. Dire che condivido con quanti hanno scritto il concetto di non violenza come atto di disobbedienza civile, di non allineamento, di comportamenti ex gregis, è quasi superfluo, Che aggiungere? Che siamo attorniati dalla violenza che non è neppure più percepita tale perchè violento non è solo il gesto che percuote ma l’intrusione continua, lo stato di difesa allertato a cui si è costretti nel quotidiano. L’invasione della pubblicità, la diffusione dei propri dati personali, la diffidenza instillata dai media verso “l’altro”, ..per me è violenza. Nata ed educata a lasciare la porta di casa aperta, fatico ( mi ribello) ad adattarmi ai sistemi di sicurezza; abituata a relazionare con tutti non riesco ad adattarmi alla diffidenza… Ho vissuto i miei vent’anni in tempo di rivolta che andava facendosi sempre più violenta da parte dello stato e dei rivoltosi; ho subito la violenza dei celerini , la persecuzione delle forze dell’ordine, ma non sono riuscita a rispondere alla violenza con la stessa arma, anzi mi sono marginalizzata. La violenza chiama violenza, e naturalmente non ho mai inteso subire passivamente. Ho conosciuto molte forme di violenza ( anche sessuale), ho vuto la fortuna di permettermi studi e di fare incontri che mi hanno aiutato e non ho mai più permesso che né contro di me né contro altri , fosse agita la violenza ( credo di essere l’unica insegnante in Italia ad avere sporto 5 denunce di abusi e molestie…).
    Non so che cosa c’entri Dio. Da agnostica, potrei dire che la cosa è poco interessante e Giordano Bruno è anche un idolo perchè in quei tempi storici ha osato volare libero; Dio , per chi crede, si è lavato le mani nel felice Eden quando ha lasciato la libertà di desiderare la conoscenza e quindi ha cacciato i peccatori lasciandoli soli. L’uomo solo ancora oggi non è in grado di opporsi alla violenza ma neppure di essere compassionevole.
    Credo che il nocciolo del problema sia proprio questo: cercare di fare gruppo, alzare le barricate, i muri, sentire le affinità di cuore, di pensiero.

  16. Proprio quelle frasi ,che sono apparse discutibili alla relatrice, mi fanno capire la nuova realtà che rischia di perdere tutta la rappresentazione simbolica, e la capacità di ricerca di Luisa, che fa sempre un passo avnti. Mi ritrovo anche con Braudillard, perciò mi riprometto di scrivere più a lungo questo libro che ci richiama a riaprire le dighe dell’analogia e della sintesi del reale. . Ci fa capire quanto siamo cambiati anche nel senso temporale, non solo femminile ma di tutti. Mi ripropongo di scriverne più a lungo. E, chiaramente, soprattutto dal punto di vista femminile. Luisa non si ferma mai, non si lascia appiattire, omologare. E’ sempre nuova e talvolta anche
    molto polemica, per fortuna!

  17. Cara Ferni, mi chiedevi che cosa ne pensassi. Difficile dirlo, non ho letto il libro. Se devo basarmi su questa nota, dovrei osservare due tre cose. La prima è che certamente c’è un certo “prurito” delle mani che serpeggia, una voglia sotterranea, e magari sacrosanta, di dar due schiaffoni (o peggio) a certa gente. Problema: chi decide chi si merita gli schiaffi? Il popolo? Quale popolo? Quello che cita sempre Berlusconi o un altro? Pensiamoci. Seconda cosa: come si innesta una violenza “giusta” in una non-nazione come l’Italia, che la Storia si è incaricata di dimostrare essere immune (per svariate ragioni) all’idea stessa di rivoluzione (cosa diversa da rivolta)? La lotta armata (estrema espressione della violenza sociopolitica) è sempre stata molto minoritaria, dalla Resistenza alle Brigate Rosse. Terza cosa: non è che la violenza sia per molti versi un’idea di retroguardia, specie oggi, un’idea diciamo poco “creativa”, tanto più se affacciata da una donna e anche femminista (sia detto senza polemica)? Faccio un esempio estremo: una cosa è raccogliere trecentomila persone incazzate e dare fuoco al Parlamento, un’altra circondare con le solite persone il Parlamento e non fare uscire nessuno finchè non hanno approvato una legge elettorale o anticorruzione ecc. (una specie di conclave, con relativa fumata bianca). Il problema è che questo paese, come dice Don Ciotti, è in coma etico (e anche culturale, aggiungerei), in deficit di indignazione (sono d’accordo con Coletti) e così via. Come si fa a adottare una violenza giusta? O q.b. (quanto basta)? Non è mica una ricetta di cucina, con tutto il rispetto per la interessante provocazione della Muraro…
    Saluti

  18. In breve, la penso così: la violenza è una pulsione naturale, lo stato no. Però lo stato, quanto a funzione, serve a incanalare la natura, anche l’arte ha questa funzione.
    Quando lo stato diventa selva, allora la violenza lo pervade. Il fatto è che mai lo stato è diventato solo cultura (quelli sono gli stati ideali, le utopie). Per cui, ogni stato si muove tra queste due forze: quella distruttiva e quella di contenimento dell distruzione stessa.
    Scegliere la non violenza significa far violenza alla propria natura. Scegliere la violenza significa far violenza, anche alla cultura migliore che c’è in circolazione.
    Stefano Guglielmin

  19. Carissima Anna dire che sono rimasta allibita e profondamente disorientata dal pensiero di Luisa Muraro espresso in ” Dio è violent” è dire poco, quasi niente di quello che, a distanza di un mese da quando l’ho letto, provo. Dire che l’ho letto due volte per cercare di non fraintendere il messaggio, è stato un atto di onestà verso me stessa e la Muraro. Ora però mi sento di dire, non a caldo, ma a freddo che cosa ne penso. Di una cosa mi sento di dover ringraziare Luisa Muraro, della provocazione, ammessa che lo sia,e di aver sollecitato un’attenzione alta verso ‘ l’uso della violenza’, ma non di altro. Maestra del pensiero della differenza, a cui tante e tanti guardano come esempio di lucidità intellettuale ed autorevolezza, ha una grande responsabilità nel momento in cui parla e, maggiormente, come in questo caso quando scrive: le parole sono pietre. Quello che scrive e il linguaggio che usa in” Dio è violent” la pongono all’interno di un sistema di pensiero dal quale,eppure, dichiara la sua e la nostra differenza in quanto donne. La risposta alla corruzione e alla violenza che Luisa Muraro dà non è l’azione violenta dettata dalla disperazione,ma” l’azione possibile ed efficace” , e riporto ancora le sue parole ” Dell’agire efficace bisogna dire che esso comporta a volte una certa violenza: quanta esattamente?” ” Quando è il caso di decidere come comportarci, regoliamoci come fanno le cuoche con il sale: “quanto basta”. La formula che ho trovato dice: quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”. Peccato. mi viene da dire, che talvolta la minestra risulti insipida o troppo salata.Chi reagisce violentemente lo fa spesso sotto l’impulso delle emozioni e se lo fa a tavolino cade nel terrorismo.Condivo con la Muraro che occorre disfare, ma non chiarisce bene che cosa.Forse, a ragione, intendo l’ordine violento dentro al quale siamo, ma non lo si fa usando gli stessi mezzi, ma ponendosi al di fuori, altrimenti si conferma e si perpetua tale ordine.
    Un ordine / sistema politico e religioso basato sul principio di morte fondato dal maschile. E’, invece, in un oridine sociale fondato sulla vita e sull’amore che bisogna costruire, e sicuramente non lo si fa con ” la giusta violenza “, neppure con la giusta violenza attribuita Dio. Probabilmente Il vizio di origine di un sistema di relazioni,colletivo e privato, basato sulla violenza sta proprio qui nell’aver immaginato un Dio violento e vendicativo che come punizione ha impartito la morte e il dolore.Mi vien da chiedere a Luisa Muraro ” Che cosa ne è stato dell’impensato di cui parla in un altro suo libro” Al mercato della felicità”, un impensato che doveva irrompere nell’ordine costituito e distruggerlo sostituendolo con un nuovo ordine? Condivo con lei che le donne abbiano la capacità di immaginare e realizzare un ordine sociale nuovo , ma non con la violenza ” quanto basta”, questa risposta l’hanno data da sempre gli uomini.
    Ora più che mai occorre che le donne si mettano insieme,si confrontino e cerchino di dare una risposta diversa, che destrutturi l’ordine cosituito.

  20. Luisa Muraro osserva, annusa il tempo con i suoi potenti sensori, intuisce le variazioni dell’aria, lo spirare di un vento nuovo, mette in moto il suo pensare mobile, largo e si convince di un’altra idea; la sente vivamente e la esprime con la forza e nel modo affatto personale di sempre.
    Parla di “forza” e nel farlo si presenta come uno dei massimi esempi di forza femminile, legata al pensiero, alla consapevolezza, alla capacità di cambiare.
    Da quando è uscito mi porto in borsa il suo libro come un piccolo breviario da consultare all’occorrenza, con l’intento e il desiderio di soffermarmi su ogni pagina, perché ogni pagina è densa di contenuti e significati, è il compendio di una lunga esperienza culturale e umana. Parla con tutte le sue voci Muraro: quella di teologa, quella della filosofa politica che registra le omissioni del potere politico moderno, che ricorda la differenza tra legalità e giustizia, tra potere e politica; la voce della militante che incita ad azioni sociali produttive visibili, e infine quella dell’intellettuale che avverte il rischio di un conformismo pigro che addormenta le coscienze. E’ quest’ultimo l’aspetto che mi ha sempre maggiormente interessato della sua figura.
    “C’è una violenza nelle cose e tra i viventi che prelude ad una legge del più forte: dobbiamo pensarci”. Muraro vive nella realtà, osserva, registra e invita a pensare. Non c’è momento storico che obblighi ad una riflessione come quello attuale. “Il discorso può aprirsi dicendo semplicemente che …” L’avverbio semplicemente ha il tono di una rassicurazione.
    Della forza si può parlare. La memoria femminile della forza è diversa da quella maschile, nel vissuto delle donne questa può sfociare facilmente nella sopraffazione, nella violenza. L’inconscio collettivo femminile che ha registrato la tragica equazione vittima–carnefice, teme questo rischio; la violenza va rifiutata, ma rinunciare alla violenza spesso comporta il rinunciare alla propria forza. Questo è un tratto diffuso della psicologia femminile.
    Invece, forza e violenza non sono la stessa cosa, la forza può essere energia, affermatività, spinta all’azione, capacità di resistenza, di opposizione, contro chi o cosa avvertiamo come ingiusto o violento. E tanto di ingiusto e violento c’è nel vivere di oggi. Il nostro è un paese tragico, ammmalato di rassegnazione, indifferenza, abitudine, che rimuove il dolore. Il male sta in chi lo fa e in chi lo subisce, nei padroni che ingannano e in noi servi che vi ci assogettiamo passivamente, ignari contenti, privati della facoltà di esercitare il potere come vorremmo che fosse, i capi si mettono al di sopra della legge e noi non protestiamo. C’è violenza e ingiustizia nella violazione dei diritti alla sanità, alla giustizia civile e penale,all’istruzione,a una informazione imparziale e corretta. C’è ingiustizia e violenza nella irreversibile distruzione dei nostri paesaggi storici e naturali, nell’uso parlato e scritto di una lingua umiliata in tutto lo spazio pubblico e televisivo, ridotta al gergo di una classe politica corrotta e immorale. Catastrofe morale e civile. Ditemi se non c’è bisogno di uno schiaffo salutare che svegli le coscienze e le fermi a riflettere sul male che abbiamo fatto e continuiamo a fare a noi stessi. Muraro prova a scrollare il nostro torpore, la nostra capacità di sentire, la nostra volontà.
    Non c’è nulla di pericoloso, di eversivo nei suoi toni, se sovvertire significa agitare, turbare i cervelli anestetizzati, ben venga! Magari fossimo capaci di una vera rivoluzione interiore culturale!
    Muraro non inneggia alla violenza, lo precisa quando parla di uso intelligente della forza. L’uso intelligente significa sfidare la brutalità prevalente, senza cadere nelle provocazioni, la violenza non è mai giusta, ma la forza sì, a volte è utile andare fino in fondo ad essa, e se capita che il confine tra forza e violenza diventi labile, la violenza che deriva dalla nostra forza, può essere giusta. C’è un punto su cui vorrei aprire una riflessione. Muraro parla di “forza necessaria”, tutta la forza simbolica necessaria che serve a compiere azioni politiche feconde, produttive; parla di trovare un punto di leva “ per sollevare le giuste pretese e abbassare l’arroganza dei potenti,” e lo cerca in quel “groviglio generato dal movimento soggettivo tra voglia di protagonismo, bisogno di riconoscimento, aspirazione al bene ed egoismo che somiglia ad una giostra infernale”,ma che potendo agire liberamente, diventa possibile governare. “Desiderio di protagonismo sacrosanto a patto che il desiderio di protagonismo non debba essere confuso con il successo, l’autorità, nè con il potere né con il prestigio.” La giostra è proprio infernale, fa giri vorticosi tra bisogni, necessità, desideri, contraddizioni; poter agire liberamente non basta, avere la disponibilità della propria forza non basta, occorre aver consolidato un processo di piena consapevolezza, per diventare capaci di usarla bene, con la giusta intensità e misura. Brutto mostro il potere che allunga i suoi tentacoli e invischia sempre più. Il rischio di confonderlo con la politica, di prevaricazioni nel maneggiarlo, oggi è un po’ di tutti, degli uomini a cui la storia lo ha consegnato da sempre, ma anche delle donne quando (ancora troppo poco) riescono a conquistarlo.
    “Come stai, come va il nuovo incarico? Mi trovo bene, ma ho un problema: una donna, è l‘Avvocato Coordinatore dell’Avvocatura, terrorizza tutti, due impiegate che lavorano all’Ufficio Legale stanno pensando alla pensione per disperazione! E’ una donna autoritaria, rigida, che trascende spesso nei toni… lei è un mio cliente, se lo ricordi bene, così mi ha detto ieri!”
    Parlava così la scorsa settimana tra colleghi, un Dirigente neopromosso Direttore della mia stessa Pubblica Amministrazione. Lavoro in una P.A. dove molte donne sono nominate responsabili di area e dove spesso arrivano alla dirigenza, con alcune relaziono direttamente per motivi professionali. Parliamo di donne al potere. Cosa succede quando nel loro tessuto di relazioni si producono rapporti di potere? Di fronte a questo, a volte le donne urtano con rappresentazioni, riproduzioni di rapporti maschili, con un protagonismo che invece è un vero e proprio bisogno di successo personale,di competizione, di prestigio narcisistico. Allora c’è da ragionare sulla qualità di questo protagonismo per evitare errori, contaminazioni pericolose. Mi viene da pensare alla politica dell’affidamento, fondata sulla dimensione verticale dei rapporti tra donne, la valorizzazione delle funzioni di guida e di potere attribuite ad “una che è più, quando lo scopo del movimento è stato quello di una visibilità produttiva nel sociale.
    “Quell’una che è più” ed è investita di particolare autorità e quell’altra che questa autorità deve riconoscere, tutte e due come donne sentono il richiamo simbolico a quel rapporto con la simile che sta all’origine della propria esperienza psichica, la madre, con cui ognuna ha giocato la sua differente partita dell’identità e il cui esito non conosciamo.
    Forse per qualcuna è stata dura, e deve ancora capire e comprendere chi sia veramente e perché, ma a volte è più facile pensare solo a come si vorrebbe essere e seguire rappresentazioni, categorie cui non si appartiene.
    Allora può succedere che i progetti e le azioni siano solo salti in avanti, scalate, piuttosto che consapevolezze. Dobbiamo ritornare alla nostra forza simbolica, a tutta quella di cui si può disporre attivamente per giocarci la partita più importante: quella della autenticità, di una soggettività che può disporre di sé e della sua forza, appunto. Per vincere la partita dell’indipendenza dal potere costituito e dal potere stesso, per essere immuni dal rischio della sua personalizzazione, della sua impotenza, per costituire una giustizia che corrisponda ai nostri bisogni e desideri, la nostra forza deve misurarsi non solo sulla capacità di doverose reazioni e contrapposizioni, ma anche sull’impegno di far valere ancora la nostra differenza, la nostra specificità di genere. Ne serve ancora tanta da sondare, da saper dosare senza abusi o perdite, da spendere per quelle azioni possibili ed efficaci fondate su un autentico, naturale desiderio di protagonismo, che “non si confonda con il successo e si traduca in una politica sorgiva e nutriente.”
    Grazie a Luisa Muraro che affonda sempre per decostruire l’ovvio e risignificare i significati, e grazie ad Anna Maria Farabbi, altro lucido esempio di forza intellettuale, che mi ha offerto lo spazio per una riflessione e un confronto.
    Elvira Aglini

  21. Cara Anna Maria e cari tutti, sono particolarmente contento di poter prendere parte a questa discussione per svariati motivi, tra i quali il fatto – non secondario – che si tratta di una discussione viva, che prende le mosse da un libro pulsante, tanto pulsante che dà luogo anche a qualche fraintendimento. Lo si è visto strada facendo e ciò del resto è stato notato da diversi tra coloro i quali hanno animato il dibattito con la volontà di commentare, integrare, controbattere… E poi c’è il fattore personale dell’opportunità di (ri)prendere contatto con amici come Sergio Pasquandrea o Elisabetta Chiacchella e altri che leggo volentieri.
    Provo a entrare in alcune delle questioni aperte che rendono questo spazio ricco e assai stimolante; lo faccio con riflessioni che spero non incorrano nel rischio di banalizzare la ricchezza polifonica dell’avvincente dibatito in corso.
    Premetto che della Muraro ho avuto più volte modo di occuparmi, proprio in relazione a tematiche connesse a violenza/nonviolenza e, come allora, anche in questa occasione mi è difficile resistere alla tentazione di ricorrere alle lenti attraverso le quali avrebbe – secondo me – letto il libro (“una sciabolata nel sonno” diceva Anna Maria) un maestro-testimone di nonviolenza quale è Aldo Capitini.
    Innanzitutto direi che un’autorità è tale e va rispettata nella misura in cui essa non è “in sé e per sé costituita” bensì condivisa costitutivamente. Se, cioè, nasce davvero da una condivisione dal basso senza consensi taciti o esercizi di potere nel senso di forza del pesce grande ai danni dei pesci piccoli. Ma perché la condivisione sia dal basso è necessario che il potere venga inteso come potere di fare insieme, in chiave nonviolenta. Il più possibile nonviolenta, senza cadere nella trappola di credere giusto ciò che la storia (la natura?) ha prodotto secondo una sorta di fallacia storicistica (naturalistica?), ma neanche nell’altra trappola della più candida delle ingenuità: ipotizzare un’improbabilissima e poi non così auspicabile assenza dei conflitti.
    Certo è che tutto vorrei tranne che ci sia qualcuno che, rinunciando ad esercitare la funzione critica della propria autonoma ragione, finisce per reclinare il capo dinanzi alla legge della “strapotenza delle cose”. Criticare significa, in questo senso, anche pensare un’alternativa, quindi costruire altro e specificatamente altro dalla violenza, altro dalla legge del più forte, altro dalla logica del “tanto le guerre ci sono sempre state” e quindi – concretamente – altro dalla versione depauperata del potere scaduto a mera forza.
    La rivoluzione, sì, certo, ma che sia una rivoluzione nonviolenta. Altrimenti vera rivoluzione non è: sarebbe restaurazione dell’ennesimo ordine violento! Ripensiamo alla straordinaria impresa dell’India di Gandhi, al ‘lontano’ e insieme ‘vicino’ 1947, all’indipendenza e alla dignità di un popolo vittima del colonialismo più attrezzato e ripulito della storia. Ripensiamo la possibilità di contestare la presunta giustizia di una guerra e anche di contraddire Machiavelli: ma chi l’ha detto che è giusto che il fine debba giustificare i mezzi? E se invece ricominciassimo a pensare, proprio sulla scorta dei suggerimenti mazziniani, gandhiani e capitiniani, che il fine non può essere nobile se nobili non sono anche e anzi prima di tutto i mezzi adottati per perseguirlo?
    Tutto questo richiede calma, molta calma; esige la pazienza di chi sa bene che in questioni delicate come questa non si danno scorciatoie praticabili, se davvero s’intende promuovere l’inclusione e l’alterità di tutti. Come del resto ci insegna a fare uno spazio quale questo in cui stiamo dialogando.

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