Serenella Gatti – Al di là dell’al di qua

Janna Syvanoja- gioielli di carta

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Al di là dell’al di qua

Al di là del bene più profondo ci sei tu… ci sei tu… al di là dei limiti del mondo ci sei tu… al di là della volta infinita al di là della vita ci sei tu… ci sei tu per me… la la la… la la la… “.

Sua madre le canticchiava sempre questa canzone, quando lei era piccola, in qualunque faccenda fosse affaccendata. Era amabile sua madre, proprio come il vino italiano preferito, e sempre allegra.
Jing aveva lasciato il suo paese all’interno della Cina meridionale a soli quattordici anni. Si era unita a uno dei numerosi gruppi in partenza per l’Italia, in cerca di lavoro. Non che la sua famiglia avesse particolari problemi economici, ma col padre non andava d’accordo. Non aveva mai capito perché sua madre, una bella italiana turista, si fosse innamorata di quell’autoritario pidocchioso.
Nel paese di sua madre aveva girovagato con gli altri fra varie città. I lavori erano sempre gli stessi, anonimi e segreti, nel campo della pelletteria e della culinaria, a livello di sfruttamento. Era la curiosità la sua grande molla, forse l’aveva ereditata dalla madre, la bella italiana. Fu a Milano che cambiò la sua vita. A diciannove anni decise di frequentare dei corsi serali di pittura e disegno. Si appassionò, sentiva dentro ribollire il talento. In realtà, fin da piccola, era stata portata per le attività manuali, più che per quelle teoriche.
Cominciò a conoscere ragazzi di tutto il mondo, e di un italiano si innamorò. I suoi capelli lunghi, neri e lisci, i suoi occhi a mandorla colpivano, per quanto dietro occhiali quadrati e cerchiati di nero.
Fu in uno dei pomeriggi milanesi al bar, in compagnia di lui e di altri amici, che arrivò la folgorazione. Il sole tagliava in strisce diagonali l’asfalto arroventato. Non essendo sicura del suo italiano, Jing si era isolata nei pensieri e non riuscendo a stare ferma con le mani, aveva preso a giocherellare con le grosse cannucce di colori vivaci delle bibite col ghiaccio. Vi navigavano stuzzicadenti a forma di ombrellino infilati in pezzi di fragola. Piegando e ripiegando il materiale in modo abile, in una sorta di scoubidou, ben presto creò delle collane, fra l’ammirazione dei presenti, in particolare delle ragazze. Una signora del tavolino accanto l’apostrofò, chiedendole di acquistare la collana. Fu l’inizio di un’autentica fortuna.
Jing continuò a intrecciare e intrecciare per anni e anni cannucce di plastica colorata: oltre alle collane, bracciali, orecchini, spille, corpetti e minigonne, con tecniche parzialmente segrete. In certi ambienti lanciò una specie di moda. Le signore-bene non volevano più i gioielli, ma le sue creazioni personalizzate e uniche.
Chilometri e chilometri di fili, soldi a palate, quando ebbe trent’anni. Ma le mancava sempre qualcosa. Forse l’amabile madre lontana, forse il suo ragazzo, con cui era presto finita.
Jing prese a viaggiare per l’Europa. Fu una notte ad Atene che la verità si dispiegò dinanzi ai suoi occhi.
Era una notte di luna piena, ma così grande e luminosa, come non si era mai vista. Salì fino al Partenone. Si coricò sul prato e guardò in su. La luce lunare illuminava a giorno e Jing non aveva paura. Sentiva amica e confidente l’antica antenata. Le sembrava di vedere le ragazze che al tempo di Saffo avevano danzato in cerchio sull’erba, chiedendo protezione alla luna. E qui le venne un’idea fulminante: perché non provare?
Nella valigia, da cui non si separava mai, aveva chilometri e chilometri di scoubidou. Aspettò che la luna divenisse una falce purissima. Lanciò e rilanciò. A lungo non ci riuscì. Poi, dopo un tiro più felice degli altri, proprio dalla cima di una colonna, ce la fece e rimase appesa, agganciata al luccicante astro. Si addormentò pesantemente e con dolcezza, in posizione fetale, senza mai abbandonare il capo del lungo filo.
Sognò sua madre, che le cantava una vecchia canzone:” Al di là dei limiti del mondo ci sei tu… ci sei tu  per me”.
Indossavano ambedue lo stesso abito, a minuscoli fiori di ogni colore. E le pareti riportavano lo stesso motivo. Jing teneva stretta per mano una bambola di pezza.
Solo all’alba si svegliò coperta di rugiada e comprese: tutti, tutti siamo morti e da chissà quanto tempo. Lei, sua madre, il suo ragazzo… Nasciamo e da quel momento iniziamo a morire. Così dice la tradizione cinese. E allora cosa c’è di strano se una ragazza per metà cinese all’improvviso realizza con chiarezza che l’al di qua è più inconoscibile dell’al di là?

Serenella  Gatti

Brooche
Janna Syvanoja- gioielli di carta

7 Comments

  1. amo molto leggere queste pagine per gli immensi colori di cui sono fatte
    ci sono passaggi pieni di tenerezza e voci e sogni che faccio anch’io spesso
    come l’immagine di indossare lo stesso abito di mia madre, a fori minuscoli…

    ringrazio per questo incontro

  2. il nostro affacendarsi intorno a cose di poco conto, tutte, comprese quelle che riteniamo le più complesse, poiché tutto si muove intorno a ciò che è non conosciuto. Il nostro, a ben guardare, è solo il sogno di un mondo che diciamo realtà solo perché ci torna comodo non riconoscere la nostra ignoranza di ciò che siamo, del tempo che viviamo, del cosmo, dell’essere, della vita e della morte…ancora tutto è solo un grande buco nero e la nostra attesa un perdere, sempre, tempo.

  3. Grazie per aver pubblicato il mio racconto a Carte Sensibili e a Vittoria Ravagli. Desidero precisare che le suggestioni, gli stimoli per scrivere sono nati anche da “Tempi Quieti” organizzato da Vittoria Ravagli alla Cà Vecchia di Sasso Marconi, in particolare il cerchio di donne sotto la luna piena dell’ultima sera delle Donne della Ruota del Tempo…

  4. ciao Serenella, mi è sembrato il giusto modo di accoppiare il tuo,gioiello di carta,con questa altra espressione,entrambi preziosi anche se, in fondo, nascono da materiali semplici e…noi con loro.Grazie per questo racconto che apre occhi mente e cuore. fernanda

  5. il racconto di Serenella racchiude, come spesso succede nel suo scrivere, una storia che si conclude in una pagina e mezza, ma racconta una vita. La giovane cinesina arrivata in Italia dopo lavoretti vari riesce a studiare arte, nella realtà è molto difficile che questo accada, invece può essere verosimile che inventi e realizzi collanine, non al punto però da diventare ricca. Forse il desiderio dell’autrice è quello di scrivere un racconto – fiaba, anche grazie al finale della luna agganciata che la trasporta in un mondo onirico. Originale e poetico seppure mancante di episodi articolati che completino l’opera. AnnaMaria

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