TERRE DI MEMORIA

Julieanne Kost

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Inizia oggi la pubblicazione di tutto quanto è stato inviato durante il mese di luglio e agosto (non molto a dire il vero) ed era in tema con la proposta di cartesensibili: riportare a galla e in vista pezzetti di “memoria dalle terre” di ciascuno dei partecipanti, terre reali o nate da quelle originatesi interiormente, terre riflesse, terre risorte o terre sprofondate, nel fondo della vista. Chissà se sarà chiaro da queste voci che è di tutti la terra e non riguarda una falsificazione di interessi! Ci auguriamo che anche altri autori inviino un loro testo secondo le proposte dell’invito, fino ad oggi questo è quanto è pervenuto e ci sembra  poco l’affetto e l’amore per la terra che ci ospita tradotto in interesse di narrazione o poesia.

Il link di riferimento all’iniziativa: https://cartesensibili.wordpress.com/2012/06/17/avviso-ai-navigantiterre-di-memoria-cartesensibili-iniziativa-estate-2012/

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Siamo davvero molto lieti di avere avuto una ulteriore apertura  attraverso la collaborazione da parte del sito delle Edizioni Lietocolle che, a fianco a noi,  si fa  promotore di questo evento, richiamando anche i suoi lettori all’attenzione verso i luoghi della nostra memoria, le terre che ci rendono vivi e sono non solo esterne  ma anche interiori.

I link di riferimento in rete:

http://www.lietocolle.info/it/
http://www.lietocolle.info/it/senza_titolo_82.html

spiaggetta del Belvedere

 

Una panchina nel Parco Da Riva (Blevio)- Anna Bergna

Una panchina sulla riva d’aprile.
Durante la contemplazione del paesaggio -dell’insopportabile perfezione- l’identità si dissolveva nella saliva elementare.
Lo splendore degli atomi, degli elettroni orbitanti. Disintegrazione. Compenetrazione e sottrazione.
Sfrattare l’essenza. Soffocare, per cercare altrove il respiro.
E di nuovo, allo sguazzare sulla pietra, l’accostarsi in molecole, tessuti, organi, masse, colori di luce respinta. Armonia. Elastico esistenziale.
Big bang cosmico.
Densità e rarefazione, punti e superfici.
Esisto, il nulla, esisto.
Dalla tavola di Mendeleev al cielo, sulle ali di un airone cinerino, perché la bianca linea dei ciliegi strisciava nei boschi, là, sopra le cave di Moltrasio.

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Careno

Nel fondo della cava,
sulla riva di un’acqua senza sale,
antiche briciole di montagna,
una chiesa, un prato,
una spiaggia sabbiosa.
Una tela leggera stesa a due mani,
casa lambita dal brusio delle costellazioni,
zattera sottile per adagiarsi a immaginare,
nell’arco di un sopracciglio, l’infinito abbraccio.
Tuttavia,  se non l’avete visto questo luogo,
se non avete mai posato la nuca
in questo gomito d’Amore alato,
non potete capire
perché una spirale non sempre sia Scilla e Cariddi
– ma sguardo che sale a volo di poiana-
e la carne non sia sempre da macello
– ma dita posate sopra il seno-
perché non sia tutto come sempre:
uno strazio sul pavimento lucidato.
Direste :
-Non qui, almeno non qui!

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cinzia mupo

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Intra- Cinzia Mupo

Per prodigio d’acque versate
in una morsa di monti
Ho udito in ossido d’anni
canto di sirena
Risuonato nella voce del ventre,
Eco smarrita gridava presenze
Assenze di un oggi distante
Rotolate giù nell’oblio
Nell’ostinata veglia dell’anima
Pace
Ora ritrovo
Nel filo teso a oscuro labirinto
Raccapezzarmi
Un’approdo alfine
Una panchina di riposo
Respirare profondo
orizzontale
Aria che giunge di lontano
Raccoglie d’altitudine cristalli
Si nomina vento , l’Inverna o l’Ernina,
al variare dell’ora e del tempo,
a tillare fragranze d’azalee e rododendri
E’ un rivelarsi lacustre
Di vita

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diego conticello

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Alla mia terra- Diego Conticello

Afrosa matrona,
prostituta
di conquiste, carezzasti
il petto greco,
gracile
tempio filosofale,
tiranno dalla sferza
di sabbia.
Angariato ventre arabo,
imparasti
la passione
e parole di riposo,
proletaria vergine
d’ostro, che i monti
conobbero ancipiti figli
dalle perlate
cattedrali d’aquila.
Avvolta in spirali
di vespri agresti
ti ritrovo ancora
inerme, assonnata
per duemila anni d’eucaristia,
sdraiata
su zigrinature d’ argento,
con le cosce
fumanti
di sole.

*

Ritorna l’autunno

Esce ramingo
dal suo letargo
di mani fredde,
le vecchie donne a lutto
discorrono
di dolci malattie ed insperate guarigioni;
uno strascico di fumo accompagna
le mulattiere al paese,
la terra profuma
d’antiche torri moresche,
che dall’alto odono
il rumore
assordante
del silenzio.

.antonio de santis

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MAPPATURA DELLA LONTANANZA- Antonio Devicienti

Cosima Chiriatti, ultima macàra1, dice:
Guardate gli olivi sulla soglia
del giardino
come alzano le braccia nel disco
della luna:
venite voi tutte e voi tutti
che volete galoppare in sella ai pensieri-cavalli
sopra i tetti di Maglie:
nelle stanze di tufo dormono i sonni
chisùre2dove le mamme incontrano
i figli morti nell’altra guerra
e le mogli i mariti emigrati in Germania.
Le ringhiere dei balconi cantano piano
o andra mou pai3.
Appoggio la scala contro la luna
vedo salire le mesce4le mie antenate
dalla cisterna dove guizzavano ed erano
voci
echi
e richiami
verso il mare materiale ch’è la notte:
danno bona sorte ai nascituri
curano i tumori della mente
e del ventre”.
Matteo Tafuri, ultimo violinista delle tarantàte, dice:
Ascoltate l’oscillare del ragno
tra tempo e ossessione
tra giugno e canicola
tra melancolia e Galatina:
colorati nastri e acqua
nella mente che si dondola
ago a trapassare lune e lune
di dimenticanza
di lontananza
di spossanza
per cucirle insieme storia di lune e lune
che non c’è nei libri di storia
che non c’è nei libri dei poeti
che c’è nthra lu ballu ci sana5
e so, so e vedo, vedo
che non capite
perché la mia vi sembra musica bella
ma non è:
spossanza
lontananza
dimenticanza
e servaggio nei campi
e paura
e miseria.
L’emigrazione, infine”.
Melina Nachira, ultima cestaia, dice:

Intrecciate con me questi giunchi
che hanno sapore di palude e di malaria
(infilava6tabacco mia madre
mia nonna pure).
Intrecciando intrecciando
vi racconto la storia dell’acqua
che se dal cielo sempre tarda scende
sottoterra s’infila
e tu, tu vedi rossa, la terra rossa
e pietra, ovunque pietra
mentre la ferrovia ti trasporta lentis-
sima la sete siccitosa
da Lecce a Gagliano del Capo
da Gagliano del Capo a Lecce
e l’estate agli Alìmini
la Passiuna tu Christù7
il ballo tondo alle masserie
le vore8l’inghiottono, le bocche
della terra
dove, se coraggio hai e dentro scendi,
gli occhi di rana ti aspettano
di Santa Maria di Costantinopoli
e senti il mare, i Turchi che tornano,
il sole nero a mezzogiorno”.
Qui prendo congedo – nel fruscìo
degli eucalipti ti rivedo, Totò
Toma,
per raccontarti il Salento nuovo
degl’ipermercati e della bomba
davanti alla scuola
e brucano le masse di turisti
che nulla comprendono di noi nulla –
brucano gli angoli dei nostri paesi
nulla vedendo di quello che guardano.
Che vengano le tue dolci calliopi
i delfini e i falchi lanari
(tuoi diletti animali)
a dare liberazione alla terra
e il canto di Alcmane
(l’imparò dalle pernici)
imparino i ragazzi ad amare
nelle aule antiche del Capece9dove
cominciasti a scrivere versi
prima di salire, come Cosimo di Rondò,
tra le fronde degli alberi
per vivere dentro la poesia.

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Note

1Il termine, derivato dal greco μακάριος (beato) indica le maghe-guaritrici dell’antico Salento.

2Il vocabolo significa “terreno, campo”.

3Titolo di un bellissimo canto in griko sul tema dell’emigrazione di Franco Corlianò; significa “mio marito parte, se ne va”.

4In salentino “maestra” (colei che insegnava alle allieve un mestiere).

5In salentino “nel ballo che guarisce, che dà guarigione (dal morso della taranta)”.

6Termine tecnico dei dialetti salentini che indica l’attività, svolta in massima parte dalle donne, di cucire insieme le foglie del tabacco per esporle poi al sole su apposite lettiere a seccare.

7La Passione di Cristo” cantata nei paesi di lingua greca.

8Profonde aperture naturali nel terreno carsico della Terra d’Otranto.

9Il Liceo-Ginnasio Statale “Francesca Capece” di Maglie dove studiò il poeta Salvatore (Totò) Toma.

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a. demos

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TUTTI I SUD DEL MONDO – Ivano Mugnaini

 È vero, tutto il mondo esiste per essere raccontato in un libro. Lo dicono i poeti e gli scrittori, lo pensano in molti. Il mondo è racchiuso in un fascicolo di fogli che anche un bambino può reggere con una mano. La vita, tra le dita di un bambino.

Saro è uno di noi. Ha pupille chiuse a metà da palpebre leggere. Un ombrello, un telo che ci protegge dall’acqua e dal sole. Uomo di terra, di campi, impastato di sabbia e zolle, ha sognato di essere Ulisse. È saltato al di là. Sulla zattera di tronchi che trasporta splendide matrone francesi le cui arti magnifiche cambiano i metodi tradizionali dell’amore. È volato, a bordo di un treno bianco e nero che non conosce stazioni. Là, oltre il confine dove la terra diventa parola.

Ha osato tutto ciò che noi di Macondo non vogliamo neanche pensare. Trasformare la realtà in parola. Anche lui, come José Arcadio, ha immaginato un luogo in cui sorgeva una città. L’immagine si è fatta suono, voce, e la voce si è lasciata corteggiare. Ha passato interminabili giornate nel laboratorio di Melquiades il ciarlatano cercando le meraviglie del mondo. Ha sognato lei: bella, alta, gambe lunghe, capace di correre come il vento, come l’aria che le sfiora i capelli. Bella e insidiosa, zucchero e sale, carezza e ferita. Come questa isola. Come la parola. La schiena abbronzata, la nuca coperta dai nodi dei capelli: l’attesa, la meraviglia.

Ora Saro si è invaghito della parola, l’ha inseguita, perduto dietro a un sogno: ha conosciuto le diavolerie di Melquiades, quelle che ha portato di casa in casa, le sue smanie, gli occhi puntati verso l’ignoto in un giorno di sole sconfinato. Ora anche noi ci siamo innamorati. Nella piazza del paese immersa nella luce dorata di un pomeriggio senza tempo, ci siamo riuniti e abbiamo stabilito che uno di noi avrebbe dovuto prendere una penna e tramutarla in un vascello. È toccato a me. Ho cercato un foglio di carta e ho cominciato a tracciare i segni della rotta. Adesso sono io che invado i sentimenti e gli occhi di Saro, sono io che manipolo il suo destino, l’oggi e il domani confusi con ieri, i secoli passati, gli anni che si incontrano e si abbracciano dentro un istante esile e immenso come la fantasia.

Il mio piano è semplice: trascinare Saro dentro una storia, un racconto, una saga familiare senza inizio né fine. Anzi no. Illudendolo che non ci sarà fine, poi, in un determinato momento, in una pagina come tante, farlo sparire, cancellarlo definitivamente. Senza possibilità di colpi di scena e miracolose riapparizioni. Non lascerò che finisca i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d’oro. No, Saro morirà in modo degno. È ora di scrivere il capitolo finale della vicenda di Saro. Lo devo alla mia gente. Un giorno magari scriveranno una canzone su di me. Diventerò quasi un eroe.

Ah, dimenticavo… Mi chiamo… Saro. Saro Bagheria. Visto che ormai ci siamo presentati posso farvi una confidenza: da quando ho preso in mano questo strano oggetto chiamato penna e ho cominciato a sporcare fogli bianchi, beh, mi è piaciuto, ho provato piacere, non mi vergogno a dirlo, come quando guardavo dalla finestra la carne liscia e abbronzata di Remedios la Bella. Mi sa che non riuscirò a fermarmi. Dopo avere concluso la vicenda di Saro dovrò andare avanti. Scrivendo magari di suo figlio di nome Aureliano, di sua madre Ursula, di suo padre José Arcadio che poi è anche suo figlio, e il figlio di suo figlio. Scrivendo o leggendone la storia.

Prima a Macondo avevamo solo la terra. Ora abbiamo preso a lavorare anche l’aria, a coltivare sogni, per mangiarli, conservando la stessa sete e la stessa fame. Una fame diversa, che ti fa sorridere, che è bello attendere, saziare, e attendere ancora.

Ne sono certo, non riuscirò a smettere. La fine dell’episodio di Saro sarà la nascita di altri uomini e altre donne che si ameranno tra di loro infischiandosene della sofferenza, della certezza della miseria, della limitatezza umana, perfino della morte. Perché ogni storia non ha fine, prosegue per sempre, come il mare di Ulisse, come il cielo e l’acqua di quest’isola sospesa tra storia e leggenda, realtà e sogno. Scriverò e leggerò. In questa controra che durerà per tre o quattro ore, o per altri cento anni. Scriverò di un luogo in cui sorgeva una città sparita in un vortice di sabbia. Sparita e riemersa. Come la solitudine. Come la voglia, la forza, il diritto di combatterla, contrastandola con ogni stilla di energia e di passione. Cercando le chiavi che aprono le porte dei sogni, di una stanza o di una piazza immensa, di un libro che parla di un personaggio di nome Saro, che, seduto di fronte ad un mare color del vino, immaginava di fabbricare pesciolini d’oro, e, forse, li fabbricava davvero.

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stefano guglielmin- altipiani armeni    


Bianca come la cecità di Saramago- Stefano Guglielmin

Qualche chilometro più a nord, prima che giungessimo a Spitak, troppa neve impediva l’accesso ad un villaggio isolato.
Da tre giorni, un convoglio funebre aspettava nel crocicchio, con pazienza, un trattore che liberasse il passaggio.
Sarebbe stato bello arrivare in quel villaggio, ma il nostro tempo, è quello dell’occidente: impossibile stare nel bianco dell’attesa, impossibile fingerci viaggiatori del passato, con alle spalle l’impero e nel futuro una calda tazza di the coloniale.
Del resto, certe impossibilità ci liberano dai sensi di colpa: possiamo così fare i turisti che si muovono leggeri, e magari scriverci sopra, farci belli con gli amici con una cronaca e una foto, bianca come la cecità di Saramago.

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La fonte dell’eterna rinascita

Sebastiano A. Patanè legge Elina Miticocchio: “La fonte dell’eterna rinascita” – installazione di Maria Korporal (appunti).

Sto nella foglia bruciata dal sole vesto il mio corpo di
essenza colore di terra il volto tra pietra finemente ovattata

in rinascita mentre cammino inciampo mi fermo la sollevo tra
le mani

la porto tra il cielo e gli ulivi calda di piccoli corpi a
ricoprirla…

testo: Elina Miticocchio – http://elina11.wordpress.com/
voce: Sebastiano A. Patanè – http://parolibera.blogspot.it/
musica: “à côté de la silhouette” – Eleni Karaindrou, Ulysses’ Gaze
video: Maria Korporal – http://www.mariakorporal.com

Il video è un montaggio di frammenti dell’opera “La fonte dell’eterna rinascita” e una ripresa di una camminata nell’uliveto dove l’artista ha alloggiato durante i giorni della presentazione dell’installazione al festival A(r)t-trazioni, San Severo, settembre 2011 – evento al quale Elina Miticocchio era presente e dove ha scritto i suoi appunti.

L’installazione “La fonte dell’eterna rinascita”: http://youtu.be/xVTU3c5uvAI
Performance nella sua luce: http://youtu.be/0Z2Z7rrr7do

elio scarciglia

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La terra in una scarpa- Fernanda Ferraresso

Se sapessi se tu vedessi cosa
ha guardato in punto di morte
l’altro  tu a un passo da qui
forse un luogo egli stesso o una piccola pietra soltanto
che aveva lanciato lontano
come molti sguardi estremi
oppure un pugno
di terra appena sufficiente
a riempirgli la scarpa
già buia e distante da questo ultimo pizzico del cuore
dentro un  cammino che gli porta il saluto di tutti i cammini
l’ultimo pozzo da cui ha bevuto
l’ultimo lucente metallo o cristallo in cui si è riflesso e
riverso un cielo dentro una pozzanghera
dove ancora c’è questa terra
che si allarga sotto il peso di un corpo
e non congeda nessuno
magma di un ricciolo
rosso un peperoncino assolato che parla
del volo irraggiungibile di un uccello
lontano lontanissimo quale sta diventando
nel segno di qualcosa    che è stato  il nostro comune  denominatore
il rosso fino a sera che si  dissangua   ancora disegnando l’embrione del sogno
l’oscura membrana
ancora un tragitto.

*

e non si cicatrizza mai quella ferita
quell’oscurità in cui la fossa scava la vita

e nello spacco del melo  o del cieligio duro della terra riprende  il battito materno
maestro il cuore della linfa ridisegna un corpo nuovo per una vecchia  nascita

L’aria crea dentro l’argilla
lentamente una veste e quella pelle

della rinascita riscrive e disegna il ventaglio di visioni che ancora
come dal primo giorno

vivono e muiono
in un essere continuo.

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elio scarciglia

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Se un giorno da lontano ritornassi tu o qualcuno
di lontano parlasse la tua lingua
non la nostra che maschera i suoni
se qualcuno venisse da un altrove con la voce di una pecora
con il nitrito del cavallo il pigolio di una chioccia
se in terra si aggrumassero i merli gli usignoli e tutti gli altri uccelli
in una covata di uova e quelle fossero le parole da gustare
da deporre sulle labbra e pronunciare come fiori
tutto un erbario di colori e fiumi di odori e gocciolii d’acqua
o ancora se qualcuno venisse dalla piega delle onde
da un mare incontinente che rilascia pesci e madrepore come scaglie di verbi
o un branco di lupi portasse a sera una bianca lucida mantella di neve dove lasciare chicchi
di melograni come vene
o semplicemente squittendo venisse un topolino lindo e con le zampe
orme e impronte come virgole e
punti disegnasse se arrivasse
una stella dalla via lattea
mungendo tutta la luce
che una scrittura può donare
il fuoco sotto i piedi
allora potrebbe darsi
potrebbe ripeto
potrebbe capitare che un alfabeto vitale
si trasformasse in pratica di vita
e non avremmo più come adesso
nemmeno una parola orfana.

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Massafra – affaccio sulla Gravina di San Marco.

Break Point- Angela Greco

Sembrava di essere altrove, lontani.
Ammantato in quella insolita nebbia non assomigliava al paese che conoscevo; solo il profumo di terra umida e pane ricollocava tutto al proprio posto. Il castello sempre su quello sperone calcareo a sovrastare il borgo detto “dei masciari”, dei maghi e delle streghe, che qualcuno ancora rivedeva nella seducente malìa che legava persone e luoghi. Lì, non altrove. E la chiesa ieratica con la sua semisfera sormontata dalla croce, più in alto, a dominare quella frattura tra il vecchio paese e quello che ormai andava scivolando rumorosamente verso il capoluogo. E poi il ponte, con la sua campata a più archi, che saliva imponente dal fondo di quella ferita, attore principale nel panorama di quel luogo in una staticità che infondeva sicurezza. E fiaccava il respiro, come l’umidità che da giorni non dava tregua capace di mutarci tutti in anfibi, così da permetterci, tra acqua e terra, di sopravvivere. Lì, non altrove. Turisti, nel punto più elevato, fermi a scattare fotografie; mentre dalla parte opposta, immobili sul fondo, quanti avevano optato per una fissità permanente: una rete metallica verde su ambedue i lati era stata messa a protezione, incarcerando il belvedere, e rendendo il passaggio obbligato.
La nebbia, insolitamente persistente, limava i contorni di quanto avvolgeva, inchiodandolo nella sua posizione e dando la sensazione di essere altrove, lontani da lì. Lo sguardo non riusciva a cogliere nulla oltre una certa distanza e ben lontano sembrava il chiaro orizzonte delle mattine di tramontana quelle, nelle quali si poteva scorgere il mare, un arco teso nello Ionio di antiche memorie.
Anche il sole era altrove; almeno lui era riuscito ad obliterare il biglietto e ad andare via, mentre io, non avevo avuto lo stesso coraggio. Quel vaticinio lo avevano espresso molti oracoli di pietra fermi in una stoltezza che puzzava di stantio e in alcuni momenti quell’afrore aveva otturato anche le mie narici, illudendomi, che avrei potuto respirare un’aria differente, ma altrove.
Coraggioso, invece, era stato rimanere in quel posto; vivere la medesima condizione in qualsiasi altra parte, non avrebbe cambiato nulla per me; invece – pensai con una velata cattiveria – se fossi andata altrove, avrei alleggerito il fardello morale della parentela obbligata, ombre in un teatro kabuki, che si celavano dietro carta di riso. Avrei spento volentieri la luce e nell’attesa che la nebbia si svelasse, procedevo nei miei giorni di quotidiana sopravvivenza; come quella frattura che solcava in due il paese, quegli ultimi tempi mi avevano segnata. Ero sfinita, ma decisi di stracciare il biglietto di sola andata che altri avevano acquistato a mio nome, utilizzando come mezzo di riconoscimento una foto che mi avevano scattato loro stessi. Turisti dal punto più elevato del ponte; io, invece, potevo guardare le sue fondamenta senza scorgere il nastro di asfalto che lo ricopriva. Di quell’arco teso tra il paese nuovo e il borgo di antiche memorie.
Già, il borgo, che mi ha vista bambina e che ancora mi vede, perché è lì, non altrove. Nessun altro si accorgeva di me, che cercavo di lacerare quel nebbioso velo che mi portavo appresso.
E, mentre mutavano le condizioni climatiche, mutavo anche io con loro.

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  Angela Greco- Mercati saraceni, Cirò Marina

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a ruva a ruva/per il mio rione – Cataldo A. Amoruso

 [versi scritti nel vernacolo di Cirò Marina in provincia di Crotone, Calabria]

 

sinn sù jut i ris, e sù rimast i chjiant
sù occhji mmecchjiàt, senza manch ‘na gulìa
sù finestr sbacantatat
e cammarùn amar
cannizz senza vent
e pruverata ca si mancia i strat

nìvur, nìvur sun i vich
e i luc spìjn quas all’ammucciùn
nìvur sù l’anim e i gùvit ar i barcun

e l’occhji u rìdin, un pon
c’un c’è cchjiù nessun
né ‘na mana jazata,  né nu pizz a ris, ‘nta su chjiar ‘e luna
o i gafij, i juri, i cunt ‘e ncun anzian

si senta na televison ca parra, parra, senza patrùn
e ‘nu can ca li rispunna, e penzche è iddu ca tena ragiùn….

*

sono andate via le risa, e son rimasti i pianti
sono occhi invecchiati, senza più una voglia
sono finestre vuotate
e stanzoni amari
incannicciate senza vento
e polvere che divora le strade

neri, neri sono i vicoli
e i lampioni spiano quasi di nascosto
neri sono gli animi e i gomiti ai balconi
e gli occhi non ridono, non possono
ché non c’è più nessuno
né una mano alzata, né un sorriso abbozzato, a questo chiar di luna
o i ballatoi, i fiori, le storie di un anziano

si sente solo un televisore che parla, parla, senza padrone
e un cane che gli risponde, e forse è lui che ha ragione.

 .

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A place to call Home- Antonella Taravella

          prego la tremenda riga di cemento – come terra
nel tremore scucchiaiato dalla morte
la possessione di una particella

          stride il piede come una forca e bruciano le chimere
in ogni miagolio che si tira come fionda
un rosso affondato come canicola densa

          il mio brusio è un placido verme
padrone di passi affrettati – terra trema, terra

          e portami nella bocca d’anima sfiatata

         {un piccolo nascituro – pareggia l’involucro

          e si fa madre e dea nuda}

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spiaggia di Badesi- armeria pungens

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Di terra e acqua un orto- Antonia Piredda

Ti apri come baia al mare
ombroso scoglio a separare marea,
con semina di orme antiche
nelle occultate crepe dell’umano giudizio.
-Ché il conoscerti non è di fuoco,
fulmine d’incolta pazienza
su pietre riarse e dimenticate-
E mi preparo, Terra,
ad offrirti calura di luce
accarezzando i tuoi grani di grazia.
Leggero l’animo nello scostarti
per semi e foglie, in anarchica posa
arrampicati su di te, di calma offerti e condivisi.
Nessun furore
t’accompagna al germinare futuro.
Lento stillare di elementi
a sostenere gli steli che verranno
nel regalarsi, calmi, al mio conoscerti
nel caleidoscopio dei tuoi frutti:
lavorio eterno, Madre di premura.
Da te imparo l’espandersi del cerchio
compreso nel volo di un’ape.

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cristina finotto

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de la me TERA – Cristina Finotto

La me Africa

Lunghe tere de soe
e un siensio desoeà,
osei che canta
e sue rame poiane
ferme come ea aria ca respiro,
goene piene de alberi
e piopi, piopi, tanti.
Chi a sé se maea de matana,
de mal d’Africa,
come ‘na freva alta
de quee col deirio dosso,
sensa Po non se poe stare.
Mi,
mi, parte de ‘sta tera vegra
ca se svoda,
un cuore de tivaro,
do man de gramegna,
nei cavì qualche spiga

e soea aqua ‘na barca sensa remi.

La mia Africa – Lunghe terre di sole/e un silenzio desolato,/uccelli che cantano/e sui rami poiane/ferme come l’aria che respiro,/golene piene di alberi/e pioppi, pioppi tanti./Qui ci ammala di mattana,/di mal d’Africa,/come una febbre alta/di quelle con il delirio addosso,/senza Po non si può stare./Io,/io, parte di questa terra incolta/che si svuota,/un cuore di tivaro*,/due mani di gramigna,/nei capelli qualche spiga//e sull’acqua una barca senza remi.

*tivaro: in dialetto veneto è il fango del fiume usato come creta per la creazione di fischietti e ocarine, antica tradizione tenuta in vita solo da un vecchio artista del Polesine che da poco ha compiuto 100 anni.

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cristina finotto

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Polesine Camerini

Non conosco il nome
di chi abita le case in fondo,
ma conosco il color
di questa nebbia
che accompagna
il fiume ogni mattina
e si sta in attesa
come i vecchi della morte
che son venuti da Milano
o Torino a respirare
gli ultimi anni dove son nati,
si aspetta che il sole la beva
e si ubriachi fino a sera,
che si asciughi la terra
da questa garza densa e grassa
ché il sole serve alle ragazze
che stan lì sull’argine
a riceverlo tiepido addosso
come fossero frutta d’estate,
uva acerba della vigna,
a profumar poi la pelle loro
di pesca e vino.
Gò perso tuto ormai
el remo del barcaro, l’omo del Po,
el dolze canto dee mondine
el riso sua boca dei putei.

Ormai mi circondo solo
del vivere misero,
di un buio di radici nere.
Forse un giorno
andrò in ogni casa
a parlare con la gente foresta,
a dir loro che questo
Polesine malato
dev’essere aiutato,
ché il fiume dolente
piange i suoi riti antichi,
che noialtri siam trascurati
dalla politica dei governi
e presto figli, case,
aria e il cielo tutto
sapranno di carbone.

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cristina finotto

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Le donne del Delta

Le donne del Delta
hanno colori nei sorrisi
e risaie antiche nelle mani,

sono donne
che hanno traslocato la vita
per città e lunghi corpi di fabbrica,

le donne del Delta sono sole,
hanno foto dei loro uomini nei portafogli
e figli che parlano italiano,

sono donne che
hanno visto il fiume
portar via le loro case di fatica,

le donne del Delta
hanno orti e giardini
dove suda il loro tempo di pomodori e rose,

sono donne che
ridono di loro giocando a carte
all’ombra della vite,

le donne del Delta sono pescatrici
immerse nell’alba del mare
per vongole e telline,

sono donne che hanno voci,
pennelli, ricami
e canti di libertà,

le donne del Delta
sono padri, madri, sorelle, amanti
e non piangono per il buio delle loro sere,

sono gli uomini che non ci sono più,

sono belle le donne del Delta.

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cristina finotto

.cristina finotto..

Pietà l’è morta

Era novembre,
la piena venne
a segnare la terra
con il gesso disgrazia,
i muri brombi *
colavano miseria
e nessuno aveva offeso il mare.
Il fiume cantò
la sua canzone di morte,
seppellì le case
nel silenzio d’acqua
fino ai tetti
rimasti per i gatti e le genti.
E da là sopra
si chiamavano le barche
per stanze di fortuna.
E a Toni,
partito da Rovigo,
restarono nella testa
il lamento dei cani,
le urla delle bestie
portate al macello,
sangue e acqua
sparsi su tutta la terra.
Lui aveva visto
piangere gli uomini,
annegare
i fiori e le poesie di Livio
e tutte le serre
nel loro respiro profumato.
Aveva visto i malati
quasi contenti
morire meglio accanto al fiume
come si fa da una nave.
Nave chiamata Polesine
millenovecentocinquantuno
battente bandiera di dimenticanza,
affondata al largo delle promesse,
dagli argini di carta,
fatti di pratiche
e progetti dei mala governi.

E a ‘sta zente de aqua
piena de abandoni
ghè restà le man
piene de corajo
e un cuor vodo,
vodo,
come un pozo sensa fondo.

Nota a parte da lezare con cura,:
nessuna tradussion sue poesie de Livio, se rovinaria tuto, scuseme.
Xè importante par mi che capì almanco un fià.

Grassie- Sempre vostra cantora de Pp, a vostra disposission comunque per chi voe ciarimenti.

*Brombi: (meto parchè paroa difissie)= zuppi d’acqua.

Toni: è Gian Antonio Cibotto, grande scrittore e giornalista di Rovigo, nonché critico drammaturgico del Gazzettino, assieme a tante altre pubblicazioni scriverà, dieci anni dopo il disastro del 14 novembre 1951, “Cronache dell’alluvione”, un resoconto dettagliato di quei giorni. Lui si recherà, subito dopo la rotta del Po, nelle zone colpite con mezzi di fortuna e piccole barche, che serviranno anche a caricare molti sfollati e a trarli in salvo dalle loro case.

Livio Rizzi, caro amico di Gian Antonio Cibotto, nasce nel 1905 a Rovigo, dove si diplomerà maestro nel 1922, senza poi dedicarsi all’insegnamento. Segue, invece, le orme del padre, votandosi alla professione di floricoltore. Stampa ancora giovane due volumi di poesia in lingua (“Cantate” e “Arca delle malinconie”), seguiti, a distanza, dalle raccolte in dialetto, con le quali consegue importanti riconoscimenti: un 2° posto dietro Pier Paolo Pasolini al premio “Dell’angelo” del 1948 e un 1° posto al premio “Cattolica” del 1951.
Morì il 5 gennaio del 1960. Aveva solo 55 anni. La prima antologia poetica è pubblicata dall’editore Neri Pozza nel 1955; l’ultima, completa dei numerosi inediti, è stata raccolta in occasione del centenario della nascita e data alle stampe nel 2005 da PierLuigi Bagatin: il volume intitolato “Una terra, una memoria: il Polesine di Livio Rizzi” è edito da Antilia con glossario e traduzioni dei testi in lingua.

Riferimento in rete: http://memoriedalpo.wordpress.com/

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Osvaldo Amari

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Scartamento ridotto- Anna Maria Curci

Nacqui da linea
a scartamento ridotto.
Per anni mi sforzai di cancellarlo.

Non ci fu umano,
allora, che non resi edotto.
Negar l’impervio era ancor più che tarlo.

Osservo, adesso,
lo scialo che vien fatto
dell’ansia dissennata di appianare.

Linea mi faccio
a scartamento ridotto
per quelle vie che voglio attraversare.

Note al testo:
La foto di Osvaldo Amari è stata scattata a Castelvetrano e mi è stata inviata da lui a commento del mio testo “Scartamento ridotto”. I versi mi sono stati ispirati dalla ferrovia Calabro-Lucana che un tempo passava per Pignola e che ha animato i racconti ascoltati durante la mia infanzia.
Riferimento in rete: http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/2010/12/scartamento-ridotto-un-mese-dopo.html

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rossana vella- isola dei conigli , Lampedusa

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Isola natale- Cettina Lascia Cirinnà

dell’isola natale non ricordo confini
riemergono dall’inconscio orizzonti aperti
sul mare infinito onde anomale
sono i pensieri sommersi
affiorano in superficie parole nuove
nitide, terse … sconosciute all’Anima
gli affetti in trasparenza s’intravedono
tra i fondali azzurri di un mare conosciuto ed amato.

Ad ogni istante l’isola in balia di se stessa
si muove verso la terraferma
nel canale di Sicilia si avvicina
alla madre terra – l’Africa-
sud estremo del mondo
dove gli occhi tristi di un bambino
aspettano con ansia un sorso d’acqua da bere
in cambio di un sorriso.

.

 . rosemily paticchio- Bacino Idume (località Torre Chianca) -Marina di Lecce

.

Conca di ghiaia – Rosemily Paticchio

Nella conca di ghiaia
in cui trovai le mie origini
di fronte alle radici infuocate dei pini
discende un filo di continua corrente
che scorre nei tralicci porta legame
di sangue e di memorie
detiene il mio stare in concrezione
di sale e di spume bianche
e nella ghiaia affondo
Monolite
con i bulbi elevati sui bastioni del molo
che di me fa respiro del mondo.

.

silvia rosa- dolomiti

.

“E i fiori mi mancavano mi mancavano
con quel loro sbirciare dal punto
d’oltretomba.”

 [Mariangela Gualtieri]

Terre di memoria- Silvia Rosa

Tra cielo ed erba, col silenzio dei boschi incollato alla pelle, ovunque verde come una geografia segreta che si schiude all’improvviso dalla preistoria degli occhi – quando gli occhi erano foglie ruvide -, ovunque passi di terra fino a scavare la radice del corpo che cresce livida e folta di parole che non risuonano più il fragore dei giorni e dei dubbi la litania dell’essere che canta stonato se stesso, tra questo andare per sentieri di alberi muti e perdersi tra questo rovescio di quiete di fate e libellule, anche la poesia che leggo precipita insieme al resto nella landa di luce che tutto comprende, qui, dove il mondo è un petalo largo accogliente e in un istante l’io si acquieta, riposa, si piega alla legge del vento, sogna che non ha mai avuto il giogo del nome a definirlo, a circoncidergli netto il cuore – di eterno.

.

cristina bove

.

Luoghi – Cristina Bove

Di tanti
polvere o terra
l’ultimo è questo
in una crepa di cemento azzurro
il rivolo di sabbia dall’intonaco

intingo il dito a promemoria di
giardini usciti dai cancelli
non io
che resto nella vecchia casa
arrugginita come le grondaie
mentre le rose imboccano il viale e vanno
vanno dove non ho forti radici
per poterle raggiungere

giorni d’aghi di pino e resina
glicine appeso al cielo e scontornate altane
tra gli interstizi ancora quella polvere
stringo nel pugno a scapito del cuore
disordine di stanza disboscata di me
rimasta nel pulviscolo
in diffrazione prismatica
e sembrano le mani retini per farfalle
a catturare voli intanto che
si colora la terra
e ovunque sia
tiene in ostaggio tutte le stagioni
anche la mia.

.

 

.federico bartuli- pozzo sacro Santa Cristina-Paulilatino ( Or)

 

.

Il pozzo profondo- Maria Ausilia Binda

zenit di luna
si nasconde
sotto il cerchio di pietre
corpo
di sangue
alti scalini
scivola
ad un cuore
acqueo
fonte dell’anima

gravida
nell’incavo
delle mie mani
trasparente
riluce
tra le pareti argento liquido
considerata
Propria Madre
Terra

.

paolo ottaviani- monte Vettore

.

La croce piegata- Paolo Ottaviani

L’impeto dei venti o il peso delle nevi
ha piegato una grnade croce di ferro
piantata lassù in cima al monte Vettore
-speriamo per noi benedicente,si augura
fraterno un amico- come segno d’umile
potenza. Ma il vento soffiava più forte…

e cadranno altre nevi, altre nevi…nevi…nevi

27 pensieri su “TERRE DI MEMORIA

  1. Grazie a Fernanda per la sua nuova proposta e per il suo impegno che come sempre crea uno spazio ospitalissimo e vivo (intensissimi sia sul piano linguistico che concettuale i suoi versi) ; non voglio far torto a nessuno (e credo anch’io, ad esempio, che Macondo possa essere la terra nutriente e malleabile cui tutti noi apparteniamo), ma desidero complimentarmi in particolare con Elina Miticocchio per le parole che accompagnano il video e con Maria Korporal che ha eletto l’ulivo e la pietra quali materia e simbolo della propria terra di memoria; perfette la scansione di Patanè e la scelta dello “sguardo di Ulisse” di Eleni Karaindrou (scusate i troppi aggettivi elogiativi, ma non riuscivo a rendere altrimenti il mio pensiero).
    Grazie anche per aver inserito le foto di Elio Scarciglia.

  2. che emozione ri-leggermi qui! un grazie davvero particolare per questa “pagina” che ancora oggi significa tanto per me..[bella anche la foto, doppio plauso per Ferni!]

  3. Pingback: invito alla lettura e alla memoria..dalla Terra « il sasso nello stagno

  4. bellissimo, trascinante lavoro collettivo! magie che qui si possono compiere e ri/volare altrove, grazie ad una Ferni che sempre ci offre possibilità di azioni comuni sulla parola, sulla vita.
    api

  5. e leggo nuove pagine, altre terre a incontrare, a intrecciare gli sguardi
    è una ricchezza la parola che dice appartenenza a qualcosa che ci abita e resta grande madre, di tutti
    sono grata a ciascuno, alla nostra Ferni, in particolare, per la passione con cui vive ogni idea

  6. Mi sembra uno spazio molto nutriente.
    Notevole la foto dei mercati sareceni nei pressi di Cirò Marina

  7. …ed ecco la mia isola immortalata in queste “Terre di memoria” e leggere di altri luoghi dell’Anima si rafforza la speranza di un futuro migliore per il nostro pianeta Terra.grazie.cettina.

  8. Ah quanto mi piace vedere la mia foto, fatta circa 30 anni fa, in un giorno di cui ricordo ogni dettaglio, tra tante altre davvero toccanti; mi prendono prima le immagini e mi invitano a leggere; continuerò a lungo a sfogliare queste pagine.

  9. Ringraziamo tutti coloro che fino ad ora hanno collaborato inviando il loro contributo,altri ancora ci attendiamo possano inviarci ulteriori porzioni di porziuncole dell’anima, da condividere con tutti.
    f.f. per cartesensibili

  10. la sensibilità di chi ha cuore, la scrittura
    i racconti
    le poesie
    una raccolta per chi il cuore dice e ascolta
    per non dimenticare mai la terra attorno a noi
    grazie ferni:)

  11. una meraviglia leggere tutto! e immergersi nelle immagini…
    ma che cosa sono i poeti! che ti fanno dimenticare le brutture per trasportarti nel loro mondo, in viaggio con la loro mente, tra i sentieri dell’anima!

    grazie a tutti, e a te, Ferni, un abbraccio infinito.
    cri

  12. Il pozzo di S. Cristina oltre ad essere un luogo dell’anima è , archeologicamente parlando, legato alle simbologie matriarcali e , come pozzo sacro , ai riti di fertilità…Il mio testo, sopra presentato, si riferisce proprio a tutto ciò , oltre alla incommensurabile potenza energetica. Se ci andate, chiedete di Giovanna, una delle guide turistiche…Vi accompagnerà nella storia di questo luogo magico. Grazie per avere avuto la possibilità di mostrarlo… M.Ausilia Binda

  13. non è la persona ciò che resta ma la terra che ci ospita tutti e noi perderemo il nome e di noi si perderà memoria mentre sulla nostra fronte forse nascerà un giglio o forse sonnecchierà un rammarro, si radicherà un noce sulle nostre vertebre e il cielo scorrerà su ognuno di noi come un pugno di sabbia che si mischia al vento. Non è una gara questa, ma un tessuto di memorie.f.f.

  14. la terra che muove le nostri voci si chiama condivisione e incontro
    non è un concorso, non ci sono selezioni/selezionati
    solo stoffe di tessuto vivissimo e cucito insieme

    ancora grazie a tutti

  15. …grazie di questi frammenti di Polvere che l’Acqua di una Lacrima potrà riportare a Vita, sottratta all’Oblio della Bellezza….

  16. Grazie Vittoria, cerco sempre di fare il meglio che posso e di tenere ben aperte le porte interori. Grazie a tutti coloro che sono passati in queste terre, mi auguro che altre ne abbiano sentite fiorire in se stessi.

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