SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Ferdinando Camon- Il quinto stato

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Il mio è un grande paese ma le case son poche e fuori strada e non ci conosciamo l’un l’altro e anzi i pescatori che abitano a Sud dove il fiume senz’argini dilaga sui campi e forma un mare in anticipo, quelli nessuno sapeva che esistessero perché non si erano mai mostrati al sole e li ho scoperti io in una delle mie ricognizioni spingendomi per vie diverse dal solito, di solito infatti puntavo verso Nord passando davanti anzitutto alla fattoria dei Tojoni che hanno una casa larga quadrata bassa col tetto a piramide e tanti camini sopra disposti bizzarramente a gruppi e bassi o alti come sentinelle stanche e pare impossibile che ognuno corrisponda a un focolare o a una stufa o forse vi corrispondeva quando la casa era abitata dai conti ma adesso i conti si sono trasferiti a Monte Salice e hanno una villa a mezzo un colle press’a poco là da dove parte quella muretta che cinge la stradina in salita e congiunge uno all’altro gli altarini che segnano le tappe della processione della via crucis e così giallina e sgretolata vista da lontano in mezzo alla vegetazione sembra una cerniera in un tessuto verde se uno la guarda con animo sgombro ma forse ai Tojoni non ha mai suscitato quest’impressione perché ogni volta che si recano dal conte per portargli i soldi dell’affitto o le primizie della frutta o i capponi allevati apposta o il capretto ingrassato per la Pasqua arrivano col cuore in gola si fermano davanti al portone e ciascuno cerca di scaricare sull’altro la responsabilità di tirare il campanello e quando un Tojon si decide tutti si levano il berretto e si mettono in fila il primo si capisce è quello che porta l’omaggio e aspettano che arrivi qualcuno e alla fine arriva un servitore che non fa niente dalla mattina alla sera e per questo è leccato bene e ha tanta autorità, apre il cancello e non dice niente e questo già scombussola le idee al Tojon capofila che si era preparato le parole e deve mandarle via perché non servono più e cercarne delle altre ad ogni modo entrano e sono introdotti nel cortile passano lungo le case della servitù e davanti alle scuderie e ai cani da caccia e ai giardini pettinati e alla cappella privata e qui fanno un inchino e son fatti entrare dopo il servo in una stanza piccola col pavimento di legno non lucidato perché queste bestie di contadini sporcano tutto e mentre aspettano in piedi col berretto in mano e i soldi nella borsa guardandosi ogni tanto l’un l’altro arriva il ragioniere che si siede e fa ditemi in fretta, non hanno mai visto in faccia il padrone e non sanno se sia abbastanza contento di loro o se voglia affittare ad altri la campagna, han sentito una volta sul mezzogiorno una serva domandare nel cortile a una puttina che poteva essere una contessina signorina cosa mangia oggi e quella rispondere fegato di piccioncino e se dovessero vivere mille anni resteranno col desiderio di mangiare fegato di piccioncino, figurarsi dunque se i Tojoni quando vanno dal signor padrone in questo stato d’animo, comprensibile del resto perché se il padrone gli toglie la campagna sono immediatamente alla carità, hanno voglia o tempo di accorgersi di quella cerniera nel tessuto verde. Dopo la fattoria dei Tojoni la strada s’incrocia più volte con le calzagne e perciò quel tratto si chiama delle crosare, nella crosara più grande c’è un capitello con la Madonna e davanti due candelieri pesanti con la base di piombo se no il vento li rovescia, le candele sono accese quando è la festa della Madonna quando è la sagra del paese quando qualcuno è malato e quando cade l’anniversario del voto del colera. In corrispondenza della quarta crosara stanno i Cojani famosi in tutto il paese perché hanno una figlia matta che ha il labbro inferiore pendulo e gocciolante e che ogni tanto tira su le sottane e malinconicamente sorride e parlotta al sesso e famosi anche perché avevano la più bella maiala del paese che quando partoriva diventava rabbiosa e mordeva chiunque le capitasse a tiro, tanto che il Cojan una sera per scapparle dovette spiccare un salto e attaccarsi con le mani alle travi e restare così con le gambe raggomitolate fino al mattino quando i Cojanéi lo liberarono smuovendo la maiala con la frusta e con la forca, questa maiala invecchiando diventò stitica e per non chiamare il veterinario che costa un sacco di soldi e per arrivare a casa sua bisogna percorrere dieci chilometri in bicicletta il Cojan decise di fare tutto da sé e pensò che la bestia avesse gli intestini ristretti e pertanto aiutato dai figli glieli allargò piantandole dentro dal di dietro un ferro rovente e così in breve la fece scoppiare di dolore tra alte strida. Questi Cojani non sono gente civile perché fin dal tempo del diluvio abitavano in mezzo al Deserto che è la campagna più sperduta da Cristo, senza strade fatta di una terra rosso-cupa dura compatta difficile da arare perché il solco risulta tutta una fetta, poco produttiva e perciò piena di uva selvatica di erbaglia di macchie fitte che nascondono il volo della beccaccia o il passo cauto delle lepri, qui i figli dei Cojani impararono a camminare nei fossi sulle erbe secche senza far rumore a catturare i gatti randagi per castrarli con sanguinanti operazioni a tagliare con un colpo solo la coda ai cani che poi si cicatrizza da sola a bollire i vesponi nei loro buchi a incendiare le cavallette in volo a chiudere in trappola il picchio entrato nel tronco dell’albero a scovare i nidi dei merli per berne le uova ad acciuffare le serpi alla nuca con due dita in modo che non possano mordere, qui i figli dei Cojani non vedevano mai anima viva se non quando si apre la caccia e con le prime foschie di settembre calano giù dai monti i tordi in cerca dell’ultima uva asprigna e dal dorsale il gallo di monte alza la cresta variopinta guardando con immobili occhi di vetro e gli stormi di paonzine calano con lunghe virate non appena tra lo srotolarsi delle nebbie li incuriosisce il luccichio della rugiada sulle stoppie e l’eco ondulata dei primi spari avverte la lepre accucciata tra i cespugli bassi che bisogna cambiare rifugio ogni ora dormendo tra due radici o sotto una zolla o in mezzo alle piantagioni che all’alba odorando confondono l’olfatto dei cani, allora per i figli dei Cojani cominciava la grande stagione in cui quasi ogni settimana capitava di vedere la figura umana magari di lontano e loro sapevano i posti dove si poteva incontrare cacciatori cioè i dorsali alti da cui si dominano due spianate di terre o le calzagne lunghe che sono passaggi obbligati o i tronchi gettati sul fosso pieno d’acqua o il sentiero nella boscaglia non coperto di foglie secche, e allora il cacciatore che aveva sparato a un’astorella sguizzata dal bosco col suo volo sghembo la seguiva con lo sguardo mentre arrembava faticosamente nelle correnti dell’aria e vedendola da lontano rovesciarsi su se stessa e piombare come sfasciata andava a cercarla e la trovava puntualmente ai piedi di un figlio dei Cojani. Adesso da un po’ di tempo i Cojani abitano nella zona della crosara cioè praticamente dove s’incrociano le principali arterie del paese e qui grazie a Dio la figura umana o quasi si vede con una certa frequenza, ma il millenario isolamento ha insonnolito il sangue nelle vene dei Cojani e i Cojanini son sempre alle finestre col naso schiacciato contro i vetri che guardano sulla strada se passa qualcuno e se per caso dovessero sentire che qualcuno arrivando in bicicletta sta per fermarsi si precipitano fuori di corsa per vederlo. Dopo i Cojani la strada gira e case non se ne vedono ma ce ne devono essere sperdute in mezzo ai campi perché queste son le terre dei Bonomi che hanno tante opere e dunque queste opere vivranno pure da qualche parte, del resto proprio là in mezzo ai campi abitano anche i Solimani che sono di origine turca come dice il nome io non ho mai visto la loro casa ma so press’a poco dov’è perché ogni sera al calar del sole il loro pavone manda due o tre richiami che fanno il giro della spianata, e più avanti ancora si trova il quartiere più malfamato pieno di ladri gente astuta ma umiliata che aspetta settembre per andarsi a prendere con le ceste l’uva turgida e lustra nei campi degli altri ma sempre però nei paesi vicini perché nel nostro il furto è molto pericoloso infatti qui i contadini quando temono di essere derubati preparano delle trappole per uomo cioè piantano pali di salice o di platano e poi li curvano più che possono e li fissano in questa posizione legandoli con fil di ferro ma in maniera che se qualcuno di notte urta contro il filo subito il palo si svincola e molla una di quelle bastonate che per esempio l’Onfo fu trovato il mattino dopo steso a terra che non riusciva ancora a respirare a sufficienza e dovettero portarlo all’ospedale col calesse, e poi nel nostro paese dove esiste fortissimo il senso della proprietà c’è un guardiano dei campi che gira e custodisce la roba, questo guardiano ha solo il braccio destro e non si sa come abbia perduto il sinistro perché del suo passato si sa solo che è appena uscito dalla prigione dove ha scontato parecchi anni per omicidio avendo ammazzato da giovane la sua ragazza che voleva sposare un altro, e l’ha ammazzata sparandole con la schioppa sulla schiena da vicino facendole un buco così e a questo punto la gente che tiracconta la sua storia ti mostra con le mani la dimensione del buco, adesso comunque il guardiano non può più portare armi si chiama Monco gira con un bastone munito di un ferro acuminato e ogni tanto passa per le famiglie a riscuotere la sua ricompensa che può essere un fiasco di vino o una polenta o un salame. Più avanti ancora c’è la casa di Bepi Frate che da giovane è stato in convento e da anni è sempre ubriaco e ha gli occhi sbarrati col bianco iniettato di maligne venature rosse porta scarponi con la suola di legno senza legacci e senza calze non è forte anzi quando respira e soprattutto quando tossisce senti che il fato sale rugoso a grumi nel suo interno come attraverso una caverna diroccata tuttavia è di una cattiveria raffinata capace di castigare i figlioletti con sistemi che solo a pensarci fan venir male alla testa e infatti i suoi tre figli crescono selvaggi e spauriti e con le gambe non stanno mai fermi ma ovunque si trovino muovono due passi avanti e due indietro come bestie braccate coi garretti pronti alla fuga. Nei campi dei Frati si trova il cimitero col quale comincia il paese di San Marco e il cimitero consiste in un quarto di campo che per ora non è coltivato ma è lasciato lì per le tombe, e le tombe si distinguono per i piccoli rialzi di terra smossa nella quale son piantati dei fiori da morto, il cimitero non è recintato e così i morti è come se non avessero una sede limitata e difatti la loro presenza la si sente massiccia e ingombrante un po’ dovunque tanto che mio padre ci raccontava al focolare che uno dei nostri antenati passando di notte davanti al cimitero sentì qualcuno piangere e disperarsi ma guardando bene non vide nessuno anche se c’era luna grande e poiché il pianto gli s’avvicinava tanto che ormai gli era a un passo per lo spavento si fece il segno della croce per arrestarlo e disse anema del Purgatorio dime chi te sì che te fo dir na messa ma ormai era troppo tardi il pianto gli era addosso anzi era come se glielo versassero dentro le orecchie e allora l’antenato buttò via il tabarro e scappò saltando i fossi e le siepi piombò in casa sprangò la porta subito sentì come un tonfo contro di essa certo doveva trattarsi di un’anima o del Purgatorio o dell’Inferno comunque cotta nel fuoco perché al mattino dopo aprendo la porta vi scoprì l’impronta bruciacchiata di due ossa incrociate, è innegabile che ci sono degli ampi varchi che dal mondo di là portano al nostro mondo e per questi varchi non passano soltanto le anime dei morti come per esempio quelle che quando nelle sere d’inverno seduto al focolare pensavo a loro e mi spaventavo si divertivano a mollarmi delle sberle sulle guance così forti che il boccone mi usciva di bocca e io lo raccattavo zitto zitto senza lamentarmi con nessuno perché i morti sono permalosi e hanno sui vivi ogni potere, per quei varchi invisibili qualche volta passa anche il diavolo, per esempio quando stava morendo quell’antenato dei Biscazzi che per sapere che gente era basta pensare che bis vuol dire due volte il prete era andato a confessarlo insieme col chierichetto e col campanaro che portavano l’olio santo e si era seduto accanto al pagliericcio dove il moribondo stava tutto sprofondato che non si vedeva altro che la punta del naso e gli occhietti fissi immobili al soffitto e il prete indossando la stola gli parlottava dime caro dime caro cossa ghéto combinà in te ‘sta vita ma quello come neanche sentisse restava muto con gli occhi immobili e allora il prete gli diede la benedizione con l’acqua santa ed ecco si sentì per la stanza come un rabbioso starnazzamento di grandi ali e il moribondo cominciò a sudare bagnando il pagliericcio e sempre con gli occhi fissi al soffitto cominciò a dire mandè via quela bestiazza là e allora il prete capì che quella bestiaccia era il demonio in persona appollaiato sui travi che aspettava l’anima e senza guardare da quella parte a testa bassa se ne uscì dalla stanza vinto e sconfitto.
Quand’ero bambino avevo sempre la febbre e cattive visioni e mi svegliavo alla mattina con la bocca amara di sangue e mio padre un giorno uscì senza dir niente e tornò stravolto trascinando una zingara che era passata per la nostra strada qualche settimana prima e aveva toccato con le sue mani il nostro portone e guardandomi aveva fatto un segno di croce, ora mio padre le alzava il pugno fin sotto il naso e le ordinava Dio e po’ basta, falo star mejo ma quella teneva duro fin quando mio padre la stese per terra e le mise la testa sul ciocco urlando sol zoco te copo e con una mano la teneva per i capelli e con l’altra alzò la manara e allora quella disse volta la catena del camino e mio padre capovolse la catena e il giorno dopo mi sentivo meglio, mi ricordo anche che quando la Mabile voleva sapere se suo figlio era ancora vivo prendeva il libro da messa aprendolo alla pagina di quel giorno e lo forava e per il foro ci faceva passare uno spago legato alla chiave della porta di casa e la chiave dunque posava sulle parole che la Mabile leggeva tra due candele e poiché il figlio era vivo la chiave si muoveva ma a scatti secchi e brevi come arrancando con le stampelle e difatti due anni dopo il figlio spuntò alla curva della strada alternando un passo e un salto sostituendo con un bastone la gamba stroncata dalla scheggia.
Arrivati al cimitero di San Marco per non uscire dal nostro paese dobbiamo girare a sinistra per un sentiero di terra battuta che taglia campagne che non conosco e che è sempre sott’acqua sicché bisogna passare con la bicicletta in spalla, questo sentiero porta al Palù dove c’è la chiavica e l’acqua ristagna in piccoli acquitrini maleodoranti di fanghiglia traforata dai lombrichi di pesce marcio e di carogne di cani e di vacche, questo è il posto più isolato di tutta la Padana perché non ci sono sentieri se non gli argini del fiume che però sono impraticabili e non portano mai in nessun paese ma passano obliqui tra le estreme periferie toccando ogni tanto qualche casolare sperduto tra le nebbie i cui abitanti non sanno neppur essi a quale municipio appartengono e del resto non hanno mai bisogno di documenti, il fiume cambia nome ogni due o tre paesi che attraversa perché gli abitanti comunicano poco o nient’affatto tra loro e non si sono quindi ancora uniformati, nel nostro paese il fiume si chiama Fratta e il vecchio Rapacina soleva dire che si chiama Fratta perché è stato scavato dai frati e che un suo antenato si ricordava di aver visto da piccolo i frati con le vanghe che scavavano il fiume. Dalla muretta della chiavica si vedono lontani al di sopra della vegetazione i muri rossi del castello di Bevilacqua che è una costruzione esattamente quadrata con quattro torri quadrate ai quattro angoli cinto superiormente di merli sottili senza alcun ornamento o stemma con pareti uniformemente rosse aperte da poche finestre piccolissime come spioncini, dentro ci vivono di preghiera e digiuno i frati bianchi che ogni venerdì si bastonano l’un l’altro per espiazione, ne restituiscono l’eco delle bastonate le foreste del Palù, e quando passa sotto le mura una donna si coprono la faccia con le mani e appena è sparita corrono incitandosi con i secchi d’acqua e le spugne a cancellare le sue orme conturbanti dalla polvere. Qui lungo il fiume abitano anche i mazzini che sono gli ammazzatori dei maiali e sono cinque o sei uomini che non appartengono alla stessa famiglia però ad ogni inverno formano una specie di compagnia uno ci mette per esempio i coltelli un altro la manara un altro la pelaóra un altro la corda un altro il carretto e raccolgono le prenotazioni per l’ammazzamento dei maiali e calzando stivali alti vanno in giro seguendo scrupolosamente i turni perché si tratta di un lavoro piuttosto complicato e responsabile i padroni del maiale devono infatti bollire ad altissima temperatura circa un quintale d’acqua e poiché il focolare di casa non è largo abbastanza accendono un gran falò all’aperto inoltre devono preparare una specie di forca alla quale verrà appeso per i tendini dei piedi posteriori il maiale ammazzato, quando tutto è pronto capitano i mazzini spingendo il carretto piazzano la pelaóra che è una specie di madia ma senza piedi e larga sopra ma stretta di fondo la piazzano rovesciata in mezzo al cortile e poi uno entra nel porcile e mette un tratto di corda in bocca al maiale che subito la morde e la stringe coi denti allora l’uomo gli passa i capi della corda attorno al grugno e glieli stringe e così il maiale si trova legato per il naso e può essere tirato fuori senza che la corda scivoli perché ce n’è un tratto incastrato fra i denti difatti i mazzini tirano in quattro a tutta forza e il maiale capisce che la situazione è grave e punta sul terreno con tutti e quattro i piedi e così il quintetto avanza quattro che tirano uno che s’impunta e che urla a più non posso attraverso le gengive inchiodate, il maiale ha un grido orrendo e altissimo i bambini guardano incantati turandosi le orecchie, alla fine il maiale è trascinato fin sulla pelaóra capovolta e qui sempre urlante lo issano a cavaliere due gambe di qua due gambe di là la coda dietro e il muso davanti e subito la donna di casa corre a mettere sotto il collo dell’animale il paiuolo con cui di solito fa la polenta e nel quale la bestia ha mangiato per tutta la vita tre volte al giorno e intanto il quinto uomo che finora se n’è rimasto in attesa entra in azione con la sinistra palpa il collo del maiale cercando la vena buona e con la destra pianta d’un sol colpo tutto il coltello e lo ruota di qua e di là e qui si vede la sua abilità perché se è bravo il primo flutto di sangue nero non deve fiottare fuori del paiuolo e in secondo luogo se il colpo è ben dato il maiale perde tutte le forze con uno scrollone che lo scuote per tutto il corpo e immediatamente il suo urlo cala di tono anche se i mazzini non vogliono che smetta di urlare perché con i sussulti del rantolo il sangue sgorga meglio, quando l’animale è morto puliscono il coltello sul suo pelo e poi gli legano le quattro gambe e mentre gli uni lo tengono sollevato gli altri raddrizzano la pelaóra che era capovolta e quindi l’animale ci viene calato dentro e slegato, a questo punto arriva l’acqua fumante nei grandi bidoni portati ciascuno da due uomini che si servono di un palo fatto passare sotto il manico, il capo dei mazzini versa con una caraffa un po’ d’acqua sulla pelle dell’animale insensibile per saggiare se l’acqua scotta abbastanza difatti se brucia al punto giusto il pelo e la prima pelle del maiale devono venir via con un semplice strappo delle dita, se la prova è positiva versano tutta l’acqua nella pelaóra in modo che solo una piccola parte del maiale ne emerga e su quella passano raschiando con i coltelli e poi voltano la bestia dappertutto gli mettono a nudo la cotica e perfino quando arrivano ai piedi gli levano con gli uncini le capsule delle unghie che coprono l’osso interno che è bianco tenero croccante quindi in quattro sollevano il maiale e lo appendono alla forca preparata dal padrone facendo passare la corda sotto i tendini delle gambe posteriori divaricate al massimo e quindi con un’accetta tagliano il maiale dall’alto al basso cioè dal di dietro alla bocca e quando incontrano le ossa non deviano ma le spaccano dritte servendosi magari di cunei e magli, al termine di questo lavoro penzolano due parti di maiale uguali e simmetriche per le quali il sangue cola in lunghi righi per un buon quarto d’ora finché dopo ripetuti getti d’acqua fredda la carne è ben pulita bianca e rossa e per sapere quant’è basta pesarne una metà perché l’altra metà è perfettamente identica, quindi le due parti vengono tenute su assi inclinate finché si riunirà tutto il parentado per fare i salami con la carne magra i cotechini con la carne grassa le morette con il sangue cotto i saltimbronze con la carne più asprigna, il resto vien conservato nelle ceste al freddo e coperto di sale, e per avvertire il parentado che tutto è pronto per il lavoro basta mandare in giro un bambino a portare una braciola a ciascuna famiglia con la sicurezza che a suo tempo la braciola ti verrà puntualmente ricambiata delle stesse proporzioni tranne che dal prete e dai padroni che non ricambiano mai. Questa dei mazzini è una professione ereditaria che si trasmette di padre in figlio e ormai dopo così lunga convivenza coi maiali anche i mazzini hanno una faccia che gli somiglia con le orecchie a sventola e un po’ sloffie e con un naso quadrato coi buchi orizzontali che si dilatano e si restringono ad ogni respiro, anche quella di cucire gli occhi alle chiocce è una professione riservata da sempre alle donne di una sola famiglia vale a dire alle Penare, i Penari abitano in una casa di legno che ci crescono i funghi dopo ogni pioggia e nessuno passa dalle loro parti perché praticamente non esiste sentiero che porti da loro ma si può arrivarci solo attraverso le calzagne di diversi padroni sicché a rigore i Penari non avrebbero nemmeno il diritto di accesso alla loro casa, ogni tanto qualche gallina dopo aver fatto l’uovo non si alza per andarsene via verseggiando coccodè ma ci resta accovacciata sopra con assoluta e amorevole immobilità come se fosse morta stecchita e che sia viva lo sì vede fissando a lungo il suo occhio tondo col puntino nero circondato da un cerchietto rosso se si ha un po’ di pazienza e si resiste dopo una decina di minuti si vede che l’occhio viene chiuso e riaperto come l’obbiettivo d’una macchina fotografica con tanta rapidità che il movimento è quasi impercettibile, la gallina non si cura del cibo né dell’aria né del tempo che passa e dopo un giorno è ancora lì con la cresta un po’ illividita e allora vuol dire proprio che sta diventando chioccia e bisogna metterla a covare, pertanto le donne vanno in giro per le famiglie altrui barattando le uova matte con le uova buone, quelle matte son le uova delle galline che non hanno gallo se non quei galletti insulsi che invece di stare con loro litigano sempre tra di sé beccandosi la cresta e poi corrono in qua e in là chiazzando la corte di sangue, nel pollaio la giustizia è un fatto molto aleatorio e vi si verificano delle scene che hanno riscontro soltanto nella politica degli uomini, per esempio assurdamente galli e galline stanno tutti in grande silenzio col collo dritto in su e gli occhi immobili subito una gallina dà una penetrante beccata ad un’altra gallina la quale è evidente a tutti i presenti che ha patito un’ingiustizia e quindi acquista il diritto di dare a sua volta una beccata altrettanto profonda a chicchessia e quest’ultima gallina beccata non ha nulla da eccepire perché è stata compiuta soltanto una giusta vendetta come dice quell’universale grido roco di approvazione con cui il congresso degli astanti autorizza il terzetto di protagonisti a disperdersi e riprendere la vita di prima, quando poi le donne han raccolto un numero sufficiente di uova buone tornano a casa e le mettono sotto la chioccia allargandole le ale in modo che l’intera montagnola sia ben coperta e al calduccio, da quel momento la chioccia non verrà più disturbata se non per sperare le uova dopo i primi giorni di cova quando guardandole contro luce è possibile vedere nel loro interno come una specie di ombra filamentosa che è il pulcino che si va formando, quando poi nascono i pulcini bisogna sempre che un bambino stia lì vicino perché finché i pulcini son tutti biondi la chioccia sopporta le loro beccate e il prurito e si lascia passeggiare fin sulla cresta, ma se per caso si scheggia un uovo e un malcapitato pulcino nero mette fuori l’occhio e il collo subito la madre fa un suono scattante e gutturale e gonfia le penne e vibra e con una beccata lo rituffa dentro il guscio con il chiaro intento di restituirlo alla natura, e qui prima che gli faccia un buco nel cervello il bambino deve intervenire con un bicchiere di merlot forte e annegarci dentro la testa della chioccia fino agli occhi in maniera che respirando si ubriachi perché solo così non potrà più distinguere dagli altri il pulcino nero che potrà permettersi il lusso di nascere, ma la sbornia è un rimedio provvisorio e poiché non si può star sempre lì a rinforzare i fumi non appena svaniscono ecco che si rende prezioso l’intervento delle Penare che sono specialiste nel cucire gli occhi della chioccia con ago e refe sottile qui l’abilità sta nel trapassare le palpebre non sull’orlo ma un po’ più su cioè sopra certe minime nervature resistenti in maniera che non si rompano per lo sforzo di spalancarsi, e nello stesso tempo non bisogna che l’occhio sia chiuso completamente ma occorre lasciare uno spiraglio sufficiente perché la bestia si orienti quando porterà a spasso i suoi piccoli ma non sufficiente a distinguere dai bianchi quello nero il quale del resto fin dal primo giorno di vita ha coscienziosamente imparato a girare a una certa distanza dalla madre. L’intervento delle Penare si rende necessario anche se la covata comprende una parte di pulcini e una di anatroccoli, allora può accadere che anche gli anatroccoli siano dello stesso pelo giallino dei fratelli e sulle prime tutto va bene ma il guaio si verifica dopo la prima pioggia quando la chioccia con svelte falcate porta i suoi piccoli a spartirsi in bocconi uguali i lombrichi stanati dall’acqua e arruffata e affannata vede una parte dei suoi figli tuffarsi contro natura nelle pozzanghere e affondare e tornare a galla più vivi di prima e congratularsi a vicenda, e dopo il primo attimo di sbalordimento si raccapezza che non sono della sua razza e li lascia al loro destino andandosene via con gli altri, ecco che allora la cucitura delle Penare rimedia a tutto, durante l’operazione l’animale gocciola dal becco spalancato con la lingua di traverso e ha uno sguardo mielato ed ébete che sfiora la beatitudine.

Il cuore del paese è l’osteria e non la chiesa perché la chiesa ricavata da un antico tempio del Duecento si trova strano a dirsi oltre il fiume che grosso modo costituisce la linea di confine della nostra provincia, e già il fatto che per andare in chiesa occorra passare il ponte ed entrare praticamente in un’altra provincia mette un po’ a disagio i contadini che solo a casa propria si sentono al loro posto prendete per esempio un ubriacone a casa sua fa il diavolo a quattro e spacca i piatti a casa vostra se ne sta in piedi sulla soglia tutto garbato con un sorriso ébete di sommissione o poggia le chiappe sull’orlo della sedia tanto che con una spinta scivola a terra, davanti all’osteria non c’è alcuna piazza e anzi può succedere che la gente straniera passando ti chieda magari qual è la strada che porta al nostro paese e tu gli dici che il paese è qui e loro ti chiedono qui dove e tu ripeti qui e naturalmente gli mostri chissà perché l’osteria, l’osteria è il punto di convegno dei ragazzi dopo cena vengono tutti con biciclette senza fanali e se è buio nero come succede non di rado d’inverno per regolarsi basta andare sulla propria destra della strada con la faccia voltata in alto verso la cima degli alberi giacché non è mai così buio che gli alberi non siano più scuri del cielo, e se proprio c’è una nebbia così fitta che la si ingoia a bocconi e andrebbe ammollita col vino allora bisogna circolare con la ruota della bicicletta rasente al ciglio erboso e puoi star sicuro che non vai nel fosso, muoversi nel buio è tutta questione di pratica tant’è vero che l’Albino che è l’orbo del paese cammina sempre col mento in su e col bastone tasta e segue il limite tra la strada e l’erba del fosso e poiché ha un udito finissimo e si blocca al primo rumore non incontrerebbe mai pericoli se i ragazzi della contrada Mulinello non gli si fermassero apposta davanti con le biciclette in totale silenzio allora si che l’Albino rotola a catafascio ma quando si rialza son legnate da orbi che senti il bastone fischiare. Nella contrà del Mulinello, appena al di là del fiume, sorge anche la chiesa dove le donne son tenute ben separate dagli uomini e quando càpita in chiesa da noi un forestiero che non sa quest’usanza e facendo l’ingenuo si mette in mezzo alle donne subito le ragazze si scostano da lui e gli uomini si voltano a guardare quel can rognoso e il prete smette di dir la messa e voltandosi dall’altare gli dice di andar con gli uomini se è un uomo e quello vergognandosi da svenire va tra gli uomini ma vicino alla porta e alla prima occasione taglia la corda e non tornerà mai più possiamo stame sicuri e con dondolio di teste tutti i nostri uomini si sentono orgogliosi del nostro prete e la messa riprende in un’atmosfera molto sollevata e compiaciuta e i ragazzi del paese che stanno con gli uomini e dunque sono uomini sono fieri che le ragazze abbiano visto la scena perché certamente quello là era venuto apposta per mettere l’occhio su qualche ragazza del paese e allora certo era uno di Marega quelli di Marega hanno tante pretese e si permettono di andare in cerca di ragazza nei paesi degli altri scegliendo magari una bellina quando già nel luogo c’è un ragazzo che la pensa da anni e per questo una sera i ragazzi del nostro paese si misero d’accordo e aspettarono quelli di Marega sul ponte coi bastoni e quando quelli arrivarono giù sulla vita con le bastonate e quelli sbalorditi e babbei saltarono via dalle biciclette ché non sapevano dove si fossero e intanto le prendevano come cucchi di santa ragione e le loro biciclette volavano nel fiume che lì è fondo finché dietro front se ne tornarono di galoppo con le mani sulla testa per ripararsi dalle sassate.

Ferdinando Camon-  Il quinto stato

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