SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Romolo Bugaro- La buona e brava gente della nazione

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Sapete com’è da ragazzi. In quella soave stagione in cui le speranze rilucono intatte e la nostra forza di volontà appare immensa, persino la disperazione che non smette di prendersi gioco di noi mostrandosi come una forma di coraggio, saprebbe rincuorarci a ogni passo.  Così era per noi. Di fronte a ciò che ai nostri giovani occhi impersonificava l’amore, ad esempio, alcuni pochi, i più timidi, avevano deciso di tenere un comportamento burbero e militaresco che scambiavamo per onestà. O per lealtà.  Io e il mio buon amico eravamo due di costoro. Vestiti come armigeri corazzati, andavamo in visita alle ragazzine foglioline d’erba e gli parlavamo, seccamente, d’amore. La scena comica che ne seguiva, ci lasciava ogni volta sgomenti: oggi so che non avevamo nessuna possibilità di farci capire, e loro, infatti, non capivano. «Queste stupide foglioline non rispondono mai all’onesta vertigine della nostra chiamata!» ci dicevamo, scuotendo metaforicamente insieme al capo anche l’elmo, mentre la confusione e il moltiplicarsi delle delusioni governavano il nostro costernato ed eroico ritrarci.  A un certo punto, avendo scambiato quegl’insuccessi madornali per delle semplici tecniche sbagliate, ci sbarazzammo dei costumi da armigeri per trasformarci in attori, presentatori, indossatori. Al posto di ciò che in noi si sforzava di essere onesto e leale, sostituimmo delle pose ciniche e beneducate, ai modi un po’ bruschi e preoccupati della giovinezza, la disponibilità ad adattarsi, a cedere, a trattare. Poiché, secondo l’esperienza del mondo, pareva meglio esibire i nostri aspetti più laidi, per ben figurare con gli altri. Allora quel primo deposito di ricchezza che non fruttava divenne, per adattamento e per scelta, una più povera cosa che tuttavia prometteva di funzionare e favorire il successo.  Come ho detto, il mio buon amico mi somigliava, e le sue nuove smorfie da adulto e le maschere del saper stare al mondo che aveva indossato e che nascevano dall’aver tradito il proprio sé di ragazzo e dal nascondimento della timidezza, adesso accompagnavano il suo destino, l’aiutavano nel cammino e gliel’oscuravano. Tutto questo aveva fatto di lui, nella vita d’ogni giorno, non un uomo valoroso, ma un individuo normalmente astuto e determinato, e, nei momenti decisivi, un povero scettico con la laurea in legge.  Il consorzio civile, che si pasceva della stessa dieta, non aveva difficoltà a riconoscergli ciò che gli era dovuto, e di volta in volta lo premiava come il giovane professionista che s’andava affermando, il buon donnaiolo e degno figlio del dermatologo professor Pertinelli, il socio in prova nei club riservati a chi ha mezzi.  I club lo tenevano d’occhio e gli parlavano.  Se non capiva quel che gli stavano dicendo, subito il suo istinto di sopravvivenza lo costringeva ad armarsi di nuove facce, comportamenti, inclinazioni. «Amici, quel che volete, ditelo! » s’affannava. «E io lo farò per voi! » Adesso, completata la giovinezza, qualcuno di noi s’era sposato, altri continuavano a fidanzarsi e sfidanzarsi ogni sei mesi e mia moglie aveva già provveduto a fare di me un divorziato. Quanto al resto, continuavamo a frequentarci nel tempo libero, e in quella vita di semplici ed energiche direzioni affacciate sul nulla, ci si procurava gli antidoti per la sopportazione, qualche compagnia femminile più o meno costosa, dei bicchierini. Una volta avevo sostenuto che gli uomini si dividevano in uomini, mezzi uomini, mezzi Jack Daniel’s e quaquaraquà. La prima categoria del catalogo poteva non esserci disponibile, ma quella dei mezzi Jack D. ci riguardava di sicuro …
Dalla terrazza del Donnay Bar, il mio buon amico con davanti il suo secondo Jack D., continuava a guardare la luce rosa di via Indipendenza e l’orgoglioso traffico d’auto pubbliche con a bordo i professionisti che immersi in quella luce raggiungevano gli alberghi di lusso per la cena. C’era un gran viavai d’impiegate e commessi che s’affrettavano lungo i marciapiedi, e la sera era magnifica come ogni sera d’inizio giugno, e nell’aria potevi sentire il residuo morbido lasciato dalle ore di pieno sole.  Luca bevve il suo secondo Jack D., che era liscio e odoroso. Gli piaceva, e quand’ebbe finito di bere controllò l’orologio al polso. Decise che gli restava abbastanza tempo per ordinarne un terzo, ma stavolta pregò il cameriere di allungarlo col ghiaccio.  Quando mi feci vivo lassù, erano le nove passate e io avevo quaranta minuti di ritardo. L’abito di lino grigio non doveva essere più troppo in piega, e l’antipatica cravatta di Hermès era allentata sul collo come un finto segnale di resa.
Il mio buon amico sollevò un braccio, e io, correndo, lo raggiunsi al tavolo e mi lasciai cadere su una delle sedie imbottite facendo la vecchia parte del nuotatore a corto di fiato.
«Questo è il mio quarto Jack, caro», disse Luca. «L’appuntamento era per le otto e mezza, lo sai quanto me. »
Scossi la testa. Ero mortificato per quel ritardo. Come sempre. Alle otto e venti spaccate ero già praticamente fuori dallo studio – la mia anima era già fuori dallo studio – quando una radiosa telefonata aveva bloccato il mio corpo. «Avrei voluto chiamarti», gli dissi, «ma ero, appunto, al telefono. »  «Comunque te li offro io, i mezzi Jack, e ti scongiuro di considerarlo un segno tangibile della mia contrizione. »
Gli passai una Benson e gli spiegai che avevo avuto una giornatina di quelle. Sei ore di riunione con l’ufficio legale delle Siderurgiche Italiane al gran completo. Per una fusione societaria. Da rimanerci stecchiti. «E io, infatti, non sono mica sopravvissuto», gli dissi ansante. «Stai parlando con un ologramma. L’avrai capito, spero. »
Luca Pertinelli non poté evitare di sorridere. Sapeva che il sottoscritto non era ancora marcito del tutto. Chissà quanti avvocati si sarebbero venduti la madre, pur di agganciare un cliente come le Siderurgiche. Io, invece, gli parlavo della riunione col loro ufficio legale come d’una penitenza subìta. Avreste potuto credermi uno snob, ma non si trattava di snobismo, e io m’ero ritrovato a fare l’avvocato semplicemente perché qualcuno doveva pur ereditarlo, il prestigioso studio di famiglia, e mia sorella era troppo impegnata a rifiutare il mangiare in una clinica della Svizzera francese per degnarsi al mio posto.
Lasciai che Luca accendesse la Benson e volli sapere cos’aveva combinato la notte prima.
«Sono finito all’Indiana con Laura», disse. «C’erano i soliti. Matteo, Rogàno, i soliti. »
Un tipo come Rogàno potevi detestarlo e basta. Come mai era ancora in circolazione, il buco di culo? Non doveva trasferirsi a Milano?
«Non l’han mica più preso, alla Loewe», mi disse Luca.
«Io sapevo che aveva già firmato. »
«No, non aveva già firmato proprio niente. Quelli della Loewe ci hanno chiacchierato dieci minuti e gli hanno preso subito le misureV, disse Luca. «Si sono resi conto di che razza di mostro si tiravano in casa.»
Avremmo potuto continuare a discutere di Rogàno per sempre e concordare sul fatto che si trattava di un povero stronzo, e fare il nome di un’altra decina di poveri stronzi della sua stessa razza down, ma io fui costretto a dare al buon Luca uno dei miei colpetti avvolgi-indietro sul polso. «Aspetta», gli dissi.«Ferma il nastro. » Stavo guardando un punto preciso dietro le sue spalle. Anche Luca si voltò per guardare nella medesima direzione.
«Ecco>, gli dissi rapito, «la soave Serena che sta arrivando. La sua è una vagina barbarica. Non si ha un’idea, amico mio. »
Luca seguì la direzione del mio sguardo e come me vide la soave Serena ferma sull’altro lato della strada, di fianco al semaforo in attesa del verde pedonale. Quella segretaria che volentieri si faceva sbattere da chiunque era sui ventisei ventisette – capelli castano chiaro, personalità curvilinea – e al mio buon amico dovette apparire non logorata e non troppo volgare.
«Sarebbe, lei? » chiese Luca.
«La soave Serena», insistetti. «La telefonata che m’ha fatto arrivare in ritardo all’appuntamento. » Liberai uno stronzo sorriso. «Segretaria», dissi. «Visto che calzoncini? Trovata in casa Gritti-Peserìco che ne massaggiava due per volta. Venerdì scorso. Guardale i calzoncini. Guarda che sontuosa faccia da porca. »
Era sui ventisei ventisette. Non troppo volgare. Solo i calzoncini aderenti mettevano un po’ paura. «Con lei», risi, dovrò usare il guanto. Se non t’impesta una così, non t’impesta nessuno. »
Era scattato il verde e la soave traversò con calma la strada. Prese la direzione del bar e poi sparì sotto la prospettiva della terrazza.
«Potresti anche impestarla tu», disse Luca.
Io diedi un tiro alla Benson e mi strinsi nelle spalle. «Straordinario», ghignai. Poiché guardavo a me stesso come a una persona arrivata a quel certo punto della vita in cui puoi anche decidere di non preoccupanti più di nulla, personalmente me ne fottevo della peste bubbonica e di tutte quelle graziosissime storie. «Ormai mi leggi nel pensiero, caro. »
La soave Serena apparve fra i tavoli del Donnay vestita dei suoi calzoncini e io per accogliere quella segretaria subito m’alzai in piedi e con un braccio le cinsi la vita. «Cara», sussurrai. «Vederti qui è la mia gioia. Accomodiamoci, su. »
Avevo sempre utilizzato questa fisicità un po’ ruffiana, per semplificare determinati approcci. Con le segretarie che trovavi i venerdì sera in casa Gritti-Peserìco, ad esempio, funzionava magnificamente. «Il presente campione è l’avvocato Luca Pertinelli.», dissi, rivolto alla segretaria attraente. «Un vecchio principe del foro. »
«Che vecchio», protestò Luca. Sorrise senza staccarle gli occhi di dosso.
Io non lo badai. «Il mio amico avvocato non vedeva l’ora di conoscerti, gioia, e io mi sono permesso di raccontargli cose notevoli, di te. »
Quella mi guardò col suo sorriso convenzionale e sedette, ma gli occhi riverberarono lo stesso un piccolo lampo d’allarme. Di sicuro si stava già chiedendo cosa sapesse Luca della festicciola in casa Gritti-Peserìco.
«L’altro giorno lei m’ha fatto un paio di confidenze importanti», dissi, sprigionando il solito tono ruffiano. «è appena uscita da un lungo fidanzamento. »
«Visto? » disse Luca, rivolto alla ragazza. «Non c’è da fidarsi. Quest’uomo mica lo sa, cos’è un segreto.»
«Non è un segreto», insistetti. «Stava con un tizio dì fuori, un povero stronzo che non ti dico, ma per fortuna si sono lasciati. »
«Acqua passata», ammise la soave, pescando un pacchetto di sigarette sottili dalla borsetta. «Comunque sì, ci siamo lasciati. »
«Mi dispiace», disse Luca.
«Non deve dispiacerti. A lei non dispiace. È come rinata, vedi? E ha ricominciato a divertirsi, ogni tanto.»
Lei rise e diede un tiro alla sigaretta leggera appena accesa. Era timida in modo falso, e nessuno poteva saperlo quanto me che l’avevo sorpresa all’opera; era ipocrita e sulla difensiva. Disse: «Giovanni non sa di cosa parla>, ma lo capivi che il suo disagio di coccodrillo stava montando come un fiumicello in piena.
Uno dei camerieri del locale s’avvicinò al nostro tavolo. La soave non volle prendere nulla, io ordinai uno spumantino. «Uno spumantino», dissi. «E all’avvocato, qui, il sesto mezzo Jack della serata.»
«È solo il terzo>, mentì Luca. «Non strafare.>
«Giusto», considerai, posando una mano sulla spalla del mio buon amico. «Signor avvocato», dissi. «Lei stasera viene a cena con noi, non si discute.> Lo guardai in un certo modo, desideroso di far passare la proposta vera sotto quella di facciata. «Su a Desenzano», dissi. «Fidati, ché conosco i posticini» Ero in serata e non volevo saperne di frenare. «Serena ha bisogno di distrarsi quanto noi, cosa credi.» Guardai anche la segretaria che andava con chiunque, come se davvero dovessimo semplicemente cenare insieme tutti e tre, e l’espressione di lei cambiò di colpo: se in casa del notaio Peserìco s’era lasciata un po’ andare, non per questo era disponibile a fare numeri di gruppo tutte le sere.
«Giovanni», disse la soave, e mi lanciò un’occhiatina di quelle.
Io non feci una piega. Non m’importava proprio niente di quel che pensava o non pensava. Però lei si stava inquietando, lo capivi. Aveva della rabbia vera, nello sguardo, e in qualche strano modo seppi che Luca preferiva non averci niente a che fare.
Arrivò il cameriere con lo spumante e il Jack D. Il mio amico lo guardò portare a termine il suo inutile rituale di salviette e bicchieri: quel tizio non era più tanto giovane, lo stesso metteva un grande impegno dinamico in quel che faceva.
«Ho un brutto processo, domani», disse Luca. «Ci sentiamo per un’altra volta. » Forse immaginò che volessi insistere, ma io non lo feci. Sollevai il mio bicchiere di spumante e, di nuovo, lasciai scivolare il braccio libero dietro le spalle di lei. «Splendido, Luca», dissi. «La tua enorme diplomazia mi commuove ogni volta. »
«La diplomazia non c’entra», disse Luca. Aveva un processo con detenuti, il mattino dopo, e quei poveracci pagavano anche per farti andare a letto presto. Lo sapevo quanto lui, disse. Guardò la segretaria catturata dal mio braccio, valutò la sua espressione scontenta.
Diedi un secondo sorso allo spumantino. La storia del processo e dell’andarsene a dormire presto era solo una mezza scusa, sua moglie Laura diventava matta se non usciva tutte le sere che Dio mandava, e come minimo l’avrebbe costretto a fare un salto all’Indianapolis. Non sarebbero rientrati prima delle tre.
«Finirete all’Indiana», dissi. «Di’ di no. »
«Non stasera», rispose il grand’uomo. Il suo tono appariva irremovibile, ma lui s’era messo a fissare il pavimento. Era come dicesse: <Vai, vai con la tua porca povero divorziato, e lascia il marito che hai davanti al suo buon destino coniugale.» Se era questo che stava pensando, non doveva credere a una sola parola, poiché il coperchietto di cielo del suo destino coniugale era fitto di nubi e il barometro in casa Pertinelli stava precipitando come quando un tifone arriva. Lui poteva saperlo o non saperlo, ma le stelline che di notte avevano vegliato sul suo sonno per anni e anni, erano rimaste in poche, e presto la notte si sarebbe fatta molto buia, e il tempaccio che si sforzava d’ignorare sarebbe diventato comunque una tempesta.
Senza fretta finii di bere lo spumantino, e quando venne il momento d’accomiatarmi da Luca, gli strinsi la mano resa fredda dal ghiaccio nel bicchiere. A quel contatto provai un sentimento di stupita pietà che non sapevo da dove arrivava e che per sciocca reazione mi fece ridere. «Stiamo tutti un pochino attenti», gli dissi, non so come. «Di qualunque cosa si tratti, se ci ripensi e fate tardissimo all’Indiana, ci rivedremo in pista.»
Allora anche la segretaria volle stringergli quella mano fredda, e io pagai il conto e m’allontanai. Tenevo a braccetto il mio nuovo acquisto anche se lei non voleva. Dei suoi inutili fremiti da porca indignata me ne fregavo. «Tieni buono il braccino», le dicevo, «amore. Cosa ti viene in mente di rompere i coglioni all’avvocato Giovanni, scusa?»
«Stronzo», disse lei. «Ti diverti a far star male la gente.»
«Amore», le dissi. «Oh, amore. Ma cosa ti viene in mente.»
Quella strattonava e poteva prendermi a schiaffi da un momento all’altro, e i nostri passi erano ben distesi, ma era lei che, strattonando, decideva l’andatura.
Conoscevo l’antifona. Non m’avrebbe rivolto la parola, per un po’. Avevo già in mente il titolo: La Soave Serena contro il Titano. Un pessimo titolo. E io non vedevo l’ora di passare al nuovo episodio della serie. Mi figuravo che il nuovo episodio sarebbe iniziato all’ingresso del bel ristorante, e avevo già in mente il titolo: La Soave Serena fa la pace col Titano. Un titolo interessante, e io non vedevo l’ora di passare al terzo episodio, forse il decisivo. Avevo già in mente il lungo titolo: La Soave Serena nel tesorino d’albergo massaggia il Titano.

Romolo Bugaro- La buona e brava gente della nazione

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TUTTI I TESTI PRESENTATI FANNO RIFERIMENTO ALLA RACCOLTA DI AUTORI VENETI PRESENTI IN RETE QUI:

http://www.ivmondo.org/a-letteratura/scrittori_veneto

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