SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Guido Piovene – Romanzo americano

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Michele era sbarcato, anni prima, nel porto di New York. Gli venne incontro il nuovo zio e, non conoscendosi ancora, si guardarono bene in faccia. Michele vide un uomo di mezza età, alto, con i capelli grigiastri un po’ trascurati, come del resto anche il vestito; le sopracciglia folte, e gli occhi intelligenti bene aperti dietro gli occhiali; la bocca ripiegata in giù; sottile, il naso lungo ed un po’ curvo, e la punta del mento un po’ alzata verso di esso. La lieve tendenza del naso e del mento ad andarsi incontro gli dava qualche anno di più, e ricordava che era nato lombardo; come anche una certa amarezza, che si scorgeva in quella faccia, un’amarezza un po’ scorbutica, soprattutto guardinga.
John esaminò il nipote con attenzione maggiore. Essendo un uomo di gran cuore, spronato anche dalla moglie aveva risposto di sì, senza pensarci un attimo, quando gli era stato richiesto di occuparsi di lui. Non si sarebbe perdonato di negare l'”asilo” a un profugo, dopo gli orribili fatti che conosceva e si era adoperato come sappiamo per averlo con sé il più presto possibile. Ma essendo anche sospettoso, e fin troppo attaccato alla sua libertà, quando si sentì vincolato e a posto con la sua coscienza cominciò a stare in ansia. Si domandava di che razza fosse quest’animale che si metteva in casa, o se avrebbe scombussolato le sue abitudini, magari urtato le sue idee. Queste incertezze si scorgevano nell’occhio inquisitivo e nella faccia scura, scura anche perché aveva lasciato la moglie con una mezza lite; si era infatti impuntato di venire al porto da solo: “Voglio vedere chi è, da me, senza svenevolezze, senza baccano, e far subito i patti chiari. Qui non si tratta di cantare né di suonare la chitarra. (Vedremo tra poco il perché di questo accenno poco riguardoso alla musica.) Poi può avere anche lui qualche cosa da dirmi. Un primo incontro da uomo a uomo gli sarà più facile; almeno, a me piacerebbe così; lui, come sia, non lo so ancora.”
In realtà, e non lo disse, voleva che Michele conoscesse subito, per regolarsi, quale uomo era il suo zio d’acquisto, ed avere modo d’incontrarlo, senza un’altra persona che occupasse tutta la scena. Bessie si era indignata sentendo chiamare “baccano” i suoi slanci affettivi; John era venuto da solo, per puntiglio, ma con rimorso. Alla prima occhiata Michele gli sembrò un ragazzo serio. Alla seconda, un bel ragazzo, simpatico, ma sciupato e magro. Questo risolse le inquietudini, portando i pensieri di John su una diversa pista. John era soprattutto un medico; “prima di tutto”, rifletté “domani stesso, voglio visitarlo a fondo, e prescrivergli una buona cura”. Gli altri pensieri passarono in secondo piano. Assistendo Michele alla visita doganale, vide che si frugava in tasca. “A proposito,” disse “patti chiari tra noi: finché starai con me, non occorre che ti preoccupi se il denaro ti arriva o no. Se arriva, tanto meglio. Se no, troverai sempre quel che ti occorre, a meno che tu non abbia abitudini da gran signore. Me li restituirai appena ti sarà possibile.”
Da buon lombardo aveva qualche difficoltà di esprimersi, e il suo italiano diventato un po’ dubbio non ne accresceva l’eloquenza. Si accorse con sollievo che Michele parlava un inglese abbastanza esatto sebbene scolastico. Da allora cambiarono lingua, ed anche questo, con la faccia sciupata, aprì la strada a un principio d’affetto.
John era impaziente di rivedere la moglie offesa e di portarle il ragazzo in omaggio; appena liberi perciò imboccarono l’autostrada che da New York conduce a Boston, al margine di una lunga e compatta foresta. L’anziano, mentre conduceva, si sforzava di ricordare i discorsi già preparati per mettersi al riparo dalle sorprese.
“Onestamente,”  disse “devo avvertirti subito che da noi ti divertirai poco. Ci sono gli spassi di tua zia Bessie, ma, in quanto a me, non li trovo divertenti affatto. Se hai tendenze mondane, non ti troverai bene. La nostra è una casa in cui si lavora, o almeno io lavoro da mattina a sera. Onestamente, devo dirti che non sono un medico celebre. Però, ho molto lavoro e ne sono soddisfattissimo. Non c’è bisogno di essere celebrità per essere utili ed onesti, anzi è una seccatura. Il mio principio è: badare a se stessi; e non ficcare il naso nei fatti altrui, ma impedire che gli altri lo ficchino nei fatti nostri, è ognuno re di casa propria. E meno gente incontro, fuori del mio lavoro, più piacere mi fa.»
Stavano per costeggiare un villaggio, tutto di legno, verniciato di bianco, sulla cui entrata era un cartello: “Hallo, Daddy” , saluto collettivo dei bambini ai papà che tornavano a casa. Michele lo notò, e John alzò una spalla.
«Sono le loro stupidaggini. Le nostre stupidaggini, devo dire. Adesso che sei ancora europeo te ne puoi stupire. Tra qualche tempo ci farai l’abitudine e non te ne accorgerai più. Ad ogni modo, ti ripeto, vivo per conto mio non appartengo a nessun clan, e vivere così mi piace.»
Michele domandò se non esisteva a Boston un ambiente italiano.
«Sì, anche troppo abbondante. La maggioranza, ormai, con gli irlandesi. Te li regalo tutti. Intransigenti, gretti, incolti, violenti, e pronti a sindacare gli altri, ma non certo me. Come ti ho detto, io non li bazzico; tu farai come vuoi. Poi c’è la vecchia società, molto migliore, rispettabile rispettabilissima, tollerante, studiosa, ma piena di orgogli ridicoli. Pretendono di pesarti, e poi ti accettano a metà. Ed io non ho mai corso dietro a nessuno: sono quel che sono, e mi basta. Con questo, intendiamoci bene, non ti dico che mi trovi male né che mi penta di essere venuto qui, perché è un grande Paese, e d’altra parte, prendendone la cittadinanza, ho l’obbligo di rispettarlo anche per rispetto a me stesso. Mi ha dato la moglie, il lavoro, il benessere, la protezione della legge e mi lascia vivere; mi basta e avanza; non domando di più.»
Questi discorsi ad alta voce erano intervallati da un discorso senza parole, che si risolveva ogni tanto in uno schiocco della lingua. L’aspetto di Michele lo tranquillizzava; era limpido, semplice, e di fondo sereno. Ma, benché non dicesse nulla, avvertiva in Michele una capacità e una chiarezza di volere a cui non era più assuefatto. Perciò proprio l’anziano, e non il giovane, prendeva una faccia angustiata, in un modo diverso da quella egoista di prima; guardava ogni tanto Michele, e faceva tre o quattro piccoli schiocchi della lingua sui denti, come per dire: “No, no, no”. Una biografia sommaria spiega i discorsi, ad alta e a bassa voce, di John Fields, nome sostituito a quello di Giovanni Campi, quand’era diventato un cittadino americano. Medico come suo fratello maggiore, il marito di Margherita, aveva emigrato da giovane lasciando a lui la clientela locale e sperando di trovare subito in America un buon guadagno. Non aveva stentato troppo. Molto stimato ma non celebre, come aveva detto a Michele, era soddisfatto davvero della sua posizione. Il sentimento della dignità personale, del non bisogno d’essere celebri per stimare se stessi, proprio della vecchia America, era caduto, snaturandosi un poco e diventando burbero, nel vecchio indipendentismo lombardo.
Appena sbarcato in America, si era sentito refrattario all’ambiente che l’avrebbe accolto, l’italiano cattolico. Era composto in gran parte di meridionali, e sugli italiani del Sud in quei tempi un lombardo aveva poche idee ma chiare. “Non sono venuto in America per stare coi meridionali, anche peggiori che da noi.” Quell’ambiente cattolico ma impuritanito, che metteva insieme i difetti delle due mentalità, era poi intollerante, rigorista, violento, devoto all’autorità e autoritario, e crescendo di numero si preparava a essere parte dell’ebollizione fangosa a cui si assistette più tardi. John se ne era anzi vaccinato, prendendo una moglie della Pennsylvania, di religione episcopale, e per mettere un punto fermo aveva preso il nome inglese. A costo di un maggiore sforzo, non aveva voluto nemmeno esercitare la professione in quell’ambiente, che infatti ignorava la sua esistenza. I suoi clienti provenivano tutti dalla vecchia società di Boston, liberale, non conformista e di gusti europei, di cui condivideva quasi tutte le idee, ma aristocratica per nascita e per vocazione e già chiusa in difesa. Quando aveva cercato di trovarvi anche l’amicizia, si era accorto che non annetteva facilmente i nuovi venuti, anche col nome inglese. Si era irritato, si era chiuso, e aveva rifiutato per tre decenni di riaprirsi. Si era fatto una religione del non conformismo perfetto, che si sottraeva perfino a quelli che ragionavano nello stesso modo. E del resto, non ne abbisognava. La professione gli forniva abbastanza “rapporti umani”, per dirla col linguaggio di quelle parti, per non sentirsi mai isolato. Si prodigava in essa, e vi portava la pronta abbondanza affettiva di cui aveva dato prova nel primo incontro con Michele.
Un malato, in quanto malato, gli era più caro di qualunque essere al mondo. Ma le orecchie bruciavano, e tirava fuori le punte, se il malato per gratitudine voleva farsene un amico e l’invitava a casa sua. Rifiutava con un pretesto, e se l’altro insisteva, sbottava: «Come lei, ne ho centinaia. Non ho tempo per inviti a pranzo. Se mi volete come medico, e solo come medico, sono qui giorno e notte; se non volete, ognuno per sé e Dio per tutti». Con questa regola di vita lo si vedeva molto di rado, perché trottava sempre da un malato all’altro.
La moglie, di buona famiglia, ma anch’essa forestiera a Boston, aveva imparato da lui a non fare nulla per mutare le affinità ideali in amicizie personali; sfiorava i veri bostoniani soltanto nelle opere di beneficenza e, senza frequentarli, si accontentava di assorbirne da lontano le usanze. John e Michele intanto erano giunti a Boston, e John si era già affezionato. Aveva desiderato talvolta di trovare almeno in un figlio il piacere dell’amicizia. Senza ancora capirlo, cominciava ad essere lieto di essere come forzato all’amicizia sotto forma di paternità, senza rinunciare ai principi che regolavano le sue relazioni col mondo. Infatti gli scappò di bocca: «Siamo già arrivati, my son».
Entrarono in una grande città americana moderna, che però presto mutò aspetto, e divenne un’Inghilterra antiquata. La casa di John dava infatti su una delle piccole piazze, in cui un ultimo ma intatto avanzo dell’Inghilterra coloniale resta come incastrato, con le sue tinte scure, tra gli edifici nuovi più appariscenti, sembra perciò secondario di fronte ad essi, e invece vi porta il sapore, come un ingrediente segreto in un piatto d’alta cucina. La piazza conservava anche il nome di Cherry Place. Non c’erano più i ciliegi, ma si vedevano ancora le vecchie pietre, che servivano un tempo per legarvi le cavalcature. Appena aprirono la porta, Bessie apparve scendendo di corsa da una scaletta. Si capiva vedendola perché John non l’avesse voluta portare allo sbarco con sé, ma l’offesa patita sembrava già dimenticata. Un tantino teatrale, però con stile, rotondetta, non alta, con i capelli tutti grigi su cui passava un po’ di blu, la faccia ancora molto fresca e gli occhiali, Bessie aveva una specialità; produceva un’impressione di lucentezza, come la seta e il platino, come se si fosse cosparsa di brillantini e di polverina d’argento dissimulati nella pelle, e vi battesse sopra con discrezione un riflettore; scintillava con gli angoli della bocca, gli occhiali, i capelli, la pelle; e specialmente adesso, che l’emozione vi aggiungeva un’altra sorgente di luce, alcune lacrime a rugiada. La maternizzava un seno pesante come spesso le americane; questo seno materno effettivamente pesò. Abbracciò Michele dicendogli «My poor dear! My poor dear!», quasi fosse scampato dal pericolo un momento prima; poi subito: «Che bel ragazzo! Ah!». Era un’esclamazione di sdegno, rivolta a personaggi assenti: «Ma no, non chiamarmi signora, chiamami zia, zia Bessie» poi lo guardava di sottecchi, e tendeva a commuoversi: «Adesso non pensare a nulla; capisci, a nulla; vieni a vedere camera tua; spero che ti piacerà; poi, quando sarai pronto, ci metteremo a pranzo; ma intanto non pensare a nulla.»
Una vecchia governante negra, rimasta ai piedi delle scale, assisteva ridendo con la faccia di luna piena.
Quando conobbe meglio Bessie, Michele ebbe una sorpresa: in quell’accoglienza non c’era nemmeno un’ombra di finzione.
Fu condotto nella sua camera, chiamata camera degli ospiti (ospiti immaginari perché, con il carattere di John, non ve n’erano mai), più femminile che maschile, tappezzata di una carta a fiori. Bessie gli spiegò il suo criterio « È più da donna che da uomo, ma era la camera degli ospiti e un ospite, come un figlio, può essere un uomo o una donna. Non so se intendi quello che voglio dire, ma mi è sembrato che nell’incertezza alle donne tocca il primo pensiero.»
Da quella camera Michele ascoltò per la prima volta, la mattina seguente, la cantilena della negra in cucina, e poi nel tardo pomeriggio una canzone lamentosa con l’accompagnamento di una chitarra. Bessie aveva comprato col suo denaro, quella casa a due piani e vi aveva portato i bei mobili settecenteschi nello stile coloniale inglese; vi aveva portato coi mobili, la vecchia governante negra, l’ultimo personaggio della gerarchia dei poteri, il primo, senza che lo sospettasse nessuno, nell’ordine più misterioso degli influssi spirituali. Infatti quella donna grassa, ridente, pigra, senza idea di rivolta perché ancora bambina era lì per saldare il cerchio, per mettere il passato, su un mondo fanciullesco, in cui non penetravano le necessità e le passioni degli adulti: la negra non lasciava un varco. Bessie non sospettava d’essere fanciullesca, tanto meno che v’influisse una governante negra, che amava come un vecchio cane, e a cui doveva imporre il bagno una volta la settimana, sorvegliandola mentre era in vasca perché si lavasse davvero; si sarebbe sorpresa se le avessero rivelato che la figlia assimilava la madre.
Il suo mito era anzi d’essere una donna ardita, per diverse ragioni.
Anzitutto si proponeva di proseguire in altro campo l’opera del marito, e spendeva parte del suo, con un gruppetto di signore, per portare assistenza e consigli igienici negli ambienti più sudici, “nei quali si conosce la realtà della vita” . Si attribuiva inoltre un animo congegnato per le grandi passioni, che passano sopra tutto, pronta a seguirle fino in fondo a qualsiasi costo; e forse per sfuggire alle obbligazioni di questa legge inesorabile era rimasta in pratica sempre attaccata a suo marito. Terzo, si occupava d’arte e i suoi gusti erano i più spinti. Non avendo abbastanza denaro per gli originali, aveva tappezzato  muri di riproduzioni di quadri, esclusivamente astratti e quasi tutti parigini. Avvicinati ai mobili massicci di mogano essi facevano un miscuglio, strano ma senza stonatura, favoloso due volte, di fantasia patriarcale e di fantascienza.

Guido Piovene- Romanzo americano

3 Comments

  1. ciao matta! anzi mattissima Lucia! Ciao Elina, Piovene era amico di un mio amatissimo e vecchio zio, che ogni tanto ricordo, veniva a trovarlo a casa sua a Montebelluna. Per questo ho iniziato a leggerlo. Baci,fernanda

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