SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Giuseppe Berto- Il male oscuro

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Da quando Flaubert ha detto “Madame Bovary sono io” ognuno capisce che uno scrittore è, sempre, autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è un po’ meno quando scrive di sé, cioè quando si propone più scopertamente il tema dell’autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto del narrare dall’altra possono portarlo ad una addirittura maliziosa deformazione di fatti e di persone. L’autore di questo libro spera che gli sia perdonato il naturale narcisismo, e quanto al gusto del narrare confida che sarà apprezzato anche da coloro che per avventura potessero riconoscersi alla lontana quali personaggi del romanzo.

 PENSO che questa storia della mia lunga lotta col padre, che un tempo ritenevo insolita per non dire unica, non sia in fondo tanto straordinaria se come sembra può venire comodamente sistemata dentro schemi e teorie psicologiche già esistenti, anzi in un certo senso potrebbe perfino costituire una appropriata dimostrazione della validità perlomeno razionale di tali schemi o teorie, sicché, sebbene a me personalmente non ne venga un bel nulla, potrei benissimo sostenere che il mio scopo nello scriverla è appunto quello di fornire qualche altra pezza d’appoggio alle dottrine psicoanalitiche che ne hanno tuttora più bisogno di quanto non si creda, senonché una tale supposizione non andrebbe poi d’accordo col sospetto che più d’uno potrà avere alla fine, ossia che la presente narrazione non sarebbe che un forzato ripiegamento da certe mire e proponimenti di cui necessariamente dovrò parlare in seguito, che riguardano le mie ambizioni vorrei dire letterarie, e naturalmente su questo punto ognuno può pensare quel che gli pare, però io, dal momento che sono ormai prossimo a staccarmi da ogni umana ambizione e suppongo anche dalla vita stessa, trovo che sarebbe oltremodo improprio attribuire alla narrazione spiccati propositi artistici, e invero ho l’impressione che la storia in certo qual modo si scriva da sola, cosa che non contrasta insanabilmente con le dottrine nominate poco fa, o almeno con la cosiddetta parapsicologia, e in effetti accade che fatti e pensieri sgorghino in gran parte automaticamente da quelle oscure profondità dell’essere dove la malattia prima e la cura poi sono andate a sfruculiarli fino a fargli venire questa immoderata voglia di esternarsi della quale mi sembra d’essere passivo esecutore, nel senso che non le presto se non la mia diligenza espressiva, e diciamo pure stile, che in meno dolorose circostanze mi avrebbe portato chissà dove, sul cammino della gloria intendo dire. Comunque sia, questa lotta col padre, ormai vicina affermo alla sua ineccepibile conclusione, ossia all’identificazione finale dei due termini contrapposti, tanto che non si capisce se il passo ultimo sarà di sconfitta o di vittoria, è durata sessant’anni e quattro mesi per non dire di più, e in verità si potrebbe senza sforzo alcuno includervi anche il periodo prenatale, ossia quello da me trascorso nell’alvo materno, ammettendo, e non è poi un’idea tanto fessa, che in quell’ambiente esistesse una sia pure sfortunata opposizione al mio destino di venire al mondo, e questo non nel senso riflesso, cioè che padre e madre non desiderassero la mia apparizione, ché anzi dopo di me nell’intento di avere un altro figlio maschio sfornarono felicemente ben cinque figlie femmine senza tenere conto di alcuni inframmezzati aborti del tutto involontari, sicché, non potendo essi prevedere gli scarsi contenti che ne avrebbero ricavato, non è concepibile una loro avversione alla nascita del primogenito eppertanto, accettando la tesi dell’opposizione, bisognerebbe proprio pensare ad una mia autonoma resistenza alla nascita e quindi al confronto col padre, e questo sì che sarebbe straordinario, dato che comporterebbe la formazione di una coscienza e di una volontà ancorché embrionale in me stesso allo stato di feto, la qual cosa immagino io è piuttosto rara, pur non escludendo che con una simile intuizione si possano spiegare, ma non è il caso mio, parecchie evenienze di aborti involontari che, nelle attuali condizioni del progresso scientifico, sono direi inesplicabili.

Ad ogni modo, pur lasciando da parte il periodo prenatale, la mia lotta col padre mi sembra quanto basta varia e lunga da poter essere argomento di una storia, e a questo scopo, però più per comodità di trattazione che per altro, si può dividerla, grosso modo si capisce, in tre periodi o fasi, che nominerei semplicemente prima, seconda e terza fase, la prima essendo quella che va dalla nascita al diciottesimo anno di età, quando mi venne la bella idea, ma in fondo necessaria, di partir soldato, ed è fase caratterizzata, almeno sul principio, da una massiccia prevalenza paterna, esercitata sia simbolicamente che fisicamente, e con svariati mezzi come ad esempio l’alta statura, o il peso che superava il quintale, o al tabarro fors’anco grigioverde, o la calvizie che io non so se per associazione con le altre qualità o per indipendente formazione di concetto ho sempre considerato segno di potenza, per quanto neppure in tenera età mi sfuggissero i singolari tentativi che mio padre andava facendo onde ottenere la ricrescita dei capelli per mezzo della Chinina Migone, tanto che dovrei pensare ad una mia organica incapacità o quantomeno ottusità nel mettere in correlazione fatti diversi e contrastanti riferiti ad un unico soggetto, e invero non sono mai stato svelto in queste faccende, ma ciò non toglie che, a forza di scoprire in mio padre contraddizioni e deficienze, riuscii gradatamente a liberarmi dalla sua strapotenza e a passare, con l’alzata di testa dell’arruolamento volontario, alla seconda fase, quando, francamente, questo padre arrivai a mettermelo sotto i piedi, tanto da poterne avere addirittura pietà qualche volta, e da dargli un sacco di soddisfazioni d’ogni genere e perfino, invero non molto raramente, denaro, cosa che più o meno durò fino al mio trentottesimo anno di età, quand’egli ebbe la disavventura di morire, provocando in questo modo l’inizio della terza fase che va appunto dalla sua morte in poi, e qui le cose si sono messe di nuovo male per me, molto male.

Tutto questo il mio medico lo sa benissimo, meglio di me si potrebbe dire, e in effetti fu proprio lui che, ancora ai primi tempi della cura, interpretando nel modo più corretto un sogno che m’era capitato di fare, e precisamente quello che classifico con la definizione di sogno della libreria Rossetti, mi diede non dico l’idea della lotta col padre morto, giacché di star combattendo col trapassato io già da un pezzo lo sapevo, ma mi fornì lo spunto probante per cui in seguito, a poco a poco si capisce, arrivammo alla spiegazione giusta ovverosia scientifica di questa lotta, togliendole quanto poteva avere di superstizioso e tenebroso, e dandole non solo ordine logico ma, soprattutto, dimensioni umane quali, pareva, era possibile sopportare. Io credo che ormai tutti o quasi abbiano un’idea sia pure approssimativa di questo genere di cure psicoanalitiche che cominciano ad essere di moda ovunque e quindi anche da noi, ma ecco, ci tengo a chiarire subito che non fu certo per una forma di snobismo che iniziai la cura, in verità ne avrei fatto volentieri a meno, se non altro a motivo del suo elevato costo, senonché in quel tempo mi trovavo tanto giù di corpo e non parliamo poi di spirito, che in pratica, se escludevo il suicidio e la cura del sonno che stava passando un periodo di sfavore, non mi rimanevano a detta di tutti che due vie d’uscita, ossia l’elettroshock e la psicoanalisi, e se può esser vero che ho scartato l’elettroshock a causa di un forse eccessivo riguardo al mio cervello, è altrettanto vero che ho scelto la psicoanalisi spinto oltreché da speranze di benefici intellettuali come si chiarirà andando avanti, anche da un segreto bisogno di sostituire in qualche modo il padre morto affinché il conflitto, se doveva esserci, avvenisse con un essere vivo e ragionevole, e non con una memoria, o qualcosa di parimenti indefinibile e inafferrabile, com’è appunto un padre morto, e per quanto all’inizio i segreti bisogni mi fossero poco chiari, il fenomeno del transfert fu precisamente la prima faccenda ad andare in porto, ossia al trasferimento degli affetti e non, come qualcuno potrebbe immaginare, l’eliminazione del padre morto e la sua sostituzione vera e propria con una persona di comodo, dato che la psicoanalisi non tende a questo, né potrebbe comunque farlo, e in effetti essa vuole semplicemente renderci edotti dei problemi e conflitti sepolti nel nostro inconscio, in modo che noi, trovandoceli ad un certo momento inaspettatamente davanti magari sotto forme del tutto diverse, non ce ne spaventiamo al punto da perdere la ragione.

Fare la psicoanalisi è, almeno apparentemente, la cosa più semplice del mondo nel senso che la cura consiste nell’andare dallo psicoanalista due o tre volte la settimana, e forse anche più secondo i casi, nello stendersi sullo speciale lettino o divanetto ideato dal dottor Sigmund Freud per facilitare il rilassamento, nel rilassarsi, appunto, e nel raccontare in assoluta libertà tutto ciò che passa per la testa, ma soprattutto, sempre che sia possibile, sogni fatti di recente, e la libertà espressiva che è senz’altro indispensabile dovrebbe risultare tanto più agevole inquantoché il lettino o divanetto è disposto in modo che il cliente non possa vedere l’analista, e questo giusto per togliergli soggezione e altri sentimenti inibitori, dato che, a parte che si paga, la psicoanalisi è un po’ come la confessione, ossia non servirebbe a niente se uno non andasse a raccontarvi la verità, e siccome la verità la si dice meglio a se stessi che non agli altri, ecco che il prete si nasconde dietro la grata e l’analista alle spalle del paziente, per rendere tutto più semplice sebbene qualche volta il paziente si distragga a congetturare cosa faccia l’analista mentre lui rivolto da un’altra parte si rilassa e racconta, e per ciò che mi riguarda io penso che, a giudicare almeno dai rumori, il mio giocava con le chiavi dei cassetti della scrivania e spesso trovava difficoltà ad accendersi il sigaro con l’accendino, sicché era costretto a manovrare la macchinetta anche cinque o sei volte, prima di accendersi il sigaro, o prima di rinunciare ad accenderselo.

Il dottor Freud è stato senza dubbio un grande uomo in qualità di inventore della psicoanalisi, tanto che molti non esitano a collocarlo, alla pari con Gesù Cristo e Carlo Marx, tra i pochi geni che hanno dischiuso nuove porte all’umanità, né io naturalmente ho nulla da obiettare a questo proposito, però con quel suo lettino o divanetto rilassatorio non l’ha, a mio avviso, imbroccata giusta, e in effetti per quante volte mi sono disteso su quel lettino, mai una volta mi pare che mi sia rilassato per bene, sempre sono rimasto lì col mio grumo di tensione dentro lo stomaco, con l’abituale preoccupazione di dare un ordine rigoroso ai pensieri, e con in più un aggravamento di disagio in uno dei miei punti più disgraziati, vale a dire le cinque lombari dalle quali, ho l’impressione, ebbe origine una sera lontana tutto il disastro, come con ogni probabilità mi verrà fatto di raccontare in seguito, e sebbene da allora in poi punti disgraziati me ne scoprissi addosso ad ogni piè sospinto, quello primo non me lo scordavo mai, com’è giusto, e quando mi distendevo sul lettino o divanetto freudiano le cinque vertebre, particolarmente gravate a causa della generale posizione del corpo, cominciavano a sentire caldo e ad avere formicolii e altre spiacevoli sensazioni tutte dannose per il rilassamento oltre che per l’insieme del mio difficile equilibrio psichico, donde paura e tensione, che potevano essere in se stesse causa del fatto che io al medico non ho mai fatto parola di questo inconveniente delle lombari, sebbene poi, da un altro punto di vista, possa anche essere che abbia taciuto per non dargli dispiacere, dato che io sono certo che alle qualità rilassatorie del lettino o divanetto lui ci credeva, e non avrei voluto addolorarlo, o addirittura fargli nascere dei dubbi, rivelandogli che l’arnese, almeno con me, non funzionava.

Io avrei fatto qualsiasi cosa pur di non dare dispiaceri al mio medico analista, e questa era una delle molte faccende che abitualmente mandavano in bestia mia moglie, la quale affermava che avevo più riguardi per un tizio che mi mangiava un sacco di soldi facendo quattro chiacchiere, che non per lei, circostanza che non era affatto vera in senso assoluto, ma tant’è, mia moglie, oltre che incompetente in fatto di psicoanalisi, era molto innamorata di me, o così sembrava, e in realtà era possessiva, egocentrica e abbandonica, come ben mi spiegava il medico, e le dava fastidio qualsiasi persona, e perfino cosa o attività che mi sottraesse a lei sia pure temporaneamente, e nella questione della psicoanalisi lei intuiva che, per via del transfert, io mi ero alfine procurato un padre come si conveniva, che potevo amare incondizionatamente dal momento che non mi rompeva di continuo le scatole come il padre mio vero ancorché morto, al contrario era uno che volentieri mi perdonava ogni peccato, anche perché, oltre a tutto, pareva che i peccati non esistessero, i miei perlomeno, ossia sembrava che nelle mie male azioni io fossi stato sempre condizionato, il che voleva dire che nelle date circostanze non avrei potuto agire meglio di come avevo agito, così affermava il medico analista, e io scommetto che lo avrebbe affermato anche nel caso che io avessi, tanto per dire, stuprato tutte e quante le mie cinque sorelle, e questo a differenza del padre mio vero, e anche a differenza di mia moglie si capisce, ma qui in questa storia il personaggio che interessa è più mio padre che non mia moglie, ed egli, specie nella prima fase della nostra lotta, era sempre propenso a scoprire, nelle diverse cose che non funzionavano intorno a noi, una qualche mia colpa, per quanto parecchie dì queste cose, in particolare quelle riguardanti la convivenza familiare e l’andamento degli affari, funzionassero male anche senza che io c’entrassi per niente. Chissà poi mai cosa lui pensava di se stesso, se cioè mi si associava almeno parzialmente nelle numerose colpe che mi attribuiva, o se addirittura attribuirmi colpe gratuite era per lui una manovra evasiva allo scopo di scaricarsi sia pure fittiziamente la coscienza troppo gravata da sentimenti di responsabilità, a dire il vero per molto tempo e anche dopo la sua morte io ho pensato che lui si reputasse uomo giusto e saggio per eccellenza, e quindi esente da colpe come un padreterno, ma in seguito non fui più tanto sicuro di ciò, anzi non ne fui sicuro per niente, e questo non tanto perché avessi scoperto documenti prima ignorati o fossero emersi nuovi fattori di giudizio, quanto perché, sebbene in seguito alle vicissitudini della malattia, mi capitò di capovolgere direi da cima a fondo il mio punto di vista, un po’ eccessivamente perfino, giacché se attraverso tutto un lavorìo di confronti risultava che io somigliavo a mio padre, ne derivava senz’ombra di dubbio che mio padre vivo doveva somigliare a me, anche nell’esorbitante senso di colpa dunque, per quanto io sia consapevole che in questa questione della somiglianza giochi molto il processo di identificazione tuttora in atto, e so anche di correre il rischio di andare ad identificarmi con un padre assolutamente immaginario, o fors’anche con una proiezione di me stesso idealizzato, benché poi a sorreggermi nella mia fede e fatica ci sia un’indubitabile e paurosa somiglianza d’aspetto, oggettiva, a proposito della quale potrei tirar fuori, tanto per fare un esempio, la faccenda delle fotografie.

La volta che mio padre morì, io arrivai, naturalmente, tardi, ossia quando l’avevano già bello e sistemato su uno dei cinque o sei tavoli di marmo della camera mortuaria, sbarbato di tutto punto, con indosso il vestito nero da sposo di quarant’anni prima, che era ancora nuovo fiammante si può dire, un po’ perché mio padre come me del resto era parsimonioso e si sarebbe messo indosso sempre i vestiti peggiori, e un po’ perché subito dopo sposato ingrassò parecchio e il vestito non gli andava più bene, e in realtà per infilarglielo da morto avevano dovuto scucirlo quasi tutto di dietro, cosa che però non si vedeva molto dato che giaceva sulla schiena, dignitoso e solenne nella sua definitiva pace, e a me, che in quel tempo non ero ancora malato con ossessioni di morte e altre simili, non dispiaceva guardarlo così com’era, trovavo che come morto era uno dei più bei morti che avessi mai visto, epperciò mi venne in mente di fargli fare le fotografie. Ora, esposta in questo modo, la spiegazione è magari fin troppo chiara, ma niente affatto esauriente, e in effetti non è che volessi fare, come può apparire, delle fotografie ricordo o qualche altra cosa del pari fuori posto, ma ritraendolo in immagine volevo rendergli diciamo pure omaggio, ancorché poi nell’inconscio mirassi a raggiungere risultati allora nebulosi, oggi però del tutto lampanti e strettamente connessi con quel diffuso senso di colpa che, com’è fin troppo chiaro, si è sviluppato in me fuori di misura soprattutto grazie agli influssi paterni, sicché nella fattispecie avrei anche potuto fottermene, pur che l’avessi saputo, per quanto, se quella volta arrivai troppo tardi, sussista una colpa concreta da parte mia, dato che avevo i presentimenti e tutto il resto, sempre che sia una colpa arrivare tardi in una circostanza come quella, e in verità il mio medico, tanto per dire, era del parere che non vi fosse mancanza alcuna nell’arrivare quando un padre è già morto, ma si capisce che lui doveva darmi una mano per liberarmi dallo spropositato senso di colpa, e pertanto si sforzava di persuadermi della mia innocenza anche quando, come nel caso della mia assenza al momento del paterno trapasso, la colpa sussisteva, e come.

Vorrei essere chiaro su questo punto che è un punto capitale della vicenda inquantoché segna l’inizio del passaggio dalla seconda alla terza fase della lotta col padre e in altre parole il ritorno alla sua strapotenza, e non è detto che non segni anche l’inizio benché ancora lontano e recondito dell’oscura malattia che mi venne nell’anima, anzi diciamo senz’altro che è nata da lì questa brutta malattia, dato che la constatazione di una colpa oggettiva qual era in realtà l’assenza provocò la scossa provvisoriamente inavvertita che mise in moto tutti gli altri sentimenti di colpa rimossi e tenuti in deposito nell’inconscio, in attesa di nuocermi. In effetti io, al tempo in cui a mio padre gli prese quell’accidente mortale, stavo benone sia d’anima che di corpo, abitavo a Roma, fuori dai piedi, guadagnavo abbastanza denaro lavorando per il cinema ed ero sempre in mezzo a pasticci di donne, perché non mi è mai piaciuto come a tanti piace avere più di una donna alla volta, dimodoché quando ne trovavo una nuova dovevo per forza mollare la precedente, ed erano dispiaceri, ma dispiaceri interessanti e in fondo gradevoli quali sono quelli che concernono le donne. A mio padre scrivevo, di regola, due volte all’anno, la prima a Natale per dirgli che purtroppo non potevo andarlo a trovare e che ci saremmo visti a Pasqua, e la seconda a Pasqua per dirgli la stessa cosa, cioè che ci saremmo visti a Natale, e tutte e due le volte mettevo dentro la busta un assegno, poco al confronto di quanto mi costava, ad esempio, mollare una donna vecchia e prenderne una nuova, ma molto se si tiene conto, com’è giusto, dello scarso bisogno di denaro che aveva mio padre, il quale, oltre a tutto, godeva di due pensioni, piccole fin che si vuole, ma due, e se poi la somma che gli spedivo era proprio ridicola, come tanto per dire dieci o magari anche cinquemila lire, allora per sentirmi in pace con la coscienza bastava che pensassi a qualcosa che in lui mi dava fastidio, non so, la sua ostinazione nel firmare col cognome e nome invece che col nome e cognome, oppure l’importanza che si dava quando presenziava alle cerimonie patriottiche portando la bandiera della locale Sezione dell’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo, dato che, tutto sommato, non è splendido avere un padre carabiniere, sia pure in congedo.

Quando dunque la sorella maggiore mi telefonò per dirmi che il padre, poveretto, non stava molto bene, aveva avuto non so che cosa agli intestini, forse soltanto una costipazione ma con dolori fortissimi, e insomma, anche per consiglio del medico condotto, l’avevano ricoverato all’ospedale del capoluogo, una camera per pensionanti di prima classe, circa tremila lire al giorno riscaldamento compreso, per vedere un po’ se gli passava questo spaventoso mal di pancia, che in effetti gli era un po’ passato, però al momento si trattava di vedere come mai gli fosse venuto un così brutto mal di pancia e pertanto, lo diceva anche a nome delle altre sorelle e di nostra madre, non sarebbe stato male se mi fossi fatto vedere, e anche presto, insomma quando la sorella maggiore mi telefonò queste belle notizie, io piantai tutto, lavoro e pasticci di donne, presi il direttissimo di Venezia, e durante il viaggio pensai sempre che il vecchio ormai era spacciato, o meglio, tanto per non sentirmi menagramo, pensavo indirettamente a cosa mai sarebbe cambiato, nella mia vita familiare e personale, nel caso triste che egli fosse ormai spacciato, e in sostanza mi pareva che niente sarebbe cambiato, o molto poco in verità, fuorché per mia madre, disgraziata, la quale sarebbe rimasta vedova col problema delle due pensioni che non era ben chiaro se fossero reversibili, ossia la più piccola, quella della Previdenza Sociale, pareva senz’altro reversibile, ma l’altra ancora no, e in realtà dalle lettere che mio padre ogni settimana o quindici giorni mi scriveva firmando naturalmente con cognome e nome e tutti i ghirigori sotto io sapevo che egli, anche a nome della locale Sezione dell’Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo, da anni si batteva, con risultati incerti, per la reversibilità della pensione nel caso, che era proprio il suo, in cui il sottufficiale si fosse sposato dopo il collocamento in congedo, comunque, data anche l’esiguità di questa seconda pensione che era grande solo se paragonata alla prima, mi pareva che neppure per la vedova in fondo sarebbe cambiato gran che, e pure da questo punto di vista la morte di mio padre, per ora soltanto prevedibile, si presentava come un avvenimento affatto naturale, ma con tutto questo non era certo un bel viaggio quello che andavo facendo, anche perché si era d’inverno, febbraio precisamente, e il mio paese, che sta proprio nella campagna bassa intorno alla laguna di Venezia, d’inverno è pieno di freddo, di nebbia e di influssi depressivi, e come se ciò non bastasse, non è che vi andavo da solo, e infatti all’ultimo momento mi si era appiccicata appresso, per aiutarmi in una circostanza tanto dolorosa, la donna con la quale da un po’ di tempo vivevo more uxorio, che era una vedova di origine francese, ancora abbastanza giovane e gradevole direi, ma con una voglia matta di maritarsi una seconda volta, e io non le volevo mica male, anzi in un certo senso le ero grato perché mi aveva spinto a superare parecchi pregiudizi di carattere sessuale, cioè in sostanza vedova com’era e per di più francese mi aveva insegnato a far l’amore un po’ come si deve, ma per quel che si riferisce al matrimonio io le dicevo sempre che noi due eravamo più che marito e moglie, inquantoché stavamo insieme per consenso e non per obbligo e contratto, e lei aveva aspettato proprio questa circostanza del malanno paterno per esercitare i suoi diritti e doveri di più che moglie, la qual cosa, giustamente prevedevo, mi avrebbe procurato un sacco di fastidi di diversa specie.

Quale prima mossa, si capisce, presi alloggio nel migliore albergo del capoluogo, e lì la lasciai, e andai all’ospedale, nella camera a pagamento dov’era ricoverato mio padre, e vidi che ormai la morte gli si era attaccata addosso, subito mi stupì il suo pallore, e poi che avesse un pigiama azzurro a righe, mentre io l’avevo sempre visto andare a letto col camicione da notte o meglio ancora con la maglia di cotone se si era d’estate e di lana se si era d’inverno, e poi mi stupì anche il suo modo di guardarmi, senza grande interesse a dire il vero, però scommetto che il suo pensiero era perché mai sarebbe qui costui se io non mi trovassi più di là che di qua, certo questa cosa poteva pensarla anche in una diversa forma, ma la sostanza doveva essere eguale, io suppongo che già sapeva che sarebbe morto, o forse non lo sapeva ancora, però aveva nello sguardo lo stesso sgomento appena appena recalcitrante che hanno buoi e vacche quando li conducono al macello comunale, e non si sa se buoi e vacche capiscono che li conducono al macello, ma certo a stare allo sguardo capiscono che non vanno di sicuro incontro a qualcosa di benefico, epperciò in complesso questo incontro col padre moribondo era un avvenimento poco riuscito per non dire penoso, sicché lui si mise a tamburellare con le dita sul risvolto del lenzuolo ormai guardando da un’altra parte, e mia madre disse che qui all’ospedale col termosifone stava molto meglio che non a casa quindi pazienza per la spesa, e del resto bisognava pure che gli facessero i raggi e gli esami necessari, e inoltre ciò che contava era che i dolori di pancia gli erano quasi del tutto passati, solo lui si sentiva la bocca cattiva, ma questo gli capitava spesso nella vita per un fatto d’indigestione quasi sempre, tanto che lei gli avrebbe dato come al solito un po’ di sale inglese ma qui all’ospedale c’erano medici e professori e toccava a costoro decidere, e mio padre tutte queste belle cose gliele lasciava dire tamburellando con le dita sul lenzuolo e facendo ogni tanto con la bocca il movimento di uno che dice ma, ossia non faceva neanche un piccolo sforzo per crederle, solo si abbandonava a lei e alle mie sorelle ed altre parenti che si trovavano nella camera, e in questo suo abbandonarsi alle donne ci poteva essere un segno della sua consapevolezza di morire, perché quando gli uomini muoiono cristianamente, così come quando nascono, sempre donne hanno intorno, e d’altra parte le donne hanno maggiore familiarità degli uomini con le malattie e i cattivi odori, basti pensare a come partoriscono, e pare che abbiano una particolare resistenza e perfino attaccamento a quel genere di cose poco gradevoli, e infatti succedevano spesso litigi tra le mie cinque sorelle, e anche con mia madre, ciascuna contendendo alle altre il privilegio di stare più vicino al moribondo, ma per conto mio quel puzzore che lui emanava dalla bocca o da non so dove era insopportabile, sicché stavo per lo più in corridoio, vergognandomi un poco di provare ribrezzo per mio padre, ma soprattutto pensando alla vedova francese, ai pasticci che probabilmente mi stava combinando, tant’è vero che poco dopo, con la scusa che ero stanco del viaggio e delle emozioni, volevo andarmene in albergo, ma mia madre mi disse d’aspettare perché tra poco sarebbe passato il primario ed era bene che gli parlassi io che ero il primogenito oltre che unico maschio, e per di più avevo un’istruzione e meglio degli altri avrei potuto capire ciò che egli avrebbe detto a proposito di mio padre.

In realtà col primario il colloquio fu abbastanza schietto, però il problema principale non era il colloquio, bensì il primario in se stesso, ossia raggiungere un’interpretazione giusta di lui come persona, per quel tanto che è possibile giudicare così su due piedi un uomo che ha scelto per mestiere quello di tagliare pance, vesciche e polmoni, in effetti si oscilla sempre tra due estremi uno dei quali consiste nel considerarlo una specie di sacerdote mosso da stimoli soccorritori nei confronti del prossimo, mentre l’altro più banalmente sta nel non dimenticare che uno che si mette per quella strada più che da propositi missionari può essere azionato da istinti sadici, e comunque si fa pagare fior di quattrini i suoi interventi soccorritori, e in ogni caso è certo che dopo aver maneggiato per un’intera mattinata calcoli e cisti e tumori dell’umanità sofferente quello se ne va a casa e mangia pastasciutta e magari fritto di cervello e finocchi come niente fosse, cosa che a noi non riuscirebbe di fare altrettanto bene, ma per fortuna questo chirurgo nelle mani del quale mio padre era capitato aveva una faccia aperta, un modo di fare sicuro, e sotto il camice gli si vedeva una camicia a righette celesti con una cravatta che non sembrava per niente provinciale, e tutto sommato l’unica cosa che mi desse l’impressione di non funzionare in lui erano le scarpe gialle tutte arzigogolate a cuciture e buchettini con la suola grossa, e sono scarpe costose anche, di tipo inglese dicono, però a me non sono mai andate giù, e si capisce che anche senza volerlo un po’ dell’antipatia che provavo per le scarpe finiva per riverberarsi su chi le portava, con quest’uomo qui tuttavia non dovevo lasciarmi influenzare da scarpe o altro, dovevo provare per lui affetto e fiducia, pensare magari sforzandomi un poco che mio padre non sarebbe potuto capitare in mani migliori, e in realtà forse non erano poi tanto cattive se ciò che mi stava dicendo era molto semplice e sensato, giacché l’infermo secondo lui aveva un’occlusione intestinale, anche l’esame radiologico aveva rivelato questo fatto con assoluta chiarezza, e precisamente il bario non superava una strozzatura che si era formata proprio nel punto in cui l’intestino colon cambia ancora una volta direzione e da traverso diventa discendente, e quanto alle cause della occlusione mah poteva essere un semplice attorcigliamento delle budella per dirla in parole povere, ma poteva anche essere un tumore magari maligno, ossia un cancro, e comunque domani mattina tutto si sarebbe chiarito poiché lui aveva deciso di operare il giorno seguente, alle nove per l’appunto, e questo lo diceva con estrema calma e logicità, e le cose esposte in un modo tanto appropriato non spaventano mai, tuttavia c’era di mezzo quell’eventualità del cancro, e per un profano quale in fondo io ero la parola cancro è sempre accomunata all’idea di una morte inevitabile e particolarmente spiacevole, e infatti quando su di un annuncio mortuario si legge che un tizio se n’è andato perché colpito da morbo crudele che non perdona si può scommetterci la testa nove volte su dieci che si tratta di cancro, e mio padre da tanti anni ossia da quando gli era morto di cancro un cugino al quale era molto affezionato si era incorporata l’idea che di cancro sarebbe morto pure lui, e pertanto ora trovavo oltremodo spietato benché in un certo senso fatale che l’intestino gli fosse stato occluso proprio da un maledetto cancro, e quindi dissi al professore primario che stava bene, gli tagliasse pure la pancia se lo riteneva opportuno, però doveva farmi il piacere se per caso nell’interno avesse trovato il cancro temuto non dico di spedire dritto l’ammalato all’altro mondo, ma insomma di fare in modo che ci andasse sbrigativamente, senza neanche svegliarsi dalla narcosi. Forse, tenendo presenti le scarpe che portava ai piedi, non avrei dovuto fargli una tale proposta che urtò apparentemente la sua dignità professionale, ma io credo che pensava anche alla brutta figura che di solito magari a torto un chirurgo fa quando il paziente gli muore sotto i ferri come si dice, fatto sta comunque che pareva che gli avessi proposto di ammazzare una persona sana, mentre in realtà gli avevo chiesto solo di abbreviare le sofferenze di uno che in ogni caso sarebbe andato all’altro mondo, ossia gli avevo suggerito un’azione di eutanasia, senza alcun rischio da parte sua poiché solo molto di rado qualcuno va ad indagare come mai i pazienti muoiano sotto i ferri dei chirurghi, altrimenti poveri loro, i chirurghi dico, ma quello precisamente di eutanasia non voleva sentir parlare, e siccome la pretesa rientrava oltre che nella legge anche nelle sue legittime convinzioni personali, gli chiesi addirittura scusa, come non detto gli dissi, e poiché egli in fondo era un buon diavolo ci rimettemmo subito in buona armonia e mi spiegò con florido ottimismo che l’operazione in caso di cancro sarebbe stata sì un po’ difficile ma non così assurda come potevo pensare io che non me ne intendevo, dato che il cancro nelle persone anziane si sviluppa con grande lentezza, e quindi una volta portato via l’attuale bubbone canceroso prima che ne ricrescesse un altro ci sarebbero voluti anni e anni, pertanto mio padre sarebbe morto di vecchiaia e non di cancro, e io a sentirlo parlare quasi quasi mi convincevo, immaginavo l’operazione come una cosa da niente, ossia un taglio e via il cancro e poi si ricuciono insieme le due parti dell’intestino, si ricuce anche la ferita e in capo a una settimana o poco più il vecchio robusto com’è si rimette a campare come Dio vuole, ma quello, il primario, non appena ebbe sentore che immaginavo cose simili, disse tutto offeso eh no, non si trattava di una incombenza tanto semplice che chiunque sarebbe stato capace di assolvere, qui bisognava prima di tutto esteriorizzare il tumore, così almeno mi sembra che disse, e poi lasciarlo lì come ad appassire, e infine resecarlo, e nel frattempo l’intestino, opportunamente cucito al bordo della pelle addominale, si sarebbe un po’ rassodato in modo da poter espurgare, un ano artificiale si chiamava tutto ciò, e appena io mi resi conto che il padre mio nel migliore dei casi avrebbe espurgato le feci attraverso un buco collocato in mezzo alla pancia a tre o quattro dita dall’ombelico mi prese una grande pietà per lui, e un senso di ribellione contro ogni ordine morale e sociale, e al primario professore dissi che per conto mio uno che manteneva in vita un povero vecchio per fargli cacciare escrementi da un orifizio in mezzo alla pancia era un delinquente o poco meno, e me ne andai arrabbiato, me ne andai si capisce in albergo, perché ora la vista del padre mi disturbava più che mai, dato che sapevo ciò che sapevo a proposito del suo futuro ano artificiale.

Giuseppe Berto- Il male oscuro

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  1. lo sai? Sembrerà strano. Anche disdicevole, magari, ma, per quanto abbiano (indegnamente, secondo me) trovato indubbie (…!…) similitudini tra il mio primo romanzo, sì, quello che uscirà a settembre…e questo di Berto (povera me, tranquilla, non mi monto la testa!)…beh, io non avevo letto ancora questo libro.
    Ma ho subito rimediato.
    Appena ordnato on line…arriva tra un paio di giorni.
    E vediamo un po’….

    bacio…

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