SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Ferdinando Camon- Occidente

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Questa città si chiama «la città nera» per le vicende storiche che mi preparo a testimoniare ben sapendo che non avrò difficoltà ad essere creduto, perché le cose che dirò sono note a tutti come sono note a me: gli attentati, le insurrezioni e le stragi sono state resocontate, giorno per giorno, dai quotidiani, dai ciclostilati, dai volantini, dagli altoparlanti, dai comizi, e io ho soltanto il vantaggio di aver conservato le fonti e di poter adesso adoperarle; il resto – riunioni clandestine, programmi, ordini, espulsioni, vendette – non è mai stato veramente segreto, perché non aveva bisogno di esserlo; e la storia interiore, psicologica dei protagonisti, era già nota quando le vicende che qui riporto non erano ancora compiute, e i loro autori godevano privilegi negati ad ogni altro uomo: giravano armati, usavano aule dell’Università, occupavano istituti privati, sostituivano di fatto la polizia. Voglia dunque il lettore considerarmi come un cittadino, più che come scrittore, e attribuire al cittadino la passione che lo scrittore, come vogliono certi critici, non può permettersi. E tener conto che le vicende sono ancora vicine, e perciò è impossibile parlare d’altro; ma sono perfin troppo vicine, e perciò è impossibile vederle con lo sguardo della storia che ha gli occhi presbiti. E dunque molte cose saran viste troppo da vicino, e molte cose lontane non saranno viste; sicché non per la storia sono scritte queste pagine, ma per gli uomini, affinché aggiungano le loro testimonianze a quella dell’autore, e ascoltando i delitti e vedendo i volti dei colpevoli cerchino di ricordarsi se li han visti altrove o se han sentito parlare di altri delitti simili, perché la ricorrenza dello stesso delitto è la firma dello stesso delinquente. Ma bisogna partire dall’intesa che non soltanto l’omicidio perseguito dalla legge è un delitto, non soltanto quello che contrasta alla morale: perché quest’epoca è piena di omicidi compiuti non in contrasto con la morale, ma nel suo nome.
Padova non è città di mare, il suo mare è Venezia; non è città di monte, il suo monte è Vicenza; non è città di colle, il suo colle è Este. Al sabato sera Padova si svuota dei suoi abitanti, ché vanno al mare, ai monti o ai colli, dove hanno un’altra casa, con altra servitù, un giardino recintato, un poligono di tiro: dalle piazze della città, orlata di una cintura di paesetti abitati da lavoratori che non sono più contadini ma non sono ancora operai, si sentono lontano, sulle vette dei colli, gli spari delle esercitazioni, e la gente va via tranquilla come se sentisse di avere un suo esercito pronto per qualsiasi nemico.
Verso una di queste case, proprietà dei conti F.S., un sabato sera del mese di aprile dell’anno 197 … puntavano dalle diverse parti della città caroselli di auto, ognuna con un paio di coppie di giovani. Uscivano dai giardini interni dei palazzi affacciati sulle due vie maestre della città, che s’incrociano perpendicolarmente proprio all’altezza del centro, come in tutte le città costruite dai Romani, puntavano verso l’anello della circonvallazione, da qui seguivano il corso d’acqua che è sempre alto non per lo sciogliersi delle nevi, che non ci sono sempre, ma per gli scarichi delle fabbriche, imboccavano il ponte del Bassanello e si dirigevano verso i colli Euganei. In questo tratto, per le nebbie, si perdevano di vista e si separavano una dall’altra, giungendo isolate a destinazione. Finché si segue la strada non è possibile perdersi, ma il problema nasce quando si abbandona l’asfalto per addentrarsi tra i sentieri in ghiaia o in terra, che son tanti e tutti simili e ognuno porta a un gruppo di casolari e lì muore: per questo in inverno, quando organizzano feste notturne, i padroni sanno che occorre mettere un richiamo che attiri le auto che si sentono rombare tra una vallata e l’altra e quando la nebbia si apre si vedono sventagliare il cielo coi fari; un richiamo efficace è un grande falò acceso nel mezzo del cortile con fascine legate attorno a un palo di ferro alto in modo che sollevi il fuoco fino al di sopra dei banchi di nebbia vaganti a un metro dal suolo, ma più efficace ancora è arruolare una banda di suonatori prenotandola dalla balera più vicina e collocarla in vetta al colle più alto in modo che da lì con gli strumenti elettrici mandino la musica tutt’intorno: allora la nebbia diventa un aiuto perché amplifica il suono e le macchine sperdute ogni tanto fermano i motori ascoltando il richiamo e puntano nella sua direzione finché scorgono la grande luminaria dei falò e quindi abbassano i finestrini e dentro le senti animarsi di grida e di saluti, arrivano nella corte, parcheggiano ai lati e i ragazzi escono allegramente e corrono verso il fuoco per scaldarsi. Qui si accorgono della prima pensata dei padroni di casa, e cioè che la banda di suonatori è sistemata in modo che i suoni, acuti e assordanti appena emessi dagli strumenti, tornino indietro leggeri e felpati urtando prima contro la casa, che è una vecchia fattoria con una fila di pilastri quadrati davanti alla stalla e la stalla svuotata e ripulita ma intatta nella struttura delle pareti, nella sagoma delle finestre, e nelle mangiatoie trasformate in divani, e poi contro la costa del colle addossato all’edificio, sicché ogni suono ti colpisce tre volte in maniera diversa che ti dà sensazioni diverse, alternandosi le piacevoli e le intollerabili. Lì raggruppati come indiani attorno al falò si spiano l’un l’altro per ricomporre i gruppi secondo le amicizie, e intanto sentono, le ragazze per prime, che subire quella musica, a cui del resto non si può sottrarsi, è come cedere a una violenza fisica, e che ci sono dei nervi tra le viscere che la soffrono più delle altre partì del corpo. Ma la condizione di ospite ha questo di particolare: che mantiene il carattere di generosa offerta per tutto ciò che è dato, sia pure una violenza o un dolore. Nel momento stesso in cui la violenza è un’offerta, si stabilisce per te un debito, e questa sensazione fa sì che in certe occasioni – per tradizione, per educazione, per etichetta – si accetti tutto. Del resto, il disturbo psichico di cui parliamo è un disturbo di adattamento che dura un breve periodo, come se consistesse nel solleticare un fascio di nervi in letargo da sempre; dopo è meno intollerabile la continuazione che l’interruzione improvvisa di quella provocazione. E infatti la musica non smise di colpo, ma venne gradatamente smorzandosi mantenendo in fine qualche nota isolata e distanziata in modo che nessuno era sicuro che fosse effettivamente terminata e non stesse per riprendere da un momento all’altro. Invece la banda di suonatori stava scendendo lungo un viottolo per entrare in casa, e giunta in cortile si fermò a una certa distanza dall’ingresso come aspettando qualcosa, finché la porta si aprì e davanti ad essa nel fascio di luce diffuso da una lampada abbagliante come un fulmine brillò una conca d’acqua vasta ma non profonda al di sopra della quale un contadino in giacca di fustagno, senza cravatta e con la barba da radere stese una scala a pioli su cui i suonatori passarono uno alla volta ed erano dodici, come furono entrati la scala venne tolta e attraverso le finestre illuminate si videro passare di stanza in stanza fino a quel vasto salone che era una stalla, illuminato da una serie di lucerne a petrolio appese a fastelli di tre alle pareti, e qui presero posto su una specie di trampolo di legno addossato a un angolo e attaccarono una canzone veloce. Tutti i convitati riuniti in cortile si resero conto che era tempo d’entrare. La prima ad avviarsi fu una ragazza bionda, che se n’era rimasta in disparte fino ad allora dando agli altri un’impressione come di tristezza, ma soltanto un’impressione perché la luce del falò mascherava i tratti del volto. Giunta davanti all’acqua, ebbe un attimo di esitazione, poi si tolse le scarpe e le calze. Quelle che venivano dopo di lei fecero altrettanto, con risolini trattenuti, un po’ per l’emozione e un po’ per il freddo. Quindi entrarono a piccoli gruppi di due o di tre, tenendosi per mano e tirando il flato per il freddo che saliva dalle caviglie. Il tragitto non era lungo più di una decina di metri, e l’eccitazione contrastava al freddo, quando una in mezzo al gruppo gettò uno strillo alto e breve e si mise a pestolare freneticamente coi piedi schizzando l’acqua tutt’intorno. Le altre erano sguizzate nelle quattro direzioni chiamandosi per nome ad alta voce e rispondendosi tutte insieme sicché non si capiva nulla, quando improvvisamente la prima trasformò le grida isteriche in un lamento continuo e prolungato come di bestiolina impaurita, e alzando un piede nudo indicava qualcosa che pendeva da un dito, un’anguilla o una serpe, che così attaccata in alto per i denti vibrava la coda in basso frustando l’acqua. Subito alcuni ragazzi entrarono in acqua con le scarpe ai piedi e trasportarono le donne al di là, deponendole oltre la porta ancora tremanti per la crisi isterica, e poi tornando a pescare calze e scarpe abbandonate e ormai sommerse. Adesso anche i ragazzi si chiamavano ad alta voce, e come sempre accade nei casi in cui bisogna decidere in fretta qualcuno dava ordini e gli altri eseguivano. Un giovane dai lineamenti minuti, delicato come una femmina, con la faccia gialla e screpolata come una pannocchia e i capelli pochi e biondi, gli occhietti azzurri chiusi per abitudine o per natura in modo che doveva vedere il mondo attraverso un buco come chi spia da dietro una porta, questo giovane che gli altri chiamavano Faranco invece di Franco perché aveva la r moscia era avanzato fin sull’orlo dell’acqua e lì aveva guardato in giro la gran confusione con aria di compatimento e nello stesso tempo di estraneità, seguendo con lo sguardo annoiato la scena delle ragazze isteriche portate di peso fuori della fossa e deposte fradice appena dentro la porta come un oggetto inutile, quindi si era voltato indietro girando sui tacchi e con voce sofferente come chi recita una parte a cui si trova costretto si era messo a comandare parlando a bassa voce coi verbi all’infinito come uno straniero, press’a poco così:
«Portare un’auto … accendere i fari … illuminare l’acqua.»
Doveva avere da tempo autorità su quello che gli stava dietro, perché costui gli s’era avvicinato in silenzio per sentirne le parole, quindi aveva indicato un altro accennandogli di obbedire e questi era scattato dentro un’auto, aveva acceso il motore e veniva verso la fossa lentamente inquadrando Franco e gli altri nel fascio di luce. Franco gli fece cenno con la mano di arrestarsi. La fossa era adesso illuminata da due lati, dalla casa cioè e dalla corte. L’acqua, scura dentro la conca chiara, era una macchia uniforme e compatta, ma ogni tanto percorsa da un guizzo rapido, come di un corpo che emergeva e subito riaffondava. Gli animali non dovevano essere molti, perché questi salti a pelo dell’acqua non erano frequenti; e in ogni caso mordevano, ma nulla più. Franco si tolse le scarpe e le calze, si scaldò i piedini sfregandoli con la mano, mise nell’acqua prima il destro poi il sinistro e cominciò a passare. Dietro di lui entrarono gli altri, uno alla volta come si guada un fiume in prima linea. Come entrarono nella casa, poiché le ragazze si erano trasferite in qualche stanza dell’interno, si trovarono soli e prima di vestirsi cercavano di asciugarsi i piedi. Franco si schermiva: «Lascia perdere …, »  perché il suo compagno cercava lui di asciugargli i piedi, e fra le quattro mani quei piedini piccoli non si vedevano più. Nella stanza c’erano poche sedie impagliate, come quelle che si usano dai contadini, addossate lungo le pareti; dal soffitto pendeva una semplice lampada come un tizzone, senza lampadario, e diffondeva una luce così violenta che tutti gli occhi cercavano subito uno schermo, come avviene, per intenderci, nella camera dell’interrogatorio in questura: solo che qui la lampada è puntata sull’interrogato, e i questurini nell’ombra, sicché dopo dieci minuti egli ha l’impressione che a interrogarlo sia la luce, e si mette a risponderle guardando dal lato opposto come si fa di fronte al nemico.
Il contadino in giacca di fustagno e barba da radere si avvicinò dal fondo per prestare il suo servizio, visto che lì doveva essercene bisogno, ma l’amico di Franco lo allontanò con violenza eccessiva per passare inosservata, e dopo il gesto si guardò intorno sperando che gli altri non avessero notato. Quindi si accucciò e riprese a scaldare i piedi a Franco, che ogni tanto mormorava: «Va bene … va bene così …» e poi diceva «basta» o «Batta», anzi una parola e l’altra, sicché risultava ormai certo che Batta era il nome del servitorello. Chiamandolo così noi lo abbiamo già definito, e in verità ci sono delle persone che basta una parola per descriverle e per definirle, ma su quella parola bisogna poi intendersi bene. Così Batta aveva tutta l’aria – lo sguardo, la bocca, le mani, il passo, il silenzio – di un servo, ma – ed ecco che cosa fa di un servo un vero servo – bastava guardarlo per capire che egli era il servo di una sola persona, e di nessun altro. Oggi in Italia la parola servo non può più essere capita: tutti sono servi, ma manca un padrone. Insomma, i dipendenti sono dipendenti, ma il padrone è anche lui dipendente da qualcosa che egli non conosce bene, e che potrebbero anche essere i suoi dipendenti. Così può succedere che un dipendente commetta un oltraggio, un’offesa, una mancanza; allora il padrone chiamerà i suoi consiglieri, e insieme studieranno se sia il caso oppure no di far sapere che egli è sdegnato, e cosa succede se lo fan sapere, e come deve comportarsi in ogni modo: perché non c’è dubbio che esiste un modo che bisogna seguire, il difficile è scoprirlo. Da questa scoperta dipende se il padrone sarà un vero padrone, perché la condizione di padrone va riconquistata ogni mattina, e dura fino a sera.
Batta era, dunque, il servo di una sola persona. Se non rischiassi di portar fuori strada il mio lettore, direi che egli assomigliava, in questo, a un cane: non si allontanava mai troppo, e anche quando si allontanava e doveva badare a sé, per esempio, come adesso, mettersi le scarpe, lo faceva girando continuamente lo sguardo per vedere se il padrone aveva bisogno di qualcosa, se lo aveva chiamato, se stava per chiamarlo. Non c’è dubbio che per il cane l’uomo viene prima del cane. Due che si vogliono bene si vogliono veramente bene quando ognuno è il cane dell’altro, come quell’uomo che amava tanto il suo cane da dirgli: «Mio cane, vorrei essere il tuo cane. »
Ma è anche vero che i cani non si vogliono poi altrettanto bene tra di loro, perché un rapporto necessario deve essere un rapporto di disuguaglianza nei diritti e nei doveri, e un rapporto stabile è quello in cui è ben chiara e pacifica questa disuguaglianza. Ecco, questo era, a dedurlo dagli sguardi e dal comportamento, il rapporto tra i nostri due personaggi. Ma perché, parlando del personaggio – servo, mi è sfuggita la parola cane? Non certo per offesa, che sarebbe come pronunciare una condanna morale su un uomo ancora senza storia, ma proprio per la straordinaria somiglianza che le movenze e i pensieri di quell’uomo, se sono pensieri, hanno con le movenze e i pensieri di un cane, poiché certamente un cane ha pensieri, quando sta col suo padrone. Batta non ha ancora aperto bocca e pronunciato verbo, il che fa dedurre che non ricorra molto spesso alle parole; quando Franco gli ha detto: «Va bene … va bene così … adesso basta, » allora Batta, che gli s’era accucciato davanti, gli ha dato un’ultima strofinata ai piedi col palmo della mano, quindi ha guardato in su non sollevando la testa (il cane solleva alta la testa quando fissa una preda o un altro animale, non in faccia al padrone ma alzando gli occhi fino a rovesciar le pupille, quindi s’è raschiato un po’ la gola – ed è l’unico suono che ha emesso finora – facendo due volte un rumore basso e breve, poi s’è allontanato. Ma non ha attraversato la stanza dirittamente: ha camminato lungo i muri, con la testa di lato in modo da poter vedere continuamente il padrone come un cane che gli gira attorno descrivendo dei cerchi, s’è seduto sulla prima sedia che ha trovato libera, e qui ha cominciato a infilarsi calze e scarpe. Notate bene: non s’è scaldato i piedi. Ma forse il cane che lecca la mano al padrone leccherà poi le zampe a se stesso?
Ma intanto che noi abbiamo impiegato il tempo a esaminare questi due personaggi, di là hanno cambiato musica più volte, passando da una canzone all’altra, e le ragazze si son trasferite tutte e aspettano i loro compagni, con aria curiosa – non dico preoccupata – perché dal soffitto pendono, appese per una catenella, lunghe lame di metallo, dal profilo così sbrecciato da sembrare rotte più che tagliate: arrivano ad altezza d’uomo, sono pesanti e lo si capisce dal fatto che non oscillano. La stanza da ballo ha, dunque, una specie di trampolo a gradini in cui è appollaiata la banda, cioè quel gruppo di dodici suonatori con chitarre elettriche, fisarmoniche e trombe, vestiti con gilè pieni di lustrini e pantaloni aderenti di tela metallizzata: sembrano, per intenderci, dei perfetti toreri spagnoli. Alle pareti vi sono quei grappoli di lucerne a petrolio che il lettore ha già intravisto per le finestre. Dal soffitto pendono queste lame che si vedono solo entrando, perché offrono gli spigoli alle finestre. In un canto c’è un tavolino tondo, con una matita e dei cartellini di cartone con un nastro tricolore, bianco rosso e verde; ogni cartellino porta il nome di una ragazza, e a scorrerli tutti insieme questi nomi risultano di tre tipi come ormai dappertutto presso la borghesia agraria arricchita di fresco: ci sono i nomi fascisti, dati certamente in memoria di una fascista, come Rachele e Claretta; ci sono i nomi che sembrano piuttosto dei soprannomi, ricercati proprio per evitare qualsiasi ripetizione, per dare l’idea dell’esemplare unico, e possibilmente esotico: per esempio Susy, Picci, Super; e ci sono i nomi maschili, affibbiati a qualche femmina che non doveva nascer femmina, o perché era la prima o perché era l’unica e quindi l’erede: Cecco doveva essere Francesco, Adrian doveva essere Adriano, Ciano doveva esser Luciano, e così via. Quelle dal soprannome americano sono un rischio, ma queste dal nome maschile si sa subito chi sono: figlie uniche di proprietari terrieri, di sana costituzione e senza titolo di studio, nate in un paese privo di case e pieno di fango e di nebbia ma cresciute in città in qualche collegio di suore.

Ferdinando Camon- Occidente

 

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