SENSIBILI CARTE DI LETTURE ESTIVE: Sergio Saviane- Festa di laurea

.

Non avevo che un pensiero: non pensare. Mi sarebbe piaciuto rimanere disteso sul letto, con gli occhi chiusi, sveglio, ma col cervello vuoto. Invece le immagini più assurde s’affollavano nella mia mente. Mi pareva di riudire la voce malinconica di mia madre: “È arrivato il tempo dei morti in casa nostra. Siamo vecchi, ormai. Quest’anno è stata la volta di zia Oretta, l’anno scorso del povero Toni; se tocca a uno di noi due, a me o a tuo padre, voi sarete lontani. Moriremo soli in questa grande casa ormai deserta.”
Fuori la pioggia cadeva sulla ghiaia del giardino e sulle foglie degli alberi confondendosi col rumore un po’ ovattato dell’acqua del fiume, poco lontano. Dalle fessure delle imposte arrivavano sopra il mio letto deboli lingue di luce afosa. Forse era l’alba. A quell’ora, tutte le mattine, appena sveglio, non riuscivo ad allontanare l’immagine di mia madre. Mi pareva di vederla entrare cautamente dalla porta per spiare il mio sonno, pallida, con i capelli sciolti sulle spalle e il naso dritto, di profilo. Le sue amiche si divertivano a chiamarla Greta Garbo. Lei si schermiva, diventava tutta rossa. In fondo però non le dispiaceva d’essere chiamata Greta Garbo. Guardava le amiche con un sorriso dolce, un po’ ironico. Non prendetemi in giro” diceva, e scuoteva il capo per nascondere il suo imbarazzo.
Strano, ma a quell’ora, forse perché ero disteso, non ricordavo i suoi lineamenti. Vedevo solo il naso e il suo sorriso: come se la sua faccia fosse stata ritagliata dalla pagina in bianco e nero d’una rivista di moda. D’un tratto quest’immagine si capovolgeva, come se una mano invisibile avesse voltato la pagina. Restavano in camera soltanto le sue parole, ora fragili e leggere come piume, ora pesanti come macigni. Le riascoltavo quasi allucinato, mi spostavo nel letto per allontanarle. Ma la sua voce mi colpiva come una martellata. I suoi discorsi erano sempre gli stessi, vecchi discorsi pieni di polvere, a volte ossessivi, a volte inopportuni.
“Che frutti abbiamo avuto noi dai nostri figlioli” diceva: “uno è in giro per il mondo, l’altro non ha voglia di far niente e dorme tutto il giorno, il terzo va a studiare al caffé con le carte da ramino in mano, e quando va in gabinetto c’impiega due ore.”
Ero tornato da poche ore a Campolongo e non vedevo l’ora di ripartire: ma dove potevo andare?
“Uno che sta due ore al gabinetto non riuscirà mai  nella vita” continuava mia madre; “tu, poi, sei stato ammalato, hai ancora delle aderenze alla pleura, lo sai: il dottore me lo dice sempre.”
Quando sentivo parlare d’aderenze, pensavo ai filamenti bianchi tra gli spicchi dei mandarini. Mi pareva che staccarli con la punta delle dita e liberare la polpa da quelle sostanze inutili fosse la cosa più facile del mondo.
“Devi curarti, tu, non puoi fare come gli altri, come i tuoi amici sani; non devi dimenticarti delle pleuriti: lo zio Agosto è morto proprio perché si trascurava, andava a giocare a bocce di sera, con quell’umidità!”
Il gocciolio dell’acqua nel tubo della grondaia sotto le mie finestre staccava quelle frasi con un tìc-tàc monotono. Una parola, una goccia: tìc-tàc. Finché i pensieri si confondevano con le gocce che cadevano sulla terra. Tìc-tàc, tìc-tàc; mi pareva che l’acqua staccasse le frasi di mia madre, le parole svanivano e il mio cervello si svuotava completamente. Poi le parole s’aggrappavano alle gocce e mi cadevano davanti agli occhi, nel buio, con tonfi spaventosi.
Ero sfinito da quel dormiveglia assurdo. Eppure non facevo nulla per interromperlo. D’un tratto mio padre sostituiva mia madre: come se si divertisse a non lasciarmi un attimo di pace. Impotente, riascoltavo le sue lamentele, i suoi rimproveri. Tentavo di ribellarmi, volevo dimostrargli che non avevo paura di lui. Ma la sua voce s’abbatteva sopra di me come uno scroscio d’acqua gelida. “Finché i miei figli non impareranno a pulirsi le scarpe ogni giorno, da soli, non ci sarà mai nulla da sperare da loro” borbottava.
Non era invadente mio padre. Ma così alto, enorme, rosso in faccia, pieno di sangue, dava l’impressione d’essere più forte di quanto non fosse realmente. Parlando, gesticolava dimenandosi sulla sedia. Pareva impossibile che un uomo di quasi ottant’anni avesse tanta vitalità. La camera da pranzo era piena del fumo denso, bluastro e pizzicante della sua pipa. Sotto la luce gialla del vecchio lampadario, che attenuava il bianco della tovaglia, mia madre continuava a giocare con le briciole di pane: i miei fratelli Manrico e Giancarlo mangiavano a testa bassa.
“Cosa vuoi che capiscano, quelli” continuava mio padre indicandoci uno ad uno con la pipa: “arrivano qui solo per mangiare.”
“Lasciali in pace” diceva mia madre: “si metteranno a posto anche loro, aspettiamo almeno di vederli uomini.”
“Ma se hanno quasi trent’anni” diceva mio padre ironicamente, buttando fuori un’altra boccata di fumo: il nuovo fumo s’accatastava su quello vecchio, ondeggiava sopra le nostre teste, s’arrampicava sulle pareti o contro il soffitto, e svaniva. Nessuno si decideva ad aprire una finestra.
Poi mio padre si rivolgeva verso di me: “Se continui di questo passo non combinerai mai nulla nella vita” diceva.
Mi pareva che quei pensieri mi facessero male al cervello.
“Devi studiare” continuava mio padre; “farti avanti, salutare la gente per la strada … altro che scappare altrove … Il professore … Scappa a Milano, lui … Ma che facevi a Milano, il fattorino d’albergo?”
Non ne potevo più. Lo guardavo senza vedere, sentivo quelle parole, già udite mille volte, senza capire il loro significato. Stavo zitto. Non avevo la forza d’alzarmi da tavola e uscire per non risentire quella filastrocca già udita mille volte.
“Se non la smetti di stare per conto tuo, di camminare da solo …” insisteva mio padre.
Intanto mia madre annuiva col capo, accumulando briciole sulla tovaglia.
“… andare in giro da solo, col cane, o con Giulio, un altro scansafatiche, la gente finirà per crederti pederasta.”
Mia madre alzava gli occhi e c’interrogava con lo sguardo attonito. “Che cos’è questo pederasto?” chiedeva con gli occhi sempre più stupiti.
“Pederasta, pederasta, si dice” la correggeva mio padre, “non pederasto … sei proprio un’ingenua tu” aggiungeva. Mia madre abbassava la testa, in silenzio, un po’ avvilita. Manrico e Giancarlo ridevano sommessamente, mio padre frantumava un sigaro toscano nella pipa, accendeva, poi accostava il bocchino all’orecchio per sentirlo friggere.
Fuori intanto non aveva ancora smesso di piovere. Avrei voluto alzarmi, malgrado fosse appena l’alba. Mi ripromettevo ogni giorno di non andare a letto nel pomeriggio per dormire di più di notte, ma poi finivo per coricarmi lo stesso.
“Vedi” continuava mio padre implacabile, fissando mia madre negli occhi, “vedi che faccia da buoni a nulla hanno nostri figli!”
Manrico e Giancarlo ruminavano zitti. Ogni sera la stessa storia. Il cane intanto, sotto la tavola, strofinava il muso contro il mio ginocchio. Mio padre, senza guardarmi, rivolgendosi a mia madre, brontolava sempre.
“Ditemi voi” diceva ironico dopo qualche minuto di silenzio, rivolgendosi ora verso Manrico ora verso Giancarlo come se volesse da loro un consenso o una testimonianza: “ditemi voi che cosa si può pensare d’un figlio che ha battezzato Morte un cane …”
“Che c’entra: non si battezzano mica i cani, che stupidaggini vai dicendo?” l’interrompeva mia madre.
“Sentitela, il genio della nostra casa” diceva mio padre verso di noi: “ma si dice tanto per dire … In fondo, però, non ci sarebbe niente di male che i preti battezzassero i cani: hanno un cuore anche i cani, no? e un’anima: molto più pulita di quella degli uomini.”
Mia madre non andava molto spesso in chiesa, tuttavia ci credeva ai santi e alla madonna, talvolta anche ai preti. In camera sua ne aveva a centinaia, di tutti i colori. Aveva il santo per la grandine, quello per le malattie, la madonna per i figli, e qualche altro cristo di gesso e uno d’argento con cui fermava un piccolo centro di merletto quando preparava l’altare in camera sua per pregare. Conosceva anche un parroco di novantaquattro anni ricoverato nell’ospizio dei vecchi. Andava a trovarlo ogni mese per chiedergli consigli. Un giorno l’aveva invitato a pranzo. Il parroco era un buon vecchietto, lungo, pieno di rughe e di ossa, col volto più bianco d’un lenzuolo. Ma non riusciva a tenersi ritto. Mio padre l’aveva fatto bere quella sera e il parroco s’era addormentato sul divano. Mia madre aveva anche una madonna in legno. Ogni tanto metteva tra i suoi santi, la sua madonna e i suoi cristi di gesso la mia fotografia o quella dei miei fratelli, accendeva cinque candeline e cominciava a pregare.
Ora guardava suo marito un po’ risentita. Giancarlo e Manrico continuavano a mangiare. Mio padre continuava a fumare tranquillo.
La pendola nel corridoio suonò le cinque. Ero ancora lì immobile sul letto.
“Perfino la perpetua di don Egidio l’ha detto: “chiamare Morte un cane è peccato …” diceva mia madre: “è un ateo nostro figlio, ecco; un ateo!”
“Fosse solo questo il suo difetto” diceva mio padre: “quello che non sopporto è la sua indolenza … Guarda, guardate” continuava, cercando un consenso da mia madre o dai miei fratelli “non ha nemmeno il pudore o il coraggio di difendersi.”
“Se non fosse per Morte” ero sempre tentato di rispondergli, “io sarei come gli altri, vero?”
Soltanto di notte, come in questo momento, mi venivano in mente le risposte; di notte, quando nessuno le avrebbe udite, neppure se le avessi ripetute a voce alta.
“Potrei rinfacciarti della mia vita, tu sei responsabile, tu hai la colpa.”
“Sta zitto” sembrava gridasse mio padre nel silenzio della camera “sta zitto, babbeo!”
“Me l’ha detto l’Assunta, quand’è venuta per fare il bucato, che appena nato m’avete messo a balia da una donna alcolizzata e sempre piena di grappa.”
Mio padre sembrava pesare queste parole, nuove per lui: lo vedevo soffrire, ma insistevo.
“E che il medico voleva denunciarla, ma ve ne siete accorti in ritardo, perché mi avete lasciato in campagna più d’un mese senza venirmi a vedere …”
“Sta zitto.”
“E poi avete avuto il coraggio di farmi restare ancora là.”
“Zitto baccalà” gridava mio padre con gli occhi in fuori; “tu non puoi capire: se ti portavamo via non saresti sopravvissuto: ormai eri stato avvezzato con quel latte …”
“Non mi avete portato via perché eravate in viaggio di nozze … con un figlio già nato …” “Non potevamo portarti via mammalucco.”
“Avete permesso che mi ubriacassero a due mesi di vita.”
“Sta zitto” urlava adesso, offeso; “osi rinfacciare qualche cosa a me, tu?”
“Certo che oso, perché non dovrei osare?” ero tentato di dirgli. Invece, quand’ero con lui, tacevo sempre come un idiota. Mi ripromettevo ogni notte di rispondergli una volta per tutte, ma non ci riuscivo.
“Osi rinfacciare qualche cosa a me … tu, sgorbio d’un figlio imbecille, gobbo, e sempre ubriaco anche per la strada.”
“Certo che oso” dicevo automaticamente. Giancarlo mi guardava sorridendo.
“Fa solo la metà di quello che ha fatto tuo padre.”
“Farei subito un figlio di contrabbando con la donna di servizio” gli gridavo; “alle spalle di quella povera martire di mia madre.”
“Non capisci niente, hai avuto un padre esemplare.”
“Non capisci niente tu, invece: m’hai sempre bastonato. Dimmi cosa m’hai dato oltre che le bastonate, dimmelo, dimmelo, almeno.”
Egli mi guardava con disprezzo.
“Mi bastonavi perché non mangiavo, mi bastonavi perché bevevo il fondo del vino rimasto nei bicchieri, mi bastonavi perché non piangevo quando la maestra leggeva il Cuore in classe.” “Non dire più nulla, non hai voce in capitolo.”  “Capitolo, capitolo.”
“Basta!”
“M’hai mandato in quel lurido collegio di preti …” continuavo.
“Basta!”
“… con l’ordine di farmi rinchiudere nel camerino per la minima mancanza.”
“Zitto, maledetto, non farti più sentire.”
“M’hai fatto diventare gobbo, a forza di legnate.”
“Non dire una parola di più.”
“E a scuola col treno, ogni mattina alle sei, a Padova, quarantacinque chilometri … chi ci andava?”
“Non dire una sola parola di più.”
“Venti, mille parole di più: col freddo, e col caldo d’estate … Chi ci andava a Padova, tu ci andavi?”
Soltanto a letto mi sentivo forte, di notte. Mi chiedevo se la mia pigrizia non fosse vigliaccheria.
“Volevi andarci in macchina?” diceva, e per la prima volta sembrava si abbandonasse ad un sorriso ma era solo un sorriso pieno di falsa ironia.
Le gocce della grondaia s’infilavano ora, col loro ticchettio rabbioso, dentro i miei orecchi. E mio padre era sempre là, davanti, che mi guardava con gli occhi severi, e il viso paonazzo. Mi giravano stancamente nel cervello le ultime sue parole.
“Perfino le perpetue ti ridono dietro e si fanno il segno di croce quando ti vedono.”
“Che c’entrano le perpetue, adesso?” interrompeva mia madre.
Non riuscivo a dimenticare nulla, nemmeno mezza parola.
“Bisogna essere degli atei belli e buoni!”
“Non siamo ridicoli, adesso” diceva Giancarlo, smettendo di sogghignare alle nostre spalle.
Mi girai da un’altra parte. Il cuscino sotto la testa era bollente, una zanzara navigava con insistenza sopra il letto tenendomi sempre in apprensione. Chiusi gli occhi e tentai di dormire.

Sergio Saviane- Festa di laurea

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.